Togliamo il Disturbo: La Scuola Italiana tra Crisi Culturale e Libertà di Scelta

La scuola italiana si trova oggi ad affrontare una crisi profonda, un declino culturale che Paola Mastrocola, con il suo incisivo saggio "Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare", analizza con lucidità e passione. Il libro non è solo una critica all'attuale sistema educativo, ma un vero e proprio atto d'accusa verso una generazione e un modello culturale che hanno progressivamente smantellato il valore della conoscenza, lasciando un futuro potenzialmente arido di significato.

La Realtà Sotto gli Occhi: Giovani Assenti e Disconnessi

La prima parte del saggio di Mastrocola è un affresco crudo e realistico della quotidianità scolastica, un'introspezione che parte dall'esperienza diretta dell'autrice, docente di lettere in un liceo scientifico di Torino. Le scene descritte sono quelle che si presentano ogni giorno agli occhi di chi vive e lavora nel mondo della scuola: giovani disattenti, assenti, persi nel mondo virtuale delle chat, lontani dall'impegno dello studio.

giovani in classe distratti

Gli studenti sono ritratti con un'immagine esteriore curata ma con uno sguardo assente: "Hanno ciuffi scomposti e occhi addormentati. Giubbotti striminziti e jeans abbassati e lunghissimi, con la stoffa che si accascia esorbitante sul collo delle scarpe. Le mani in tasca, lo zaino in spalla. I cinturoni bassi, le scarpe da ginnastica grosse, gonfie, colorate. A volte dorate. Hanno zaini obesi, spropositati, appesi a una spalla, sbattuti a terra, cariche di scritte, adesivi, mostri, piccoli peluche “peluscini”." Questa apparenza, tuttavia, nasconde una profonda vacuità intellettuale.

Il dato allarmante emerge con la presentazione dei risultati di un test di ingresso al liceo scientifico: "Risultato neanche una sufficienza su venticinque allievi, mentre su tutta la scuola venti studenti rispondono in modo adeguato su 250." Questo dato, sconcertante, evidenzia come gli studenti, dopo anni di scuola dell'obbligo, giungano all'appuntamento liceale impreparati. Le competenze di base in matematica e italiano sono carenti: "In matematica non sanno calcolare nemmeno il minimo comune multiplo e il massimo comun divisore; in italiano sono al palo: grafia, sintassi, analisi logica e grammaticale sono tabù."

L'immagine che ne deriva è quella di una massa "svogliata", priva di personalità, accomunata solo dalla moda del momento. La vergogna di farsi trovare impreparati sembra essere scomparsa. La maggior parte degli studenti "non studia e non se ne preoccupa più di tanto, anzi fa parte del modo di essere." L'atteggiamento descritto è di disinteresse quasi ostentato, un rifiuto implicito dell'impegno scolastico.

Ciò che questi ragazzi fanno dopo la scuola è "tutto tranne che studiare." Le loro giornate sono scandite da attività ludiche, socializzazione virtuale e svago, con un ricorso frequente a ripetizioni per risolvere problemi scolastici imminenti. La Mastrocola individua una causa fondamentale in questa disaffezione: "perché noi non abbiamo insegnato loro per davvero, e sul serio a leggere (capire) il senso delle parole di un libro." La paura della difficoltà, la mancanza di tempo dedicato all'educazione all'amore per le parole e per le idee che esse veicolano, sono individuate come le radici del problema. La generazione nata negli anni Cinquanta, quella del Sessantotto, è indicata come la principale responsabile di questo declino culturale.

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Una Ricostruzione Storica: Dalla Scuola di Barbiana alla Gelmini

La seconda parte del saggio intraprende un'affascinante, seppur personale, ricostruzione storica dell'evoluzione della scuola italiana, un "viaggetto da don Milani alla Gelmini." Questo percorso si snoda attraverso momenti chiave che hanno segnato il dibattito pedagogico e le politiche scolastiche del paese.

