La cura psicoanalitica mira a una profonda trasformazione soggettiva, un processo che si realizza attraverso la riformulazione creativa dell’impronta che abbiamo ricevuto dal discorso dell’Altro. Questo atto creativo non implica necessariamente che il paziente diventerà un artista, ma piuttosto che la creazione, in qualsiasi sua forma, manifesta il momento in cui i due vettori del tempo dell’inconscio si incontrano. Il primo vettore temporale è quello in cui gli eventi della vita hanno già prodotto dei significati, ovvero qualcosa è stato scritto nella storia del soggetto che il lavoro analitico si propone di tradurre. Questo processo è paragonabile alla lettura e traduzione di una pagina già scritta. Il secondo vettore, invece, riguarda il tempo in cui ciò che deve essere tradotto è un silenzio, un vuoto che non ha ancora ricevuto una definizione definitiva.
Tradurre il Silenzio: L'Arte di Ascoltare Ciò che Non Viene Detto
Riuscire a fare silenzio dentro di sé è una condizione fondamentale per accogliere la vita sospendendo, per un istante, la costante traduzione dell’Altro. Fare silenzio diventa una via pratica per concentrarsi sul proprio vissuto, aprendosi alla possibilità di sperimentare la propria esistenza prima di ogni interpretazione. Si tratta di percepire il proprio essere presenti a se stessi senza attivare automaticamente l’innata tendenza umana a concettualizzare o romanzare l’esperienza. Da questa quiete interiore, è possibile vivere momento per momento ciò che si è, cogliendo l’attimo prima di rivestire il proprio sentire con le parole.
Il vissuto soggettivo di chi ha attraversato esperienze di abbandono, traumi o abusi è spesso caratterizzato da una sensazione di distacco da sé e da un vuoto che sottrae le parole, lasciando un nodo in gola. Questo nodo, privo di senso immediato, può non essere direttamente collegato alla storia del soggetto. L’emozione si presenta in modo travolgente, ma non parla dell’Altro o delle delusioni che questi potrebbe aver causato. È un’emozione silenziosa, manifesta come vuoto mentale e sussulto corporeo. Quando questi pazienti iniziano ad attivare la loro mente e a sognare, spesso riferiscono scene di pericolo e aggressione, dove una crudeltà senza limiti e un terrore senza volto incombono. Queste sono le storie di infanzie negate e percorsi smarriti, dove il silenzio non allude alla dimensione costitutiva della parola, ma all’impossibilità della parola di fungere da ponte tra soggetto e Altro. In questo contesto, l’Altro non è quello della traduzione linguistica, che rende il linguaggio una dimora per l’essere del soggetto, ma è l’Altro che, in modo insensato, abbandona o, nei casi più gravi, gode del soggetto sovvertendo le leggi che fondano la comunità umana.
In queste circostanze, il lavoro dell’analista consiste nell’introdurre un barlume di luce, rischiarare il silenzio per stemperare l’eccesso di godimento con cui l’Altro ha invaso il campo del soggetto, assoggettandolo non al linguaggio, ma a una volontà priva di senso e disumana. La traduzione in parole della propria esperienza è una caratteristica fondamentale del metodo psicoanalitico. Tuttavia, questa traduzione non esclude il silenzio. Soprattutto nella cura delle nevrosi, è evidente come la traduzione del linguaggio non sia un modo per evitare il silenzio, ma piuttosto la via più efficace per aprire le porte a un silenzio generativo.

Il Transfert e il Silenzio: L'Analista come Custode del Vuoto Significante
Nel tempo del processo creativo, siamo trovati dall’evento, presi dalla vita nella vita. Nell’evento siamo colti alla sprovvista; non scegliamo, ma siamo scelti. Mettersi in ascolto del silenzio non significa padroneggiarlo, ma farsi prendere da esso, assumerlo come un’eterogeneità radicale rispetto a ciò che può essere detto. Da questa prospettiva, un’"accademia del silenzio" non è l’applicazione di un discorso di padronanza del sapere su ciò che rende insaturo ogni sapere. Il termine "accademia" non implica un irrobustimento del proprio sapere, ma può significare la preparazione tramite le parole per mettersi in ascolto del silenzio che abita nelle parole stesse. È da questo spazio che può sorgere il germe creativo per qualcosa di nuovo, qualcosa che vada oltre le ripetizioni indotte dalle seduzioni sociali o dalla rigidità dei nostri fantasmi inconsci.
