Il Linguaggio Comportamentale: Uno Sguardo Sociologico sulla Comunicazione Umana

La sociologia, nella sua essenza, si dedica allo studio della società come un prodotto umano e, allo stesso tempo, dell'uomo come un prodotto sociale. Questa duplice prospettiva ci porta a considerare il comportamento umano non come un fenomeno isolato, ma come intrinsecamente legato alle dinamiche sociali che lo plasmano e che, a loro volta, vengono da esso modellate. Al centro di queste dinamiche si trova il linguaggio, non solo nella sua accezione verbale, ma in tutte le sue manifestazioni comportamentali.

La Complessità del Linguaggio e del Comportamento Sociale

Nel linguaggio comune, la complessità è spesso contrapposta alla semplicità o vista come sinonimo di complicazione. Tuttavia, nel contesto sociologico, la complessità del comportamento umano e del suo veicolo comunicativo, il linguaggio, rivela una profondità che va oltre la mera difficoltà. I rapporti tra gli individui, come sottolineato da Karl Marx, non sono altro che il loro porsi in relazione. Questa interazione si manifesta attraverso un complesso intreccio di segnali verbali e non verbali, che costituiscono il linguaggio comportamentale.

Evoluzione del linguaggio umano

Un esempio illuminante ci viene dagli studi sul comportamento degli scimpanzé e sulla loro attività sociale principale, il grooming. Questo termine inglese, che indica l'atto di spulciarsi reciprocamente, va oltre la sua funzione igienica. Il grooming rappresenta una pratica collettiva che si esegue seguendo precise norme di comportamento condiviso. Oltre a mantenere il corpo libero dai parassiti, rafforza le strutture sociali, facilita la sessualità e concorre alla soluzione delle dispute. È, in sostanza, un mezzo per mantenere coesa la comunità, riducendo al minimo la necessità di un'intimità fisica e sociale eccessiva, circostanza che tra l'altro favorisce lo sviluppo dell'individualità non conflittuale. Questo ci suggerisce come anche in specie non umane, comportamenti apparentemente semplici abbiano profonde implicazioni sociali.

Linguaggio: Strumento di Pensiero e Azione Sociale

Il linguaggio, definito come un sistema di segni (suoni, parole, gesti, ecc.) che assumono un significato e sono finalizzati alla rappresentazione di un pensiero e alla sua trasmissione, è un tema centrale per la sociologia. Il rapporto tra linguaggio e pensiero è stato oggetto di un vivace dibattito all'interno delle varie scuole psicologiche. Gli interrogativi riguardano lo sviluppo e l'uso sia del pensiero che del linguaggio, e l'eventuale priorità dell'uno rispetto all'altro.

Diagramma delle aree cerebrali legate al linguaggio

Per i comportamentisti, come B. J. Skinner, è fondamentale concentrare lo studio sul comportamento, e il pensiero, in sostanza, coincide con il linguaggio, basato sulla teoria stimolo/risposta. Un determinato comportamento, infatti, tende a ripetersi nel tempo se le conseguenze sono positive per chi lo pone in essere, mentre tende ad attenuarsi in caso contrario. Negli anni '50, Noam Chomsky creò una prima rottura con la teoria comportamentista, criticando Skinner. Il cognitivismo di Chomsky, nato come reazione al comportamentismo, ha dato un contributo rilevante allo studio del pensiero e dei suoi rapporti con il linguaggio, analizzando i processi cognitivi in ambito multidisciplinare e avendo ad oggetto lo studio della mente umana. Il cognitivismo pone l'accento sull'analisi dei processi conoscitivi, cioè sullo studio delle possibili forme di rappresentazione delle conoscenze. La sua idea di fondo è che i processi mentali siano algoritmi, ossia processi di calcolo, effettivamente descrivibili e automatizzabili. L’interesse dei cognitivisti è sempre stato rivolto all’individuazione di modelli, che sono una rappresentazione semplificata della realtà.

