L'intelligenza, una delle caratteristiche più affascinanti e complesse del regno animale, è stata oggetto di studio e dibattito per secoli. Tra le creature che più si avvicinano all'uomo in termini di capacità cognitive, i primati occupano un posto di rilievo. La domanda su chi sia l'essere più intelligente del pianeta dopo l'uomo ha stimolato ricerche volte a classificare le diverse specie di scimmie in base al loro quoziente intellettivo (QI). Questo articolo esplora le scoperte più significative in questo campo, analizzando cosa sia il QI, come viene misurato e quali implicazioni hanno questi studi, con un focus particolare sui "pigmei" e sulle loro peculiarità.
Cos'è il QI e Come Viene Misurato
QI è l'acronimo utilizzato per "quoziente intellettivo" e rappresenta un indicatore del livello di intelligenza di un individuo. Solitamente si ottiene come risultato di test, composti da una serie di prove che si concentrano su differenti ambiti. Questi test possono sicuramente avere dei limiti, in quanto, secondo alcuni filoni di pensiero, l'intelligenza non può essere misurata solo attraverso delle prove. Infatti, numerosi studi, tra cui la teoria delle intelligenze multiple di Gardner, hanno dimostrato che l'abilità intellettiva dell'individuo è data da numerosi fattori. I risultati ottenuti relativi al QI personale vengono sfruttati in vari ambiti. Importante sottolineare che i test non sono basati su dati soggettivi ma si dice che sono "standardizzati", ovvero per comporli viene sottoposto un campione rappresentativo della popolazione che permette ai ricercatori di ottenere dei risultati che vengono poi studiati, confrontati e sulla base di quelli vengono definiti i parametri di confronto.
Di solito si fa infatti riferimento a quella che viene definita "curva gaussiana" che rappresenta semplicemente in modo grafico la distribuzione dei punteggi ottenuti da questo campione. Come si può notare dall’immagine, ci sono due estremità, a destra e sinistra, che fanno riferimento ai punteggi più bassi e quindi con meno probabilità da parte del fenomeno di essere riscontrato; al centro invece la curva si alza e questo vuol dire che la maggior parte dei soggetti ha avuto come risultato QI pari a 100 e, per questo motivo, questo risultato viene considerato come "valore medio".

I primi studi sull'intelligenza vennero condotti da uno psicologo statunitense, Cattel, il quale sviluppò i primi "test mentali". Successivamente furono numerosi gli studiosi che si concentrarono su questo tema. Il maggior contributo arriva sicuramente dallo psicologo francese Binet, al quale venne chiesto dal governo francese di creare un test in grado di valutare i bambini con un quoziente intellettivo basso in modo da fornire loro le possibilità di avere percorsi formativi adeguati alle loro esigenze. Nel 1905 Binet ideò quindi, insieme al collega Simon, la prima Scala di valutazione dell’intelligenza, che venne poi revisionata negli anni successivi. Lo psicologo francese si basava sul concetto di "età mentale" (risultato delle prove a cui sottoponevano i bambini) in relazione all'"età cronologica" (data dalla data di nascita). Il concetto di QI fu introdotto successivamente dallo studioso americano Terman, il quale, basandosi sul test di Binet-Simon, creò un test che aveva come ulteriore obiettivo quello di individuare i ragazzi che potevano essere indirizzati a studi professionalizzanti. A livello mondiale viene oggi utilizzato il test creato dallo studioso Wechsler, basato sempre su diverse prove che definiscono un quoziente intellettivo totale con relativi punteggi nelle diverse aree di riferimento.