Il transfert rappresenta un movimento verso un sapere che non si possiede. Nel corso di una cura, il paziente può dirigere questo movimento di ricerca di ciò che manca non solo verso l’inconscio, ma anche verso l’analista. È in questo passaggio delicato che l’analista, anziché essere un promotore del lavoro analitico, si ritrova a occupare il posto dell’Altro a cui il soggetto rivolge la propria domanda. Il soggetto cercherà allora ciò che potrebbe colmare la propria mancanza nell’Altro, ma se l’Altro è un analista, troverà il silenzio: il silenzio del significante. Possiamo dunque concettualizzare il silenzio del significante come la mancanza, nel sapere dell’Altro, di un significante che risponda alla mancanza del soggetto. Questo è il fine del silenzio dell’analista.
Il silenzio caratterizza il lavoro dell’analista. Essere uno psicoanalista è un compito singolare. L’analista è chiamato ad avere la capacità di vedere sotto la superficie delle persone e di entrare in contatto con ciò che sentono e pensano, a un livello non ancora consapevole per la persona stessa. Spesso, questi pensieri e sentimenti sono troppo complessi per essere espressi a parole da soli, specialmente quando si tratta di relazioni, traumi ed esperienze passate.
Nel seminario numero 19 di Brasilia, Wilfred Bion discute il caso di una paziente silente. Si tratta di una donna di 27 anni, in analisi da sei mesi, che arriva, si siede sul lettino e non parla. Se si accetta l’assioma di Paul Watzlawick secondo cui “non si può non comunicare”, cosa comunica la paziente con il suo silenzio e cosa comunica l’analista? Recentemente, mentre mi trovavo con un paziente che spesso rimane in silenzio per i primi 15-20 minuti di seduta, ho riflettuto su come quel silenzio mi costringesse a una maggiore attenzione, quasi a protendermi nell’ascolto del paziente. La mia “attenzione fluttuante” fluttuava meno, come se sentissi di dover cogliere qualcosa oltre quel silenzio. In quel momento, mi sono sentita molto in contatto con il mio paziente.
Bion, nel suo libro “Gli elementi della psicoanalisi”, definisce la passione come una componente derivata da L, H e K (amore, odio e conoscenza), che si sperimenta con intensità e calore, ma senza violenza. La passione non si sperimenta dai sensi, afferma Bion, perché per sperimentare dai sensi basta una sola mente. Richard Hautmann, in “Passione e formazione del Sé”, definisce la passione come un’esperienza emotiva stabile e duratura, nella quale “si struttura una forma di formazione del Sé”. Riprende la concezione bioniana di passione, scrivendo che le caratteristiche di intensità e calore, attribuite da Bion alla passione come elemento costituente dell’oggetto analitico, distinguono gli elementi emotivi e quelli senso-percettivi. Hautmann sottolinea, infatti, come l’intensità sia da intendersi nell’ambito “emotivo-rappresentazionale”, mentre il calore nell’ambito “senso-percettivo”. Secondo Hautmann, è insito nell’esperienza mentale della passione l’intreccio emotivo e senso-percettivo, coessenziale alla fondazione-rifondazione del Sé. La passione permette un senso di esserci, prosegue Hautmann, che “capovolge la dissoluzione del Sé o la sua non-integrazione e l’angoscia panica che la sottende”.
Luigi Bolognini, nel suo articolo sul "ferryman", scrive: “La funzione inizialmente ricettiva dell’analista è uno dei cardini della nostra disciplina: l’analista accoglie le comunicazioni del paziente più o meno nello stesso modo in cui accoglie il paziente nella sua stanza, a cominciare dalla consultazione. Quindi, una volta che la persona è stata accolta rispettosamente e comodamente, gli analisti rimangono davvero in silenzio per un bel po’ di tempo, senza diventare quei paradossali stereotipi muti descritti dai fumettisti. Ciò non mira a suscitare sentimenti persecutori né a far pesare sul paziente un’inaccessibilità narcisistica idealizzata, ma piuttosto a creare spazio, per lasciare che i pensieri e le parole dell’altro trovino - anche in modo inevitabilmente conflittuale - un percorso verso la crescita interna, e successivamente l’espressione”. Bolognini chiama questa la capacità dell’analista di creare un "vuoto aspirato".
