Comprendere la complessità di una psicoterapia che integra molteplici canali di approccio al paziente, con modalità interconnesse, pone interrogativi affascinanti e, al contempo, ardui da districare, sia sul piano scientifico che su quello epistemico più generale. Non si può più dubitare, infatti, che il corpo, nella sua complessità di processi e funzioni, sia presente in termini estensivi ed intensivi sulla scena psicoterapeutica. Questa presenza corporea, sia negli ambiti tradizionali dell'analisi duale, nelle situazioni gruppali, sia nei luoghi istituzionali deputati alla cura del disturbo "psichico", condiziona profondamente la storia del rapporto psico-clinico e del campo co-transferale. Il concetto di campo, inteso nel senso delle relazioni plurime del soggetto, come lo intende Foulkes (1964), si estende oltre la dimensione puramente gruppale, abbracciando matrici di pensiero transpersonali e sovrapersonali, superando così le ristrettezze di una visione dualistica.

Il Corpo nella Comunicazione Terapeutica: Oltre la Superficie delle Parole
Ciò che emerge con chiarezza è che il "corporeo" è ravvisabile anche nel linguaggio verbale, come riporto dell'autopercezione che il paziente ha di sé. Tuttavia, questa percezione è spesso caratterizzata da forti delimitazioni e profonde distorsioni che non possono essere colte se ci si limita all'ambito delle parole. Le parole, infatti, rivelano solo una parte dell'intera struttura; l'altra, quella che permette di percepire la persona nella sua interezza, "a tutto tondo", e che segnala la presenza di incongruenze e contraddizioni, può essere colta direttamente dal corpo del paziente. La voce, parte integrante dell'uso del linguaggio, è solo un frammento di questa complessità.
Il corpo può essere pensato, sognato e persino "immaginato" dal soggetto, offrendo una ricchezza di dati per raggiungere più profondamente il mondo interno e i conflitti. Questo è possibile, a condizione che si sia in grado di decodificare, con un sistema teoretico organizzato, i significati e le rappresentazioni simboliche dei meccanismi somatici difensivi e patologici. Tuttavia, questo approccio da solo non è sufficiente a creare sistemi di verifica multipla a più ingressi. Il "corpo-pensiero", infatti, diventa visibile nella relazione terapeutica solo attraverso il narrare volontario e consapevole della persona, un ambito limitato del flusso comunicativo, circoscritto alle frasi pronunciate "intenzionalmente". Persino la censura cosciente può operare tagli con esiti non controllabili, tagli troppo legati alla necessità di un clima, un ambiente e condizioni favorevoli all'apertura del paziente.
D'altra parte, il soma è stato spesso visto, in modo riduttivo, in senso puramente anatomico, come accade in una parte della medicina e della biologia. Partire dall'osservazione di un cadavere inerte, come giustamente sottolinea Galimberti (1983), non può fornire indicazioni reali sui complessi funzionamenti della "vita". Con una metodologia meccanicistica, le connessioni con il mondo affettivo, cognitivo e lo strutturarsi del pensiero difficilmente saranno esplorate e, di conseguenza, non potranno essere utilizzate terapeuticamente.
Il Corpo come Sistema Complesso e Unitario: Una Prospettiva Evolutiva
È probabilmente più efficace considerare il "corpo" come un sistema complesso e fondamentalmente unitario, che acquisisce gradualmente maggiori diramazioni e articolazioni, ma nel quale lo sviluppo non aggiunge strutture o funzioni del tutto nuove e impreviste. Le ricerche attuali sull'infanzia e le scoperte in campo paleontologico sembrano convergere verso questa direzione.
Interessante è quanto sostiene Winnicott (1975) riguardo all'intelligenza: l'intelletto sembrerebbe svilupparsi nel "mentale" in una significativa alleanza con la psiche, nel momento in cui, per un'eccessiva pressione dell'ambiente sul bambino piccolo, questa si scinde dal soma, finendo per funzionare in contrapposizione. L'aspetto cruciale è che l'autore postula una significativa unitarietà originaria dello psiche-soma. La scissione tra differenti funzioni del corporeo è, secondo questo modello, un'alterazione che interviene successivamente e che rivela una patologia più generale e diffusa. Quando il processo di relazione interna al Sé e con l'esterno viene ostacolato, il nucleo interno originario reagisce alle frustrazioni attivando difese precoci.
