La Crisi della Scuola Pubblica: Tra Destra Sovranista e Ultrapedagogia di Sinistra

Il dibattito sulla scuola pubblica è da tempo un terreno fertile per contrapposizioni ideologiche, spesso incapaci di cogliere la complessità delle sfide che essa affronta. Le proposte di riforma, come l'introduzione dei voucher scolastici avanzata dal governo Meloni, si inseriscono in una narrazione polarizzata che vede la destra sovranista accusare le politiche della sinistra di essere la causa del degrado della scuola pubblica, mentre quest'ultima tende a negare l'abbassamento del livello di istruzione, interpretandolo come un attacco ideologico volto a giustificare modelli selettivi. Entrambe le posizioni, tuttavia, sembrano trascurare le radici profonde e strutturali della crisi che affligge il sistema educativo.

La Destra Sovranista: Mercato e Disuguaglianza

La destra sovranista, seguendo una linea populista, accusa le politiche scolastiche della sinistra di aver determinato il declino della scuola pubblica. La sua retorica si concentra sulla "perdita" di risorse pubbliche e sulla necessità di introdurre logiche di mercato, come i voucher, per stimolare la competizione e offrire alle famiglie maggiori possibilità di scelta tra scuola pubblica e privata. Questa prospettiva, tuttavia, rischia di accentuare le disuguaglianze esistenti, trasformando l'istruzione in un bene di consumo accessibile solo a chi può permetterselo. L'enfasi sul "merito", spesso invocata in questo contesto, rischia di diventare un eufemismo per giustificare un sistema che premia chi parte avvantaggiato, piuttosto che promuovere un'effettiva mobilità sociale.

Manifestazione per la scuola pubblica

L'Ultrapedagogia di Sinistra: Idealismo e Astrazione

Dall'altro lato, l'ultrapedagogia di sinistra tende a negare l'esistenza di un effettivo abbassamento del livello della scuola, interpretando le critiche come un attacco ideologico volto a giustificare modelli selettivi ed escludenti. Questa negazione è spesso funzionale a una proposta moralistica che si concentra sulla "riforma dell'insegnamento" attraverso approcci psico-didattici e l'enfasi su valori come l'inclusione e la diversità. Tuttavia, questo approccio idealistico rischia di ignorare le dinamiche economiche e sociali che sono alla base della crisi della scuola. Concentrandosi su una visione astratta e soggettivistica, si perde di vista la materialità del problema, ovvero il legame profondo tra il declino del sistema educativo e i conflitti di classe che attraversano la società.

Grafico sull'andamento degli investimenti nella scuola pubblica

Le Radici Strutturali della Crisi: Iper-Capitalismo e Disinvestimento

La crisi della scuola pubblica è intrinsecamente legata alla natura iper-capitalistica della società in cui opera. Le politiche degli ultimi decenni, caratterizzate da un sistematico disinvestimento nella scuola pubblica, sia in termini di risorse economiche che di riconoscimento sociale, hanno portato a un suo progressivo impoverimento. La forma del sapere incarnata dalla scuola e la sua funzione di integrazione sociale sono diventate incompatibili con le esigenze di un mercato globalizzato e di una società sempre più segnata dalla finanziarizzazione dell'economia.

Questo processo di declino non è contingente, ma strutturale. La centralità delle dinamiche di mercato ha portato a una serie di riforme che, seppur presentate con intenti migliorativi, hanno in realtà accentuato le disuguaglianze e frammentato il sistema. L'autonomia scolastica, ad esempio, ha trasformato le scuole in entità in competizione tra loro, alimentando le disparità sociali e territoriali.

L'Aziendalizzazione della Scuola e la Burocratizzazione del Sapere

Parallelamente, si assiste a una progressiva infiltrazione degli interessi privati nella vita degli istituti. Progetti come il PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento) e l'enfasi sulla didattica laboratoriale hanno reso la scuola uno spazio subordinato alle imprese, dove l'idea del sapere come istanza di autonomia e critica viene sacrificata a favore di concetti come concretezza, pragmaticità e professionalizzazione.

La burocratizzazione e l'aziendalizzazione vanno di pari passo: il lavoro docente è stato progressivamente trasformato in un insieme di procedure standardizzate, spossessando l'insegnante della sua autonomia intellettuale. Il dirigente scolastico assume sempre più le vesti di un manager, impegnato a tutelare l'istituto più sul piano legale che educativo. Questo fenomeno riflette la crescente normativizzazione della vita sociale, in cui il diritto borghese si configura come espressione della reificazione e della logica alienante del capitale.

