La guerra, un fenomeno intrinsecamente umano e storicamente ricorrente, lascia cicatrici profonde che vanno ben oltre le devastazioni fisiche. Le sue conseguenze si estendono inesorabilmente alla sfera della salute mentale, generando un complesso intreccio di cause e conseguenze che affliggono sia i combattenti che le popolazioni civili. Sebbene in passato i danni psicologici fossero spesso sottovalutati o trattati con superficialità, oggi la scienza ha identificato e denominato molte di queste sofferenze, tra cui spicca il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS). Questo disturbo insorge in individui che hanno vissuto eventi traumatici, mettendo a repentaglio la propria vita e sperimentando frequenti ricordi indesiderati che rievocano l'evento scatenante.

La Guerra come Catalizzatore di Malessere Psichico
La guerra non è un fenomeno circoscritto a conflitti su larga scala tra nazioni. Anche in contesti di tensione continua, come quello attuale in Ucraina, lo stress e l'agitazione per il presente e per il futuro hanno un impatto tangibile sulla salute mentale. I bambini, in particolare, manifestano livelli aumentati di ansia e depressione, con ripercussioni negative che possono protrarsi fino all'età adulta, compromettendo il benessere fisico e mentale. La costante allusione a scenari apocalittici, come una "Terza Guerra Mondiale" o l'uso di "bombe atomiche", alimenta un clima di ansia, paura e agitazione che può sfociare in depressione e, nei casi più gravi, in psicosi. A questi fattori si aggiungono gli effetti psicologici del distacco e della mancanza dei consueti riferimenti familiari e affettivi.
L'Impatto dell'Ambiente Militare sull'Individuo
L'ingresso nell'ambiente militare rappresenta per il giovane un radicale sradicamento dai propri punti di riferimento affettivi originari. Si ritrova catapultato in una nuova collettività, spesso percepita come estranea, e immerso in una vita di disciplina e gerarchia che può essere vissuta in opposizione alla libertà individuale. Dal punto di vista psicologico, questo inserimento può innescare una crisi, che non sempre si manifesta in modo acuto e che, anzi, può talvolta rivelarsi un processo proficuo di adattamento. Tuttavia, quando il disagio prevale, possono attivarsi meccanismi difensivi che portano all'isolamento e all'incapacità di creare nuove relazioni.
Dopo un primo impatto, generalmente traumatico, si attende che il militare comprenda l'atmosfera psicologica e le norme del suo nuovo "status" entro una o due settimane, riuscendo a regolare il proprio comportamento. Le manifestazioni cliniche del disadattamento possono assumere forme fisiche, con la somatizzazione dell'ansia (debolezza, scarsa attenzione, alterazioni del ritmo cardiaco) o ricadere sul comportamento. Queste ultime si traducono spesso in alterazioni della condotta, come la violazione ripetuta dei diritti altrui, delle norme e della disciplina di caserma. Possono manifestarsi anche condotte aggressive - alterchi, offese, risse - attraverso le quali il giovane esprime la propria protesta e il rifiuto verso un'Istituzione a cui non riesce ad adattarsi, trasponendo il disagio in un altro linguaggio. Tali manifestazioni possono accompagnarsi a stati influenzali persistenti o recidivanti, o a frequenti infortuni di lieve entità durante gli addestramenti.
In questi casi, il ruolo dello psicologo, in sinergia con il personale medico, diventa fondamentale. L'intervento psicologico è mirato a supportare il giovane nel momento di massima crisi e ad aiutarlo a rielaborare i propri vissuti, riattivando meccanismi di adattamento come la capacità di differire una gratificazione, trovare una distanza emotiva dalle situazioni stressanti o gestire impulsi e stati d'animo spiacevoli.
È cruciale sottolineare che lo "stress della vita militare", pur essendo significativo, necessita di una predisposizione individuale per sfociare in un disturbo psicopatologico. La vulnerabilità della personalità gioca un ruolo determinante.

L'Impatto delle Guerre sulla Salute Mentale Civile
Le guerre rappresentano un terreno fertile per l'insorgenza di disturbi psicopatologici anche nella popolazione civile. Numerose meta-analisi hanno confermato un'elevata prevalenza di disturbi come il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) e la Depressione Maggiore (DM) nei civili esposti ai conflitti. Le stime indicano prevalenze che oscillano tra il 26.5% e il 27% per il DPTS e tra il 23.31% e il 26% per la DM. Le comorbilità sono elevate, con circa il 55.6% di coloro che ricevono una diagnosi di DPTS che presentano anche una diagnosi di DM.