La presenza di un pensiero, sia esso immaginativo, logico o adattivo, è stata riscontrata anche in neonati. Sebbene le forme di pensiero possano essere rudimentali, è dimostrato che il neonato è in grado di provocare risposte dall'ambiente per soddisfare i propri bisogni, modificando così la realtà circostante. È inoltre capace, sin dalla vita intrauterina delle ultime settimane, di riconoscere il timbro di voce della madre (o di una persona presente nell'ambiente) da altri suoni, rivelando sorprendenti abilità ad analizzare, classificare e discriminare. Anche il suo contatto visivo e percettivo appare più intenso e diretto di quanto si ritenesse in passato. In tal senso, Hinde (1974), citando numerose ricerche sulla prima infanzia, avvalora l'idea di una comunicazione reale e diretta con l'ambiente.
Nell'ambito dello sviluppo della specie umana, studi sui primordi dell'umanità, corroborati da ritrovamenti come quello del villaggio di Isernia, dimostrano livelli di organizzazione sociale, attività ingegneristica e intelligenza già presenti in epoche molto precoci, risalenti al periodo dell'Homo habilis e dell'Homo erectus, molto prima di quanto si pensasse. Le ricerche suggeriscono inoltre che l'evoluzione del pensiero e le capacità intellettive sembrano strettamente correlate alla modifica graduale della struttura corporea, della forma dei lineamenti del viso, degli arti e della postura, al di là della più semplice equazione che le collega al volume del cranio e del cervello.
Telmo Pievani: “L’errore dell’evoluzione che ha reso possibile la civiltà umana”
Casi Clinici: La Mappa dei Bisogni in Azione
Giorgio, 27 anni: Soffre sin da piccolo di asma, che lo ha spesso segregato in casa. Ricorda le governanti con rancore e una dolorosa sensazione di aver avuto poco dalla vita e dai genitori. I suoi primi anni sono quasi un vuoto, con un focus sull'età scolare, frequentata sporadicamente. Dopo una carriera di studioso, una crisi universitaria lo porta a un blocco totale delle capacità, con abulia aggravata dall'uso incontrollato di alcol. Le sue emozioni sono dominate da un senso catastrofico della realtà, in cui emergono sempre ciò che sente di aver perso o non poter più raggiungere. La sua vita emotiva è rigidamente controllata dalla razionalità. Il suo messaggio caratteriale, percepibile nel viso, nella postura e nella voce, comunica esasperatamente malessere e impossibilità di farcela. L'ossessività del suo stato d'animo spegne ogni guizzo di vitalità.
Durante le sedute, tutto sembra immobile e impossibile finché non si stabilisce un contatto col terapeuta. Allora Giorgio si anima, mobilita sé stesso, il suo passato, le sensazioni e persino il suo corpo. La difficoltà maggiore risiede proprio nel creare questo momento iniziale di apertura e relazione. Le parole sembrano mobilitare qualcosa, ma spesso rimangono a livello di razionalità distaccata. Le emozioni sono chiuse sotto una "gabbia di durezza e freddezza metalliche", acquisita nella sottile guerra con la madre. Il tocco corporeo, se usato da solo, smuove angoscia e dolore fisico insopportabili, a cui Giorgio reagisce con un'opposizione sorda ma ferma, portando a chiusure più spinte.
Giorgio necessita di essere "preso" completamente, fisicamente e psichicamente, in modo chiaro e diretto. Inizialmente, è necessario un lungo lavoro preliminare per modificare le sue capacità sensoriali e percettive, compromesse da una bassa soglia di dolore e da un blocco del tono muscolare. Solo con il riattivarsi di una certa sensibilità nelle zone più dolenti è possibile attuare una strategia di regressione psicosomatica che lo porti a tollerare di essere "raccolto" dall'analista, secondo i suoi bisogni più profondi, al di là dei suoi meccanismi difensivi.
Il contatto regressivo è possibile solo se il terapeuta mobilita pienamente le proprie emozioni per agganciare quelle del paziente in modo diretto, senza sotterfugi. Questo avviene attraverso l'uso contemporaneo di parole, toni di voce, tocco, sguardo, aumentando il livello di respiro, sciogliendo le rigidità muscolari e mobilizzando le capacità percettive. È un intervento lento, paziente, in cui l'organismo di Giorgio inizia a rimettere in moto funzioni sopite: mobilità espressiva nel viso, sensazioni di piacere nel massaggio, correnti e formicolii lungo la colonna vertebrale. Giorgio si sente "raccolto", può rispecchiarsi nei sentimenti del terapeuta e sciogliersi. In questi momenti, parla con viva partecipazione della sua vita e delle sensazioni accumulate. La sua memoria corporea "riconosce" movimenti e funzionamenti emotivi dimenticati, riconnettendo piani segmentati da scissioni. In uno di questi momenti di abbandono, Giorgio ha lasciato che il suo corpo riprendesse a percepire, ha ripreso un respiro profondo che riporta alla luce intense sensazioni fisiche: il collo e la testa nelle braccia del terapeuta. Il contatto con le guance, come a tenerlo completamente, fa emergere sussulti profondissimi, accompagnati da gemiti sottili.