Il modello cognitivista trova la sua giustificazione teorica nell'epistemologia genetica di Jean Piaget. Secondo Piaget, il linguaggio è un aspetto di una più ampia capacità simbolica, che influenza il passaggio dall'intelligenza senso-motoria all'intelligenza rappresentativa. Il pensiero, quindi, precede il linguaggio ed è autonomo rispetto ad esso; lo sviluppo del linguaggio dipende dallo sviluppo delle strutture di pensiero. Piaget sostiene che, dai 2 ai 6/7 anni, il linguaggio del bambino può essere definito "egocentrico", nel senso della tendenza del bambino a percepire, capire e interpretare il mondo dal proprio punto di vista. A questa fase segue quella del linguaggio socializzato, nella quale il bambino riesce a tener conto del punto di vista altrui. Condizione necessaria per il passaggio da un tipo di linguaggio all'altro è lo sviluppo delle strutture di pensiero.

Una prospettiva diversa è quella di Lev Vygotskij, secondo cui pensiero e linguaggio sono in relazione dinamica. Il linguaggio è lo strumento psicologico più importante perché media tra il bambino e l'ambiente. La sua funzione è quella di attivare un contatto sociale e consente il passaggio dall'interpsichico all'intrapsichico. Inoltre, il linguaggio consente di organizzare le categorie di realtà, la rappresentazione del passato e la progettazione del futuro. Per Vygotskij, l'interiorizzazione del linguaggio è un passaggio evolutivo fondamentale che porta alla formazione delle funzioni psichiche superiori. Questo avviene già intorno ai 3 anni, quando il linguaggio interpersonale si scinde in un linguaggio socializzato con funzione comunicativa verso gli altri e in un linguaggio egocentrico che consente al bambino di avere un dialogo con se stesso che ne guida il pensiero e lo aiuta a risolvere problemi e pianificare le proprie azioni. Crescendo, poi, migliora la capacità di comunicazione verbale, interiorizza il linguaggio egocentrico e lo fa diventare il proprio linguaggio interiore, che permette al bambino di "pensare a parole", cioè in silenzio.

Jerome Bruner, pur condividendo le idee di Piaget, non concorda sul rapporto tra sviluppo del linguaggio e sviluppo del pensiero. Per lui, l'acquisizione del linguaggio è, infatti, indispensabile per lo sviluppo mentale. Interiorizzando le strutture linguistiche, il bambino si costruisce la realtà, utilizzando degli schemi simbolici (la categorizzazione, la generalizzazione, la casualità ecc.). La struttura del pensiero, però, riflette quella del linguaggio esistente in una certa cultura e pertanto è influenzata da essa. Per Bruner, i bambini, attraverso l'acquisizione di alcune strutture linguistiche, sono messi in condizione di rappresentarsi una situazione in modo indipendente da quello che vedono. Questa capacità è il problema centrale dello sviluppo cognitivo e trova nel linguaggio la sua manifestazione più evidente. Bruner sostiene che nel corso dello sviluppo si succedono tre fasi caratterizzate da codici rappresentativi diversi: una prima fase di rappresentazione attiva (schemi d'azione), una seconda fase di codice iconico (legato a immagini mentali) e una terza fase di rappresentazione simbolica (costruita su schemi astratti, appresi dalla cultura).

Dall'epistemologia genetica e dal cognitivismo si è sviluppata la corrente del costruttivismo, che non considera l'essere umano un semplice elaboratore di informazioni, ma un vero e proprio "costruttore di significato". L'ambiente non è solo un contenitore di dati fenomenici ma un insieme di simboli su cui si basano le esperienze e gli atti percettivi. La conoscenza sarebbe dunque il prodotto di una costruzione attiva da parte del soggetto, è strettamente collegata alla situazione concreta in cui avviene l'apprendimento e nasce dalla collaborazione sociale e dalla comunicazione interpersonale. Creare un ambiente di apprendimento fondato su tale assunto pedagogico è molto più complesso che progettare una serie di interventi didattici di tipo tradizionale.

