La fenomenologia, con la sua profonda indagine sull'esperienza vissuta e sulla struttura della coscienza, ha esercitato un influsso notevole e duraturo nei campi della psichiatria, della psicoterapia e della psicoanalisi. Molti professionisti contemporanei continuano a trarre ispirazione dalle riflessioni di pensatori come Husserl, Minkowski, Jaspers, Heidegger, Szilasi e Binswanger. Questo articolo si propone di esplorare il nesso tra la fenomenologia e la comprensione della psiche umana, concentrandosi in particolare sull'opera di Ludwig Binswanger e, in parallelo, sulle implicazioni del pensiero di Martin Heidegger, senza trascurare i contributi di Franco Basaglia.
Verso le Cose Stesse: L'Intento Fenomenologico
Il motto fenomenologico di "andare verso le cose stesse" non implica un raggiungimento letterale, ma un approccio volto a cogliere l'essenza dell'esperienza così come si presenta. A differenza di filosofie come il positivismo oggettivista, che si concentrano sulle rappresentazioni e sul linguaggio delle cose, la fenomenologia mira a un contatto diretto con l'ente nella sua immediatezza. Mentre una filosofia oggettivista analizza la validità di enunciati come "l'acqua bolle a 100°C" o "ogni bambino attraversa il complesso edipico", concentrandosi sulle condizioni di verità, la fenomenologia si interessa all'acqua bollente stessa, ai bambini e alle loro dinamiche psicologiche, non come concetti astratti, ma come esperienze vissute.

La fenomenologia, paradossalmente, nasce da un programma radicalmente anti-psicologico, negando la possibilità di studiare l'anima (psyche) separatamente dal suo essere-nel-mondo, dal suo intrinseco tendere verso le cose e dal suo stare in mezzo ad esse. Questo significa che la mente, lo spirito o la coscienza non possono essere analizzati in isolamento, ma sempre all'interno del contesto del mondo in cui sono situati. Edmund Husserl, fondatore della fenomenologia, ha evidenziato che "la coscienza è sempre coscienza di qualche cosa, e sempre secondo una certa modalità". Il soggetto non è una monade isolata, ma è sempre in situazione. Per questo, Husserl definiva la fenomenologia una "scienza delle ovvietà", poiché si focalizza sull'intenzionalità della coscienza: il fatto che siamo coscienti di qualcosa e sempre secondo un determinato modo.
L'intuizione fenomenologica è intrinsecamente anti-analitica, poiché si sforza di non separare mai il soggetto dai suoi oggetti. Consideriamo l'atto di osservare un libro. Se lo percepiamo come un oggetto d'arredo, l'intenzionalità è estetica. Se invece decidiamo di prenderlo per aprirlo, esso diventa un libro in quanto oggetto della nostra intenzionalità prensile. Un atto come questo può essere affrontato da due prospettive radicalmente diverse: quella della spiegazione oggettiva e quella della comprensione fenomenologica.
L'approccio scientifico oggettivo cercherà di spiegare l'atto di afferrare il libro facendo appello al metodo scientifico: i muscoli coinvolti, i nervi, il cervello, i processi neurali che ne sono alla base, risalendo la catena delle cause. Questo metodo mira a ricostruire la "macchina" che rende possibile l'intenzione di prendere il libro. Dalla meccanica classica alle neuroscienze contemporanee, la scienza tende a descrivere il mondo, e la mente stessa, come una complessa macchina. La psicologia e le scienze cognitive, in particolare, modellano la mente come una macchina (la macchina di Turing, le reti neurali, la macchina darwiniana), utilizzando il corpo, il linguaggio e altri strumenti. Sentiamo spesso parlare di "meccanismi psicologici" come spiegazione di comportamenti, una metafora che rivela una concezione della mente come meccanismo, seppur composto da idee, desideri e pensieri.
Il fenomenologo, invece, anche se formatosi in psicologia, eviterà il termine "meccanismi psicologici", non perché li neghi, ma perché li mette tra parentesi (epoché). Il suo interesse primario è la comprensione del soggetto, o meglio, dell'Esserci (Dasein) come definito da Heidegger.
L'Esserci nel Mondo: Dalla Spiegazione alla Comprensione
Ludwig Binswanger, nella sua analisi, si discosta dalla spiegazione psicologica della schizofrenia, preferendo descriverne i modi di essere nel mondo. La fenomenologia non ricerca cause, ma descrive modalità esistenziali. Questo porta a un dilemma cruciale per la psicoterapia e la psicoanalisi: essere psicologi che studiano pazienti come oggetti, o rinunciare alle spiegazioni per interagire (Umgang) con essi in un'ottica fenomenologica?