Successivamente, Giorgio racconterà di aver visto tre scene nitidissime: una che ricordava confusamente, e altre due del tutto inusitate. Nella prima, si avvicina alla culla della sorellina appena nata, non visto dagli altri. In un'altra, vede un bambino in un box, ma non sa chi sia. Nella terza, è lui nella culla e vede avvicinarsi la prima governante, Margherita, di cui non aveva mai parlato prima. Margherita, che lo aveva accudito quasi sostituendo la madre, scompare improvvisamente quando lui ha solo 3 anni. La perdita sembra aver lasciato un vuoto inesprimibile. La terapia prende una svolta: la regressione diventa più facile, e il filo del rapporto con il terapeuta si rinsalda su quel "qualcosa di buono" ricevuto da piccolissimo, su cui Giorgio ha potuto basare, in parte, forze e sentimenti positivi.
Michela, paziente di gruppo: Soffre di angosce e tachicardia. Il suo tratto caratteriale più evidente è un sorriso esageratamente accattivante e sofferente, che comunica paura di non essere vista o l'incapacità di tenere il ritmo. Parla veloce e gesticola nervosamente. Oltre a una rigidità nello sguardo, spicca un bacino grosso e poco mobile, su cui sembra essersi sempre basata la sua forza. In realtà, questa struttura la imprigiona e la soffoca, mentre la parte superiore del corpo cerca di sfuggire a questo immobilismo con un'attività esagerata.
Durante una seduta di gruppo, Michela accusa i suoi soliti disturbi. L'angoscia cresce dopo un'attività fisica; sdraiata, è attraversata da una sensazione di estraneità e oppressione cardiaca. Il gruppo e il terapeuta le si avvicinano per aiutarla, facendole percepire meglio i confini del suo corpo, in particolare gambe e bacino, attraverso tocchi, massaggi e una respirazione che ridia mobilità alle parti basse. Solo allora è possibile iniziare a "toccare" il torace, sede principale del suo panico endemico. Un iniziale senso di paralisi si scioglie gradualmente. La paura si trasforma da sintomo cardiaco in movimento corporeo, diventando espressione di atteggiamenti e gesti antichi, finché Michela prorompe in un grido lacerante di dolore. Non vuole più guardare il terapeuta, si dibatte urlando: "Gli occhi di mia madre, gli occhi di mia madre". Gli occhi non sono un contatto con l'attualità, ma risvegliano antiche memorie di bisogni disattesi e paure ancestrali. Solo una presenza forte, continua, dolce e accogliente del terapeuta può sostenere questo delicato processo.

La Schema Therapy: Un Approccio Basato sui Bisogni Fondamentali
La Schema Therapy è uno dei principali trattamenti evidence-based per i disturbi di personalità. Il concetto di "schema" si riferisce a una rappresentazione di sé, un modo attraverso cui ogni individuo si rappresenta, fatto di emozioni, sensazioni, ricordi. Il "coping style" è lo stile comportamentale utilizzato per gestire il dolore causato da bisogni base insoddisfatti nell'infanzia (bisogno di attaccamento e di riconoscimento). La "resa allo schema" si manifesta quando ci si comporta come se lo schema fosse vero.
Nel tempo, sono nate nuove diramazioni della Schema Therapy, come quella per gruppi, coppie e per età evolutiva. Un'evoluzione importante è stata la Contextual Schema Therapy (CST), che pone l'attenzione alle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, concentrandosi maggiormente sugli elementi del processo terapeutico piuttosto che sul contenuto tipico del cognitivismo. Inizialmente, la Schema Therapy faceva riferimento a 18 schemi, ma già nel 2003 Young iniziò a parlare di "mode", concetti assimilabili agli stati mentali. Più schemi attivi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona, il quale orienta il comportamento e la percezione dell'altro.
La CST vede al centro della terapia il "mode bambino", suddiviso in "mode vulnerabile" e "mode arrabbiato". I bisogni fondamentali si trovano in un continuum tra bisogno di attaccamento e riconoscimento. Se l'equilibrio in questo continuum manca, si attivano i mode critici e doverizzanti, che generano conflitto nella vita adulta. La CST nasce per trattare i disturbi della personalità e richiede tempo, non essendo il gold standard quando esistono terapie più efficaci per specifici disturbi come quello di panico. Può essere utilizzata anche con pazienti che non hanno un disturbo di personalità ma che non hanno trovato benefici in terapie precedenti.