Il silenzio può accogliere un’area mentale asimbolica con l’obiettivo di trasformarla, nella relazione analitica, in qualcosa di pensabile e, quindi, comunicabile. È quello che Hautmann chiama “pellicola di pensiero”, ovvero l’organizzarsi e l’integrarsi di diverse aree sensoriali che portano alla formazione del Sé. Tornando al seminario numero 19 di Brasilia, la paziente, quando entra, “ha un’espressione raggiante” perché, seppur a livello inconscio, sa che in quel silenzio sta accadendo qualcosa. L’analista, in una "rêverie", vede la paziente come una mummia egiziana, qualcosa che segnala l’oscillazione tra la dimensione mortifera (la mummia) e quella generativa (la madre). A questo punto, la paziente parla e dice che, sebbene sia difficile parlare, è ancor più difficile pensare, e quando cerca di farlo, “si sente una cosa morta”. La mummia morta rappresenta il pericolo di dissoluzione del Sé. È qui che Bion afferma che “se si ascoltano i silenzi e non soltanto quello che viene detto, allora diventa più facile capire che cosa sta dicendo il silenzio”.
L’analista, inizialmente, potrebbe non essere a suo agio, perché non sta ascoltando il silenzio, non è rilassato, si chiede probabilmente perché la paziente non parli. Viene fuori che la paziente desiderava un bambino, ma era reduce da numerosi aborti. Assume quindi più senso la "rêverie" dell’analista di un’oscillazione tra mamma/mummia. Bion suggerisce che l’analista, in qualche modo, impedisce l’analisi e qualsiasi cosa possa dire l’analista, in quel momento, è qualcosa di sbagliato.
Il silenzio in seduta | Sofia Sartor psicoanalista – Domande in studio
“Poi”, “ora è impossibile”, “lo farò domani” sono espressioni tipiche del “temporeggiatore”, ovvero di colui che utilizza la procrastinazione come modalità per (non) affrontare un conflitto. Il non agire diventa patologico quando oltrepassa il limite temporale accettabile entro cui può essere considerato un semplice segno di un approccio riflessivo. Chi pensa prima di agire necessita di un tempo per analizzare la situazione problematica; alla fine, però, le considerazioni fatte esitano in un’azione volta a mutare la realtà nella direzione voluta. Chi rimanda sistematicamente, invece, non decide mai, pur essendo giunto alla conclusione rispetto alla strada “giusta”. Ma è come se, sul punto di esporsi, si dicesse ogni volta: <
Il futuro paziente, prima di consultare un analista, generalmente ha già parlato della sua situazione ad amici, i quali gli hanno già suggerito di “fare” delle cose per cambiare. Ma tali suggerimenti hanno avuto come solo effetto quello di rinforzare le sue difese. Ogni scusa è buona: manca il tempo, mancano le occasioni. Il problema è rigettato all’esterno, l’impossibilità è considerata reale, oggettiva, non dipendente da sé. Questo perché, se il desiderio di maggiore autenticità è fortissimo, altrettanto fortissima è la tendenza a tenere tutto sotto controllo. Perché distruggere o semplicemente mettere in discussione una situazione che “regge” in virtù di qualcosa che non si conosce? “Sono tutte stupidaggini”, si dice l’indeciso, colpevolizzandosi per la propria infelicità. La terapia, allora, cercherà di sbloccare la situazione agendo su un piano diverso rispetto a quello meramente “reale”, già terreno di fallimento degli amici che dispensano consigli di buon senso. Si tratta di coinvolgere il paziente, intrappolato nei suoi circoli mentali viziosi, in un processo di ricerca di sé. Il rinnovato contatto con la parte profonda di sé può aiutarlo ad avvicinarsi all’origine del suo esasperato bisogno di controllo. Potrà incontrare, allora, nuovamente un dolore vissuto in epoche remote, su cui aveva messo un coperchio con l’aiuto di un atteggiamento iper razionale. Mediante la riappropriazione (e dunque la legittimazione) del proprio dolore, viene potenziata la voce delle necessità profonde, non più liquidabili come “sciocchezze”. Esse potranno, nel conflitto con l’Io, prevalere, sbilanciando finalmente l’ago della bilancia e spingendo il soggetto verso atti prima impensabili. Ne conseguirà una drastica riduzione dei sentimenti depressivi, legati all’imbavagliamento dell’inconscio. Il trattamento di questi casi non è banale, nella misura in cui l’analista si trova di fronte persone poco disponibili a spostare la questione dal qui ed ora al passato. L’atteggiamento iper razionale, infatti, li porta a comprimere i ricordi e le fantasie in funzione del grattacapo presente, che può assorbire tutta la seduta nella rimuginazione. Da evitare è la collusione dell’analista con l’altalena ossessiva del paziente, senza però spingere precocemente per una rivisitazione della storia personale, che potrebbe risultare forzata, artificiale e lontana dai bisogni attuali della persona che chiede aiuto. Entra qui in gioco l’arte terapeutica, un mix di attesa e di interventi che fanno breccia proprio perché avvenuti nel momento in cui si presentano spontaneamente dei varchi nei muri eretti dalla nevrosi.