La psicoanalisi, storicamente, ha cercato di navigare questa alternativa, aspirando a essere sia comprensiva che esplicativa, una pratica interpretante con pretese di teoria causale. Tuttavia, in senso rigoroso, la psicoanalisi e la fenomenologia appaiono incompatibili. La "barriera Dilthey", che distingue la spiegazione causale dalla comprensione interpretante, riflette la dicotomia cartesiana tra mondo materiale (res extensa) e attività pensante (res cogitans).
Prendiamo l'esempio del sogno. Freud, nella sua "Interpretazione dei sogni", propone una teoria causale, spiegando le cause del sognare. Allo stesso tempo, però, mette tra parentesi la pretesa scientifica, interpretando il sogno come si interpreta un testo ermetico o un film. L'analista rischia così di scivolare nel ruolo di psicologo clinico o di critico artistico.
La fenomenologia moderna ha tentato di superare il dualismo cartesiano attraverso la "svolta linguistica", proponendo il linguaggio come tertium che media tra soggetto e mondo. Tuttavia, questa soluzione linguistica è stata criticata per aver rinviato il problema senza risolverlo. All'interno del primato del linguaggio, la dicotomia si ripresenta: o il linguaggio è studiato come una macchina (linguistica cognitiva), o è ridotto a interpretazione storica di una soggettività (fenomenologia).
Il fenomenologo comprende i soggetti come Esserci, esseri "gettati" nel mondo. L'atto di afferrare un libro, ad esempio, è comprensibile non solo come movimento fisico, ma come atto intenzionale legato al significato che quel libro ha per l'individuo. L'intenzione non è un vissuto interiore isolato, ma è connessa al nostro "vivere-in-mezzo-ai-libri". Il soggetto, per la fenomenologia, non è definito da capacità mentali, ma dal suo rapporto immediato con le cose in quanto dotate di senso.

Mentre l'approccio scientifico si concentra sulle mediazioni (gli "ingranaggi" non visti), la fenomenologia parte dal presupposto che quando desideriamo, pensiamo, amiamo o odiamo, sappiamo immediatamente ciò che desideriamo, pensiamo, amiamo o odiamo. In questo senso, per la fenomenologia, l'inconscio freudiano, inteso come insieme di meccanismi psichici che spiegano vissuti inspiegabili, non esiste come entità separata. La fenomenologia cerca di reintegrare nell'intenzionalità dell'Esserci ciò che Freud coglie attraverso complesse mediazioni interpretative.
Le emozioni, anche quelle più viscerali, sono per la fenomenologia un modo di essere-nel-mondo, un rapporto con le cose. L'amore per una donna, ad esempio, non è un sentimento interiore separato dal suo oggetto; è intriso dell'unicità della donna amata. Il mio amore e l'amabilità dell'oggetto sono fenomenologicamente inscindibili. Mentre la scienza oggettiva analizza le mediazioni (tra impulsi sessuali, rappresentazioni della donna desiderabile e la concreta persona amata), la fenomenologia è sintetica: l'amore è immediatamente amore-per-quella-specifica-persona. Il referente e il senso sono indissociabili.
Il richiamo alla "Lebenswelt" (mondo della vita) nella fenomenologia evoca l'unità del flusso della coscienza e l'identità soggettiva. A differenza dell'oggetto materiale, che è astorico e frammentabile, la "cosa psichica" è storica e costituisce un'unità inscindibile. Per gli atti psichici, non sono le leggi causali a essere pertinenti, ma l'ordine delle motivazioni. La causa regola la "cosa estesa", mentre ragioni e motivi regolano la "cosa pensante".
Colpa, Angoscia e la Condizione Umana
Martin Heidegger eleva il concetto di colpa a condizione originaria e ineliminabile dell'esistenza umana. L'uomo è "gettato" nel mondo, e questa condizione implica una fondamentale infondatezza. L'esser-colpevole non richiede azioni specifiche, ma appartiene all'essenza stessa dell'Esserci. Questo essere-colpevole essenziale è la base ontologica per la possibilità del bene e del male morale.
Karl Jaspers, a sua volta, colloca la colpa tra le "situazioni-limite" dell'esistenza. Egli distingue tra colpa giuridica, politica, morale e metafisica. La colpa metafisica, in particolare, si manifesta nel fatto che, dopo eventi terribili, il fatto di essere ancora vivi è percepito come una colpa incancellabile. Jaspers sottolinea la responsabilità che deriva dall'inazione: "Nella mia situazione sono responsabile di ciò che accade per non essere intervenuto, e se non faccio ciò che posso fare, mi rendo colpevole delle conseguenze che derivano dalla mia astensione."

Insieme all'angoscia, la colpa, connessa al sentimento di separazione da un'unità originaria, si attiva quando il soggetto abbandona una forma di sicurezza, dubitando di poterla ritrovare.
