Per secoli, la creatività è stata raccontata come un’eccezione o un talento innato, un dono ultraterreno, una frattura inspiegabile nella linearità del pensiero. Oggi questa narrazione non regge più. Le neuroscienze cognitive hanno progressivamente spostato la creatività dal territorio del mito a quello dell’osservazione sperimentale, dimostrando che l’atto creativo emerge dalle configurazioni del cervello umano, da equilibri instabili tra controllo ed errore, tra disciplina e perdita di confini. Negli ultimi anni, un’attenzione crescente si è concentrata sugli stati liminali della coscienza, in particolare su ciò che accade quando il cervello allenta il controllo vigile senza spegnersi del tutto. Qui, dove l’attenzione si sfalda e le associazioni diventano più libere, la mente sembra produrre immagini inedite e soluzioni meno ovvie.
È credenza condivisa da molti il fatto che maschi e femmine si differenzino in funzione dei loro comportamenti. Gli stereotipi più comuni riguardano le abilità di multitasking, assegnate alla donna, il pessimo senso dell’orientamento (noto soprattutto alla guida), le capacità empatiche e di dialogo, mentre gli stereotipi che riguardano l’uomo concernono la capacità di coordinare e cooperare con più facilità, la difficoltà analitica e nell’esprimere emozioni. Si può presumere che le differenze di genere nel comportamento umano presentino una complementarietà di tipo adattativo: i maschi infatti mostrano maggiori abilità motorie e spaziali, mentre le femmine tendono a presentare competenze relazionali e sociali più affinate (Gur et al., 2012; Halpern et al., 2007).
La Ricerca del Passato: Stereotipi e Prime Ipotesi Neuroscientifiche
Per molti anni si è ritenuto che fosse l’ambiente e l’educazione ad assumere un peso determinante nella genesi queste differenze. L’utilizzo delle neuroimmagini ha messo in risalto diverse disuguaglianze in alcune aree del cervello: nei maschi è stata rilevata una percentuale maggiore di sostanza bianca (WM), che contiene fibre assonali mielinizzate e liquido cerebrospinale (Gur et al., 1999), mentre le donne mostrano una percentuale più elevata di materia grigia (Goldstein, 2001). Sono state anche individuate differenze relative alla forma di specifiche strutture cerebrali (Cosgrove et al., 2007), tra cui l’ippocampo, l’amigdala (Giedd et al., 1996; Rajapakse et al., 1997) e il corpo calloso (CC) (Allen et al., 1991).
Uno studio pubblicato nel 2014 (Ingalhalikae et al., 2014) e condotto da gruppi dell’Università della Pennsylvania e del Children’s Hospital di Philadelphia si è occupato di indagare i diversi tipi di connettività strutturale nel cervello maschile e femminile, alla base delle differenze presenti nella cognizione. I ricercatori hanno analizzato il cervello di 949 individui, 428 maschi e 521 femmine, tra gli 8 ed i 22 anni di età. Lo studio ha dimostrato che in media il cervello femminile mostra una maggiore connettività tra gli emisferi (inter-emisferica), mentre quello maschile presenta prevalenti connessioni all’interno di ciascun emisfero (intra-emisferica). Nel cervelletto invece le condizioni sono opposte: nelle donne si riscontra una maggiore connessione intra-emisferica contrariamente agli uomini dove sono più estese le comunicazioni inter-emisferiche.

Quando si parla di differenze cerebrali tra cervello maschile e femminile, si assumeva che esistesse solo una piccola sovrapposizione tra le forme di queste caratteristiche nei maschi e nelle femmine (alto grado di dismorfismo) e si assumeva che esistesse un cervello totalmente maschile e uno totalmente femminile (elevata coerenza interna) (Joel, 2012).
