La Psichiatria Psicoanalitica e la Violenza Adolescenziale: Un'Esplorazione Complessa

La psichiatria psicoanalitica dell'adolescenza ha sempre rivolto grande interesse all’adolescente violento. L’antisocialità, la delinquenza e la criminalità più o meno grave degli adolescenti hanno svolto un ruolo centrale nel definirsi della nostra disciplina e hanno prodotto una gran mole di riflessioni e contributi. Molti Colleghi, anche nei nostri precedenti Congressi ISAP (Flavigny, 1985; Evans, 1985; Gutton, 1985; Marohn, 1994; Jeammet, 1997; Novelletto, 1988; Stone, 1999; Streek-Fischer, 1999), hanno affrontato l'argomento da diverse angolazioni, secondo i propri interessi clinici. Soprattutto, è bene ricordarlo, ciascuno, in quanto psicoanalista, ha ripreso, per questa via, le proprie personali “questioni fondamentali” (Aulagnier, 1984).

Senza dubbio confrontarsi con l’adolescente violento è una prova necessaria per chi lavora con gli adolescenti, richiede tutto il nostro impegno professionale e, al contempo, offre occasioni alla nostra formazione e crescita personale. Inoltre, il trattamento della violenza adolescente interroga con insistenza la nostra sensibilità clinica, impone di valutare i livelli raggiunti dal lavoro nelle istituzioni, porta ad interessarsi alle più recenti aree di ricerca delle neuroscienze, spesso anche a cercare conforto e chiarimenti in altri campi come la filosofia, la sociologia, l’etica e la giurisprudenza. Infine, mette in gioco la nostra identità psicoanalitica.

Adolescente pensieroso

Di fronte a territori psichici così incogniti come quelli della violenza adolescente, e mi riferisco qui alle sue manifestazioni più efferate, il riferimento all’inconoscibile della vita psichica, al lavoro dell’inconscio, alla sua a-logica o bi-logica e alla sua atemporalità viene spontaneo. Del resto, quando parliamo di trattamento, facciamo riferimento a ciò che non è legato nella psiche con l’intento di dargli forma, senso, coerenza. In particolare, è ampiamente condiviso che molti gravi crimini contro la persona avvengono ad opera di soggetti con evidenti carenze nei loro processi di simbolizzazione e di mentalizzazione. “Trattare” diventa allora legare insieme, mettere in racconto, negoziare la ricostruzione di accadimenti, ma anche arrivare a trattare la resa del soggetto a se stesso, così che si possano svolgere trattative di pace fra parti scisse della sua personalità. Il termine trattare riacquista insomma tutto il suo significato etimologico sia per quanto riguarda la cura che per quanto riguarda il trattare con un oggetto: entrare in trattativa con l’altro, commerciare, negoziare, così come nel linguaggio di guerra si aprono trattative di tregua, di pace e di cooperazione.

Certamente la violenza è anche un sintomo. È il risultato di slegamenti psichici molto pericolosi per il processo di soggettivazione (Cahn, 1991), costituisce una sintesi ipercondensata di eventi psichici, un cortocircuito del funzionamento psichico, e al contempo esprime comunque “un nucleo di verità storico” della vita del suo autore. L’adolescente violento ha certamente fallito nei suoi primi tentativi di trattare i messaggi enigmatici del linguaggio dell’adulto o è stato addirittura materialmente sottoposto a violenze fisiche, sessuali e psicologiche nel corso della sua infanzia. Una caratteristica dell’adolescente violento è di non omettere quanto è fuori proposito, futile o insensato, inconveniente e spiacevole (il non-legato, il sessuale e/o l'aggressivo), ma piuttosto di agirlo, esibirlo. Così una quantità di scorie dei processi di legamento e di traduzione psichica invadono il campo, intralciano il funzionamento psichico. Tutto ciò rischia di indurre allo scoraggiamento e quindi rendere difficile il trattamento.

Tuttavia, la risposta terapeutica e la prevenzione di fronte a tale rischio di deriva riposano sulla serenità del terapeuta di fronte all'ineluttabile presenza della violenza in ogni immaginario, nella vita fantasmatica di ciascuno. Riconoscere che la violenza è naturale ed inevitabile, che si fonda su un bisogno difensivo e non sadico in sé, anche se potrebbe diventarlo, costituisce il filo conduttore di ogni risposta terapeutica di fronte all'inquietudine dell'adolescente verso i propri fantasmi violenti e verso la tentazione rappresentata dalla trasformazione di questa violenza in distruttività cieca. Resta valido quanto scrive Hannah Arendt (1964): “Il terrore diventa totale quando si libera di qualsiasi opposizione.”