Una meta-analisi recente ha integrato dati su oltre 316 milioni di civili sopravvissuti a guerre, evidenziando un impatto drammatico sulle loro vite. Si stima un totale di 3 o 4 milioni di "disability-adjusted years" (anni di vita corretti per disabilità) persi rispettivamente per DPTS e DM. In sintesi, almeno una persona su quattro ha ricevuto una diagnosi di DPTS o DM, e una su otto entrambe le diagnosi.
Studi specifici analizzano l'impatto delle guerre sulla popolazione civile: si stima che almeno il 10% della popolazione femminile subisca abusi sessuali, con conseguenze fisiche e psicologiche devastanti, tra cui sintomatologia ansiosa, depressiva e post-traumatica, isolamento e rifiuto sociale. L'impatto delle guerre sulla salute mentale di bambini e genitori è anch'esso significativo, creando un circolo vizioso di sofferenza emotiva. Le guerre sono un esempio lampante di meccanismi post-traumatici transgenerazionali, che si riverberano di generazione in generazione attraverso forme di attaccamento insicuro, limitata disponibilità parentale e sintomi ansiosi e depressivi. Traumi collettivi, come l'Olocausto, sono stati associati a effetti fisiologici transgenerazionali, come un'aumentata prevalenza di patologie oncologiche.
Guerra e psiche, dai traumi da stress estremi all'"infezioni psichica" collettiva
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS)
Il Disturbo da Stress Post-Traumatico (DPTS), noto anche come PTSD, è inserito nel DSM-5 nella categoria dei "Disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti". In passato, era definito "nevrosi da guerra" poiché frequentemente osservato nei soldati impegnati in battaglia. La sua caratteristica essenziale è lo sviluppo di sintomi specifici a seguito dell'esposizione a uno o più eventi potenzialmente traumatici, eventi che interrompono il normale flusso della vita di un individuo.
I sintomi del DPTS solitamente insorgono entro tre mesi dal trauma, ma possono manifestarsi anche a distanza di mesi o anni. Le manifestazioni cliniche sono varie, ma il sintomo cardine è lo sviluppo di una serie di sintomi ansioso-depressivi.
- Sintomi Intrusivi: Riguardano prevalentemente immagini relative all'evento traumatico, percepite come incontrollabili e disturbanti. Possono manifestarsi durante il giorno o sotto forma di incubi notturni.
- Evitamento: Strategie mirate a evitare qualsiasi stimolo che ricordi il trauma, come luoghi, situazioni o persone associate all'evento.
- Alterazioni Cognitive ed Emotive: Amnesia post-traumatica (incapacità di ricordare l'evento), sviluppo di idee negative su sé stessi, gli altri e il mondo, sensazione di distacco emotivo, depressione e incapacità di provare emozioni positive.
- Iperattivazione Psicomotoria: Irritabilità, rabbia, comportamenti violenti e distruttivi.
La diagnosi di DPTS può essere ulteriormente specificata dalla presenza di depersonalizzazione (sensazione di non essere in contatto con sé stessi, come se ci si guardasse dall'esterno) e derealizzazione.
È importante sottolineare che non tutti gli eventi traumatici portano allo sviluppo di DPTS. Nella maggior parte dei casi (70-80%), i sintomi di disagio psicologico tendono a risolversi spontaneamente.
Strategie di Affrontamento e Guarigione dal DPTS
Affrontare e guarire dal DPTS richiede un approccio multidisciplinare. Spesso le persone provano vergogna per i propri sintomi o tentano di gestire il trauma da sole, aggravando la condizione e rischiando la cronicizzazione. Il supporto sociale e familiare, sia prima che dopo l'evento traumatico, si rivela un fattore protettivo significativo.
Le strategie terapeutiche più efficaci includono:
- Supporto Medico e Psichiatrico: Rivolgersi al proprio medico di fiducia per una prima valutazione e, se necessario, essere indirizzati a uno psichiatra per una diagnosi e un eventuale supporto farmacologico, o a uno psicoterapeuta.