La "disintegrazione culturale" che ha investito la società e la scuola viene fatta risalire, secondo l'autrice, a innovazioni nella trasmissione radiofonica come "Chiamate Roma 3131" (dal 1969), che introdusse la figura del conduttore che parlava troppo e la possibilità di intervento del pubblico. Questo portò al "trionfo del “chiunquismo” e dell’incompetenza," dove tutto divenne relativo e ognuno si sentiva autorizzato a dire la sua su ogni argomento.

Un punto di svolta cruciale è rappresentato dalla pubblicazione, nel 1967, di "Lettera a una professoressa" di Don Milani e della Scuola di Barbiana. La lettera di un ragazzo della scuola di Barbiana alla sua ex professoressa delle medie chiedeva di smettere di insegnare materie percepite come lontane e umilianti per i figli di contadini e montanari, come l'Eneide, l'Iliade, le poesie del Foscolo, i castelli della Loira e i problemi di geometria, definite "cose inventate dai ricchi per umiliare i poveri, per farli sentire inadeguati." Il concetto di lingua corretta viene messo in discussione, affermando che "Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a ricrearle all’infinito. I ricchi la cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo."

copertina del libro

Il libro di Don Milani divenne un mito, sposandosi con la protesta studentesca e l'ideologia comunista e cattolica di quegli insegnanti desiderosi di cambiare una scuola ritenuta classista. Questo portò, gradualmente, all'abbandono di materie considerate meno utili, come il latino o la letteratura.

Nel 1973, Gianni Rodari pubblicò "La grammatica della fantasia," proponendo una scuola basata sulla fantasia, sul gioco e sulla creatività, dove i bambini potessero imparare a scrivere filastrocche, poesie e racconti. Rodari auspicava una scuola "divertente e allegra dove si poteva ridere e giocare," notando che "Nelle nostre scuole - scriveva Rodari- generalmente parlando si ride troppo poco." La conseguenza, secondo Mastrocola, fu la percezione di materie come la grammatica, la storia, la letteratura come noiose, portando alla decisione di non insegnarle più con convinzione, o di trattarle come un gioco.

Le "Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica," redatte nel 1975 dall'associazione Giscel, diedero una lettura politica alle materie di studio, influenzando i piani di governo, in particolare durante il mandato di Luigi Berlinguer come Ministro dell'Istruzione (1996-2001).

Il Grido Disperato: "Togliamo il Disturbo"

La parte conclusiva del saggio si concentra sulla scuola di oggi, analizzando il progressivo disinteresse verso concetti come "studio," "cultura" e "letteratura." In questo contesto, emerge con forza il grido disperato "Togliamo il disturbo," che invoca la libertà sia di studiare che di non studiare.

L'istruzione attuale, secondo Mastrocola, non segue più le inclinazioni vere degli studenti, anzi, tende a deviarli verso percorsi che portano alla disoccupazione, ignorando la reale richiesta del mercato del lavoro italiano, che necessita di tecnici e operai qualificati.

La ricerca delle "inclinazioni" giovanili spinge Mastrocola a proporre un nuovo modello di scuola, articolato su tre indirizzi distinti:

  1. Indirizzo per il lavoro (Work-school): Dedicato a coloro che desiderano svolgere un lavoro manuale, diventare artigiani, geometri, meccanici, informatici, imparando a costruire, riparare e lavorare con diversi materiali. A questo si aggiungerebbe l'insegnamento di materie umanistiche e artistiche per una formazione completa.
  2. Scuola della comunicazione (Communication school): Un modello già promosso a livello europeo e ministeriale, che riflette la tendenza attuale verso la comunicazione digitale.
  3. Scuola per lo studio (Knowledge-school): Un percorso dedicato all'approfondimento della conoscenza e allo studio.

diagramma a tre indirizzi scolastici

La Mastrocola pone una domanda centrale: "Siamo sicuri che serva ancora andare a scuola?" Il saggio si interroga sul significato dell'istruzione in una società dominata dal consumo e dalla carta di credito, dove conoscenza e sapere sembrano aver perso il loro primato.

