La storia d'Italia è costellata di eventi che hanno segnato profondamente il suo tessuto sociale e politico. Tra questi, la Marcia su Roma del 1922 rappresenta un momento cruciale, un punto di svolta che aprì le porte al regime fascista. In questo contesto, la provincia di Siena e le comunità minerarie della Maremma offrono due prospettive distinte ma significative sulla complessa realtà dell'epoca: da un lato, la partecipazione attiva e organizzata dei fascisti senesi all'avanzata su Roma; dall'altro, la resistenza civile e le nascenti avversioni al fascismo che emergevano dalle dure condizioni di vita dei minatori.
La Marcia su Roma e il Contributo Senese
Quando ebbe inizio la fase operativa del disegno eversivo della Marcia su Roma, il fascismo senese aveva già consolidato un controllo quasi totale sulla provincia di Siena da diversi mesi. Le amministrazioni comunali a guida socialista, elette nel 1920, erano state quasi interamente smantellate. Delle ventisei amministrazioni che erano cadute, una dopo l'altra, sotto le bastonature e le minacce dello squadrismo fascista, i sindaci e le giunte erano stati sostituiti da commissari prefettizi.

Il fascismo senese, nel racconto successivo alla conquista del potere, si attribuì un ruolo di primo piano, citando un articolo de "Il Popolo d'Italia" che lo indicava come il primo movimento ad insorgere in Italia. Indipendentemente dall'effettiva primazia, centinaia di camicie nere si concentrarono a Siena, di fronte alla sede provinciale del PNF in piazza del Carmine. Nel tardo pomeriggio del 27 ottobre, questi squadristi si mossero in direzione della Fortezza di Santa Barbara e successivamente al Distretto militare di San Niccolò.
La notte vide la stazione ferroviaria riempirsi di squadristi. Molti di loro salirono su un treno, mentre altri si aggregarono alle stazioni lungo il percorso verso Chiusi, formando così quella che fu definita la legione senese. Il loro obiettivo era Monterotondo, nei pressi di Mentana, punto di aggregazione della colonna sotto il comando di Ulisse Igliori. I veri nemici incontrati lungo il cammino furono la carenza di viveri, il freddo e la pioggia. L'attesa per dirigersi verso Roma si protrasse fino al 30 ottobre, e si sbloccò solo quando, con Benito Mussolini incaricato di formare un nuovo governo, ogni ostacolo militare a difesa della capitale venne rimosso.

I fascisti senesi, guidati da Igliori, entrarono in città e parteciparono alla sfilata di fronte al Quirinale. In totale, 1.032 partecipanti presero parte a questa impresa. Altre 899 camicie nere rimasero invece a presidiare i centri maggiori della provincia. Tra i comuni con la più alta partecipazione, il capoluogo si distinse con 167 partecipanti, seguito da Montalcino (89), Montepulciano (85), Sovicille (79), Sinalunga (67), Poggibonsi (61), San Gimignano (42), Abbadia San Salvatore (32), Rapolano (30) e Trequanda (30).
La presenza di leader fascisti autorevoli, dotati di influenza sociale - come esponenti della nobiltà capaci di mobilitare seguaci armati, evocando dinamiche di tipo feudale - può essere considerata una causa della maggiore o minore partecipazione da parte delle diverse località. In termini più generali, si può fare riferimento alla "mobilitazione secondaria", ovvero all'effetto di reazione: laddove il socialismo era stato più forte e agguerrito, da quelle aree provenne un numero maggiore di marcianti.
Per fornire un'idea dell'età e della condizione sociale dei 1.032 partecipanti, uno studio futuro, che sarà pubblicato sul "Bullettino senese di storia patria", anticipa alcuni risultati. L'indagine, condotta su otto comuni rappresentativi di varie zone della provincia (dal capoluogo alla Val d'Elsa e alla Val di Chiana), si è basata sui registri anagrafici, incrociati con altre fonti come la memorialistica, la stampa e i registri di leva.
La Resistenza Civile dei Minatori Maremmani: Un Antifascismo di Base
Diverso è il quadro che emerge dalle zone minerarie della Maremma. La resistenza civile dei minatori maremmani contro le truppe tedesche occupanti e i loro alleati italiani affondava le radici in un sentimento di ostilità e rabbia verso il fascismo, presente in queste aree ben prima che la gran parte della popolazione italiana lo facesse proprio, soprattutto quando si manifestò la possibilità della sconfitta militare e si moltiplicarono gli effetti disastrosi della guerra.