Nel caso in cui il QI dovesse non risultare nei parametri medio-superiori ma nei limiti inferiori questo non deve rappresentare un motivo di problematicità. Si tratta infatti di poter condurre la propria vita come prima ma magari con alcune accortezze. Secondo alcuni studi scientifici il QI è legato solo in parte a fattori genetici ma risultano fondamentali anche tutti quei fattori legati all’ambiente come ad esempio il livello di istruzione, l’alimentazione, la salute (studi di Garrod e Bateson). Sicuramente il fatto di poter avere accesso ad una buona istruzione rappresenta sicuramente un punto a favore ma non è tutto. Si può infatti acculturarsi anche per conto proprio attraverso manuali, libri e l’ausilio di Internet (se usato nel modo corretto, consultando i siti giusti). In questo modo si potrà accrescere la propria conoscenza generale. Questo vuol dire che l’obiettivo raggiunto sarà magari lo stesso dei compagni ma la modalità e le tempistiche con le quale ci si arriva saranno diverse. Un consiglio per lo studente sarà quello di sfruttare le tecniche di memorizzazione o l’utilizzo di colori, immagini così come insegnato dalle mappe mentali. L’utilizzo di un buon metodo di studio rappresenta infatti ciò che permette al ragazzo di dare una marcia in più ai suoi risultati scolastici. Non si tratta però solo di risultati in termini di voti scritti su un registro ma proprio di benefici a livello di energie e tempi impiegati nello studio. Un altro consiglio molto utile è quello di raccogliere tutto il materiale da studiare e poi effettuare una pianificazione ad hoc in base alle proprie esigenze e tempistiche. In questo modo le energie non verranno disperse ma ogni argomento da studiare sarà pianificato. Importante è lasciare dei momenti per rilassarsi, dei giorni per gli imprevisti, ma soprattutto far in modo di non arrivare all’ultimo giorno a dover finire capitoli interi ma programmare con largo anticipo. I test più affidabili per calcolare il Quoziente Intellettivo sono il test WISC e WIPPSI (per bambini) e WAIS (per adulti) ma possono essere somministrati solo da specialisti come psicologi e neuropsichiatri. Vuoi mettere anche tu alla prova la tua intelligenza? Quello che più ha importanza non è il valore del tuo QI ma la tua voglia di imparare e con un buon metodo di studio puoi sempre farlo.
La Classifica dell'Intelligenza tra i Primati
Alcuni scienziati statunitensi, incrociando i dati dei diversi studi condotti negli ultimi anni, hanno stilato una classifica di scimmie dalle più brave alle più scarse. Per la prima volta, i ricercatori hanno comparato i numerosi test e studi condotti sui vari primati e poi hanno stilato una classifica di scimmie intelligenti: dalla più abile alla meno capace. Attraverso l'incrocio dei dati e risultati sono riusciti a stabilire il quoziente intellettivo di ciascuna specie.
Gli "intellettuali" del gruppo sono appunto oranghi e scimpanzé, capaci di risolvere problemi più complessi - come orientarsi in un piccolo labirinto o sbrogliare una matassa di fili colorati - con diligenza e abilità. Che gli oranghi e gli scimpanzé fossero gli animali più vicini agli esseri umani si sapeva da tempo, ma adesso una nuova ricerca condotta alla Duke University nel Nord Carolina, conferisce all'ipotesi nuova evidenza.
Anche se non sono nella "top five", i macachi e le scimmie del gruppo del Vecchio Mondo (che si trovano in Africa e Asia) sono in genere più intelligenti di quelle del Nuovo Mondo come gli uistitì (presenti soprattutto in Sud America). Dalla ricerca emerge anche che l'intelligenza è correlata alla grandezza del cervello in assoluto e non in proporzione alle dimensioni dell'animale. Anche la misura di alcune regioni cerebrali - come la neocorteccia - potrebbe non essere indicatore di per sé di "saggezza".
Scaltri come oranghi: gli oranghi sono dunque i nostri cugini più prossimi e sembra che non ci sia problema che non cerchino di risolvere, anche a modo loro. Messi per esempio davanti a un computer con un grappolo d'uva in mano di solito non sanno cosa fare, ma alla fine prendono la decisione migliore: escono a gambe levate dalla stanza portando con sé il cibo. Secondo gli esperti, in alcuni primati ci sarebbe un potenziale cognitivo che si è sviluppato pienamente solo nell'uomo.
Si fa presto a dire scimmie: noi e gli altri primati
I Pigmei: Un Popolo tra Natura e Cultura
Il termine "pigmei" è un termine ombrello usato per indicare diversi popoli del bacino del Congo e di altre regioni dell'Africa centrale, accomunati dal fenotipo della bassa statura (in genere inferiore ai 150 centimetri). Gruppi di pigmei sono diffusi lungo gran parte della fascia tropico-equatoriale dell'Africa; sono presenti in Camerun, Repubblica Centrafricana, Gabon, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Ruanda, Burundi e Tanzania.