Lo scopo della CST è sostenere la parte sana del paziente, il "mode dell'adulto funzionale". Quando il paziente entra nel mode bambino, incontra direttamente il mode critico e doverizzante adottato in mancanza di risposta ai bisogni base. La terapia, attraverso il terapeuta, porta il paziente alla costruzione di una figura di adulto sano interiorizzata, "detronizzando" le parti critiche e doverizzanti. Il terapeuta diventa un modello sano relazionale che il paziente fa proprio.
Il concetto di "mode" è simile a quello di stato mentale: più schemi possono generare più stili di coping che sfociano nello stato mentale della persona, il quale orienta il comportamento e la percezione dell'altro. La terapia si articola prevalentemente in due fasi: assessment e trattamento. Nella fase di assessment, si valuta e si costruisce una mappa degli schemi e dei mode. La Contextual Schema Therapy dura un minimo di 2 anni.
In Schema Therapy, il setting non prevede scrivanie; paziente e terapeuta sono dalla stessa parte e interagiscono. Nella tecnica delle sedie, ogni sedia rappresenta un mode, e il paziente, sedendosi, ne assume il punto di vista per comprenderlo. L'adulto sano, invece, sta in piedi, fianco a fianco, poiché si dà potere all'adulto funzionale, che può gestire i mode. Nonostante si preferisca il lavoro in studio, il contesto attuale ha richiesto creatività per le sedute online, con accortezze specifiche come il posizionamento del PC. L'online offre opportunità, come la possibilità di vedere sé stessi nella telecamera e far diventare quell'immagine un mode.

Il Funzionalismo e la Psicologia Corporea: Verso un Modello Integrato
Il Funzionalismo, nato tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, si è distinto per il suo interesse verso il funzionamento della mente e del comportamento, piuttosto che per la loro struttura. I funzionalisti, influenzati dalla teoria evoluzionistica darwiniana, consideravano la mente come uno strumento adattivo che aiuta l'organismo a interagire con l'ambiente. L'uomo è visto come prodotto dell'azione e dell'emozione, non meno che del pensiero e della ragione. La teoria di James-Lange (1892) considera gli elementi corporei dell'emozione quasi come la fonte primaria del sentire umano.
Il Funzionalismo si è poi concentrato sullo studio di elementi concreti e visibili del funzionamento umano: i comportamenti. Tuttavia, questa tendenza ha portato a trascurare aspetti altrettanto fondamentali, come l'esperienza soggettiva e la complessità delle interazioni mente-corpo. Le teorie che cercavano di spiegare concetti come la "somatizzazione" rimanevano spesso troppo astratte e vaghe.
L'area della Psicoterapia Corporea si è occupata del complesso campo delle relazioni corpo-mente, aprendo una strada nuova verso la sfida alla complessità, in contrapposizione a una scienza deterministica e riduzionista. Un'osservazione più complessiva rivela che psichico e corporeo non appaiono affatto come entità separate. Anche per quanto riguarda la concezione dei sistemi complessi, sono state fatte osservazioni analoghe a proposito di tale dicotomia, riconducendo alla fine a concezioni che non sono più legate al concetto di corpo o alla unitarietà di mente e corpo. Un Sé visto soltanto come insieme di rappresentazioni mentali o vissuti risulta insoddisfacente e limitato.
La Psicologia Funzionale, creata dal Prof. Luciano Rispoli, rappresenta una risposta a queste sfide. Si basa su una visione di unitarietà dei processi psicologici-corporei, dove psiche e soma coesistono in una sostanziale identità funzionale. Tutte le funzioni psico-corporee concorrono all'organizzazione del Sé; nessuna è prioritaria o subordinata. Il Sé psicocorporeo comprende quattro piani funzionali: Emozionale, Fisiologico, Cognitivo e Posturale.
In ogni esperienza è necessaria la partecipazione integrata di tutti e quattro i piani del Sé. Le funzioni dei diversi livelli (emozioni, pensieri, immaginazione, razionalità, sensazioni, postura, voce, sguardo, movimento) devono interagire in maniera congruente e coesa per un'esperienza piena e sana. In caso contrario, si avrà un vissuto con aspetti carenziali o con alterazioni.
Il modello del Sé Corporeo, elaborato in 20 anni di esperienze, si avvale delle risorse metodologiche e dei dati delle ricerche scientifiche degli ultimi decenni. Lo studio della primissima infanzia ha rivelato che il bambino è già in intensa interazione con l'ambiente sin dall'inizio, possedendo capacità emozionali, cognitive e ideative interconnesse tra loro e con il movimento espressivo e percettivo. Le disfunzioni consistono in scissioni, separazioni, ipertrofie o ipotrofie di processi funzionali, irrigidimenti e sclerotizzazioni che limitano la gamma di strategie, movimenti, ideazioni ed emozioni.