I minatori, invece, avevano maturato questo stato d'animo da tempo, così come i loro familiari e gli abitanti dei paesi in cui vivevano, con l'eccezione forse dei collaboratori stretti dei direttori di miniera e del loro seguito di guardie giurate. Non si trattava di una convinzione politica strutturata, fondata su un'analisi del regime totalitario condivisa e con obiettivi perseguibili, né era sostenuta, come ci si aspetterebbe, da nuclei antifascisti clandestini. Di questi, infatti, non vi era traccia nelle zone minerarie della Maremma.

Vi erano stati, è vero, alcuni timidi tentativi sul Monte Amiata, ad Abbadia San Salvatore, ad opera di comunisti grossetani, ma senza seguito. Chi vi era stato implicato finì poi al confino. Piuttosto, si verificavano qua e là manifestazioni di dissenso, spesso sotto forma di frasi o imprecazioni imprudenti pronunciate all'osteria, o di motivetti sovversivi che tornavano alla mente. Nulla che le autorità non potessero facilmente liquidare come intemperanza di qualche originale, specialmente se avvinazzato.
Eppure, come dimostra il numero di provvedimenti repressivi, il regime si preoccupava di queste manifestazioni, avvertendo evidentemente, sotto traccia, un'ostilità diffusa, difficile da contenere. In effetti, dopo aver condotto coscientemente al fallimento le velleità "sindacaliste" delle origini, il fascismo aveva finito per considerare i minatori come un'entità estranea, irrimediabilmente impermeabile alla sua propaganda, insensibile alla retorica delle sue ritualità e assolutamente non inquadrabile nelle sue organizzazioni.
La ragione di tale situazione va ricercata nelle condizioni materiali di vita dei minatori: in particolare nelle tensioni che si producevano nel rapporto di lavoro. Nei cantieri della miniera, gli operai sperimentavano sulla propria pelle una contrapposizione irriducibile nei confronti del direttore, dei capi-servizio, delle guardie e talvolta dei sorveglianti. Era il classico conflitto di classe, tra lavoro e capitale, che l'ideologia corporativa, con i suoi espedienti giuridici e organizzativi, si illudeva di risolvere, ma che non riusciva neppure a nascondere.
Che si trattasse appunto solo di ideologia lo avevano mostrato, tra il 1931 e il 1932, una serie di agitazioni spontanee verificatesi a Gavorrano e a Boccheggiano. Le tensioni, originate nel profondo della miniera, si rispecchiavano all'esterno e, inevitabilmente, una volta venute in superficie, coinvolgevano il regime e producevano avversione al fascismo. Accanto alle società minerarie, e perfettamente solidale con esse, si ergeva infatti, appena fuori dai pozzi di estrazione, l'apparato dello stato totalitario, che ne faceva propri gli interessi e, quando era il caso, anche le politiche paternalistiche.
Si venne così a creare progressivamente un antifascismo di massa, di carattere prettamente operaio e ancora privo, in larga parte, di consapevolezza politica. Già in agosto, del resto, i minatori avevano ritrovato un motivo politico di mobilitazione nella rivendicazione della pace. Ci fu anche uno sciopero verso la fine del mese e, in quell'occasione, a Boccheggiano, un corteo di lavoratori e di popolo si mosse lungo i sentieri che conducevano alla miniera, chiedendo di porre fine alla guerra.
Le CONSEGUENZE della PRIMA GUERRA MONDIALE
Ci furono alcuni tafferugli con le forze dell'ordine e alcuni arresti, a dimostrazione di quanto il governo Badoglio non tollerasse le manifestazioni di protesta. La novità, però, fu la ripresa in quei giorni dei contatti con l'antifascismo politico, e specificamente con l'organizzazione comunista, che aveva ripreso a operare a livello regionale e stava inviando ovunque i propri emissari. L'obiettivo della pace, che dopo il 25 luglio sembrava dovesse consistere nella cessazione delle ostilità per porre fine subito a morti, distruzioni e miseria, dopo l'8 settembre e l'occupazione tedesca di gran parte dell'Italia, richiese modalità in apparenza opposte: fu chiaro a molti a quel punto che la pace si poteva ottenere solo con la sconfitta militare della Germania, ovvero imponendo ai nazisti una resa senza condizioni. Si trattava, dunque, di continuare la guerra e stavolta contro la Germania.
