Disturbi Alimentari: Una Sfida Complessa nel Contesto Universitario e Oltre

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano una sfida sanitaria di crescente preoccupazione, che colpisce un numero significativo di persone in tutto il mondo, con particolare incidenza in ambienti come quello universitario. Lungi dall'essere semplici "fasi" o capricci, i DCA sono patologie complesse e potenzialmente letali, radicate in un intreccio di fattori biologici, psicologici e sociali. La percezione comune, che spesso associa i disturbi alimentari esclusivamente a giovani donne eterosessuali e cisgender, è purtroppo una semplificazione che maschera la vasta portata e la trasversalità di queste condizioni.

La Prevalenza dei Disturbi Alimentari nei Campus Universitari

L'ambiente universitario, con le sue pressioni accademiche, sociali e di adattamento, può agire come un terreno fertile per l'insorgenza o l'aggravamento dei disturbi alimentari. Un sondaggio condotto dal NEDA (National Eating Disorders Association) nel 2013 ha rivelato che una percentuale considerevole di studenti universitari, compresa tra il 10% e il 20% delle donne e tra il 4% e il 10% degli uomini, soffre di un disturbo alimentare. Queste cifre sono ulteriormente corroborate da ricerche che segnalano un aumento generale dei disturbi alimentari nei campus.

Studenti universitari che studiano in biblioteca

In particolare, studi recenti hanno evidenziato come alcune fasce della popolazione studentesca siano maggiormente a rischio. Una ricerca del 2019 ha indicato che gli studenti appartenenti a minoranze di genere (GM) registrano una prevalenza significativamente più alta di sintomi di disturbi alimentari rispetto ai loro coetanei cisgender. Similmente, uno studio del 2015 ha riscontrato che gli studenti universitari transgender hanno una probabilità quattro volte maggiore di soffrire di disturbi alimentari e due volte maggiore di ricorrere a comportamenti eliminatori, come il vomito autoindotto o l'uso di lassativi.

Anche gli studenti-atleti, sia di sesso femminile che maschile, sono identificati come un gruppo a maggiore rischio. La pressione per mantenere determinate prestazioni fisiche, unita a regimi dietetici spesso restrittivi e a un'enfasi sull'aspetto corporeo, può contribuire allo sviluppo di un rapporto disfunzionale con il cibo.

La "Drunkoressia": Un Pericoloso Binomio

Nel contesto universitario emerge con preoccupante frequenza un comportamento noto come "drunkoressia", una pratica che unisce la restrizione alimentare al consumo di alcol. Alcuni studenti, infatti, scelgono di "risparmiare" calorie durante il giorno con l'obiettivo di poter bere alcolici la sera senza aumentare di peso, o talvolta per potenziare gli effetti dell'alcol. Questa abitudine è particolarmente rischiosa poiché somma i danni della malnutrizione a quelli dell'abuso di alcol, con conseguenze devastanti sia a livello fisico (ipoglicemia, danni epatici, problemi cardiovascolari) che psicologico (ansia, impulsività, perdita di controllo).

Grafico che illustra le conseguenze della drunkoressia

Disturbi Alimentari e Comunità LGBTQIA+: Un Rischio Accresciuto

È fondamentale sfatare il mito che i disturbi alimentari colpiscano solo donne etero e cisgender. Si tratta di un fenomeno trasversale a tutte le categorie e intersezioni sociali, che include l'orientamento sessuale e l'identità di genere. Le ricerche dimostrano in modo inequivocabile che la comunità LGBTQIA+ mostra una frequenza di disturbi alimentari più elevata rispetto alla popolazione eterosessuale e cisgender. Uno studio ha riscontrato che il 54% degli adolescenti e dei giovani adulti LGBTQIA+ intervistati ha dichiarato di avere un disturbo alimentare diagnosticato, e un ulteriore 21% sospettava di soffrirne.

In particolare, gli uomini che si identificano come gay rappresentano una percentuale significativa della popolazione maschile affetta da disturbi alimentari. Sebbene costituiscano circa il 5% della popolazione maschile totale, tra i maschi che soffrono di DCA, il 42% si identifica come gay. Le persone che si identificano come gay, lesbiche, bisessuali o "prevalentemente eterosessuali" registrano tassi elevati di alimentazione incontrollata e di comportamenti eliminatori rispetto ai loro coetanei eterosessuali.

Come per altre popolazioni, i disturbi alimentari nella comunità LGBTQIA+ sono un fenomeno complesso e sfaccettato. L'identità sessuale o di genere da sola non è in grado di predire chi svilupperà un DCA, poiché anche altri fattori biologici, psicologici e sociali giocano un ruolo cruciale.

