Le emozioni sono una componente intrinseca dell'esperienza umana, tessendo una complessa rete di sensazioni, reazioni e interazioni che plasmano la nostra realtà quotidiana. Dalle sottili sfumature di un sorriso all'intensità di una crisi, le emozioni ci guidano, ci proteggono e ci connettono agli altri. Tuttavia, per alcuni individui, questa connessione assume una dimensione particolarmente profonda, trasformandoli in veri e propri "ricettori" delle maree emotive circostanti. Questo articolo esplora il fenomeno del contagio emotivo e dell'alta sensibilità, analizzando le radici psicologiche, le manifestazioni e le strategie per una gestione consapevole di questa intensa percezione emotiva.
Empatia e Contagio Emotivo: Due Facce della Stessa Medaglia Sensoriale
Assorbire le emozioni dall’ambiente o dalle altre persone avviene in ogni momento della giornata: i segnali emotivi che la gente intorno a noi emana, possono essere colti e trasformati nella percezione di un’emozione. Questa caratteristica tra le persone è un meccanismo innato che ci permette di leggere gli stati d’animo e le intenzioni nelle mosse altrui e ci permette così di proteggerci. È un legame che anticamente era legato alla sopravvivenza. Empatia e contagio emotivo hanno radici comuni, perché entrambi hanno come base una spiccata sensibilità e percezione, ma in realtà si differenziano sotto alcuni aspetti. Empatizzare infatti significa capire gli stati d’animo dell’altra persona, mettendosi nei suoi panni. Nel contagio emotivo invece, le emozioni che prova l’altro diventano un tutt’uno con le emozioni che prova la persona senza più essere capace di liberarsene. Il contagio emotivo è alla base dell’empatia, perché è fondamentale sentire le emozioni dell’altro per capirlo, ma se ne discosta un secondo momento, quando nell’empatia i sentimenti propri della persona rimangono tale, mentre nel contagio emotivo si fonderanno con quelli della persona “contagiata”.

Abbiamo approfondito in diversi articoli, come il centro delle nostre emozioni arrivi dal cervello e dall’attività neuronale. In particolare i neuroni coinvolti nelle nostre relazioni sociali, sono i cosiddetti neuroni specchio, che ci permettono di collegarci alle altre persone e capire cosa stanno provando. Per esempio se una persona ci sorride, attraverso la vista il nostro cervello percepisce l’emozione del sorriso, e attiva i neuroni specchio che ci fanno provare la stessa emozione dell’altra persona, facendoci sorridere allo stesso tempo. Questo significa che possiamo sentire un’emozione come nostra anche se non la proviamo direttamente: questo principio è alla base dell’empatia e ci permette di sentire le emozioni degli altri.
Le Spugne Emotive: Chi Sono e Come Funzionano
Le persone altamente sensibili quando entrano in un ambiente possono pertanto facilmente percepire le ondate di preoccupazione, tristezza o rabbia che sono emanate dalle persone che lì si trovano. Questo significa che queste persone sono più soggette ad assorbire gli stati d’animo degli altri, diventando delle sorte di spugne emotive. L’estrema sensibilità è ciò che spinge a prenderci cura e ad assistere le altre persone. A parte l’assorbimento delle emozioni altrui, nel contagio emotivo potremmo anche trovarci di fronte anche a una predisposizione ad aiutare a regolare le emozioni dell’altro attraverso l’incoraggiamento o la rassicurazione: questo tipo di comportamento si chiama regolazione emotiva estrinseca.
Queste persone sono spugne emotive, che assorbono molto facilmente la tensione esterna, spesso danneggiandosi a causa della loro eccessiva solidarietà. Inoltre, sempre secondo la Dott.ssa Judith Orloff, questa elevata sensibilità può essere travolgente nelle relazioni romantiche. Molti rimangono single poiché non hanno imparato a negoziare i propri bisogni di vita con il proprio partner.
Sei una spugna emotiva?
- Sono persone intuitive.
- Sanno come esprimere i loro sentimenti.