Chiedere Scusa: Un Atto di Coraggio e Vulnerabilità
Vi siete mai chiesti perché è così difficile chiedere scusa? Chiedere scusa è, anzitutto, un atto di coraggio. Una delle principali ragioni per cui abbiamo difficoltà nello scusarci risiede nel timore di mostrarci “inferiori”, fallibili e quindi meno degni agli occhi altrui. Molte persone associano il chiedere scusa a un atto di debolezza, in cui ci si “abbassa” di fronte alla persona che abbiamo ferito o a cui abbiamo causato un danno. Di fronte a questi timori, il nostro Io si protegge mettendo in atto meccanismi di difesa, come la negazione o la minimizzazione, per sentirsi meno esposto e più compatto.
Un altro motivo comune è il timore del giudizio negativo, o addirittura la paura dell’abbandono. Questa paura può avere origine da esperienze relazionali passate, in cui si è stati puniti o respinti per i propri errori. Chiedere scusa diventa quindi “pericoloso” da un punto di vista relazionale, se l’Altro che abbiamo interiorizzato è un giudice severo, poco comprensivo, compassionevole e accogliente. Chiedere scusa significa, in effetti, aprirci emotivamente all’altro e mostrargli la nostra vulnerabilità. Al contrario, però, solo chi è davvero forte è in grado di reggere la propria imperfezione.
L’orgoglio è uno dei principali responsabili nella difficoltà di chiedere scusa. L’orgoglio può impedirci di ammettere i nostri errori e di assumerci le responsabilità, mentre chiedere scusa richiede umiltà e la capacità di mettere da parte il proprio Ego. Il chiedere perdono esprime un pezzettino in più, ha un significato “più forte”. Perdonare non è dimenticare. Accettare la richiesta di perdono implica una parte attiva del destinatario delle scuse, a cui si chiede di accettarle e di compiere lo sforzo del perdono e della comprensione. Si tratta di un’azione molto importante per la riconciliazione profonda del legame, ed è il passaggio precedente della fase forse più cruciale che riguarda la relazione: quella dell’offerta di riparazione.
Chiedere scusa in modo efficace richiede onestà intellettuale, sincerità e rispetto nelle parole e nelle azioni. È importante essere specifici, evitando frasi come “in fondo non è stato nulla di grave” o “sono un disastro su tutta la linea”, che non sono di nessun aiuto. È utile, al contrario, una descrizione circostanziata dell’errore commesso e una dimostrazione dell’aver compreso il dolore causato: “Ti chiedo scusa per la frase indelicata che ti ho detto ieri”. Non usare il TU ma l’IO: frasi come “TU l’hai presa male” risultano accusatorie, anche se la tentazione di deresponsabilizzarci e di uscirne puliti è sempre dietro l’angolo. È fondamentale accompagnare le parole con le azioni per riparare: ciò dimostra un impegno tangibile nella cura del legame e la promessa di correggere il proprio comportamento in futuro.