Elaboriamo le Informazioni in Modo Differente? La Visione del Mosaico Cerebrale
Uno studio condotto dall’Università di Tel-Aviv, del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences a Lipsia e del Dipartimento di Psicologia a Zurigo (Joel et al., 2015), ha analizzato attraverso strumenti di risonanza magnetica circa 1400 cervelli umani, rivelando una vasta sovrapposizione tra le distribuzioni delle caratteristiche del cervello di femmine e maschi. In altre parole, lo studio mette in luce che cervelli con caratteristiche che si collocano coerentemente ad una estremità del continuum della “mascolinità-femminilità” sono rari. Piuttosto, la maggior parte dei cervelli è formata da un “mosaico” di caratteristiche uniche, alcune più comuni nelle femmine, altre più comuni nei maschi, e alcune condivise sia dalle femmine che dai maschi. Questa estesa sovrapposizione mina qualsiasi tentativo di distinguere tra una forma “maschile” e una “femminile” per caratteristiche cerebrali specifiche, mostrando invece un’alta eterogeneità e un’enorme sovrapposizione di caratteristiche nella composizione specifica di tale mosaico.
Analizzando questi articoli si è rilevato che i maschi, in media, hanno un cervello più grande rispetto alle donne (da 8-13%), hanno un maggiore spazio intracranico (12%; > 14.000 cervelli), maggiore materia grigia (9%; 7.934 cervelli), maggiore sostanza bianca (13%; 7.515 cervello), maggior liquor (11,5%; 4.484 cervelli), e un cervelletto più grande (9%; 1.842 cervello). Guardando più da vicino, i ricercatori hanno trovato differenze di volume in diverse regioni.
Secondo la professoressa Michela Matteoli, ordinaria di farmacologia di Humanitas University e direttrice dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, «Negli ultimi 40 anni numerosi studi hanno cercato di indagare l’esistenza di possibili differenze di genere nel cervello umano. Grazie allo sviluppo di tecniche di imaging diagnostico si è effettivamente dimostrata l’esistenza di alcune differenze funzionali tra uomo e donna». Tuttavia, questo non significa che i nostri cervelli siano completamente diversi. Lo studio dell’Università della Pennsylvania e del Children’s Hospital di Philadelphia, sebbene abbia mostrato che il cervello maschile presenta prevalenti connessioni di tipo intra-emisferico mentre quello femminile mostra elevate connessioni inter-emisferico, è stato criticato per aver omesso la stragrande maggioranza delle connessioni che non differivano, per non aver controllato la maturazione correlata alla pubertà e per non aver normalizzato le dimensioni del cervello.

Differenze Strutturali Estremamente Rare: La Vera Differenza nel "Software"
L’idea che esistano un cervello femminile e uno maschile è l’ultimo luogo comune che ci portiamo dietro. Studi recenti hanno dimostrato che il cervello non segue affatto modelli rigidi ma è un mosaico di caratteristiche diverse, spesso condivise tra i sessi. «Nelle ultime ricerche scientifiche si dimostra che il nostro cervello è molto plastico e che reagisce agli stimoli ambientali», afferma la professoressa Matteoli.
Le differenze strutturali - l’hardware, per dirlo con un termine informatico - sono estremamente rare. La vera differenza è nel software, ovvero nel modo in cui il cervello risponde agli stimoli esterni durante tutto il periodo di sviluppo. Gli uomini e le donne reagiscono in maniera diversa di fronte agli imprevisti. Questa diversa capacità di adattamento alle circostanze esterne non è da attribuire semplicemente a differenze biologiche tra il cervello maschile e quello femminile. Certo, qualche differenza fisiologica è presente. Come spiega il medico ed esperto in psicobiologia Alberto Oliviero, il cervello femminile pesa 10-15 per cento in meno di quello maschile e le cellule sono più addensate, mentre in quello maschile è presente più sostanza bianca. Le differenze anatomiche non finiscono qui: come evidenziato dalle tecniche neuroimaging, il cervello maschile è più lateralizzato; le aree dedite alla comprensione del linguaggio sono solo nell’emisfero sinistro mentre in quello femminile si trovano anche nell’emisfero destro, che quindi processa le informazioni in parallelo con il sinistro, grazie anche al corpo calloso più spesso. Questa scoperta delle neuroscienze è da associare alla maggiore integrazione tra emozione, intuizione e logica nel cervello femminile. Inoltre, può anche essere il motivo per cui nelle donne il funzionamento cognitivo crea un maggior ventaglio di opzioni e c’è maggiore flessibilità, vantaggiosa nelle situazioni complesse e imprevedibili.