In Egitto sono state ritrovate iscrizioni del II millennio a.C. che si riferiscono ai pigmei come "Danzatori degli Dei". Anche da questi antichi contatti con la civiltà egizia si presume che i pigmei vivessero un tempo in regioni molto più a nord di quelle che abitano oggi, forse fino al basso Nilo. Nell'arte romana, i pigmei della valle del Nilo sono spesso rappresentati come figure caricaturali, di grande potenza sessuale, come i fauni e le figure priapiche già conosciute ed usate dai romani stessi ed altre culture. Alcuni affreschi con questo tipo di soggetti, rinvenuti a Pompei, sono oggi esposti al Museo archeologico nazionale di Napoli.
In antichità i pigmei ebbero contatti anche con i popoli bantu dell'Africa subsahariana, che erano molto superiori dal punto di vista tecnologico, e non ebbero difficoltà a cacciarli dalle loro terre o sottometterli. Sono cacciatori-raccoglitori; gli uomini cacciano con arco e frecce avvelenate, e le donne pescano. Il loro stile di vita è in gran parte basato su una profonda conoscenza dell'ambiente (per esempio degli usi delle piante a fini curativi o per la produzione del veleno). In alcuni casi praticano modesti scambi commerciali con i popoli vicini (per esempio bantu). Il legame con le foreste, che curano e venerano, è un elemento centrale della loro identità di popolo. Ogni gruppo ha una sua lingua distinta, ma tutti hanno una parola che li accomuna: jengi, ovvero spirito della foresta. Il dio supremo della loro religione tradizionale, Kvum, viene descritto come il creatore e signore di tutte le cose. Presenza tangibile, comanda sopra ogni uomo, controllandone ogni azione.
Uno dei principali problemi che i "Pigmei" devono affrontare è la mancanza di riconoscimento dei loro diritti territoriali. Molte comunità vengono sfrattate illegalmente nel nome della conservazione dell'ambiente. "Un tempo, la foresta era per i Baka, ora non lo è più. Ci muovevamo nella foresta secondo i cicli stagionali, ma adesso abbiamo paura" ha raccontato a Survival un uomo Baka. "Come possono proibirci di andare nella foresta? Non sappiamo come vivere diversamente."
QI e la Complessità delle Differenze Umane
La questione del QI non si limita al mondo animale, ma si estende anche alle popolazioni umane, sollevando dibattiti complessi e talvolta controversi. Nel numero di gennaio-febbraio 2010 di Intelligence è apparso un articolo di Richard Lynn (In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature and literacy), in cui l’autore sostiene che le popolazioni dell’Italia meridionale sarebbero meno intelligenti di quelle dell’Italia settentrionale perché caratterizzate da un QI più basso. E che essendo risultato il QI significativamente correlato con il reddito, il livello d’istruzione, eccetera, sarebbe proprio il basso QI a determinare l’arretratezza del nostro Mezzogiorno. La "riflessione" di Lynn è particolarmente seccante per noi italiani, ma Lynn aveva già sostenuto che le popolazioni dell’Europa del nord sarebbero intellettualmente superiori a quelle del sud; e allargando l’orizzonte al mondo intero, che gli asiatici sarebbero più intelligenti degli europei, ma che entrambi sarebbero di gran lunga più intelligenti degli africani. Eppure, le ricerche sulla storia evolutiva umana dovrebbero indurre a essere cauti nell’assegnare la qualifica di "superiore-più intelligente" a noi europei e "inferiore-meno intelligente" agli africani. Perché noi e loro siamo le popolazioni della nostra specie più imparentate geneticamente. La specie Homo sapiens, infatti, si è originata in Africa circa 200.000 anni fa. Da lì, poi, alcune popolazioni sono migrate verso oriente, dove hanno iniziato ad accumulare mutazioni diverse da quelle dei gruppi africani da cui si erano separate; e solo molto tempo dopo, 40.000 anni fa, altre popolazioni si sono staccate dal tronco comune africano per popolare l’Europa.