Un linguaggio democratico per una società digitale | Vera Gheno | TEDxMestreSalon

Negli anni '90, Howard Gardner, partendo dalle teorie costruzioniste ma distaccandosene nei contenuti, elaborò la teoria delle nove forme di intelligenza umana. Egli affermò che per intelligenza non bisogna intendere solo la competenza logico-matematica, quella visivo-spaziale o linguistica, ma anche quelle corporea-cinestetica, musicale-ritmica, intrapersonale (comprendere se stessi), interpersonale (percepire e distinguere gli umori altrui) e naturalistica (sensibilità all'ambiente). Gardner critica il concetto di intelligenza unitaria che non può misurarsi in maniera univoca in quanto essa si esprime in diversi fattori. Nei suoi studi, l'autore ha approfondito gli effetti di tale teoria sul processo educativo, favorendo il superamento degli stereotipi educativi e puntando sulla creatività come strumento per l'educazione alla comprensione. In quest'ottica, diventa logico aspettarsi risultati diversi da ogni singolo studente a seconda del tipo di intelligenza che viene stimolato e da quanto questa sia sviluppata in lui. Non esiste dunque un livello unitario di performance, ma una risposta diversificata a seconda della tipologia e dell'ambito della prova.

La Sociolinguistica: Il Linguaggio nel suo Contesto Sociale

La sociolinguistica si basa sull'assunzione che il linguaggio sia, per molti rilevanti aspetti, un fenomeno sociale. Questa assunzione, peraltro, non è sempre condivisa dalle più note correnti teoriche della linguistica contemporanea, che sono anzi piuttosto inclini a ignorare programmaticamente i rapporti fra lingua e società e la natura del linguaggio come fenomeno sociale, trattandolo come sistema in sé, astratto dai suoi usi e dai suoi utenti. La sociolinguistica, invece, nasce specificamente dalla constatazione che la variazione linguistica ha spesso significato sociale e che il comportamento linguistico, in cui la variazione si manifesta, ha importanti conseguenze sociali.

Mappa delle varietà linguistiche in Italia

La pronuncia [sj] per [ʃ] nell'italiano del Nord, l'uso alternato di francese e italiano da parte di immigrati di origine italiana in Canada, i saluti in yoruba, la doppia negazione in inglese, l'impiego di tedesco e ungherese nella comunità bilingue di Oberwart in Austria, la distribuzione dell'uso del dialetto nel bergamasco, la gestione verbale della compravendita presso i Tuareg, i problemi della comunicazione interetnica, la politica di tutela e promozione di una lingua minoritaria, le chiacchiere durante le visite di estranei a Samoa, il linguaggio giovanile - tutti questi fenomeni, pur essendo assai disparati, hanno in comune di riguardare l'impiego del linguaggio e contemporaneamente di possedere un significato sociale, di essere cioè in correlazione con fattori sociali.

All'interno della sociolinguistica, si distingue tra:

  • Sociolinguistica in senso stretto (o "sociolinguistica della lingua"): si occupa della variazione interna di un sistema linguistico e della correlazione fra produzioni linguistiche e fatti sociali.
  • Sociologia del linguaggio (o "sociolinguistica della società"): ha come proprio campo di studio la differenziazione all'interno dei repertori linguistici, la distribuzione sociale di lingue e varietà di lingua e i loro rapporti nell'uso, negli atteggiamenti, nelle norme e nei valori della comunità parlante.

Il punto di partenza della sociolinguistica è rappresentato dai concreti usi della lingua nella vita quotidiana da parte di determinati parlanti membri di una comunità sociale ("come parla la gente"). È di immediata constatazione che tali usi hanno come loro caratteristica preminente di variare. Mentre una certa quantità delle differenze nel comportamento linguistico risulta casuale, una gran parte appare dotata di significato sociale, nel senso che fornisce informazioni o consente di fare inferenze su diversi aspetti socialmente rilevanti relativi alla persona che parla. Molti fatti inerenti alla lingua e al comportamento linguistico funzionano dunque da indicatori sociali, fornendo indicazioni sulla collocazione sociale del parlante, sul suo grado d'istruzione, sulla sua professione, sulle norme e consuetudini in atto in una certa cultura e società.