Mutamenti nel Panorama della Violenza Adolescenziale

È necessario partire dal riconoscimento che molte cose sono attualmente cambiate nella relazione fra violenza e psicopatologia in adolescenza. Innanzitutto, è cambiato il comportamento violento degli adolescenti (perché sono cambiati gli adolescenti), sia per entità numerica che per le caratteristiche dei reati (armi da fuoco, violenza per bande, violenza sessuale e contro i bambini, serial killer e stragi, ragazze omicide, bande di ragazze).

Anche dal punto di vista psicodinamico, molte cose sono cambiate da quando Freud ha descritto il reato come espressione, dal valore simbolico, di un senso di colpa inconscio. Ad esempio, Roussillon (1995), rileggendo Freud, attribuisce ai fallimenti dell’ambiente di accudimento, nelle prime fasi della vita, l’organizzarsi di vissuti di colpa e ipotizza la presenza di un nucleo di colpa primario all’origine della criminalità e della violenza antisociale. Anche il concetto di debolezza dell’Io, quindi l’incapacità di tollerare le frustrazioni, di dilazionare la soddisfazione dei desideri, quello di un Super-io primitivo e quello di fissazione a tappe infantili dello sviluppo, risultano concetti insufficienti per orientarsi nella complessità dei quadri psicopatologici osservati in soggetti responsabili di reati gravi, spesso efferati. Essi possono essere ancora criteri sui quali formulare una diagnosi e il grado di ritardo maturativo e quindi utili solo per organizzare quella valutazione medico-legale dei dati, necessaria a rispondere ai quesiti dei magistrati: capacità di intendere e volere, imputabilità, pericolosità sociale.

Grafico che mostra l'aumento della violenza adolescenziale con armi da fuoco

Prospettive Teoriche sulla Violenza Adolescenziale

Per Winnicott, la tendenza antisociale, che si manifesta attraverso i comportamenti distruttivi, è una manifestazione rivendicativa nei riguardi della madre che non risponde in modo soddisfacente ai bisogni dell’Io del bambino. Secondo Balier (1998), ciò che manca agli adolescenti violenti è la percezione interna di un legame indistruttibile tra i genitori che permetta di organizzare la scena primaria elaborandone, attraverso l’attività fantasmatica, gli aspetti di violenza in essa naturalmente presenti. Il difetto di elaborazione dei conflitti fra i bisogni narcisistici e il riconoscimento dell’oggetto, porta ad una mancanza di integrazione della violenza da parte della libido oggettuale. L’emergere dell’oggetto sessuale, esperienza peculiare di ogni adolescente, prende allora la forma di una minaccia all’esistenza del soggetto, tanto più in quanto è in primo piano, in questo periodo della vita, una riattualizzazione delle imagines genitoriali. La violenza è allora necessaria in quanto misura di protezione.

Secondo Kohut, la risposta al problema della violenza umana sta nella comprensione del fenomeno della rabbia. A tale proposito Wolf (1988) ne descrive così le origini: “L’origine della rabbia narcisistica deve essere ricercata nell’esperienza infantile di assoluta impotenza di fronte all’oggetto-Sé (generalmente una persona che ha funzioni di accudimento e che risponde a bisogni di rispecchiamento e di idealizzazione). Tali esperienze di impotenza sono dolorose in modo intollerabile perché minacciano la continuità e l’esistenza del Sé, quindi evocano la più forte difesa di emergenza del Sé sotto forma di rabbia narcisistica.” Come scrive Kohut (1985), la rabbia narcisistica è all’origine di alcuni dei più terribili aspetti della distruttività umana, spesso sotto forma di attività ben organizzate in cui la distruttività dei “perpetratori” si fonde con l’assoluta convinzione della propria grandezza e con la devozione a figure onnipotenti arcaiche. La rabbia narcisistica può assumere varie forme, che hanno però tutte una caratteristica comune: il bisogno di vendetta, il bisogno che si ripari un’ingiustizia, che si cancelli un’offesa con qualunque mezzo e una coazione irremovibile, profondamente radicata, a perseguire tutti questi obiettivi. Tale distruttività nasce quando il Sé e l’oggetto non riescono a corrispondere alle aspettative relative al loro funzionamento, siano esse “la disponibilità incondizionata da parte dell’oggetto-Sé speculare approvante o dell’oggetto idealizzato che permette la fusione”. Il risultato di questa deprivazione nello sviluppo è rappresentata da un soggetto che deve mantenere il proprio Sé attingendo a questa duplice esperienza, se non vuole sperimentare sentimenti di intensa vergogna o forme violente di rabbia narcisistica.