La Creatività: Un'Interazione Complessa di Fattori
Per comprendere davvero la complessità del pensiero e del comportamento creativo si deve considerare il modello bio-psico-sociale, che prende in considerazione l’interdipendenza tra fattori biologici, psicologici e sociali. Tra i fattori da prendere in considerazione, ad esempio, un peso rilevante nello sviluppo delle capacità creative è da attribuire al contesto sociale e al sistema di credenze in cui si forma la soggettività. Ad esempio, le aspettative degli altri, genitori o colleghi, possono anche bloccare l’associazione creativa e inibire comportamenti fuori dagli schemi.
Il pensiero creativo è rimasto fuori dal dominio dell’analisi scientifica fino alla nascita della psicologia e della neurologia clinica, avvenuta a cavallo tra il XIX e il XX secolo, quando i primi studi sui pazienti con lesioni cerebrali dimostrarono che la capacità di produrre idee nuove, metafore, soluzioni non standard poteva essere compromessa, o persino amplificata in specifiche condizioni di recupero. Nel secondo Novecento, tra gli anni Cinquanta e Settanta, il concetto di creatività iniziò a essere progressivamente ridefinito all’interno delle scienze della mente. L’ipotesi di un “centro” cerebrale dedicato alla produzione creativa venne gradualmente abbandonata, sostituita da un approccio distribuito che interpretava la creatività come il risultato di pattern dinamici di attivazione che coinvolgevano più sistemi cognitivi. Questo cambiamento maturò nelle neuroscienze cognitive, che dimostrarono come la generazione di idee nuove dipendesse dall’interazione tra processi di controllo esecutivo, memoria autobiografica e simulazione mentale.
A partire dagli anni Novanta, con la diffusione delle tecniche di neuroimaging funzionale, la ricerca si concentrò sempre più sugli stati mentali non ordinari, in particolare su condizioni caratterizzate da un allentamento parziale del controllo cognitivo: divagazione, immaginazione guidata, sogno e transizione sonno-veglia. Tre reti cerebrali principali sono state identificate come cruciali per la creatività: la Default Mode Network (DMN), l’Executive Control Network (ECN) e la Salience Network (SN). La DMN è attiva quando la mente non è focalizzata su un compito esterno. Supporta la simulazione mentale, la memoria autobiografica e la generazione spontanea di associazioni. La ECN, al contrario, è coinvolta nel controllo cognitivo, nella valutazione e nella selezione delle idee. La SN funge da regolatore, segnalando quando un contenuto interno o esterno è sufficientemente rilevante da meritare attenzione.
La creatività, secondo i modelli più accreditati, nasce quando queste reti cooperano anziché competere. Questa architettura spiega perché la creatività non coincida né con il puro abbandono né con il controllo rigido. Gli studi dimostrano che i soggetti con migliori performance creative presentano una maggiore flessibilità funzionale, ovvero una capacità più rapida di passare da uno stato mentale all’altro. Tecniche di neuroimaging hanno inoltre evidenziato che, durante compiti di pensiero divergente, aumenta la connettività tra regioni che normalmente operano in modo separato. Questo quadro teorico ha un’implicazione chiave: la creatività non è una qualità stabile del cervello, ma uno stato emergente. Dipende dal contesto, dal livello di vigilanza, dal carico cognitivo e dallo stato di coscienza.