In conclusione, l’atto di chiedere scusa è un’azione semplice ma non banale. Tuttavia, si osserva una tendenza recente a scusarsi preventivamente, quasi per timore di poter offendere qualcuno. Questo atteggiamento, sebbene nasca forse da una maggiore sensibilità, rischia di svuotare di significato l’atto stesso delle scuse, rendendolo un automatismo privo di autentica intenzione riparatoria.
La Resistenza al Cambiamento e la Gestione del "Non So"
Il "non lo so" è un'espressione che può celare diverse sfumature. Può indicare un bisogno di riflessione, ma anche un atteggiamento oppositivo. Se una persona dichiara genuinamente di non sapere scegliere, o si sente talmente depressa da non sapere che cosa fare, o è così sopraffatta dall'ansia da non riuscire a compiere il passo successivo, è utile chiederle come saranno le cose se continuerà a fare ciò che sta facendo: a non scegliere, a non fare niente, a non muovere un singolo passo. Se si sa cosa non fare, diventa più facile capire cosa fare.
A questo punto, insistere è poco utile. Diventa invece più pertinente il concetto di resistenza e della sua prescrizione. Non si intende unicamente dire alla persona di fare ciò per cui resiste, ma ci sono decine di modi per prescrivere la resistenza. L'idea di fondo è smettere di contrastare la persona, il che significa anche smettere di cercare di darle spiegazioni o alternative, e seguire il suo flusso.
Uno dei segni distintivi del trattamento psicoanalitico, oltre all’uso del lettino e alla durata prolungata del trattamento, è l’immagine iconica del terapeuta silenzioso. L’uso terapeutico del silenzio è da intendersi come un tipo attento di ascolto che insegna al paziente un nuovo modo di pensare, basato sulle libere associazioni. La seduta inizia con il silenzio del terapeuta e con il compito assegnato al paziente di parlare di tutto ciò che gli viene in mente, astenendosi da ogni giudizio sul materiale rievocato. Il terapeuta rimane in silenzio finché non individua il contenuto latente della seduta: alla stregua di un sogno che, secondo Freud, ha un contenuto manifesto (scena onirica) e un contenuto latente (significato inconscio), anche il racconto del paziente ha un significato inconscio sotteso da esplorare. In questo processo, il paziente “deve essere libero” (ingiunzione paradossale) di abbandonarsi a fantasie, pensieri, immagini, ricordi, in una catena associativa non lineare, e il terapeuta non dovrebbe intervenire col rischio di interferire col flusso di coscienza del paziente.
A volte può essere frustrante per il terapeuta stare in silenzio perché ciò significa rinunciare a esprimere quello che pensa e che ritiene importante: in tali casi, il terapeuta dovrebbe chiedersi se il suo intervento è davvero utile al paziente o se, per esempio, risponde a un suo bisogno narcisistico. Altre volte, il terapeuta sta in silenzio perché non coglie il significato latente della comunicazione del paziente e quindi deve tollerare la frustrazione di non sapere, anche per diverse sedute. In altre occasioni, il silenzio può aiutare il terapeuta a verificare delle ipotesi che preferisce non esplicitare per non condizionare il decorso della seduta. Questo tempo di attesa può non riguardare la “bravura” del terapeuta o il suo atteggiamento difensivo verso alcuni argomenti portati dal paziente, ma spesso dipende dalla necessità del paziente di approcciare un tema sensibile con gradualità, mantenendo fumosa la comunicazione per alcune sedute per non farsi scoprire dal terapeuta o, addirittura, per testare la sua reazione.
