La Depressione e il Rifiuto della Religione: Un Percorso di Comprensione

Essere depressi non significa avere poca fede, né tantomeno essere lontani da Dio. Questa è una verità importante da ricordare e da condividere, soprattutto all’interno delle nostre comunità cristiane, dove a volte, anche senza volerlo, il dolore psicologico viene frainteso o spiritualizzato in modo improprio. La depressione è una sofferenza reale, profonda, che riguarda la persona nella sua interezza: mente, corpo, relazioni, storia. Non è una scelta, non è una colpa e non è un segno di fallimento spirituale. Comprendere le ragioni per cui una persona depressa potrebbe allontanarsi dalla religione, o percepire la propria fede in modo diverso, richiede un’analisi approfondita delle complesse interazioni tra salute mentale, spiritualità e le dinamiche sociali e personali.

La Natura Complessa della Depressione

Illustrazione astratta che rappresenta la complessità della mente umana, con intrecci di luci e ombre.

Dal punto di vista psicologico, la depressione non è semplice tristezza, ma una condizione che può togliere energia, speranza, senso e perfino il desiderio di vivere. Può colpire chiunque, anche persone credenti, praticanti, impegnate nella vita della Chiesa. Pensare che la fede renda immuni dalla sofferenza mentale significa non riconoscere la fragilità che accomuna tutti gli esseri umani. La fede non cancella automaticamente il dolore, così come la preghiera non sostituisce le cure quando il cuore o il corpo sono malati.

Il carico della depressione è considerevole: affligge all’incirca una donna su quattro e un uomo su otto nel corso della loro vita. Una persona può sperimentare la depressione come la risposta a una perdita recente, a un trauma o a un lutto o a delle vulnerabilità di vecchia data derivate dalle prime esperienze di vita o da fattori di rischio biologici. La depressione è qualcosa di più del sentirsi temporaneamente male o giù di tono per una causa specifica. È un disturbo medico che richiede un aiuto professionale e che può essere curato. A volte non è facile distinguere tra sentimenti di tristezza che qualcuno sperimenta nel tempo e un disturbo depressivo. Le caratteristiche distintive importanti sono una sofferenza personale con un impatto negativo nella vita sociale, interpersonale e lavorativa, che durano da più di 2 settimane. La depressione è una malattia che può colpire chiunque, incluse le persone con una fede stabile.

La Depressione e la Percezione della Fede

I pazienti depressi che sono impegnati in gruppi religiosi riferiscono spesso di non trarre più conforto dalla loro fede come in precedenza, di non sentirsi legati alla loro fede come vorrebbero e di aver smesso di trovare energia attraverso la loro spiritualità. A questo riguardo, la domanda che può sorgere è se la loro depressione possa essere causata da una sconnessione dalla fede religiosa. Tuttavia, sulla base della ricerca clinica, è tipicamente il contrario. Mancanza d’interesse, gioia e vicinanza agli altri sono alcuni dei sintomi principali della depressione. E invece la forza non basta per niente. Per lo meno non la propria, da sola.

Una persona depressa può continuare a credere anche quando non sente la presenza di Dio, anche quando la preghiera sembra vuota e le parole non vengono. In quei momenti la fede non è entusiasmo, ma resistenza silenziosa, è restare in piedi interiormente anche senza consolazioni. Dire a chi soffre che “deve avere più fede” rischia di aggiungere dolore al dolore, facendo sentire la persona sbagliata, in colpa, giudicata. Ma Dio non si scandalizza della fragilità, non si allontana davanti alla debolezza, non chiede prestazioni spirituali. San Paolo ci ricorda che è proprio nella debolezza che può manifestarsi la forza di Dio. Questo non significa idealizzare la sofferenza, ma riconoscere che Dio non abbandona l’uomo nel suo limite. La depressione non è un segno dell’assenza di Dio, ma può diventare, misteriosamente, un luogo in cui imparare una fede più umile, più vera, meno fondata sul sentirsi forti e più sul fidarsi anche quando non si comprende.

Smascherare Miti e Malintesi Religiosi

La depressione è una questione piuttosto controversa tra i cristiani. Alcuni dichiarano apertamente che è un peccato. Si pensa che la depressione riveli una mancanza di fede nelle promesse di Dio, il giudizio di Dio sul comportamento peccaminoso o semplicemente la pigrizia. Sappiamo che Dio è buono e amorevole e che siamo sicuri in Lui, quindi cosa c’è da essere depressi? Altri dichiarano apertamente che la depressione è un problema medico. Il pensiero è che tutta la depressione sia il risultato di squilibri chimici nel cervello, quindi la depressione non è più sbagliata dell’influenza. E poi ci sono quelli che stanno nel mezzo e che non sanno bene cosa sia la brutta bestia della depressione. La fede sembra in qualche modo collegata, ma anche le sostanze chimiche del cervello. Naturalmente, ci sono anche i cristiani depressi, che si sentono colpevoli, sulla difensiva, confusi, persi o semplicemente troppo depressi per preoccuparsi di ciò che pensa la Chiesa.