- Sono persone che comunicano bene con gli altri e non hanno difficoltà a esprimersi.
- Sono molto empatici.
- Si sentono responsabili per i problemi degli altri.
- Danno la priorità agli altri.
- Provano felicità e benessere nel vedere che le altre persone stanno bene e sono felici.

Proprio per questo è importante cercare di stare lontano da queste persone tossiche che si trasformano in vampiri di energia: non solo cercheranno di sfruttare la vostra disponibilità emotiva, ma lo faranno fino a che non riusciranno a raggiungere i loro scopi. Nel caso dei narcisisti per esempio, potrebbe voler dire rafforzare il loro ego distruggendo la vostra autostima. È importante imparare a limitare l’impatto emotivo degli altri su di noi, e nel caso allontanare le persone che ci fanno stare male. Il primo passo è effettivamente capire se siamo più consapevoli delle altrui emozioni che delle nostre. Il primo passo è cercare di passare più tempo con persone positive. Allo stesso tempo, state alla larga dalle persone tossiche, che richiedono sempre molta attenzione, non sono mai soddisfatte e non offrono mai nulla di positivo. Entrare in empatia con gli altri va bene ed è una bella cosa, ma è importante ricordare che i problemi degli altri non sono i nostri. Meditare. La meditazione aiuta a disconnettersi dal mondo esterno per connettersi con l'interno. Imparare a fissare dei limiti. Questo non significa smettere di aiutare gli amici o le persone vicine, ma dare la priorità ai propri desideri. Come abbiamo visto esistono alcuni processi quotidiani che possiamo mettere per riuscire a regolare le nostre emozioni e limitare l’impatto delle altre persone su di noi.
La Psicoanalisi e la Gestione delle Emozioni: Un Percorso Complesso
Il primo chiarimento da fare, prima di affrontare il tema proposto, riguarda che cosa si può intendere per patologie gravi. È un’espressione generica, di superficie, insoddisfacente. Tuttavia per ora altre non appaiono migliori: né quelle delle classificazioni psichiatriche (pazienti psicotici, borderline, con disturbi di personalità), né altre descrittive (patologie serie, casi difficili), né altre basate sul negativo (patologie non nevrotiche). Eppure tutti immediatamente sappiamo di che cosa stiamo parlando: di soggetti umani che non riescono ad avere con gli altri relazioni sufficienti per potere amare e lavorare, e che si chiudono o nell’isolamento, o nelle somatizzazioni, o in costruzioni relazionali impraticabili da altri, come deliri, allucinazioni, ossessioni, persecuzioni, comportamenti distruttivi.
Potrei illustrare tale espressione in modo allusivo con un’immagine. Sono stata molto colpita dalla vasta adesione che ha avuto una proposta fatta sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia nel dicembre 1999 di fornire gratuitamente alle scuole e a quanti ne avessero fatto richiesta una delle due fotografie che erano state selezionate come le immagini più rappresentative del secolo che stava per chiudere: la fotografia del bambino ebreo del Ghetto di Varsavia con le braccia alzate di fronte al militare con il fucile puntato (l’altra era lo sbarco sulla luna di Neil Amstrong). Ecco, queste sono le patologie gravi: quando in un individuo c’è un bambino che si arrende con le mani alzate e deve rinunciare a vivere e a lottare per quello che ama. Lì muore qualcosa, per sempre, quando non trova nell’adulto, nell’altro, una mano tesa ma un’intimidazione a crescere, a svilupparsi, a desiderare, a lottare. Questo altro può essere anche una parte di lui, un personaggio interno che si è insediato e si è sviluppato in modo feroce, che per fare tacere altre voci ha occupato il territorio della mente e afferma il suo diritto originario a tenere quel territorio. Ecco le patologie gravi: una resa a crescere e a sviluppare altri aspetti di fronte a intimidazioni interne-esterne e una ricerca di rifugi irraggiungibili.
