Massimo Recalcati e Giacomo Contri: Due Sguardi sulla Violenza, la Libertà e l'Alterità

La violenza che le donne subiscono - stupri, maltrattamenti, omicidi - lascia sempre sgomenti. Questa brutalità, che lascia tracce profonde nella società, può essere interpretata attraverso diverse lenti concettuali, tra cui spiccano quelle proposte da pensatori come Massimo Recalcati e Giacomo Contri, profondamente influenzati dal pensiero di Jacques Lacan. Entrambi, pur con sfumature distinte, esplorano le radici di questa violenza, legandola intrinsecamente a una concezione dell'odio verso la libertà dell'Altro e a un difficile rapporto con la differenza sessuale e l'alterità.

La Violenza come Odio alla Libertà dell'Altro

Massimo Recalcati, in un suo intervento su Repubblica, ha equiparato la violenza di genere a una forma di razzismo, intesa non nel senso etnico, ma come un odio irriducibile nei confronti della libertà dell'Altro. Questa interpretazione, che affonda le radici nel pensiero lacaniano, vede nella donna un'incarnazione potente di questa libertà. La sua identità è descritta come "anarchica, erratica, impossibile da misurare e da governare". Il suo stesso sesso "non è visibile, sfugge alla rappresentazione, è nascosto, si sottrae alla presa dell’evidenza". Questa elusività rende l'identità femminile "difficile da decifrare" e non conforme alla "divisa fallica degli uomini".

Simbolo della libertà femminile

È proprio questa irriducibilità, questa sottrazione a ogni tentativo di possesso e controllo, che rende le donne oggetto di violenza. L'aggressore, incapace di accettare la libertà dell'Altro, opta per un disegno "fallimentare" che costringe a un'iterazione disperata: invece di abbracciare l'amore per la differenza, sceglie l'odio rabbioso e sterile del possesso ("sei mia!"). La violenza, in questo senso, si configura come un'alternativa radicale alla parola. Mentre la legge della parola cerca di rendere giustizia alla libertà dell'altro, la violenza mira a sopprimerla, calpestarla, ridurla al silenzio.

L'Educazione Sessuale come Educazione alla Legge della Parola

La battaglia culturale contro la violenza di genere, secondo questa prospettiva, non può prescindere da un ripensamento profondo di ciò che chiamiamo "educazione sessuale". Questa educazione dovrebbe essere intesa, in primis, come un'educazione alla legge della parola, alla capacità di ascolto e di riconoscimento dell'alterità. Non si tratta di una mera informazione sugli apparati genitali, ma di un'educazione sentimentale che favorisca il riconoscimento dell'"irriducibilità dell'altro/a a sé e della sua libertà". Si dovrebbe imparare dai poeti più che dalle slide che classificano scientificamente i sessi. La differenza sessuale, infatti, non si esaurisce nella mera anatomia, ma risiede nel mistero dell'amore e nell'incontro tra differenze. L'educazione alla sessualità dovrebbe quindi implicare un'educazione al rispetto dell'alterità e al discorso amoroso.

La domanda d'amore che muove l'uno verso l'altro non deve essere confusa con il sopruso che annienta la libertà, ma intesa come un "dono di libertà". L'amore più alto e intenso si manifesta proprio nell'amare la libertà dell'altro, la sua differenza inassimilabile, di cui la donna è un simbolo emblematico. Lacan stesso affermava che si ama, quando si ama, sempre e solo una donna, proprio per questa sua intrinseca alterità. Amare, in questa accezione, comporta il rischio della caduta e dell'abbandono, un'esposizione rischiosa all'altro che rende tutti più indifesi e, paradossalmente, "più femminili". Ci si espone senza riserve alla libertà dell'altro, che ha sempre il diritto di scegliere se rinnovare o interrompere il patto che ci unisce.

"Lo straniero dentro di noi: identità e alterità" secondo Prof. Massimo Recalcati

Il Rifiuto della Femminilità e l'Illusione del Possesso

Tuttavia, la difficoltà nell'abitare questa alterità non riguarda solo gli uomini. Anche le donne possono trovare arduo confrontarsi con la propria femminilità. Freud stesso sosteneva che il "rifiuto della femminilità" non fosse un'esclusiva maschile, ma attraversasse anche le donne. Questa difficoltà può, in certi casi, condurre una donna a cercare rifugio nelle braccia di chi la umilia, la offende, la violenta, la uccide. Una donna che inconsciamente rifiuta la propria femminilità potrebbe credere che essere donna significhi consegnarsi passivamente a un uomo, magari emulando modelli sacrificali materni. Si tratta, tuttavia, di un'atroce illusione.