Guilford: creatività e pensiero divergente
Gli Stati Liminali della Coscienza e la Creatività
Tra gli stati di coscienza analizzati dalle neuroscienze cognitive, quelli di transizione stanno assumendo un ruolo centrale nello studio della creatività. La veglia pienamente vigile e il sonno profondo condividono un limite opposto. Nella prima, il controllo esecutivo tende a filtrare e scartare le associazioni meno convenzionali; nel secondo, la perdita di coscienza impedisce la ritenzione e l’elaborazione delle immagini mentali.
Lo stadio numero 1 del sonno, comunemente definito fase ipnagogica, corrisponde al momento iniziale dell’addormentamento. Dal punto di vista neurofisiologico, è caratterizzato da una progressiva riduzione dell’attività frontale associata al controllo cognitivo e da un aumento delle oscillazioni a bassa frequenza, in particolare nell’intervallo theta, correlate a processi immaginativi e mnemonici. I modelli di connettività funzionale indicano che, durante lo stadio N1, la Default Mode Network rimane attiva, mentre l’Executive Control Network si indebolisce senza disattivarsi completamente. Questa configurazione riduce l’inibizione top-down tipica della veglia e consente al cervello di esplorare combinazioni che, in condizioni ordinarie, verrebbero rapidamente scartate. Il dato rilevante, emerso con chiarezza negli studi sperimentali, è che questa condizione non coincide con un generico rilassamento. Al contrario, rappresenta uno stato cognitivo preciso, in cui l’instabilità controllata favorisce il pensiero divergente e la flessibilità concettuale.
Quando il soggetto supera questa soglia ed entra negli stadi successivi del sonno, l’effetto creativo si riduce drasticamente. Le immagini non vengono consolidate e la capacità di rielaborazione cosciente si perde. Uno studio pubblicato nel 2021 su Science Advances ha mostrato che l’ingresso controllato nello stadio N1 aumenta in modo significativo la probabilità di raggiungere soluzioni creative improvvise, rispetto sia alla veglia continua sia al sonno più profondo. Nell’esperimento, i partecipanti venivano monitorati durante il processo di addormentamento mentre svolgevano un compito di problem solving noto per favorire l’insight. Un aspetto cruciale dello studio riguarda la specificità temporale dell’effetto: quando i partecipanti scivolavano nello stadio N2, l’incremento creativo scompariva. Questo dato consente una distinzione netta: non è il sonno in quanto tale a facilitare la creatività, ma la fase di transizione in cui il cervello è ancora in grado di mantenere un contatto con il contenuto mentale generato.
L'Importanza del Sesso Femminile negli Studi Clinici e la Plasticità Cerebrale
La questione chiave non è sostenere che non vi siano differenze strutturali o funzionali del cervello determinate dagli ormoni. Ma considerare il fatto che le caratteristiche neurali non siano così nettamente distinte a seconda del sesso, e che le differenze medie non siano facilmente identificabili. Bisogna quindi favorire i modelli multifattoriali che considerino non solo i geni, ma anche il contesto socioculturale e le esperienze individuali, in modo da abbandonare definitivamente la concezione essenzialista.
Il corpo femminile per molto tempo è stato visto come “variante” del maschile. Negli studi clinici i soggetti arruolati sono stati prevalentemente di sesso maschile. In quelli preclinici in vitro (su linee cellulari o cellule isolate) non è stato mai riportato il sesso di origine dell’organismo da cui derivano le cellule. Per quelli in vivo (su animali da esperimento) sono stati usati quasi sempre animali di sesso maschile. Solo negli ultimi anni c’è stata una presa di coscienza globale e finalmente da qualche anno si sta iniziando a parlare di medicina di genere. Non a caso dal 2014 il National Institute of Health negli Stati Uniti ha reso obbligatoria l’inclusione delle donne negli studi preclinici da esso finanziati.