L'intervento terapeutico, secondo questo modello, consiste in un paziente lavoro di ricucitura, riconnessione e ampliamento del nucleo profondo ancora integrato. La relazione con l'analista, attraverso un uso complesso del campo transferale, ampliato a tutti i piani del Sé corporeo, diventa la strada maestra. I tempi sono maturi per una sfida alla scientificità, intesa come risposta al malessere dilagante, al disagio crescente e agli effetti devastanti di stress, ansia e angoscia.
Telmo Pievani: “L’errore dell’evoluzione che ha reso possibile la civiltà umana”
Bisogni, Desideri e la Mappa della Vita
Sin dal primo vagito, siamo una compagine di bisogni. Un bisogno è ciò che manca, un trapezista sospeso in attesa di mani che lo afferrino. I bisogni psichici mutano con noi, con il nostro temperamento, con il contesto relazionale e socioculturale. Se un bisogno è a lungo insoddisfatto, si forma una sorta di previsione, un'anticipazione salvifica: "l'altro non viene". Questo lascia un segno, una memoria nel "mentecorpo".
Secondo la Schema Therapy, la frustrazione di bisogni psichici durante l'infanzia e l'adolescenza può minare il benessere mentale. La Schema Therapy è una miscellanea coerente di elementi di terapia cognitivo-costruttivista, terapia della Gestalt, teorie dell'attaccamento e delle relazioni oggettuali, Analisi Transazionale e Psicodramma. Il procedere terapeutico si articola in una fase di assessment e una fase di cambiamento, con strategie cognitive, esperienziali e comportamentali.
La Schema Therapy è un "Need based Approach". Il terapeuta si interroga su quale bisogno psichico sia stato frustrato. Secondo Jeffrey Young, ci sono cinque campi in cui ricadono i bisogni psichici fondamentali, dalla cui frustrazione originano diciotto schemi. Il foglietto illustrativo della Schema Therapy è una mappa, non il territorio. Nei disturbi di personalità, il lavoro con gli schemi lascia spazio all'esplorazione congiunta degli stati mentali, definiti "Mode", che rappresentano istantanee di stati emotivi, schemi e strategie di coping attive. Se gli schemi sono i "lunghi binari", i mode sono le "stazioni dei treni".
L'identificazione con un genitore, attraverso il meccanismo del modelling, può portare alla frustrazione dei bisogni. La terapia diventa un "laboratorio relazionale autentico", con dosi di accudimento da parte di un terapeuta consapevole delle proprie "grane" interne. Queste quote di accudimento vengono poi trasferite alla parte adulta "sana" del paziente, affinché possa riconoscere e soddisfare i propri bisogni e modificare i propri coping disadattivi.
Il desiderio, distinto dal bisogno, è legato alla luce, a ciò che guida e porta chiarezza. Non porta al soddisfacimento immediato, ma dà una spinta verso una direzione. Secondo Buber, in ognuno c'è qualcosa di prezioso che si scopre cogliendo il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale.
La psicologia della Gestalt considera l'organismo un sistema in equilibrio precario, in continua tensione verso l'omeostasi. La psicologia del Sé identifica bisogni fondamentali spesso insoddisfatti nell'infanzia: riconoscimento, rispecchiamento e rassicurazione.
- Riconoscimento: il bambino si sente visto, ricercando contatto e calore affettivo.
- Rispecchiamento: la madre rimanda un'immagine al bambino, permettendogli di iniziare a capire com'è fatto.
- Rassicurazione: consiste nel rassicurare dalle angosce di morte e dall'impotenza attraverso una relazione empatica.
L'individuo necessita di essere riconosciuto, rispecchiato e rassicurato per avere un sé coesivo. La crescita umana passa dai bisogni ai desideri, a volte richiedendo un ritorno al "bozzolo" per raggiungere una forma più matura. La psicoterapia aiuta a diventare consapevoli di bisogni insoddisfatti e situazioni irrisolte, a identificare propri bisogni e desideri, creando una mappa della propria vita e dandole nuovo colore.
La psicoterapia, in tutte le sue forme, è un viaggio di scoperta, un'esplorazione delle profondità del sé e delle sue interconnessioni con il mondo. La "mappa dei bisogni" nella psicoterapia funzionale offre una guida preziosa per navigare questo territorio, promuovendo un'integrazione armonica tra mente e corpo e favorendo un benessere autentico e duraturo.
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