La psicoanalisi come talking cure può rappresentare uno strumento che va contro corrente rispetto alle impennate antirelazionali di questi casi, e rivelarsi particolarmente inadatta e impraticabile, come affermava Freud quando faceva riferimento alla difficoltà dei pazienti non nevrotici a stabilire un transfert e quindi a fruire della cura psicoanalitica. Tuttavia da allora la teoria e la pratica clinica psicoanalitica hanno esplorato aree nuove della psiche e sviluppato tecniche differenziate per i casi gravi. Si è così arrivati a pensare che la psicoanalisi non sia attuabile nelle istituzioni psichiatriche per la mancanza di condizioni ambientali adeguate: ambienti tranquilli e dotati di riservatezza, tempo dei terapeuti da dedicare ai pazienti, costi elevati non rimborsati dalle assicurazioni, primari orientati prevalentemente verso la farmacoterapia, ecc.
Il contributo fondamentale della psicoanalisi riguarda la concettualizzazione del setting come condizione della cura. Mi riferisco qui non al dettaglio del setting come si realizza nella terapia psicoanalitica specifica, ma all’approfondimento della sua funzione in ogni tipo di cura della sofferenza psichica. La psicoanalisi concepisce il setting come lo strumento che crea le condizioni per l’emergere e lo svilupparsi della vita rappresentativa: la relazione terapeutica si organizza intorno ad alcuni parametri di spazio e di tempo che qualificano la natura dell’incontro con il curante, un incontro che avviene nello spazio psichico di un soggetto, contribuisce a allargarlo e a dinamizzarlo, fa conoscenza e interagisce con i personaggi interni che lo popolano. Per potere prendersi cura della sofferenza mentale occorre dare forma e tempo al diritto ad avere una vita mentale da parte di ogni soggetto: la costruzione del suo spazio psichico e la messa in scena di eventi in questo teatro interno sono la premessa di ogni terapia.

Nelle patologie gravi accade che quello che non è visto perché si è soliti darlo per scontato si trova in una condizione di sofferenza: lo spazio psichico è molto ristretto e quindi viene continuamente sentito minacciato da invasori, oppure è più ampio ma è occupato da persecutori che esercitano un dominio, oppure esiste ma è tenuto sgombro da ogni umana presenza che potrebbe sporcare o fare ombra al soggetto. Non si tratta di cercare di riprodurre nelle istituzioni le condizioni per un trattamento psicoanalitico classico, almeno come esigenza principale, ma piuttosto di utilizzare la teoria del setting per predisporre un setting adatto per i diversi interventi terapeutici, che possono mettere in opera la loro azione efficace solo se entrano in gioco in un’area mentale che costituisce lo spazio scenico in cui ogni individuo costruisce la propria vita soggettiva. Un approccio fenomenologico o cognitivo hanno la necessità in ogni caso di ricorrere alla costituzione di un setting da proporre e da vivere con il paziente. Nelle patologie gravi, la prima preoccupazione è rivolta alla salvaguardia e allo sviluppo di uno spazio psichico personale in grado di ospitare altri personaggi con i quali dialogare, indipendentemente dai contenuti messi in gioco, dalle vicende biografiche del soggetto, dagli eventi traumatici della sua infanzia. In primo luogo significa che ogni tipo di intervento terapeutico con il paziente deve preoccuparsi di definire anche in modo essenziale il suo setting e rispettarlo, come espressione del rispetto per la vita psichica del paziente e contro ogni sopravvalutazione della “bontà” degli oggetti forniti come terapia, siano essi farmaci, interpretazioni, assistenza, recupero di abilità perse o acquisizione di nuove. Questo significa esplicitare il fatto che l’intervento si costituisce sulla base di una richiesta di aiuto, diretta o espressa con “azioni parlanti”, da parte del paziente, che solo a questo prezzo può dare al terapeuta un minimo accesso nella sua vita psichica. Diversamente, anche le migliori intenzioni e i migliori metodi di cura si presentano come aggressioni colonizzanti. Il limite è costituito dai trattamenti sanitari obbligatori, quando la soggettività si spegne e la delega all’altro è totale, talvolta allo scopo di mantenere