Infografica che confronta le diverse percezioni della depressione all'interno delle comunità religiose.

Il termine depressione è piuttosto generico. Può riferirsi a una condizione medica diagnosticabile (depressione clinica), ma anche a una sensazione temporanea di tristezza o apatia o a un malessere nebuloso e persistente. Per alcune persone uno squilibrio chimico o ormonale scatena uno stato depressivo. Questo fenomeno è tipico delle donne che soffrono di depressione post-partum o delle persone che assumono determinati farmaci. Altre volte la depressione è situazionale, causata da circostanze avverse, cambiamenti di vita, una crisi spirituale, ecc. La nostra risposta emotiva a queste crisi può a sua volta innescare uno squilibrio chimico. In realtà, gli esseri umani sono fatti "in modo meraviglioso, stupendo" (Salmo 139:14, R2) e non deve sorprendere che la nostra biologia interagisca con le nostre emozioni e viceversa. Una volta che una persona è depressa, il ciclo di squilibri ormonali ed emozioni negative può essere difficile da interrompere. Avere una condizione medica non è un peccato. Tuttavia, ciò che porta una persona a quella condizione potrebbe essere radicato nel peccato. Per esempio, non è sbagliato avere il diabete, ma è sbagliato essere golosi (e le due cose sono talvolta collegate). Inoltre, anche il modo in cui una persona risponde a una vera condizione medica potrebbe essere peccaminoso. Eppure, spesso riteniamo le persone con diabete o altre condizioni mediche meno colpevoli di quelle con depressione. Per qualche motivo, le malattie mentali - soprattutto la depressione - sono associate più spesso a cause peccaminose rispetto ai disturbi fisici.

La Sacra Scrittura e la Sofferenza Interiore

La Sacra Scrittura ci mostra con grande onestà che la sofferenza interiore non è estranea alla vita di fede. I Salmi sono spesso un grido di angoscia, di smarrimento, di stanchezza dell’anima. Profeti e giusti attraversano momenti di buio profondo, di paura e di desiderio di fuga. Anche Gesù, vero Dio e vero uomo, ha conosciuto l’angoscia, la tristezza e il peso della solitudine. Questo ci dice che la debolezza non è l’opposto della fede, ma una dimensione della condizione umana che Dio stesso ha voluto condividere.

La Bibbia non è timida nell’ammettere la realtà delle emozioni umane. Come credenti, siamo esortati a vedere la realtà più grande del piano di Dio anche in mezzo alla tristezza e alla depressione. Sì, questo mondo è decaduto e spesso doloroso. Può essere deprimente. Ma Dio è molto più grande. È all’opera, vittorioso. Mosè ed Elia ricevettero la provvidenza di Dio e sperimentarono il Suo ristoro. Poco dopo aver riversato la sua tristezza, Davide lodò Dio. Ai cristiani è consentito chiamare i problemi per quello che sono. Allo stesso tempo, ci rincuoriamo della cura di Dio. Rincuorarsi non vuol dire appiccicare un sorriso o ignorare il senso di vuoto che la depressione porta con sé. Non significa trascurare il trattamento della depressione attraverso la consulenza o i farmaci. Non significa ignorare le ferite relazionali o le percezioni errate che hanno portato alla depressione (le bugie di Satana, se ci crediamo, ci porteranno alla disperazione). Prendere cuore significa portare tutto il nostro dolore a Dio. Significa continuare a confidare in Lui. Significa credere che ciò che Egli dice di Sé e di noi è vero, anche quando non ci sembra che lo sia. Significa trovare l’aiuto di cui abbiamo bisogno, lottare contro la depressione piuttosto che cedere ad essa. Non è sbagliato essere depressi. Ma è sbagliato - e non è particolarmente utile per superare uno stato depressivo - rinunciare a Dio quando siamo depressi.

La Fede e la Scienza: Alleate, Non Nemici

DEPRESSIONE, la prima cosa da capire per curarla bene....

In questo cammino, la psicologia e la fede non sono nemiche. Chiedere aiuto a uno psicologo, a un medico, accettare una terapia o un sostegno adeguato non significa avere meno fiducia in Dio. Al contrario, può essere un atto di responsabilità verso il dono della vita. Competenze umane, attraverso le relazioni di cura, attraverso chi si prende a cuore la sofferenza dell’altro. Come comunità cristiana siamo chiamati a essere luogo di accoglienza, non di giudizio; di ascolto, non di semplificazioni. Davanti alla depressione, spesso il gesto più evangelico non è spiegare, ma stare accanto, con rispetto e discrezione. I membri di istituzioni religiose giocano un ruolo importante nella comunità, e sono in una posizione speciale per offrire conforto ed essere la guida per coloro che stanno attraversando difficoltà nella loro vita.