Wilfred Bion parla della “capacità negativa” del terapeuta di porsi di fronte alla comunicazione del paziente senza memoria né desiderio, ovvero in una disposizione di attesa passiva, senza aspettative, sospendendo la conoscenza che si ha di quel paziente per non condizionare l’ascolto. Quando un terapeuta sta “troppo” in silenzio, può non fornire un buon servizio a un paziente oltremodo ansioso, perché rischia di gettarlo in uno stato di ulteriore preoccupazione. Quest’ultima può dipendere, oltre che da caratteristiche precipue del paziente, anche dalla sua poca familiarità col mondo analitico, da caratteristiche dell’analista che possono evocare in lui una sorta di soggezione (come un certo aspetto fisico o tono della voce), dal particolare arredamento o dall’odore della stanza d’analisi che fanno riaffiorare delle memorie implicite. In queste situazioni, le parole del terapeuta possono regolare l’ansia del paziente e contenere i suoi vissuti di spavento, preparando dunque il terreno per l’esplorazione dei possibili significati dietro a quello stato d’animo. Pensiamo a un paziente particolarmente ritirato, che ha difficoltà anche a rispondere al telefono o a entrare in un negozio e chiedere ciò di cui ha bisogno: anche se la regola prevede che sia il paziente a iniziare, attenervisi rigidamente significa riattualizzare la sua frustrazione anche nella stanza d’analisi; al contrario, dare un input può aiutarlo ad esplorare la sua difficoltà.
Dall’altro lato, se un terapeuta parla “troppo”, potrebbe rivelare il bisogno di dimostrare la propria competenza e professionalità perché le sente minacciate. Ciò può ricondursi ad alcune caratteristiche del paziente o agli argomenti particolarmente risonanti che mette a tema, all’essere ancora agli albori della professione, al vivere un momento di stallo lavorativo, a vicissitudini personali che hanno in qualche modo intaccato il senso di adeguatezza del clinico. Il terapeuta potrebbe, perciò, fare interpretazioni premature, dare risposte che, più che portare il paziente a esplorare i suoi vissuti, lo inducono a smettere di interrogarsi, a chiudere l’indagine su di sé. Pensiamo a un terapeuta che, di fronte al pianto del paziente, prontamente tenta di lenire la sua sofferenza con qualche frase consolatoria. In questa circostanza, il terapeuta, anziché stare nella sofferenza assieme al paziente, traduce in azioni il suo disagio ponendolo al centro, a scapito di quello del paziente (che oltretutto sarà gravato dal disagio del terapeuta).
In alcuni casi, è il “parlare troppo” del paziente a consegnare il terapeuta in un silenzio coatto. Parlo di quelle situazioni in cui il parlare senza sosta del paziente è usato in senso difensivo, cioè per non dire nulla o per impedire al terapeuta di dare il suo contributo, temuto (“cosa dirà di me che ancora non so?”) o magari anche invidiato (accettare una competenza dell’altro superiore alla propria circa questi temi). Tipica è la situazione in cui il paziente “parla senza dire” per 50 minuti, ma sulla soglia della porta (e della seduta) fa una comunicazione estremamente significativa, che tuttavia non può essere esplorata. Un po’ come quei film ambientati in una sola location, penso a “Carnage” di Polanski o all’“Angelo Sterminatore” di Buñuel. Quando questi pazienti non hanno più bisogno di muoversi da una location all’altra della loro vita, ma possono soffermarsi al centro dell’inquadratura per capire ciò che succede dentro di loro, allora inizia davvero l’analisi.
Lo psicoanalista M. Khan parla della capacità di “stare a maggese”, in analogia ai terreni che periodicamente vengono lasciati a riposo, arati e concimati, ma non seminati, per ritrovare la giusta fertilità. Così, gli individui hanno bisogno di sostare sui propri vissuti, sui propri pensieri e sulle proprie esperienze, senza darsi subito delle risposte che mettono un punto al processo autoriflessivo, impedendo di andare in profondità.

L'Analista Anziano e il Confronto con la Morte: Riflessioni Sulla Fine e la Continuità
Il Professor E. Klain, introducendo una riflessione psicoanalitica con radici autobiografiche, affronta il tema dei problemi di un analista anziano. Sebbene egli stesso non si consideri anziano, l'esperienza clinica, psicologica e psichiatrica, maturata anche in contesti di gravi patologie post-traumatiche legate a conflitti e fenomeni di pulizia etnica nell'ex Jugoslavia, lo porta a considerare le implicazioni dell'età nel setting terapeutico.
Edith Jacobson, amica del cuore di S. Betlheim, nel 1971 spiegò a Klain di non accettare più nuovi analizzandi per via della sua età, non essendo sicura di poter completare le analisi. Klain, giovane e ambizioso, le disse che era ancora in salute, ma si ricordò di quell'incontro recentemente quando si trovò in una situazione simile. Dopo aver smesso di prendere nuovi analizzandi, comprese l'espressione perplessa sul volto della signora Jacobson. Gli psicoanalisti lavorano a lungo, alcuni fino alla morte. Freud, ad esempio, seguiva i pazienti fino alla fine della vita, decedendo nel settembre 1939, poco dopo aver avuto pazienti a fine luglio dello stesso anno.