Uno dei concetti cardine in sociolinguistica è la variabile sociolinguistica, definita come la gamma di modi diversi di realizzare una certa unità del sistema linguistico (ciascuno dei quali è una "variante"), correlati, o più tecnicamente in covariazione, con fattori sociali. William Labov, figura emblematica in questo campo, ha introdotto il costrutto della "struttura sociolinguistica" come rappresentazione di una variabile sociolinguistica.

Le ricerche sociolinguistiche hanno evidenziato come i comportamenti linguistici e le varianti non siano socialmente neutri. Sono sottoposti a un'evidente valutazione sociale: le valutazioni sociali sono ben riconoscibili anche attraverso lo studio degli atteggiamenti linguistici. I comportamenti linguistici e le varianti non sono socialmente neutri, equipollenti, bensì sono sottoposti a una evidente valutazione sociale. Le varianti linguistiche, come i dialetti o i gerghi, possono essere utilizzate come risorsa e strumento di differenziazione sociale o culturale, come nel caso del rap giovanile.

Linguaggio, Potere e Identità

Il concetto di "competenza comunicativa", introdotto da Dell Hymes, si riferisce alla competenza riguardo a quando parlare e quando tacere, e riguardo a che cosa dire, a chi, quando, dove, in quale modo. Questa competenza, che ogni bambino acquisisce interiorizzando "la conoscenza delle frasi non soltanto in quanto grammaticali ma anche in quanto appropriate", riguarda tutto il "balletto rituale" della comunicazione, nei suoi vari aspetti strategici, conflittuali, negoziali, emozionali, corporei e gestuali. La competenza comunicativa può essere vista come risorsa, come un capitale linguistico che i parlanti investono nei giochi contrattuali della vita sociale.

Pierre Bourdieu, sociologo francese, ha teorizzato il "mercato linguistico", secondo cui i rapporti di comunicazione, e in particolare gli scambi linguistici, sono anche rapporti di potere simbolico. Parole e discorsi sono segni di ricchezza destinati ad essere valutati e stimati come segni di autorità. Le classi inferiori sono ridotte all'astensione o al silenzio; l'atto linguistico si dà solo nel momento in cui chi lo pronuncia è legittimato a farlo. L'atto linguistico può al limite esprimere e rappresentare l'autorità. La teoria di Bourdieu del capitale (e del mercato) linguistico si lega anche alla teoria degli atti linguistici di Austin e Searle, secondo cui il potere è legittimo solo se chi è sottoposto a tale potere ne riconosce l'autorità. L'atto linguistico è un "rito di istituzione" nel senso che sancisce un determinato stato di cose e modifica lo status del ricevente dell'atto.

Secondo Basil Bernstein, esiste una relazione tra disuguaglianza linguistica e disuguaglianza sociale. Le diverse pratiche di socializzazione, legate anche alla classe di appartenenza, influenzano lo sviluppo del comportamento sociale del bambino tramite l'uso di determinati "codici" linguistici.

La Comunicazione Interculturale e le sue Sfide

La comunicazione interculturale è uno scambio comunicativo tra parlanti con background culturali diversi, a cui non è alieno il fenomeno di fraintendimento e quindi fallimento della comunicazione. Nel presentare una possibile teoria della competenza comunicativa interculturale, si distinguono tre teorie principali:

  1. Teoria di Wiemann: Competenza comunicativa come abilità nel scegliere la strategia migliore per conseguire obiettivi strumentali, salvare la faccia e mantenere l'allineamento degli interlocutori.
  2. Teoria di Spitzberg: Riprende lo schema di Wiemann inserendolo in un modello basato su tre dimensioni: motivazionale, pratica e cognitiva.
  3. Teoria di Gudykunst (AUM): Modello teorico basato su quattro livelli analitici: individuale, interpersonale, intergruppo e culturale.

In generale, la comunicazione interculturale si trova a fare i conti con una serie di produzioni discorsive che vanno considerate con attenzione per la loro ambiguità di fondo. Ad esempio, il linguaggio politicamente corretto reca con sé il rischio di demonizzare eccessivamente certi termini. Le retoriche del multiculturalismo, inoltre, possono portare all'equivoco di considerare gli individui di diversa provenienza geografica come portatori di una sorta di purezza culturale da salvaguardare. In realtà, l'identità stessa è una costruzione negoziale e situazionale a tutti i livelli, da quello individuale a quello collettivo, prodotto da continue definizioni e ridefinizioni. Esistono persone, non culture.