una scintilla di vita psichica nella forma del no, del rifiuto. Il setting così costituito è fatto di una certa contrattualità che chiarisce la ragione per cui due o più persone si trovano insieme, non per amicizia, non per passare il tempo, non per apprendere, ma per costruire una cura basata su una richiesta di aiuto. Questa statuto della relazione terapeutica costituisce un elemento di forza, che mobilita sentimenti, aspettative, angosce. Sono le forze motrici di una cura. Oltre che di contrattualità il setting è fatto di accordi riguardanti gli spazi e i tempi dell’incontro, qualunque essi siano: questa cornice spaziotemporale costituisce lo schermo, il palcoscenico sul quale può dispiegarsi la vita rappresentativa del soggetto. Se non è definito, non accade nulla di utilizzabile. La cornice spaziotemporale sottrae l’incontro alla dimensione dell’accadere quotidiano e del fare per uno scopo pratico e lo risitua nella dimensione della rappresentazione di emozioni e pensieri che prendono forma e voce, talvolta per la prima volta. Pertanto, per occuparsi della realtà psichica dei pazienti gravi nelle istituzioni, la psicoanalisi ha indicato l’importanza di costituire un setting specifico, fatto di definizione della richiesta di aiuto, dello spazio, del tempo, delle discontinuità nelle quali la cura si svolge. Accanto a questa concezione classica del setting, individuata da Freud come scopritore che ha dato uno statuto scientifico alla realtà psichica, alcuni sviluppi successivi sono importanti per la cura istituzionale. Bion (1961) ha parlato di mentalità di gruppo e di assunti base per indicare un funzionamento mentale antagonista a quello del gruppo di lavoro. Le difese gruppali arcaiche (lotta-fuga, dipendenza, accoppiamento) rappresentano una componente che si attiva nei gruppi allo scopo di mantenerne la coesione contro i rischi di frammentazione e scioglimento. Si tratta di un fenomeno inevitabile, ogni volta che si attiva un dispositivo di lavoro gruppale, quale è ad esempio quello della cura istituzionale. Bleger (1971) distingue per l’analisi tra setting e quadro: per questo autore il quadro rappresenta la parte istituzionale del rapporto analitico, quella in cui è depositata la parte non differenziata e simbiotica dei legami primitivi, presente in ogni essere umano come sfondo indifferenziato del sé sulla base del quale avvengono i processi di pensiero e di simbolizzazione più differenziati. La cura istituzionale può fornire una riedizione di questo quadro arcaico latente di indifferenziazione originaria, sulla base del quale il lavoro di cura nel setting può decollare. Si tratta di dare spazio e dare tempo a questi livelli arcaici indifferenziati, mentre si procede nel lavoro di cura. Non è facile farlo, perché i curanti stessi che lavorano nell’istituzione sono presi dentro alla mentalità di gruppo e al quadro, e non potrebbe essere diversamente. Lo strumento utile per affrontare la difficoltà è quello di introdurre differenziazione e terzietà a livello dei curanti attraverso un intervento che ormai si è diffuso e ha dimostrato tutta la sua essenzialità: la supervisione al lavoro del gruppo curante da parte di uno psicoanalista esterno all’istituzione. Queste quattro carte più il jolly della supervisione costituiscono una buona mano per affrontare la cura delle patologie gravi in istituzione: contratto sulla base di una richiesta di aiuto, spazio definito, tempo definito, assenze comunicate, supervisione. Qualunque forma di cura, lo voglio ancora sottolineare, non la terapia analitica, di cui non intendo parlare: la cura di un ricovero, di farmaci, di ginnastica, di riabilitazione, di pittura, di colloquio, ecc. Se si riesce a mettere in piedi il setting come strumento per l’espressione di una capacità rappresentativa, allora le cure possono iniziare. Queste richiedono la consapevolezza di avere in mano un buon strumento, il che significa usarlo con fantasia, speranza, fiducia, senso del limite. Si tratta di fare buon uso degli insegnamenti che vengono dall’esercizio della psicoanalisi intesa in senso propriamente clinico, come osserva Gabbard (2000): “In un’era di soluzioni terapeutiche improvvisate e di rampante riduzionismo