- Psicoterapia:
- EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): Una tecnica che facilita l'elaborazione dei traumi attraverso la stimolazione bilaterale.
- Terapia Cognitivo-Comportamentale focalizzata sul trauma: Approcci terapeutici mirati a modificare pensieri e comportamenti disfunzionali legati al trauma.
- NET (Narrative Exposure Therapy): Basata sulla narrazione degli eventi traumatici come strumento terapeutico per ridurre i sintomi e favorire la ricostruzione di una storia coerente, recuperando identità e dignità personale.

L'Eredità Storica dei Traumi Militari
La storia militare è costellata di esempi che illustrano le profonde ferite psicologiche inflitte dalla guerra. La Prima Guerra Mondiale, in particolare, ha rappresentato un punto di svolta nella comprensione e nel trattamento delle patologie psichiatriche legate al conflitto. Le cartelle cliniche dell'epoca descrivono scenari drammatici: soldati affetti da regressione infantile, spogliarsi e correre, manifestazioni isteriche, stati di prostrazione, mutismo, allucinazioni e deliri.
In Italia, dopo la sconfitta di Caporetto nel 1917, fu istituito un Centro di Prima Raccolta per gestire il flusso di soldati con disturbi mentali. Inizialmente, i medici tendevano a ricondurre tali disturbi a fattori congeniti o a considerarli finzione, rendendo la vita nei centri di raccolta e negli ospedali psichiatrici estremamente dura, con pratiche mediche invasive e dolorose.
La definizione di "malattia dipendente da cause di servizio" divenne cruciale per l'assegnazione di pensioni d'invalidità, ma spesso l'ultima parola spettava agli apparati militari, creando controversie e dibattiti sulla reale causalità dei disturbi legati alla guerra. La psichiatria italiana dell'epoca, fortemente orientata verso l'organicismo, faticava a riconoscere la causalità psichica delle emozioni, cercando di ricondurre ogni disturbo a uno squilibrio organico.
Il Panico e le Reazioni Estreme al Combattimento
Il panico, definito come un fenomeno psicopatologico collettivo scatenato da un pericolo mortale e dall'incertezza della battaglia, è sempre stato una componente del mondo del combattente. Porta a una perdita di controllo emotivo e a un oscuramento dei pensieri, generando reazioni catastrofiche. Lo studio del panico è evoluto da una descrizione storica a una ricerca scientifica oggettiva, evidenziando come esso nasca da una percezione, spesso imprecisa e immaginaria, di un pericolo incombente e insormontabile.
Il panico è altamente contagioso e disorganizza il gruppo, portando a fughe disperate o a paralisi totale. Si sviluppa tipicamente in quattro fasi: preparazione (timori, vulnerabilità, demoralizzazione), shock (irruzione dell'angoscia), reazione (comportamenti anarchici di stupore e fuga) e risoluzione (calma, reciproco aiuto, ristabilimento dell'ordine).
Le condizioni che favoriscono il panico includono l'allerta prolungata, la paura, scarsi rifornimenti, privazione del sonno, perdite subite, bombardamenti e sconfitte. Un semplice rumore, un grido, l'impiego di armi sconosciute, la sorpresa o cattive condizioni di visibilità possono scatenare terrore e equivoci fatali. Le tecniche di guerra psicologica sfruttano il panico come arma per indurre alla fuga il nemico.
La Guerra e la Trasformazione della Psiche
Le guerre moderne, con le loro specificità (come la guerra N.B.C. - nucleare, biologica e chimica), utilizzano il terrore a scopo dissuasivo. Il panico sembra manifestarsi più frequentemente nelle retroguardie, mentre le truppe impegnate nell'azione tendono maggiormente al combattimento. Lo studio del panico a livello di piccole unità di gruppo rivela come la regolamentazione di questi comportamenti sia strettamente legata alle interazioni individuali. Sul piano antropologico, la prevenzione del panico richiede la rivalutazione dei fattori umani, il rinforzo della solidarietà e l'identificazione degli individui con il loro gruppo.
La paura, in questo contesto, assume il ruolo di stimolo sociale, essendo straordinariamente trasmissibile. Non è l'esteriorizzazione della paura da parte di alcuni a contagiare gli altri, ma piuttosto la capacità di interpretare i segni visibili della paura come indici di una situazione pericolosa sconosciuta.