Soffermandosi sugli aspetti più orribili della crudeltà umana, Bollas (1995) sostiene che il male trova la sua oggettivazione nella violenza priva di pensiero, vuota e terribile, come quella del genocidio e del serial killer. L’aggressore (nel modello estremo del serial killer, che è stato anche egli “ucciso” (Sé ucciso) nell’infanzia dai vari possibili tipi di trauma, che lo hanno privato dell’area intermedia d’illusione necessaria alla nascita e alla crescita del proprio sé creativo) s’identifica con l’oggetto che uccide tutto ciò che è buono (la fiducia, l’amore, la riparazione) e perciò uccide il Sé degli altri.

Secondo la prospettiva intersoggettiva, Stolorow, Atwood e Brandchaft (1994) considerano le intense reazioni aggressive, così come si osservano nel trattamento analitico, come un prodotto psicologico che segnala sempre ostacoli al, o disturbi nel, legame di transfert d’oggetto-Sé del paziente, per cui l’aggressività serve da funzione restitutiva nel restaurare un sentimento di onnipotenza urgentemente agognato.

In un altro ambito, recenti ricerche biochimiche hanno riconosciuto che deficit o comunque alterazioni della funzione serotoninergica cerebrale sono quasi certamente implicati nella patogenesi dei vari disturbi psichiatrici caratterizzati da un cattivo controllo delle tendenze ad aggredire se stessi e gli altri (Cowen, 1996; Linnoila, Virkunnen, 1992).

Peter Becker - Le neuroscienze e la nuova biologia della violenza - 22 Giugno 2012

Punti Ferm i e Percorsi di Recupero

Alla luce di quanto finora detto riguardo alle ipotesi relative alla genesi del comportamento violento, alcuni punti fermi possono ora essere definiti. È noto che la rabbia e la violenza infantili, con l’intervento di meccanismi di difesa primitivi, si traducono in sentimenti e impulsi negativi (invidia, gelosia, avidità, odio) che danno al Sé in via di sviluppo un’impronta patologica di tipo primitivo (disturbi di personalità). Il rapporto con l’oggetto si organizza tra due poli opposti: l’onnipotenza da un lato, la fusione dall’altro. La sicurezza dell’individuo (le basi narcisistiche) dipende dall’instaurarsi di un equilibrio intermedio tra questi due poli.

È noto che posizioni di partenza così compromesse possono essere almeno in parte recuperate dal bambino, e forse anche dall’adolescente, se vengono loro offerte esperienze transizionali (Winnicott) e riparative verso la realtà e l’esperienza condivisa della relazione con l’altro (esperienze di gioco che favoriscono l’attività fantasmatica, la proiezione, l’immaginazione, la metafora). Pertanto, va considerato che, a volte, la violenza può operare una metamorfosi e trasformarsi in una spinta all’autocura attraverso il racconto e la scrittura autobiografica, com'è successo, ad esempio, a Edward Bunker (1996, 2000, 2001), passato dal crimine alla notorietà come scrittore, che afferma: ”I tratti del mio carattere che mi hanno fatto combattere il mondo sono gli stessi che mi hanno poi permesso di farmi valere”.

Sfide Cliniche e Prospettive Future

A partire dalla mia esperienza clinica in Ospedale Diurno e da alcuni trattamenti psicoterapeutici svolti nel carcere minorile, vorrei proporre alcune riflessioni e sollevare alcune questioni. Innanzitutto, segnalo come la maggiore difficoltà sia rappresentata dall’avvicinare l’adolescente violento al suo possibile trattamento. Inoltre, le caratteristiche psicopatologiche di tali soggetti sono diversificate e quindi una corretta diagnosi è il punto di partenza fondamentale per attuare un adeguato intervento terapeutico.