biologico, può essere assai gratificante per noi il fatto di continuare a dare valore alla soggettività insostituibile della persona che si rivolge a noi in cerca di aiuto. Una volta di più, stiamo entrando in una nuova versione dei secoli bui in cui il trattare gli altri con comprensione, compassione e pazienza è considerata un’attività poco redditizia e che costa molto tempo e denaro. Possiamo sentirci tutti gratificati in qualche modo dal fatto che nel cuore delle tenebre noi portiamo la luce. E a questo punto vorrei concludere con le parole di Allen Wheelis (1956), che descrive abilmente cosa fanno gli analisti: “Tengono duro, insistono, e a lungo andare molti di loro la spuntano. Vivendo gli anni della loro vita in un clima di odio, dipendenza e tormento, sostengono imperterriti che la vita umana ha significato, che può essere compresa, e che le sofferenze umane sono in parte riparabili. Vi stanno accanto. sopportano l’odio e non gli volgono le spalle. l’amore si fa loro incontro, e non si lasciano sedurre. rimangono in ascolto, ma è un ascolto che non viene mai meno e un silenzio che non vuol dire freddezza (p. 184)” The vocational hazards of psycho-analysis.
Emozioni e Psicoanalisi: La Teoria degli Affetti
Quasi tutti gli psicoanalisti sono clinici impegnati nella pratica privata della psicoanalisi; i loro scritti non si occupano dei dati sperimentali, ma della coerenza della teoria e della sua applicabilità alla pratica terapeutica. La teoria di Freud esprime concetti molto vasti e la trattazione di tutti gli argomenti oltre alle varie ramificazioni della sua teoria richiederebbero un approfondimento più dettagliato che in tale sede è preferibile tralasciare; verranno comunque analizzate, in maniera approfondita, le sue idee sulle emozioni, o, come gli psicoanalisti preferiscono dire, sugli affetti. Nel parlare di affetti, Freud fa riferimento alla sua teoria delle pulsioni, ipotizzandone l’esistenza di due classi: le pulsioni sessuali e le pulsioni dell’io. Secondo questo approccio, le pulsioni sono stimoli interni che influenzano il comportamento dell’individuo e lo spingono a determinate azioni, caratterizzate ognuna da tre elementi: una fonte, una meta ed un oggetto. La fonte di ogni pulsione ha un origine interna specifica, di natura biologica o biochimica, che provoca uno stato di tensione interna che spinge l’individuo verso una meta, allo scopo di scaricare la tensione. L’oggetto della pulsione, invece, rappresenta sia il fine che il mezzo attraverso il quale la pulsione raggiunge la sua meta; può trattarsi di una persona, di un oggetto parziale, di un oggetto reale o fantasmatico. Delle pulsioni dell’Io fanno parte la fame, la sete, l’aggressività e tutti gli impulsi rivolti al controllo del comportamento altrui, come esercitare potere, attaccare e fuggire.
Sebbene la teoria di Freud sulle pulsioni non sia una vera e propria teoria delle emozioni, fornisce delle basi per le interpretazioni psicoanalitiche degli affetti, in particolare l’ansia e la depressione. In Inibizione, sintomo e angoscia Freud descrive l’ansia come il risultato di una valutazione da parte dell’Io riguardo alla pericolosità di impulsi interni o eventi esterni, come la fame, l’assenza della madre, la perdita d’amore, la coscienza o la castrazione. Questa valutazione, quindi, determina la risposta emozionale successiva e non è il risultato di una rimozione, come l’autore sosteneva precedentemente, bensì è la ragione di essa. Questa interpretazione psicoanalitica delle emozioni, esemplificata al caso dell’angoscia, ebbe numerose conseguenze. Prima di tutto sollevò la questione circa la natura inconscia di un’emozione, cioè se una persona può sperimentare una determinata emozione senza esserne consapevole. Freud, sebbene abbia parlato di angoscia inconscia e senso di colpa inconscio, non era soddisfatto di questa idea, poiché considerava l’emozione come un processo reattivo. In L’inconscio aveva affermato: "Fa certamente parte della natura di un sentimento il fatto che esso sia avvertito, e quindi noto alla coscienza. La possibilità di uno stato inconscio sarebbe dunque completamente esclusa per i sentimenti, le sensazioni (interiori), gli affetti."