La psicoanalisi potrebbe avanzare l'asserzione che nessuno crede nella propria morte, o, in altre parole, che inconsciamente ognuno di noi è convinto di essere immortale. Questa convinzione si scontra con la realtà della mortalità, un tema spesso rimosso o eluso.
Freud stesso, poco prima di scrivere un saggio, si trovò ad affrontare una malattia maligna che lo mise di fronte alla possibilità della fine. Nonostante la salvezza chirurgica nel 1923, continuò a lavorare e scrivere, ma notò cambiamenti significativi. La lettera di Freud a Stefan Zweig del 17 novembre 1937 accenna a un futuro oscuro per la psicoanalisi, riflettendo forse un'incertezza legata anche alla propria condizione.
Danielle Quinodoz descrive il problema di un analizzando che percepisce la paura della morte nel proprio analista. In questi casi, l'analista deve confrontarsi con la propria ansietà di morte e avere la libertà interna per ascoltare e discutere apertamente con l'analizzando. Contrariamente, Jones riporta che Freud, di fronte a una paziente che nascondeva la sua grave malattia, le disse che in psicoanalisi esiste solo uno scopo e una lealtà.
Le esperienze cliniche di Klain con pazienti che sognano la sua morte o la sua incapacità fisica (come l'uso di una sedia a rotelle) evidenziano la complessità del transfert in relazione all'età dell'analista. Questi sogni, interpretati inizialmente come resistenze, rivelano una profonda preoccupazione per la continuità della terapia e per la figura dell'analista. La reazione dei pazienti di fronte all'età dell'analista (come il cedere il posto in tram) evoca in lui sentimenti di rabbia e rifiuto, ma anche la consapevolezza di un cambiamento in atto.
Il caso di Hugo, un regista con sintomi regressivi, mostra come la paura della morte dell'analista possa intrecciarsi con dinamiche di dipendenza e ambivalenza affettiva. Il paziente teme di rimanere senza il suo sostegno, pur manifestando sentimenti contrastanti di amore e odio.
La paziente Sanja, veterinaria, esprime la paura che l'analista diventi demente, paragonando la situazione a quella dei suoi genitori. La sua richiesta di scuse, dopo aver espresso questo timore, rivela un conflitto tra la paura e il desiderio di prendersi cura dell'analista.
Klain riflette sulla propria età, sulla paura di perdere la memoria o di diventare demente. La preoccupazione per i vuoti di memoria, anche lievi, lo porta a interrogarsi sulla propria adeguatezza. La frase di Danielle Quinodoz sulla difficoltà degli anziani ad accettare il declino delle proprie facoltà uditive o di lavoro risuona con le sue preoccupazioni.
La paura di morire in seduta, come accaduto a un suo amico e a Foulkes, si intreccia con la sensazione di aver vissuto un "piccolo secondo d'eternità" realizzando un vecchio sogno di gruppo di studio psicoanalitico. L'idea che l'età cronologica e mentale non sempre coincidano è un conforto, ma la preoccupazione per la demenza è presente.
Klain si allinea con M. Tallmer, sottolineando che lo psicoanalista è obbligato a esaminare minuziosamente ogni giorno i propri tentativi professionali, poiché il lavoro analitico non può avvalersi di conferma dagli altri. Nonostante le preoccupazioni, non vuole terminare la sua esposizione con un tono pessimistico.
M. L’auto-comprensione porta all’accettazione dei propri limiti e alla consapevolezza che non è possibile ottenere tutti gli scopi prefissati, ma è meglio adattarli. Se si ammette che nell'età anziana la gente diventa meno appassionata, si concorda anche sul fatto che con l'età diminuisce la tendenza a entrare in conflitto. Il Super-Io e l'Io saranno meno separati, e la tensione generale tra i due enti sarà ridotta. In alcune situazioni clinicamente difficili, la predisposizione dell'analista anziano a informarsi su ragioni e non azioni potrebbe proteggerlo da certe insidie. La capacità dell'uomo di riconoscere che la sua vita può finire e di agire conformemente a ciò potrebbe essere il successo psicologico più grande, anche se non si può escludere l'emergenza di un diniego velato nell'accettazione della transitorietà. Klain sottolinea l'importanza di parlare di questi temi, insufficientemente affrontati nella letteratura e nella discussione psicoanalitica.