La carriera del docente, il ruolo del dirigente scolastico e il futuro dell'istruzione tecnica

La Privatizzazione del Rapporto Didattico e la Marginalizzazione del Sapere

In questo quadro, la relazione educativa viene sempre più schiacciata da esigenze particolaristiche, come la ricerca di certificazioni da parte delle famiglie, che minano l'aspetto pubblico e collettivo dell'istruzione. L'enfasi sulla dimensione emotiva e psicologica del rapporto, sebbene necessaria, rischia di strumentalizzare problemi reali, come l'ansia degli studenti, per ridurre il ruolo della scuola alla mera gestione delle emozioni, marginalizzando il sapere disciplinare e i contenuti educativi.

La Critica Sterile dell'Ultrapedagogia e il "Sapere dei Padroni"

La critica mossa dagli ultrapedagogisti alla destra appare sterile e inefficace perché si concentra su una visione astratta della scuola, ignorando le radici materiali della sua crisi. La loro critica alla "scuola tradizionale" e ai docenti "gentiliani" che non si "aggiornano" si rivela un gergo da clan, volto a imporre una visione ortopedica del rapporto tra corpo docente e Ministero. Entrambe le prospettive idealizzano un passato scolastico inesistente, ignorando che la scuola è sempre stata un campo di battaglia culturale e materiale.

Il dibattito sull'educazione civica ne è un esempio lampante. Sia la sinistra pedagogica, che la vede come strumento per valori di inclusione e diversità, sia la destra, che cerca di introdurre valori patriottici, ignorano che queste proposte sottraggono spazio ai contenuti disciplinari. Entrambe le visioni sacrificano il sapere sull'altare di "valori" elaborati altrove, riducendo la scuola a veicolo di costruzione di una sedicente cittadinanza "ideale".

Nonostante la posizione a favore del diritto di insegnare dei "pink-haired Communists", il dibattito pedagogico americano, così come quello italiano, spesso banalizza il pensiero di Marx, riducendolo a un pallido riformismo liberal. Il "sapere" spesso invocato dall'ultrapedagogia, contrapposto al "tradizionalismo" dei docenti, si configura come una disciplina già impalcata, che richiede un supino assenso, ma che si presenta come novissima e in fieri. Questo moralismo si bea di ogni decisione ministeriale che colpisca i docenti, sottraendo loro "potere", iniziando sempre dal basso e prendendo di mira l'autonomia del docente lavoratore.

La Necessità di Riflettere sull'Autonomia Docente e sul Sapere Disciplinare

La crisi della scuola investe, in modo inscindibile, l'autonomia del docente come lavoratore della conoscenza e il suo sapere disciplinare. La destra sovranista e l'ultrapedagogia di sinistra si alimentano a vicenda, fungendo ciascuna da spauracchio per l'altra. La sinistra pedagogica, costruendo la propria lotta contro un modello autoritario metafisico inesistente, confonde l'asimmetria implicita nella trasmissione del sapere con un'asimmetria di potere, facendo il gioco della destra.

Nell'attaccare residui di autorità tradizionale, ignora completamente il potere reale e capillare che la mercificazione integrale della vita, imposta dal capitale, esercita sulla scuola. La svalutazione della valutazione, giustificata con l'idea di uno spazio inclusivo, maschera il fatto che la valutazione è un elemento ineliminabile del processo educativo.

La destra perde ciò che Gramsci sottolineava, ovvero che ogni disciplinamento imposto dalla disciplina è in realtà un processo che libera, poiché consiste nell'apprendere le forme e i modi dell'auto-disciplina. L'ultrapedagogia, al contrario, appiattisce disciplina e disciplinamento, identificando la libertà del discente in una mitologica spontaneità. Ciò avviene sia burocratizzando la valutazione, trasformandola in una procedura estrinseca, sia contestandola radicalmente, spostando l'attenzione sul sentire e la creatività dello studente, a scapito del confronto critico sui contenuti disciplinari. In entrambi i casi, il risultato è la cancellazione della soggettività dell'insegnante. Anziché opporsi a queste dinamiche, la pedagogia di sinistra vi contribuisce attivamente, sostenendo, anche se indirettamente, le logiche produttive ministeriali e del capitalismo. Riducendo lo spazio di libertà del docente, essa si allinea perfettamente alle esigenze di mercificazione.

È dunque necessario un ripensamento profondo che vada oltre le contrapposizioni ideologiche, per affrontare le radici strutturali della crisi della scuola pubblica, restituendo centralità al sapere disciplinare e all'autonomia dei docenti, in un contesto sociale ed economico profondamente mutato.

Mappa concettuale sulla crisi della scuola pubblica

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