Nel suo libro Psicologia e biologia delle emozioni, Plutchik, parlando di teoria psicoanalitica delle emozioni, presenta il contributo di due psicoanalisti, Sàndor Radò e Charles Brenner.
Freud: la teoria delle pulsioni
Le Molteplici Dimensioni dell'Emozione
L'emozione per Freud era, dunque, una carica energetica. Tuttavia, la concezione moderna dell'emozione è molto più sfaccettata e complessa. Non si tratta più di una singola "carica", ma di un processo articolato che coinvolge diverse dimensioni:
- Aspetti somatici delle emozioni: Riguardano le reazioni fisiologiche del corpo, come variazioni del battito cardiaco, della respirazione, della tensione muscolare, e le risposte del sistema nervoso autonomo, della pelle, del sistema gastroenterico, endocrino, ecc. Questi aspetti sono spesso inconsci e involontari.
- Aspetti cognitivi (conoscitivi) delle emozioni: Comprendono la valutazione e l'interpretazione della situazione che ha scatenato l'emozione. Non si tratta solo di un semplice piacere o dispiacere, ma di un processo attivo di comprensione che attribuisce significato all'evento. Ad esempio, di fronte a un pericolo, la cognizione "Attenzione! Pericolo!" è fondamentale per la risposta emotiva.
- Aspetti conativi (motivazionali) dell'emozione: Ogni emozione porta con sé una spinta all'azione, una motivazione a comportarsi in un certo modo. Questa spinta può essere immediata, come la fuga di fronte alla paura, o più articolata, come la pianificazione di un progetto dettato dall'entusiasmo.
- Aspetti comunicativi dell'emozione: Le emozioni sono intrinsecamente legate alla comunicazione. La loro espressione, sia essa verbale o non verbale, trasmette informazioni sul nostro stato interno agli altri, influenzando le loro reazioni e le dinamiche relazionali. Pensiamo all'espressione facciale, al tono della voce, alla postura, che comunicano gioia, tristezza, rabbia o paura.
- Aspetti espressivi dell'emozione: Sono le manifestazioni esteriori dell'emozione, come il sorriso, le lacrime, il rossore, che rendono l'emozione visibile e riconoscibile agli altri. Queste espressioni possono essere sia consapevoli che inconsapevoli.
- Aspetti elicitativi dell'emozione: Si riferiscono agli stimoli, interni o esterni, che attivano un'emozione. Questi stimoli possono essere eventi specifici, ricordi, pensieri, o persino percezioni sottili dell'ambiente.
- Aspetti performativi dell'emozione: Riguardano il modo in cui l'emozione si traduce in azioni concrete, che possono essere complementari o simmetriche rispetto all'input relazionale emotivo. Ad esempio, una richiesta di aiuto può suscitare un'azione di rassicurazione e consolazione.

Il Dolore Mentale dell'Invidia e la sua Gestione
Una delle emozioni più complesse e spesso difficili da gestire è l'invidia. Il dolore mentale invidioso è strettamente legato alla percezione di una mancanza, di uno svantaggio nel confronto con l'altro. Si manifesta quando si desidera ciò che l'altro possiede o quando si teme di perdere ciò che si ha a favore di altri.
La gestione dell'invidia è cruciale per il benessere psicologico e relazionale. Evitare il confronto diretto, riconoscere la validità delle proprie emozioni, concentrarsi sulle proprie risorse e perseguire obiettivi realistici sono strategie fondamentali. È importante distinguere l'invidia sana, che può spingere al miglioramento, dall'invidia distruttiva, che porta a sentimenti di risentimento e fallimento.