Il Professor Pisani, ricordando la lunga amicizia e stima con Klain dal 1984, ne evidenzia il ruolo pionieristico nell'introduzione della psichiatria psicodinamica in Croazia e la formazione di generazioni di psichiatri. La combinazione di formazione psicoanalitica e gruppoanalitica rende Klain una figura di spicco a livello mondiale.
Un caso clinico riportato da "Happy" illustra una situazione di interruzione della terapia e un successivo malessere della paziente. La terapeuta, pur avendo inizialmente dichiarato che la paziente stesse bene, interrompe bruscamente la terapia. La paziente, sentendosi abbandonata e destabilizzata dall'ansia, tenta di riaprire il dialogo, ma la terapeuta mantiene una posizione rigida, basata sulla professionalità e sulla necessità di un distacco netto. La paziente, sentendosi non ascoltata e persino accusata di non voler scoprire altro di sé, esprime il suo dispiacere per l'interruzione brusca e la sua affezione verso la terapeuta. La terapeuta, a sua volta, difende la sua professionalità e il rapporto terapeutico come non terminabile nel senso di un rapporto che non finisce mai, ma che si trasforma. La situazione evidenzia una potenziale difficoltà nella gestione del fine terapia e nel riconoscimento della necessità di un distacco graduale e supportato.
Un'altra testimonianza descrive un terapeuta che confessa un controtransfert "attrattivo" verso la paziente, chiedendole se avesse provato attrazione per lui e se lo avesse sognato. La paziente, inizialmente negando per timore di essere allontanata, ammette di averlo sognato e si ritrova a pensare costantemente a lui, sentendosi innamorata. La paziente si interroga se il terapeuta abbia inventato questa situazione come strategia per stimolarla a reagire. La risposta di un altro professionista sottolinea come il controtransfert possa essere uno strumento analitico, ma che in questo caso il terapeuta sembra aver "sconfinato" nel rapporto professionale, agendo i suoi sentimenti. Si consiglia alla paziente di consultare un altro terapeuta per analizzare questi sentimenti.
Un altro parere ribadisce che, sebbene un terapeuta possa provare emozioni forti verso il paziente, deve sempre ricordare di essere al servizio del paziente e di non agire i suoi sentimenti. Il transfert e il controtransfert sono strumenti da utilizzare per il bene del paziente, e il terapeuta non può permettersi di soccombere al controtransfert.
Le riflessioni di due psicoanaliste sul libro di Pumla Gobodo Madikizela, “Morì un uomo quella notte”, esplorano il confronto con il male e il controtransfert. Dialogando sul testo che descrive gli incontri dell'autrice con Eugene de Kock, un torturatore durante l'Apartheid, le psicoanaliste si interrogano su cosa accade a loro stesse ascoltando il male che abita i loro pazienti. Madikizela, affrontando il dolore e l'orrore delle testimonianze, sperimenta un terrificante vissuto di empatia, ponendosi domande inquietanti. Il libro evidenzia come la linea di separazione tra bene e male sia sottilissima, e come il male possa essere "fabbricato" da sistemi politici e da condizioni individuali. La capacità di sostenere il paradosso di conoscere l'uomo incontrando anche il male, senza essere pietrificati dal terrore o travolti dalla fantasia di potenza, è una sfida cruciale. L'empatia con il torturatore, l'avvicinarsi all'orrore degli abissi nel proprio mondo interno, piuttosto che evitarlo, è suggerito come percorso, ma da non affrontare da soli. La cultura sudafricana dell'Ubuntu ("io esisto perché tu esisti") può favorire il perdono, ma ci si interroga se possa anche essere una forma di negazione del male. Il confronto con la realtà del male, sia a livello individuale che sociale, richiede coraggio, consapevolezza e la capacità di elaborare il proprio controtransfert.