Linguaggio e Contesto: La Pragmatica e gli Atti Linguistici

La pragmatica è la disciplina linguistica che studia il linguaggio nel suo contesto d'uso, analizzando come il significato non sia solo una proprietà intrinseca delle parole, ma emerga dall'interazione tra i parlanti, la situazione comunicativa e le loro intenzioni. I cinque assiomi della pragmatica, formulati dalla Scuola di Palo Alto, costituiscono i pilastri teorici per comprendere la natura ineludibile e complessa della comunicazione umana:

  1. Non si può non comunicare: Ogni comportamento, intenzionale o non intenzionale, in presenza di un altro individuo, è comunicazione.
  2. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione: Il contenuto trasmette l'informazione esplicita, mentre l'aspetto di relazione definisce il tipo di rapporto tra gli interlocutori.
  3. La natura della relazione dipende dalla "punteggiatura" delle sequenze di comunicazione: L'interpretazione che ciascun interlocutore dà alla sequenza degli scambi.
  4. Si comunica sia col modulo numerico (verbale) che analogico (non verbale): Il modulo numerico è il linguaggio verbale, quello analogico comprende tutti gli aspetti non verbali.
  5. Gli scambi sono simmetrici o complementari: Una relazione simmetrica è basata sull'uguaglianza, una complementare sulla differenza.

La teoria degli atti linguistici, sviluppata da John Austin, rivoluziona la concezione del linguaggio postulando che parlare non sia semplicemente descrivere la realtà, ma agire su di essa. Ogni enunciato si compone di tre livelli distinti: l'atto locutorio (l'atto di dire qualcosa), l'atto illocutorio (l'intenzione comunicativa) e l'atto perlocutorio (l'effetto sull'ascoltatore).

La Psicologia Sociale della Comunicazione

La psicologia sociale della comunicazione studia come le persone si influenzano a vicenda attraverso i processi comunicativi. Si tratta di un campo che unisce le scienze del comportamento e quelle sociali, ponendo al centro il modo in cui il linguaggio, i gesti e le emozioni costruiscono la realtà delle relazioni umane. Comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni: significa costruire, ogni giorno, una realtà condivisa. Ogni parola è influenzata dal contesto sociale, culturale e affettivo in cui nasce. La comunicazione è un processo interattivo e bidirezionale, in cui mittente e destinatario costruiscono insieme significati condivisi.

Icone che rappresentano comunicazione verbale e non verbale

Un aspetto centrale è la differenza tra comunicazione verbale e non verbale. La comunicazione non verbale, spesso inconsapevole, utilizza il corpo, il tono di voce, la postura e gli sguardi per trasmettere emozioni e atteggiamenti. La prossemica (studio dell'uso dello spazio), la mimica facciale, la cinesica (linguaggio del corpo) e la comunicazione paraverbale (tono, ritmo, volume della voce) sono tutti elementi fondamentali per comprendere le dinamiche interpersonali.

L'importanza dell'ascolto attivo, del contatto visivo appropriato, di una postura aperta e di un tono sicuro sono competenze concrete che trasformano le interazioni quotidiane, sia nel lavoro che nelle relazioni personali. Riconoscere i segnali di tensione (come braccia incrociate o toni accesi) permette di intervenire prima che una discussione degeneri, gestendo i conflitti con maggiore efficacia.

In definitiva, il linguaggio comportamentale, nella sua vasta e complessa articolazione, è lo strumento primario attraverso cui gli esseri umani costruiscono, mantengono e trasformano la propria realtà sociale. Dallo studio del grooming negli scimpanzé all'analisi delle più sottili sfumature della comunicazione interculturale, la sociologia ci offre gli strumenti per comprendere come il linguaggio sia intrinsecamente legato alla nostra natura di animali sociali e alla costruzione delle nostre identità.

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