L'autrice, con ironia e analisi lucida, sollecita una riflessione sulle responsabilità condivise tra scuola e famiglie nell'abbassamento del livello culturale. L'idea che lo studio non sia più necessario per costruirsi un futuro promettente è ormai radicata.

Il libro punta il dito contro la generazione della scrittrice, ma lo fa senza moralismi, spronando genitori assenti e insegnanti disillusi a riaccendere nei giovani l'interesse per lo studio. La domanda che serpeggia è se una società "troppo ricca" non abbia perso l'urgenza di apprendere, preferendo l'immediatezza di internet e della chat allo studio approfondito.

Se la metà degli studenti di quarta ginnasio commette errori di ortografia e non sa calcolare il minimo comune multiplo, diventa un problema sociale che impone di chiedersi: "davvero tutti devono andare a scuola?" La democratizzazione dell'istruzione, intesa come diritto al successo formativo, ha portato, secondo Mastrocola, a un appiattimento culturale e a uno svilimento dei contenuti, trasformando la scuola in una sorta di "palude-parcheggio."

La Mastrocola propone un approccio "politicamente scorretto": non obbligare i ragazzi a studiare, ma lasciare loro la libertà di scegliere se dedicarsi allo studio o ad altre attività, riflettendo sulle conseguenze di tale scelta e ignorando pressioni sociali e familiari.

La Battaglia per la Cultura

"Questo libro è una battaglia, perché la cultura non abbandoni la nostra vita e prima di ogni altro luogo la nostra scuola, rendendo il futuro di tutti noi un deserto." Con queste parole, Mastrocola sottolinea la sua ferma volontà di difendere il valore della cultura umanistica, minacciata da un modello educativo che privilegia la superficialità e l'omologazione.

Il saggio è anche un atto d'accusa verso la generazione della scrittrice, per le "scelte disastrose" compiute e la mancanza di pentimento. Ma è soprattutto un appello ai giovani, affinché scelgano liberamente la propria vita, ignorando ogni pressione.

L'autrice critica la retorica delle "competenze" e la presunta rivoluzione cognitiva promossa dall'Unione Europea, vedendovi una "mascheratura ideologica di una concezione servile della manodopera nel mondo del lavoro globalizzato e precarizzato." La burocrazia ministeriale, ossessionata dalla certificazione e dalla ridefinizione del linguaggio, fornisce indicazioni ambigue e contraddittorie.

La Mastrocola solleva preoccupazioni riguardo all'impatto delle nuove tecnologie e del Web sulla mente umana. L'iperconnessione e la facilità di accesso alle informazioni rischiano di creare una generazione di "piccoli homines videntes e zappientes," portati a una comunicazione visiva che richiede una limitatissima concentrazione. Il rischio di una "demenza digitale di massa" è concreto, soprattutto se si considera la proposta di una "scuola dell'esperienza" ipertecnologica che faccia a meno dello studio e degli attuali metodi.

La sua "modesta proposta" per il futuro è una scuola divisa in tre direzioni distinte: work-school, communication-school e knowledge-school. L'obiettivo è evitare il pericolo dell'omologazione, permettendo a ciascuno di capire per cosa è nato, cosa vuole fare, indipendentemente dal pensiero comune. La scuola dovrebbe fornire le basi per scegliere se studiare o fare un lavoro manuale, se coltivare la terra o fare il tecnico di computer, "indipendentemente dalla famiglia di origine e dalle velleità dei genitori."

La libertà di scelta, sebbene non sia facile, potrebbe portare a una formazione superiore diversificata e piacevole, liberando la scuola dal conformismo e dalla superficialità che la stanno uccidendo. "Togliamo il disturbo" non è solo un saggio critico, ma un invito coraggioso a ripensare radicalmente il senso e lo scopo dell'istruzione nella società contemporanea.

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