Ma torniamo al QI e alla pretesa che misuri l’intelligenza. Come ha detto Henry Harpending, l’intelligenza è qualcosa di cui tutti parlano e a cui tutti fanno riferimento, ma per la quale non abbiamo ancora una definizione neppure approssimativa. E allora, come si può confondere il grado di intelligenza di una persona con il suo livello di QI? Pensiamo che la cosa ancora più illuminante sull’argomento sia la tabella pubblicata da Ashley Montagu nel libro del 1942 Man’s most dangerous myth (La razza. Analisi di un mito, Einaudi, 1966). I punteggi di QI riportati erano relativi alle reclute statunitensi della I Guerra Mondiale. E il valore medio per i neri degli stati del nord degli USA era leggermente maggiore (40,5) di quello dei bianchi degli stati del centro-sud degli USA (40,3). Ci sembra che sul caso italiano sollevato da Lynn si possa concludere così: forse non è stato il più basso punteggio di QI dei meridionali a determinare la Questione Meridionale, quanto piuttosto il contrario.
Numerose recenti indagini epidemiologiche hanno confermato effetti negativi sulle performance neuro-cognitive di bambini e adolescenti anche per valori di piombemia (PbB) inferiori al limite di intervento suggerito dal CDC americano di 10 μg/dl, senza alcuna evidenza di una soglia di PbB sicuramente non associata ad effetti avversi sul sistema nervoso centrale. Abbiamo analizzato la relazione tra i valori di PbB e le capacità neuro-cognitive di 205 studenti di scuola media inferiore di età compresa tra gli 11 e i 15 anni utilizzando i risultati di 2 test derivati dallo Swedish Performance Evaluating System (SPES) e la valutazione del Quoziente Intellettivo (QI) derivato dalla Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC). La popolazione studiata includeva 104 studenti (61 maschi e 43 femmine) residenti a Portoscuso e 101 soggetti (55 maschi e 46 femmine) residenti a Sant’Antioco, due paesi del sud della Sardegna distanti in linea d’aria rispettivamente 2 e 20 chilometri dalla fonderia primaria di piombo e zinco di Portovesme. I valori di PbB, per lo più inferiori ai 10 μg/dl, sono risultati decisamente più elevati, negli studenti di Portoscuso (media 5.98 + 2.2; range 2.2-11.5 μg/dl) rispetto a quelli di S. Antioco (media 2.08 + 0.8; range 0.5-4.5 μg/dl). Nel complesso dei casi gli studenti con valori di PbB superiori ai 4 μg/dl presentavano in media peggiori performance nei due test della batteria SPES e valori significativamente più bassi di QI (5 punti mediamente in meno) rispetto ai soggetti con PbB compresa tra i 0.5 e i 4.0 μg/dl. I coefficienti di regressione aggiustati tramite l’analisi multivariata per l’età e il sesso degli studenti e per il grado di istruzione e tipologia del lavoro dei genitori hanno evidenziato una significativa relazione inversa tra i valori di PbB e le performance individuali nei test neuro-cognitivi utilizzati, con progressiva riduzione di 0.94 punti di QI per ogni aumento di 1 μg/dl di piombo ematico nel range dei valori di PbB compreso tra 0.5 e 11.5 μg/dl. I meccanismi di neurotossicità ipotizzati, per il piombo inorganico, sono rappresentati principalmente dallo stress ossidativo, dall’apoptosi cellulare e dall’interferenza con diversi sistemi di neurotrasmissione.
Napoleone, Einstein, Copernico, Ariosto e Tesla erano tutte persone dotate di un quoziente intellettivo molto alto. Ma come calcolare il QI? Essere curiosi riguardo il proprio quoziente intellettivo è normalissimo. Tra l’altro, il calcolo non è per niente complesso. Per quoziente intellettivo si intende un numero, con cui si definisce il funzionamento cognitivo di una persona rispetto a tutte le altre. In parole semplici, il QI indica il livello cognitivo di un individuo rispetto alla media della popolazione. La domanda “come misurare il QI?” è sorta all’inizio del Novecento. Il primo a formulare un test fu lo psicologo francese Alfred Binet, il cui obiettivo consisteva nell’individuare le difficoltà dei bambini a scuola. Insieme al suo collaboratore Theodore Simon, Binet sviluppò il primo test per misurare il QI: la scala Binet-Simon. Alfred Binet creò un test verbale. Cosa significa? La prova consisteva in 60 domande riguardanti diverse aree e distinte per età. Così, il concetto alla base di questo primo calcolo del quoziente intellettivo diventò il seguente: il QI si ottiene facendo il rapporto tra l’età anagrafica (intelligenza cronologica) e l’età mentale di una persona (intesa come livello di sviluppo intellettivo). Come si calcola allora il quoziente intellettivo come la scala Simon-Binet? Si effettua un rapporto tra età cronologica ed età intellettiva e si moltiplica per 100. Se un bambino con età anagrafica di 8 anni risulta in possesso di un’età mentale pari a quella di un bambino di 10 anni, il QI è il seguente: 10/8X100=125.