La psicoanalisi offre strumenti per comprendere le radici profonde dell'invidia, spesso legate a esperienze infantili di privazione o a dinamiche relazionali complesse. Lavorare su questi aspetti può aiutare a trasformare l'invidia in una forza motivazionale positiva, anziché in una fonte di sofferenza.
La Teoria dell'Attaccamento e il Benessere Emotivo
La salute mentale di un individuo è strettamente legata alle relazioni con figure di attaccamento che offrono sostegno emozionale e protezione fisica. Dalla nascita all'età adulta, la presenza di persone fidate e di una "base sicura" è fondamentale per sviluppare fiducia in se stessi e affrontare le difficoltà della vita.
La teoria dell'attaccamento ci aiuta a comprendere come le prime esperienze relazionali plasmino i nostri modelli interni di relazione, influenzando le nostre future interazioni affettive. Un attaccamento sicuro, caratterizzato da risposte coerenti e attente ai bisogni del bambino, favorisce la resilienza allo stress e promuove un sano sviluppo emotivo. Al contrario, un attaccamento insicuro può aumentare il rischio di patologie e relazioni problematiche.
La Regolazione Emotiva e l'Importanza del Contesto
Le emozioni non sono entità statiche, ma processi dinamici che richiedono una costante regolazione. Sia a livello individuale che interpersonale, la capacità di regolare le proprie emozioni e di influenzare quelle altrui è essenziale per il benessere.
La regolazione emotiva estrinseca, ad esempio, si manifesta quando incoraggiamo o rassicuriamo qualcuno, aiutandolo a gestire il proprio stato emotivo. A livello individuale, pratiche come la meditazione e l'apprendimento di stabilire confini sani sono cruciali per limitare l'impatto emotivo esterno e connettersi con il proprio mondo interiore.
Il contesto relazionale gioca un ruolo fondamentale. La teoria della regolazione affettiva e della sintonizzazione affettiva sottolinea come gli stati emotivi si influenzino reciprocamente nelle interazioni. Un terapeuta, ad esempio, deve essere consapevole del proprio stato emotivo e di come esso influenzi il paziente, agendo come un "testimone benevolo" in grado di "sentire" le emozioni dell'altro e di facilitare la loro elaborazione.
Verso una Comprensione Più Profonda delle Emozioni
Le emozioni pervadono la nostra vita quotidiana, talvolta in modo mascherato e indiretto, talaltra in modo dirompente e disturbante. Hanno indubbiamente una grande influenza su tutti i processi psicologici che nel loro insieme costituiscono la nostra attività mentale, tanto che tutti noi riteniamo di sapere cosa siano, le classifichiamo con etichette verbali e le concepiamo come esperienze affettive. Data la loro importanza si potrebbe pensare che le emozioni siano state studiate in modo approfondito e sistematico dalla psicologia generale e dalla psicologia clinica, ma in realtà non è così.
I motivi che hanno reso difficile condurre uno studio scientifico delle emozioni sono molteplici e complessi, alcuni dei quali potrebbero riguardare l'ambiguità del loro linguaggio, altri la difficoltà nello strutturare ricerche eticamente accettabili in laboratorio; comunque la mancanza di teorie pienamente condivise rende difficile tracciarne un quadro unitario e sistematico. Solo negli ultimi anni si è acceso un forte interesse per l'argomento con un concomitante incremento sia della ricerca che della teoria e questo non solo in ambito psicologico ma anche neurobiologico e psicoanalitico. Tale interesse può essere collegato alla riscoperta del trauma relazionale come causa principale delle patologie gravi della personalità e della dissociazione come strategia di sopravvivenza ad esso legata.