Nessun uomo, infatti, sa cosa sia una donna. Questo genera un terribile equivoco: lei si consegna all'uomo per essere donna, ma si ritrova ridotta a "corpo-cosa", corpo-strumento, a "roba", come direbbe Verga. L'esperienza clinica conferma questa dolorosa lezione. La violenza, infatti, porta con sé una seduzione silente che può alimentare in alcune donne l'illusione fatale che avere un padrone possa sollevare dal compito difficile di abitare la libertà radicale della femminilità. Ma, è fondamentale sottolineare, questa dinamica non scarica in alcun modo sulle donne la responsabilità, che grava interamente su chi sceglie la violenza anziché la parola.

La Scelta della Violenza: Un Atto Colpevole

La scelta della violenza è sempre colpevole. Preferisce il dominio cieco al rischio dell'esposizione, l'affermazione autarchica del proprio Io al suo decentramento, la potenza narcisistica del fallo (secondo Lacan, "sempre un po' idiota") all'incontro con l'alterità di un corpo come quello femminile, fatto di segreti.

Giacomo Contri, pur intervenendo in un contesto diverso, offre spunti di riflessione che si intrecciano con questi temi. La sua opera, spesso incentrata sull'analisi del pensiero di Lacan e sulla sua applicazione clinica e teorica, esplora le dinamiche del desiderio, dell'atto e del godimento. In questo senso, la violenza può essere vista come un fallimento dell'atto nel suo senso più pieno, un'incapacità di confrontarsi con la complessità del reale e con la dimensione dell'alterità.

Diagramma delle dinamiche di potere nella relazione

L'Atto Psicoanalitico e la Trasformazione del Soggetto

L'interesse per l'atto, la sua natura e le sue implicazioni, è centrale nel pensiero di Lacan, specialmente nel suo Seminario XV, "L'atto psicoanalitico". Contrariamente alla psicoanalisi ortodossa, che tende a sospendere l'azione per privilegiare la parola ("talking cure"), Lacan pone l'accento sulla dimensione silenziosa e trasformativa dell'atto. L'atto psicoanalitico non è una semplice azione motoria o il prodotto di una deliberazione cosciente, ma un "evento", una "radicale discontinuità" che interrompe la consuetudine.

L'atto è dissociato dall'intenzionalità e associato a una profonda esperienza di "abdicazione". Non è dettato dalla ragione, ma ne rappresenta un "inciampo", come dimostra l'importanza data da Freud agli atti mancati, ai lapsus, alle dimenticanze. Questi non segnalano un fallimento, ma rivelano la verità rimossa del desiderio. L'atto è un "lampo", un "colpo", una "contingenza" che interrompe un ordine prestabilito e, soprattutto, trasforma chi lo compie. È un evento che crea una frattura, uno sconfinamento irreversibile, tracciando un "prima" e un "dopo".

Questo potere creatore dell'atto è paragonabile all'atto della creazione ex nihilo divina o all'atto di Lucio Fontana che taglia la tela, inaugurando un nuovo inizio nell'arte. Il valore di ogni atto, per Lacan, è stabilito dalla sua rilettura a posteriori, poiché il soggetto non può mai essere del tutto padrone del proprio atto. Ogni vero atto è "senza garanzia", "senza giustificazione definitiva". In questa prospettiva, l'atto psicoanalitico si avvicina al concetto cristiano di grazia, un incontro con una trascendenza che va oltre le opere del soggetto.

Dalla Teoria alla Prassi: Un Ponte Necessario

Il nesso tra teoria e prassi, centrale nel materialismo storico di Marx, risuona anche nella dottrina freudiana e nell'insegnamento di Lacan. La critica di Marx all'onanismo contemplativo del filosofo teoretico, che doveva lasciare il posto alla "virilità generativa della prassi", trova un parallelo nella psicoanalisi, che non si limita a dire la verità, ma deve anche "fare la verità". L'interpretazione che si trasforma in ruminazione incessante intorno al senso, la "deriva ermeneutica della filosofia", rischia di essere sterile se non lavora per una trasformazione effettiva del mondo o della realtà del soggetto.