Sfide nell'Accesso alle Cure per la Comunità LGBTQIA+

Oltre a un rischio accresciuto di sviluppare un disturbo alimentare, le persone della comunità LGBTQIA+ possono incontrare significative difficoltà nell'accedere alle cure necessarie. Studi indicano che queste persone hanno maggiori probabilità di subire discriminazioni, maltrattamenti e rifiuto da parte dei professionisti della salute e della salute mentale rispetto al resto della popolazione. Uno studio del 2022 ha rilevato che, in quell'anno, più di un adulto LGBTQIA+ su cinque ha rinunciato alle cure mediche a causa della discriminazione attuata dagli operatori sanitari.

Questi dati sottolineano l'importanza cruciale di offrire programmi di cura inclusivi e culturalmente competenti che supportino le persone LGBTQIA+ con disturbi alimentari. Ciò implica la necessità di garantire che tutti gli specialisti coinvolti nella cura dei DCA siano adeguatamente formati per lavorare con pazienti LGBTQIA+, possedendo le competenze e la sensibilità necessarie per trattare le difficoltà specifiche, rispettare le loro esigenze e comprendere le sfide individuali di ogni paziente.

Guarire da un DISTURBO ALIMENTARE - quando la malattia unisce

Intelligenza Artificiale e Disturbi Alimentari: Un Campo Minato

L'avvento dell'intelligenza artificiale (IA) ha aperto nuove prospettive in molti settori, inclusa la salute. Tuttavia, l'applicazione dell'IA nel trattamento dei disturbi alimentari presenta rischi considerevoli, come dimostra il caso di Tessa, un chatbot creato dalla National Eating Disorders Association (NEDA). Inizialmente concepito per fornire supporto e suggerimenti per migliorare il rapporto con l'immagine corporea, Tessa ha iniziato, a causa di modifiche non autorizzate, a fornire consigli dietetici specifici, incluse raccomandazioni sulla perdita di peso e sul monitoraggio calorico.

Immagine stilizzata di un chatbot che interagisce con un utente

Questo incidente solleva serie preoccupazioni. Sebbene l'IA possa potenzialmente rendere le cure più accessibili ed efficaci, il rischio di fornire informazioni dannose, soprattutto in un campo così delicato come quello dei disturbi alimentari, è elevato. La professoressa Fitzsimmons-Craft, che ha contribuito allo sviluppo di Tessa, ha sottolineato che nella sua forma originale il chatbot non era in grado di fornire risposte non copione, a differenza di IA generative come ChatGPT. La vicenda ha evidenziato come modifiche apportate da terze parti, senza la consultazione o l'autorizzazione dell'organizzazione promotrice, possano portare a conseguenze pericolose.

Il caso Tessa evidenzia la necessità di una regolamentazione globale in questo settore. L'IA, pur potendo essere uno strumento utile per la prevenzione, come dimostrato da studi che ne attestano l'efficacia nel ridurre le preoccupazioni su peso e forma corporea, non può e non deve sostituire i professionisti medici nel trattamento dei disturbi alimentari.

L'IA come Strumento di Supporto, Non di Sostituzione

Studi recenti hanno esplorato il potenziale dell'IA nel campo della salute mentale. Alcuni partecipanti a un esperimento hanno percepito le risposte di ChatGPT come più empatiche rispetto a quelle dei medici. Tuttavia, l'aggiunta di intelligenza artificiale generativa a questi sistemi aumenta la difficoltà di controllo, poiché le loro risposte non hanno un'origine chiara e possono essere influenzate da enormi quantità di dati testuali che non vengono rielaborati criticamente.

Accenture, una società di consulenza strategica, ha sottolineato l'importanza di verificare e aggiornare le fonti di dati sottostanti ai sistemi di IA utilizzati in ambito sanitario, nonché di garantire che i bot addestrati su tali dati siano ben realizzati e controllati. È fondamentale che gli utenti abbiano piena visibilità sui modelli di dati e che questi sistemi vengano testati a fondo per evitare risposte indesiderate.

Nonostante i pericoli, è probabile che i chatbot proliferino negli ambienti clinici. Un secondo esperimento, pubblicato su una rivista scientifica specializzata, ha valutato l'efficacia di un chatbot basato su un programma consolidato di prevenzione dei disturbi alimentari, seguendo i dettami della terapia cognitivo-comportamentale. Lo studio ha riscontrato che tale intervento, utilizzando un approccio testuale semplice, può essere facilmente diffuso per prevenire queste malattie mortali, riducendo le preoccupazioni di donne su peso e forma corporea.