Fenomeni di violenza collettiva, come la guerra, provocano forme di psicopatologie molto gravi. I traumi intenzionali, indotti da esseri umani su altri esseri umani, con una maligna intenzionalità nel provocare sofferenza psichica, possono sfociare in traumi con forme allucinogene, ricordi traumatici e deliri di persecuzione. Stati schizoidi o schizofrenici possono verificarsi dopo fenomeni di deprivazione, descritti in letteratura come "deprivazione sensoriale totale".
Fattori Sociologici e Psicologici nell'Esercito
Le condizioni sociologiche generali hanno un impatto significativo sui combattenti. Il morale, legato all'entusiasmo patriottico e a un ideale, è un fattore determinante. Soldati meglio selezionati e addestrati presentano minori rischi di cedimento psicologico. L'esercito statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale ha visto un elevato numero di disturbi psichiatrici dovuti a una preparazione psicologica inadeguata, con reclute non abituate al pericolo e convinte che la guerra riguardasse principalmente le truppe d'élite.
Al contrario, nell'esercito del III Reich, i soldati con reazioni isteriche, disturbi di personalità o depressione erano sottoposti a punizioni severe, poiché si temeva potessero demoralizzare il gruppo. I disturbi venivano trattati come malattie organiche, ignorando le condizioni psicologiche generali. Gli psichiatri tedeschi erano ossessionati dall'aspetto intenzionale del disturbo, ritenendo che la malattia liberasse l'uomo dai suoi doveri.
La guerra di movimento, soprattutto se vittoriosa, è stata considerata meno psicogena della guerra di posizione o di trincea. In condizioni critiche, come l'assedio di Stalingrado, l'istinto di sopravvivenza poteva prevalere sulla paura, permettendo agli uomini di mobilitare le ultime energie per sopravvivere.
La Fanteria e le Truppe Speciali: Vulnerabilità e Resilienza
La fanteria, cuore dell'esercito e mezzo primario di attacco, ha sempre pagato il prezzo più elevato in termini di violenza e sacrifici. L'asprezza dei combattimenti, le condizioni precarie di vita, le marce spossanti, l'attesa prima dell'assalto, generano un'angoscia permanente e una costante consapevolezza della precarietà della vita. I fanti sono estremamente vulnerabili, vivendo nell'incertezza del momento e del domani.
Le truppe aerotrasportate, come i paracadutisti, rappresentano un gruppo a parte, oggetto di particolare interesse psicologico. Il salto è l'evento determinante, un passaggio brutale nell'ignoto, che aggiunge uno shock emotivo al trauma fisico. I paracadutisti, selezionati per le loro qualità fisiche e stabilità emotiva, mostrano a volte una modificazione dei sentimenti etici, con l'aggressività che trova libero sfogo, riconducibile a frustrazioni e rifiuti precedenti. Similmente, le truppe specializzate nell'attacco, come le truppe da sbarco, condividono uno spirito offensivo orientato alla distruzione e alla morte dell'avversario. Prima di un rigoroso processo di selezione, queste "truppe d'urto" presentavano un'importante patologia psichiatrica nei soggetti più fragili.
Un'altra sindrome manifestata dai paracadutisti è il "rifiuto al salto", peraltro meno frequente grazie ai miglioramenti dei dispositivi di sicurezza.
La Guerra Moderna e la Salute Mentale
I conflitti armati contemporanei continuano a produrre un'ampia serie di conseguenze dolorose, con un impatto negativo sulla vita dei sopravvissuti. Le revisioni sistematiche evidenziano un aumento dei tassi di prevalenza di ansia, depressione e DPTS tra le persone esposte ai conflitti, con donne e bambini che rappresentano i soggetti più vulnerabili. Fattori di stress legati alla guerra, alla migrazione e al post-migrazione contribuiscono allo sviluppo di problemi di salute mentale a breve e lungo termine.
È una responsabilità sociale per psichiatri e associazioni impegnarsi a sensibilizzare i decisori politici sulle conseguenze della guerra sulla salute mentale, come parte del loro dovere di prendersi cura delle persone che subiscono gli effetti dei conflitti. L'impatto della guerra sulla salute mentale delle persone rifugiate o che vivono in zone di guerra richiede un'attenzione costante e interventi mirati per mitigare le sofferenze e promuovere il recupero.