I rischi di suicidio sembrano essere minori nelle persone coinvolte attivamente in attività religiose rispetto a coloro che non lo sono. Tuttavia, le inferenze su cause ed effetti sono incerte. Le statistiche più recenti sono preoccupanti ovunque: secondo l’Unicef, nel mondo un adolescente su sette convive con la diagnosi di un disturbo mentale. In Europa ogni giorno tre giovani si suicidano. Nel 2020 il Giappone ha registrato un record di 415 suicidi tra i giovani dai 6 ai 18 anni. Perché e come siamo arrivati a questa situazione? È colpa solo del covid? Il mistero del suicidio tra i giovani e i giovani adulti continua a sfuggire a quanti operano nel campo della salute mentale. Tuttavia, gli studi dimostrano che il lobo frontale del cervello umano, che governa (tra le altre cose) il controllo degli impulsi, non matura pienamente fino ai 25 anni o più. Il cervello è un organo molto complesso e, come anche altre parti del corpo, non tutti i cervelli maturano sempre pienamente. Da quanto mi è dato capire, alcuni giovani o giovani adulti, a causa di uno sviluppo immaturo del cervello, oltre che per altri termini di correlazione neurobiologici o genetici, possono essere inclini a vivere problemi collegati alla salute mentale quando avvengono tragedie, tra cui la pandemia di coronavirus. Il covid di per sé non causa suicidi, ma le persone affette da disturbi depressivi sono stimolate più facilmente dal covid rispetto a quelle che non soffrono degli stessi disturbi.

La Polarizzazione nella Società e nella Fede

Grafico a torta che mostra la distribuzione delle opinioni sulla depressione all'interno delle comunità religiose.

La nostra società sta andando verso una progressiva polarizzazione dei fenomeni. Ad esempio, in campo economico sparisce la classe media e la popolazione si polarizza: da una parte molti si impoveriscono e dall’altra pochi si arricchiscono. È un andamento generale che sembra non limitarsi all’economia. Sparisce la classe dei cristiani medi, quella borghesia della religione abbastanza sazia, poco appassionata, con una formazione dottrinale modesta ed ereditata. L’altra polarità è espressa da una minoranza silenziosa di uomini e donne che cercano la verità su loro stessi e sul senso della loro vita. Minoranza sconosciuta ai più, ma tenace e convinta, composta da persone che vogliono prendere sul serio il problema religioso, che magari vanno in parrocchia per i Sacramenti e la Messa, ma preferiscono seguire - anche a costo di grandi sacrifici - quei maestri dello spirito che propongono percorsi esigenti e senza sconti, a cui però partecipano con gioia e per i quali accettano anche le prese in giro o l’isolamento. Questa realtà di cristiani integrali, a conoscerla da vicino, sta offrendo uno spettacolo interessante fatto di cambiamenti di vita, di senso di realizzazione, di pacificazione interiore, di voglia di condividere la propria esperienza. Rappresentano l’altra polarità, potremmo chiamarla quella degli esigenti religiosi.

Questa dinamica di polarizzazione nel campo religioso sembra essere favorita dalla corrente progressista all’interno della Chiesa, che con una sua ambiguità dottrinale e imprecisione sulle risposte alle grandi domande spinge gran parte dei battezzati verso un processo di liquefazione della fede. La corrente tradizionalista, invece, tenta invano di ostacolare tale dinamica, ma sforzandosi nell’impresa impossibile di fermare processi ormai irreversibili. Secondo vari osservatori ci troviamo di fronte ad un fenomeno di grande portata per l’occidente, che nei prossimi anni si farà sempre più evidente: da una parte emergerà una maggioranza di persone che avendo perso i loro riferimenti per la navigazione saranno tristi, sfiduciate, con una vita senza speranza. Dovranno fare i conti con la propria povertà interiore cercando un rimedio ad un tremendo senso di solitudine, e con un rischio incombente di depressione e frammentazione. Dall’altra si scorgerà la presenza di una minoranza di donne e uomini caratterizzati da uno scandaloso anticonformismo e un convinto spirito di opposizione allo status-quo, radicati nella fede, fede che pretenderanno di vivere con coerenza nella vita pratica anche risultando scomodi. Saranno persone allergiche e ribelli al politicamente corretto, all’ideologia Woke, alle facili risposte di una spiritualità mischiata e mutevole.