«Più procede la ricerca e più ci accorgiamo che le differenze non sono tanto a livello strutturale quanto a livello di alcuni meccanismi molecolari. Differenze che non devono essere utilizzate per continuare nella falsa narrazione sull’esistenza di attività per soli uomini e per sole donne bensì devono essere indagate per migliorare le cure», spiega la professoressa Matteoli.
Secondo Fine e Rippon, in molti esperimenti si evince poi una grande confusione nei confronti del concetto di genere, che è perlopiù trattato anch’esso come un fenomeno naturale più che come costrutto sociale. Da qui la frequente e fallace sovrapposizione tra sesso biologico e genere, che mette in luce la necessità sempre più incalzante di una formazione specifica per chi indaga il comportamento umano. Secondo le due studiose, per la definizione di possibili nuove linee guida che aiutino lo studio delle differenze cerebrali legate al sesso - e quindi dei presunti comportamenti di genere - bisogna tenere a mente alcuni concetti chiave. Prima di tutto, non considerare la configurazione cerebrale come necessariamente predittiva di un certo comportamento. La predisposizione biologica influenza sì il comportamento degli individui, ma in modi molto più complessi, variegati e difficilmente indagabili di quanto porti a pensare l’essenzialismo biologico. La caratteristica A non darà quindi necessariamente una serie di comportamenti B. E quindi fondarsi unicamente sull’osservazione anatomica porta con sé il rischio di adombrare e dimenticare le realtà funzionali. È ormai noto, per esempio, che diversi schemi di attivazione neuronale siano in grado di determinare la medesima abilità e predisporre lo stesso comportamento. Come seconda cosa, dovremmo definitivamente abbandonare l’idea che esistano un cervello del tutto “maschile” e uno del tutto “femminile”: la realtà strutturale e funzionale del cervello è piuttosto un complesso mosaico di caratteristiche (semplicisticamente definite maschili e femminili) che variano da individuo a individuo. Una persona può dunque essere molto empatica e allo stesso tempo più portata per il calcolo matematico a prescindere dai suoi cromosomi sessuali. Terza cosa: il comportamento sorge da un’interazione fortemente complessa tra fattori multilivello che si influenzano reciprocamente. Oltre a quelli a livello biologico, che come abbiamo visto già di per sé variano molto tra gli individui, assumono un ruolo rilevante anche quelli a livello di contesto, come per esempio le norme culturali prevalenti, il sistema dominante, le disuguaglianze, gli stereotipi a cui si è soggetti (a questo proposito in letteratura si parla di stereotype threat), lo status, il ruolo deciso o imposto, nonché i fattori a livello individuale come il benessere, l’educazione ricevuta, lo sviluppo emotivo, le dinamiche interpersonali, le esperienze vissute, le abilità apprese ed esercitate, lo sviluppo identitario e di genere. Infine, le predisposizioni cerebrali possono essere modificate, neutralizzate o persino invertite dall’interazione con l’ambiente.
In sintesi, Fine e Rippon dicono che le differenze strutturali e funzionali cerebrali non possono essere nettamente categorizzate in base al sesso dell’individuo e che il genere è una realtà da intendere come multifattoriale piuttosto che bidimensionale. Inoltre, l’influenza di esperienza, allenamento e cultura di contesto nello sviluppo cerebrale si rivela incisiva e dimostra che la plasticità cerebrale è un fattore fondamentale da considerare nello studio del comportamento umano.
I primi lavori di revisione di Fine e Rippon - a cui nel frattempo si sono aggiunti quelli di molte altre colleghe - hanno ormai quindici anni. Nel mondo della ricerca i nuovi modelli multifattoriali stanno cominciando a ottenere finalmente riscontro, seppur lentamente. Ma il neuromito delle differenze nette tra cervello maschile e femminile è ancora fortemente radicato nella società contemporanea, alimentato da media, libri scientifici datati e intellettuali nostalgici.