In psicoanalisi, le emozioni (o affetti come spesso vengono chiamate nel contesto psicoanalitico) hanno da sempre occupato un ruolo centrale sia nella teoria che nella sua applicabilità clinica. Già Freud e Breuer (1885) in Studi sull'Isteria osservarono che le pazienti isteriche si ammalavano perché dimenticavano attivamente o rimuovevano quei ricordi che avevano un forte contenuto emozionale. Secondo Freud il sintomo isterico altro non era che la rappresentazione mascherata di una intensa emozione rimossa e il paziente poteva eliminare tale sintomo attraverso il recupero e l'espressione di questa emozione, un processo che chiamò catarsi. L'importanza delle emozioni per la psicoanalisi contemporanea viene ribadita dalle recenti acquisizioni sulla regolazione affettiva e sulla sintonizzazione affettiva che hanno portato a riconsiderare un aspetto fondamentale delle emozioni: la loro capacità inconscia di comunicare all'altro i nostri stati interni.
Questa nuova prospettiva, che indubbiamente sta avendo un forte impatto sulla clinica dei disturbi psicopatologici, considera le emozioni come comunicazioni implicite in grado di suscitare determinati affetti nell'altro e in grado di portarlo ad agire, cioè a fare qualcosa rispetto a noi. L'esempio più calzante di questa dinamica è quello del bambino piccolo che esprime il proprio stato interno attraverso il pianto. La madre, sentendo il piccolo piangere, entra in allarme e adotta un comportamento in grado di placare le cause del pianto. In altre parole, lo stato emotivo del figlio influenza lo stato emotivo della madre che orienta la sua azione. Al riguardo, Stern (1985) spiega che quando due individui si trovano in reciproca sintonia lo stato affettivo del primo promuove nel secondo uno stato analogo che può tradursi in un piano transmodale: se il piccolo canticchia sereno, ad esempio, la madre può seguire queste vocalizzazioni con il movimento del proprio corpo sottolineandone la cadenza, il ritmo e perpetuando così uno stato di benessere. Analogamente, se all'inquietudine del figlio la madre reagisce con eccessiva ansia, entrando cioè in uno stato affettivo disregolato, il piccolo si spaventerà ulteriormente e apprenderà un modello di reazione ai propri stati emotivi basato sulla disorganizzazione e sull'iperattività motoria.
Bleichmar (1997) fa notare inoltre che il soggetto che percepisce i propri stati emotivi li decodifica inconsciamente come un'istruzione ad agire, stabilendo un collegamento tra emozione-significato-azione: "se l'affetto provoca dolore, si tratterà di allontanare il corpo o la mente da ciò che lo ha suscitato; se causa piacere, il soggetto tenterà di afferrarne, fisicamente o mentalmente, l'origine". Considerare le emozioni secondo questo paradigma apre la strada a nuove possibilità terapeutiche che necessitano però di alcune considerazioni sull'atteggiamento dello psicoterapeuta. In primo luogo, dobbiamo considerare che le reazioni emotive del paziente precedono il contenuto semantico delle comunicazioni verbali del terapeuta e sono strettamente collegate allo stato affettivo di quest'ultimo. Prima ancora che il significato dell'interpretazione giunga a completarsi, il paziente reagisce allo stato emotivo del terapeuta, sintonizzando il suo stato interno fino a influenzare il significato finale del messaggio a lui rivolto. In secondo luogo, occorre capire quale sia il modo che il paziente ha di reagire alle emozioni del terapeuta: in alcuni casi queste reazioni possono essere negate o dissociate, in altri casi possono essere amplificate come un diapason in stato di risonanza. In questo senso, la psicoterapia non può dirsi soddisfacente se lo psicoterapeuta si disinteressa del modo in cui il suo messaggio viene colto emotivamente dal paziente. Una psicoterapia efficace deve valorizzare la reciprocità e la partecipazione attiva del terapeuta nella narrazione del paziente. Il terapeuta dovrebbe incarnare quello che Ferenczi (1932) pionieristicamente definiva un “testimone benevolo” che grazie alla propria sensibilità è in grado di “sentire” le emozioni del paziente. Il terapeuta “rimettendo in circolo le emozioni del paziente grave, con un io frammentato, o come si dice oggi, dissociato e alessitimico, questo sentire consente di ricollegare le emozioni agli eventi passati, riparando quella mancanza di un testimone interno, cioè di un oggetto buono, che costituisce la vera rottura traumatica".
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