L'esperienza clinica di psicoterapeuti come Massimo Recalcati e l'approfondimento teorico di studiosi come Giacomo Contri, che indagano le sfumature del pensiero lacaniano, dimostrano come la riflessione sulla violenza, la libertà e l'alterità rimanga un campo di indagine cruciale. La psicoanalisi, attraverso l'esplorazione dell'inconscio e delle dinamiche relazionali, offre strumenti per comprendere e, forse, trasformare le radici profonde di questa violenza che ancora affligge la nostra società.

La Storia come Testimone di un Rapporto Complesso

La storia dei rapporti tra uomini e donne non è sempre stata idilliaca; anzi, è intrisa di conflitti, tragedie e odi reciproci, come testimoniano la letteratura e l'arte. Non si può illudersi che la donna sia il "sesso debole", un'idea che ha condotto a impostare i rapporti come scontri di forza. Questa impostazione è sfociata in "guerra", con un oggetto del contendere che risale alle radici più profonde dell'immaginario maschile.

La figura della strega, simbolo di una femminilità anarchica e indomabile che rifiutava l'adattamento passivo al ruolo patriarcale, ritorna come spettro nei crimini contemporanei contro le donne. I corpi torturati e arsi vivi da una cultura sessuofobica che non poteva tollerare lo scandalo del desiderio femminile incarna, agli occhi dell'uomo, un rifiuto della femminilità che si manifesta ancora oggi. Uomini che si ergono a giudici e giustizieri delle loro vittime rievocano la cultura violenta e mortificante del Malleus maleficarum.

L'odio verso le donne, come emerge nel caso di Sara, nutre profondamente l'immaginario maschile. La colpa imperdonabile delle donne non risiede solo in una presunta perdita di potere da parte degli uomini, ma in una forma radicale di razzismo: il rifiuto della loro esistenza, poiché essa minaccia la stabilità e l'identità del maschile.

La Seduction del Controllo e l'Importanza del Riconoscimento

Certi atteggiamenti di controllo, mascherati da premura, possono essere avvertiti come appaganti e amorevoli. Domande come "Che c'è di male se lui mi chiede come sono vestita e vuole che gli mandi un selfie?", "Perché mai non dovremmo scambiare le nostre password?", o la frase "Che qualcuno dica 'ho bisogno di te' fa sentire importanti", rivelano una sottile seduzione che può portare a dinamiche di dipendenza. Lo psicoanalista Massimo Adolfo Caponeri avverte che, se il bisogno diventa assoluto, sostituisce l'amore e crea situazioni da cui è difficile liberarsi. È fondamentale riconoscere il modello di relazione che si sta vivendo prima che si manifesti la prima aggressione.

L'esclusività, quando non si accontenta di un rapporto privilegiato ma diventa assoluta, si traduce in possesso e gelosia ossessiva, esprimendosi attraverso il controllo. Riconoscere questi atteggiamenti è cruciale per evitare di avvitarsi in dinamiche dannose. Il brutale assassino, lo sfregiatore, il maschio che brucia, è il "sesso debole" dell'innamoramento, poiché l'amore autentico non uccide, non picchia, non crea possesso.

Il "disagio della civiltà", teorizzato da Freud nel 1929, sembra oggi più acuto che mai. La civiltà è a disagio, gravemente a rischio, di fronte alla crescente frequenza con cui gli uomini uccidono le donne. Si tratta di una vera e propria guerra (in)civile, in cui l'attacco degli uomini sulle donne è predominante. Anche i rapporti di coppia, nati sotto i migliori auspici, si trasformano spesso in battaglie all'ultimo sangue, caratterizzate da un odio crescente e indomabile.

La Psicoanalisi come Strumento di Trasformazione

L'opera di Massimo Recalcati e l'eredità intellettuale di Giacomo Contri, nel loro dialogo con il pensiero di Lacan e Freud, offrono chiavi di lettura preziose per affrontare la complessità della violenza di genere. La psicoanalisi, intesa non solo come interpretazione ma come "fare la verità", si configura come un potente strumento per la trasformazione del soggetto e della società. Comprendere le radici dell'odio per la libertà dell'Altro, il rifiuto della femminilità e la seduzione del controllo è il primo passo per costruire relazioni più eque e rispettose, basate sull'accettazione della differenza e sul riconoscimento della dignità di ogni individuo.

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