La complessità delle manifestazioni violente porta a considerare l’origine multifattoriale della violenza adolescente. Ad essa concorrono fattori genetici ereditari, neurologici, ambientali (legati alla famiglia d’origine), socio-culturali (effetti delle immagini di violenza osservate direttamente o in televisione) e psicopatologici. In particolare, nei casi di reati gravi, spesso è proprio l’atto violento ad essere il sintomo dal quale partire per valutare la psicopatologia. Essa rappresenta, infatti, la migliore soluzione psicopatologica possibile per l’adolescente criminale. Ricercarne il possibile senso è però un lavoro che può essere fatto solo attraverso il tempo. Infatti, l’atto violento spesso, all’inizio, non ha senso né per il soggetto né per chi lo subisce o ne è spettatore. Infatti, il ricorso alla violenza in certi atti estremi avviene in uno stato di alterazione della coscienza, per la riviviscenza di processi primitivi e arcaici.

Possono qui essere evocate le concettualizzazioni di M. e E. Laufer (1984) a proposito del breakdown prodotto dall’avvento del corpo sessuato, in quanto questi stati di alterazione della coscienza sono accostabili ad episodi di depersonalizzazione. Così, molte espressioni di violenza dell’adolescente con un disturbo della personalità sono semplici figurazioni, prime tracce esteriorizzate di una condizione traumatica interna che ha difficoltà a trovare una rappresentazione psichica e accedere alla simbolizzazione.

La mia ipotesi di fondo è che alcuni atti violenti non trovino una spiegazione diretta nella presenza di fantasie inconsce più organizzate e dovute ad esperienze traumatiche legate alla scena primaria o all'Edipo. Tali chiavi di lettura interpretative compaiono quando si avviano, nell’adolescente, investimenti sia libidici che aggressivi sull’ambiente di cura, quando i processi di simbolizzazione hanno ripreso ad essere operanti. Piuttosto, le letture interpretative costituiscono delle possibili tele di fondo sulle quali tessere dei legami psichici e dei percorsi di senso. L’ipotesi avanzata da Novelletto (1986; 1988) per cui, in certi soggetti, l’atto criminoso realizzi una “fantasia di crescita psichica” (psychic growth fantasy) ne è un esempio. Infatti, tale lettura interpretativa, quando è il risultato del lavoro comune dell’adolescente e dell’analista, è molto utile al percorso che porta all’assunzione di responsabilità. Questa condizione, a sua volta, è il segno di una ripresa del controllo sul proprio funzionamento mentale e indica la costituzione, nel soggetto, di uno schermo antistimolo adeguato.

La gestione ed il trattamento dell’adolescente violento sono particolarmente impegnativi per il terapeuta e per l’ambiente di cura. Una cosa è riconoscere l'importanza dell'agire.

Diagramma che illustra i molteplici fattori che contribuiscono alla violenza adolescenziale

L'Adolescenza come Fase Critica e la Proposta di un Modello Clinico

L’adolescenza è una fase del ciclo di vita che richiede approcci diagnostici, valutativi e clinici specifici. La mobilità e la fluidità di un’epoca della vita umana, più di altre caratterizzata da incertezza e instabilità psichica, corporea e relazionale, costringono psicologi e psicoterapeuti a muoversi con cautela rispetto al riconoscimento delle situazioni psicopatologiche e a rischio.

Questo libro presenta un modello di consultazione e presa in carico dell’adolescente che coniuga teoria psicoanalitica e teoria evolutiva. Un intervento clinico che guarda alla crisi del giovane paziente come al segnale di un blocco nella realizzazione dei compiti evolutivi fase-specifici. Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della Fondazione Minotauro di Milano. Insegna presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Giovane adulto (con F. Madeddu, 2014), L’adolescente (con L. Cirillo, T. Scodeggio, T. Loredana Cirillo è socia dell'Istituto Minotauro, dove è docente del master “Prevenzione e trattamento delle dipendenze da Internet in adolescenza”. Nelle nostre edizioni ha pubblicato L’adolescente (con M. Lancini, T. Scodeggio e T. Lockdown antivitale per i ragazzi. Adolescenza: infantilizzazione e attacco al Sé. Il volume tratta gli argomenti fondamentali della psichiatria e psicoterapia per adolescenti, quali il concetto teorico di "sé", il "sé" adolescenziale, la sua evoluzione, le possibili psicopatologie, lo sbocco criminale della condotta. Ogni argomento è accompagnato dall'analisi di casi clinici. Sono trattati in particolare la crisi adolescenziale, la nevrosi, la scelta inconscia tra nevrosi e perversione, la depersonalizzazione, l'anoressia mentale, la valutazione del rischio psicotico, la revisione del concetto di psicosi schizofrenica.

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