La Paura come Radice della Depressione e della Conflittualità

Il testo della Prima Lettera di Giovanni è illuminante: dalla paura. Il contrario dell’amore è proprio la paura, non l’odio! La depressione nasce dalla paura, la paura di non essere all’altezza, di non essere degni, di non avere le forze, di quello che gli altri possono dire o pensare… Quante paure! Proprio come la nostra società, che vive le nostre stesse dinamiche! Una società depressa che non ha più autostima e non è più capace di esprimere un minimo di coesione, di rispetto per il prossimo, di amore per l’altro o l’altra… Anche noi credenti abbiamo paura, di mille cose: di dove trovare i soldi per tenere in piedi la baracca, di non essere omologati in questa società, di essere rifiutati, di suscitare reazioni negative… Quante paure abbiamo, che ci portano a dimenticare l’amore, prima di tutto l’amore per Dio e poi l’amore per il prossimo? Paura di perdere un posto acquisito nella chiesa? Paura di essere messi in discussione? Paura di non essere accettati? Che paure abbiamo, per cui non riusciamo più a vivere l’amore di Dio e ci lasciamo andare a discussioni inutili, quando non dannose?

Ritornare all’evangelo, alla Parola di Dio che ce lo annuncia, dunque, potrà curare questi mali. La mia non potrà essere una risposta precisa al suo caso, che non conosco a sufficienza per potermi pronunciare con un intervento puntuale. Di per sé, da quanto comunica non si può nemmeno affermare con certezza che lei sia effettivamente «depresso», parola ombrello sotto la quale hanno trovato improprio riparo una miriade di stati d’animo gravitanti attorno alla tristezza, al pessimismo, alla malinconia, infine all’accidia (ma qui siamo su un altro piano, morale). Tale abuso, esito della medicalizzazione di ogni problema dell’uomo, va a danno di tutta la collettività e in definitiva pure di chi la depressione la vive davvero, come ben definita patologia psichiatrica! A questo proposito, il caso di un vescovo ausiliare di San Diego, past. John P. Dolan, che ha vissuto personalmente la drammatica esperienza di familiari affetti da malattia mentale, è emblematico. Dopo aver lottato con l'imbarazzo e la vergogna, ha iniziato ad accettare che la sua famiglia potesse avere uno squilibrio chimico che scatenava la depressione con maggiore facilità. Ha studiato i disturbi mentali, arrivando a convincersi che la depressione riduce il livello di colpevolezza di una persona, la quale, al di là degli aiuti esterni, può agire in modo irrazionale.

Un Approccio Integrato: Fede, Psicologia e Comunità

Il vescovo Dolan sottolinea come la sua fede come sacerdote cattolico esiga una certa disposizione mentale e una connessione relazionale con i membri della Chiesa e della comunità. Una buona comprensione della fede esige preghiera, vita comunitaria e guida spirituale. Nel caso dei disturbi mentali, la sua fede richiede anche assistenza psicologica occasionale o regolare. La Chiesa cattolica, attraverso il suo Catechismo, riconosce livelli di colpevolezza quando esamina il peccato e le scelte morali, tenendo conto delle circostanze e dell'intenzione delle persone affette da disturbi mentali.

L’approccio pastorale della Chiesa verso quanti lottano con disturbi mentali è sempre più evidente. Ministeri cattolici per la salute mentale stanno prendendo piede nelle parrocchie e nelle diocesi per aiutare a cancellare l’idea secolare che la malattia mentale sia il risultato di difetti caratteriali o di una mancanza di fede. Questi ministeri offrono corsi per sensibilizzare e sfatare i pregiudizi. È fondamentale che i sacerdoti e i ministri per la salute mentale non si sostituiscano ai medici, ma che accompagnino, con compassione e comprensione, coloro che sono vulnerabili.

La dimensione religiosa è un elemento significativo per la persona: influenza il modo di vivere, fornisce risposte, orientamento, senso alla vita. Indirizza le scelte fondamentali, motiva per affrontare prove difficili, offre criteri di scelta e di giudizio, incide su aspetti come ansia, umore, socialità, ecc. In questo caso il vissuto religioso non può restare all’esterno del rapporto con il paziente. Ignorare il senso dell'esistenza di un paziente significa rischiare di perdere informazioni fondamentali e vitali per aiutarlo. Non indagare il comportamento religioso significa rischiare di non offrire al paziente chiavi di lettura più corrette per il suo disagio. Questo lavoro deve essere fatto da terapeuti formati e preparati, consapevoli della propria antropologia e filosofia, e capaci di integrarle nel loro lavoro.

La depressione, lungi dall’essere un segno di debolezza spirituale, può diventare un percorso di crescita nella fede, una fede più umile e autentica. La comunità religiosa, con il suo amore e la sua accoglienza, può essere un luogo di guarigione e di sostegno, dove la fragilità non è giudicata ma accolta, e dove la ricerca di aiuto professionale è vista come un atto di responsabilità e di fiducia in Dio.

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