L'Analisi Esistenziale e la Critica alla Scienza Cartesiana
L'analisi esistenziale, inaugurata da Binswanger sulla base della fenomenologia e dell'ontologia heideggeriana, critica i modelli concettuali derivati dalla scissione cartesiana tra anima e corpo. Questa divisione, secondo Binswanger, è un prodotto della metodologia scientifica che, per i suoi scopi esplicativi, è costretta a ridurre la psiche a un epifenomeno del fisiologico.
Binswanger paragona Freud a Locke, sostenendo che entrambi vedono la vita psichica come una dinamica che si uniforma a entità elementari (idee semplici per Locke, pulsioni per Freud). La natura amorale, non libera e non storica di queste pulsioni si adatta alla scienza cartesiana, che esclude moralità, libertà e storicità. La sublimazione e il "disagio della civiltà" freudiano diventano così incomprensibili se non si considera che la cultura umana non può essere spiegata solo in termini di natura.
Ripassiamo. 5 minuti con Heidegger e il bivio tra esistenza inautentica e autentica
Binswanger afferma che Freud "riconferma in pieno lo spirito della scienza naturale che non sa che farsene dei fenomeni, perché la sua essenza consiste proprio nello spogliare, il più rapidamente e radicalmente possibile, i fenomeni della loro fenomenicità." Ne risulta una psicofisiologia che "spiega" l'uomo come fenomeno naturale, piuttosto che una psicologia che lo "comprende" così come si dà.
La psicologia, secondo Binswanger, dovrebbe iniziare comprendendo la presenza umana come originario essere-nel-mondo, considerando i modi fondamentali in cui essa esiste. Poiché l'uomo si dà un mondo attraverso spazio e tempo e tramite l'intenzionalità, la sua esistenza non può essere studiata con le metodiche oggettivanti delle scienze naturali. Evitando di imporre strutture teoriche estranee, la fenomenologia lascia che l'esistenza si manifesti nei suoi modi di essere, che non sono disfunzioni, ma funzioni di una certa strutturazione della presenza.
Binswanger, seguendo Heidegger, individua nell'Esserci (Dasein) il luogo in cui l'essere si manifesta. L'essenza dell'Esserci è l'esistenza, l'ec-sistere, per cui l'uomo non è semplicemente "in" il mondo, ma è colui che lo apre e lo dischiude. L'analisi esistenziale, quindi, non considera l'uomo nell'isolamento della sua soggettività, ma nella sua originaria apertura al mondo.
Le modalità con cui l'Esserci si temporalizza, si spazializza, si mondanizza e coesiste non sono fenomeni indagabili con il metodo delle scienze naturali, ma sono le modalità con cui l'esistenza articola la sua presenza nel mondo. L'esistenza è definita dalla sua progettualità, ma ogni progetto è definito dal suo essere-gettato-nel-mondo. Quando l'essere-gettato ha il sopravvento sul progetto, si verifica la "caduta esistenziale" (Verfallen), in cui l'esistenza cede a possibilità inautentiche, non proprie.
In questi casi, le cose cessano di essere invitanti e diventano incombenti, e la non-libertà di essere dominati da un progetto di mondo non scelto, ma subito, prevale. L'analisi esistenziale individua i "mondi" delle esistenze mancate attraverso lo studio delle strutture trascendentali che organizzano un mondo che si discosta dal mondo comune.
L'esperienza della colpa, in particolare, è vista come un motivo della depressione endogena. La fenomenologia della colpa, al centro della condizione depressa, si spiega heideggerianamente come una chiusura al futuro, che rende il passato un tempo assoluto e inaggirabile. Nei casi clinici descritti da Binswanger, la vedova che si autoaccusa per la morte del marito o l'uomo d'affari che non si riprende dalla perdita di denaro, si osserva una destrutturazione della temporalità. Il passato domina, impedendo al presente di accadere e al futuro di avvenire.
Il linguaggio dei colpevoli-malinconici ("se", "se non", "se avessi") rivela un mondo di vuote possibilità, poiché il passato, a cui hanno consegnato la loro libertà, non ne contiene più. L'intenzionalità della coscienza, con le sue modalità di retentio (passato), praesentatio (presente) e protentio (futuro), mostra come il colpevole-malinconico sia imprigionato nella retentio, l'atto intenzionale che costituisce il passato, dominante sulla praesentatio.
La fenomenologia, dunque, offre una prospettiva radicalmente diversa sulla psiche umana, allontanandosi dai modelli meccanicistici e oggettivanti per abbracciare la complessità e la storicità dell'esistenza nel suo essere-nel-mondo. Questo approccio non solo arricchisce la comprensione della psicopatologia, ma apre anche nuove vie per la pratica terapeutica, focalizzata sulla comprensione profonda e sull'accompagnamento dell'individuo nel suo essere unico e irripetibile.
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