I test per il calcolo del QI possono essere suddivisi in diverse categorie:
- Test verbali: quiz a risposta multipla da risolvere entro un certo lasso di tempo.
- Test non verbali: in questo gruppo rientrano, per esempio, test come le Matrici di Raven (SPM - Standard Progressive Matrices). In cosa consistono? Si tratta di un test costituito da serie/matrici di figure da completare. Ovviamente, il test prevede una difficoltà crescente e serve per misurare la capacità di risolvere problemi sempre più complessi.
- Test per il calcolo del QI dell’associazione internazionale MENSA: Si tratta di un prova costituita da 35 problemi logici da risolvere entro 25 minuti direttamente online.
Il test ufficiale più utilizzato per la misurazione del quoziente intellettivo è la scala di Wechsler. Ne esistono tre diverse, suddivise per fasce di età. Al termine del test si ottiene un punteggio, che serve proprio per misurare il livello di abilità intellettiva. In base alla scala di Wechsler il QI normale, vale a dire il livello medio di intelligenza umana, è pari a 100. Qual è la scala di QI da tenere in considerazione? Secondo dei calcoli statistici sui risultati dei test, 1 persona su 2 ha un QI pari a 100, considerato il punteggio standard. Da 100 in poi si parla di deviazioni dalla media, che vengono calcolate di 15 punti in 15 punti. Ovviamente, più il QI aumenta e più diminuisce la percentuale di persone in grado di raggiungere quel determinato punteggio. Cosa significa? Ottiene un punteggio di 115 una persona su 6,3; raggiunge 130 di QI una persona su 44 e ottiene 145 una persona su 741 e così via.
È importante distinguere tra due tipi di intelligenza:
- Intelligenza fluida: rappresenta qualità come deduzione, induzione, flessibilità, capacità di adattarsi a nuove situazioni senza farsi condizionare dal proprio bagaglio di conoscenze, rapidità intellettuale, memoria operativa. Si tratta cioè di una forma di intelligenza derivante da fattori genetici, che raggiunge il suo picco in fase giovanile e rimane poi stabile nel corso della successiva esistenza di una persona.
- Intelligenza cristallizzata: insieme di qualità e capacità derivanti dall’apprendimento e rappresentanti il livello di sviluppo cognitivo di una persona. Di cosa si tratta nello specifico? Abilità verbali, ottimizzazione dell’esperienza, orientamento spaziale ecc.
Il risultato del test sul quoziente intellettivo non è esaltante? Non bisogna farsi assalire dall’ansia. L’esito del quiz, infatti, può essere influenzato da una serie di fattori, come la scarsa concentrazione, l’esecuzione in un ambiente non funzionale (rumori, distrazioni), la tensione, la mancanza di sonno e così via. Un altro dei fattori condizionanti nel calcolo del quoziente intellettivo, per esempio, potrebbe essere la motivazione bassa. In alcuni casi questi quiz, soprattutto quelli online, si fanno più per gioco che per una reale intenzione di calcolare il proprio QI. I risultati di conseguenza possono essere falsati dal tipo di approccio. Fermo restando che l’allenamento nella risoluzione di quiz logici e matematici depone a favore di un punteggio più alto. Uno studente all’ultimo anno di superiori, per esempio, potrebbe fare il test per capire se l’università è un’opzione possibile, ma senza prendere alla lettera l’esito. Molte ricerche, infatti, hanno rivelato quanto sia complessa l’intelligenza umana, arrivando a formulare la teoria delle intelligenze multiple. Lo studente dell’esempio più sopra dovrebbe cioè considerare tutte queste forme di intelligenze prima di scegliere tra le diverse facoltà universitarie.
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