Questo dimostra che l'IA può essere utile per aiutare i soggetti a rischio a evitare di cadere nella rete dei disturbi alimentari. Tuttavia, quando si va oltre questo ambito, come nel caso di Tessa, spingendosi a fornire consigli dietetici, sorgono problemi e i pericoli diventano considerevoli.

Aurora Caporossi, Founder e Presidente di Animenta, sottolinea che l'intelligenza artificiale dovrebbe essere vista come un mezzo che apre nuove prospettive in base a come viene utilizzata. Prima di tutto, è necessario chiedersi se e in che modo l'IA possa costituire un aiuto in più. La cultura attuale, ossessionata dal corpo, dal cibo e dal peso, rende difficile creare chatbot che supportino efficacemente il percorso di cura con i dati attuali. È necessario un lavoro culturale per decostruire i bias che vengono "dati in pasto" alle IA. Il rischio, come nella vicenda di Tessa, è che le chat forniscano consigli dannosi. L'IA viene già utilizzata da gruppi pro-anoressia e pro-bulimia per promuovere comportamenti alimentari estremi.

Un altro tema cruciale riguarda la gestione dei dati forniti dai pazienti. Chi ha accesso a questi dati? Cosa succede se i pazienti ritrattano le proprie informazioni? È fondamentale affrontare queste questioni con responsabilità.

Tuttavia, ciò non significa che l'IA non possa essere una risorsa preziosa. I chatbot, ad esempio, potrebbero essere utili ai clinici in fase di diagnosi. Startup come Comestai stanno sviluppando IA come supporto per le equipe di specialisti, per diagnosi precoci, per identificare dubbi sul percorso di un paziente o per la creazione di piani personalizzati. Si tratta di una sorta di assistenza digitale, una "dashboard intelligente" che monitora i progressi della terapia, segnala potenziali rischi e non accede alle conversazioni terapeutiche private.

L'ipotesi futura è un mix tra interazione umana e strumenti di intelligenza artificiale, dove l'IA supporta il recupero quotidiano. L'IA potrà subentrare in alcuni casi, ma la tecnologia deve essere messa al servizio della relazione terapeutica e potenziarla, non sostituirla. Il rapporto umano rimane fondamentale in un percorso di cura.

L' Importanza dell'Informazione e del Supporto

Oltre 55 milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi alimentari, con 20 milioni solo in Europa. Negli ultimi anni, si è registrato un preoccupante aumento dei DCA anche in Italia. Sebbene la dieta in sé non sia la causa primaria, essa rientra a pieno titolo tra i fattori di rischio, di mantenimento e precipitanti, soprattutto quando è autoprescritta, ossessiva o imposta da modelli estetici irrealistici. Una ricerca del NEDA ha mostrato che più del 90% dei DCA inizia con un tentativo di perdita di peso attraverso una dieta. La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente aggravato la situazione, con un incremento del 30% dei DCA, spesso associati a disturbi mentali come l'autolesionismo e il suicidio tra i giovani.

Immagine che rappresenta un percorso di recupero da un disturbo alimentare

Il recupero dai disturbi alimentari è un processo attivo che richiede compassione, sensibilità e un supporto completo della persona nella sua totalità. Essere d'aiuto significa essere inclusivi, non giudicanti e culturalmente competenti. Iniziare semplicemente ascoltando le persone LGBTQIA+ riguardo al loro rapporto con il cibo e il loro corpo, e chiedere loro come si può essere d'aiuto, può fare una differenza significativa. Domande come "Cosa posso fare?", "Ti piacerebbe cercare insieme delle opzioni terapeutiche adatte alle persone LGBTQIA+?" o "Ti potrebbe essere d'aiuto condividere un pasto?" sono passi importanti.

La National Eating Disorders Association (NEDA) offre risorse preziose per informarsi sui disturbi alimentari e sul loro impatto. Attraverso il loro sito, è possibile accedere a strumenti di autovalutazione, trovare opzioni di trattamento, gruppi di supporto e altre risorse utili. La NEDA ha aiutato a connettere oltre 1,6 milioni di individui a informazioni e risorse sui disturbi alimentari e oltre 110.000 persone hanno completato il loro strumento di autovalutazione.

Il supporto professionale è disponibile e fondamentale per il recupero nelle persone di tutte le identità di genere e sessuali. La collaborazione tra professionisti sanitari, ricercatori, organizzazioni e comunità è essenziale per creare un futuro in cui il recupero duraturo sia possibile per tutti.

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