I comprensori minerari furono il terreno ideale per la diffusione delle parole d'ordine comuniste e per la costituzione di cellule o sezioni di paese che a quell'organizzazione facevano riferimento. Il radicamento sociale fu il primo obiettivo del partito e la lotta armata rappresentò il compito più urgente da assolvere. Ben presto, gran parte dei giovani affluiti nelle numerose bande che, tra l'autunno e la primavera, si formarono nelle macchie della Maremma, si proclamarono comunisti, anche quando, e furono la maggior parte dei casi, i loro comandanti erano ex-ufficiali monarchici e le loro formazioni facevano capo alla rete intessuta dagli emissari del governo del sud, piuttosto che a quella delle brigate garibaldine.
La proposta comunista, che non si limitava a nuclei ristretti di rivoluzionari, ma riusciva ormai a raggiungere la grande massa dei lavoratori, rispondeva all'esigenza di rivolta dei giovani, al loro bisogno di abbattere il vecchio ordine e di aprire nuove e più libere prospettive di vita. La posizione dei comunisti riguardo alla Resistenza, peraltro, era molto chiara: no all'attesismo, che consisteva nel rinvio del confronto con il nemico; no alle trattative e agli accordi anche parziali; no a qualsiasi richiesta - e ce n'erano - di usare benevolenza con il nemico per il timore di rappresaglie e nell'illusione che così si giungesse prima alla fine della guerra.
La disponibilità di armi era ovviamente la prima condizione perché le formazioni partigiane fossero operative; l'assalto alle caserme della GNR fu il modo principale per procurarsele, fino a quando gli alleati non provvidero a rifornimenti sistematici tramite i cosiddetti e tanto attesi aviolanci. Eppure, la Resistenza dei minatori rimase essenzialmente una Resistenza civile, non armata. In molti casi ci fu, da parte della popolazione, un supporto materiale, politico e organizzativo alle formazioni partigiane, soprattutto tramite i CLN comunali di cui i minatori fecero parte, in rappresentanza per lo più del Partito Comunista.
Non ci fu, però, una partecipazione generalizzata di minatori alla Resistenza armata. Si deve considerare che i minatori, lavorando in aziende militarizzate, erano soggetti alla disciplina militare e proprio per questo erano esclusi dal reclutamento. Anche i tedeschi, del resto, che nel periodo dell'occupazione assunsero il controllo delle miniere, avevano interesse che gli operai rimanessero al loro posto a garantire la produzione. Il fenomeno della renitenza al reclutamento della RSI toccò, quindi, solo marginalmente le famiglie dei minatori, mentre erano proprio i renitenti alla leva di Salò - contadini, studenti, artigiani, operai non militarizzati - a infoltire le formazioni partigiane.
Non mancarono episodi di incomprensione tra minatori e partigiani, come nel caso del minamento del pozzo Baciolo, che fu l'unico esempio di attacco diretto da parte dei partigiani a una struttura mineraria e, in generale, l'unico esempio di sabotaggio industriale vero e proprio nella provincia di Grosseto. Il maggiore contributo che i minatori dettero alla lotta di Liberazione fu, com'è noto, il martirio di 83 di loro, abitanti di Niccioleta, fucilati dai tedeschi tra il 13 e il 14 giugno 1944.
Si trattò anche in quel caso di Resistenza civile, visto che il rapporto di quel villaggio con la Resistenza armata, nelle settimane e nei mesi precedenti, era stato del tutto sporadico, essendosi limitato a qualche aiuto materiale e, semmai, a qualche scorribanda in paese da parte di uomini armati, accolti con entusiasmo - questo sì - dagli abitanti. Ci fu sicuramente, da parte degli abitanti di Niccioleta, il desiderio di contribuire in qualche modo alla cacciata dei tedeschi, che, data la vicinanza degli alleati, sembrava essere imminente. Fu forse la voglia di essere protagonisti, di non stare solo a guardare, che suggerì l'idea di organizzare la cosiddetta "guardia armata" attorno al paese e alla miniera, che poi fu il pretesto della strage.
Niente, in realtà, che potesse realmente impensierire i comandi tedeschi. Gli episodi che si susseguirono durante tutta l'estate in molte località della Toscana fanno pensare piuttosto a un piano stragista preordinato, del quale Niccioleta rappresentò nient'altro che una tappa, una delle prime. I motivi per i quali fu scelta Niccioleta per attuare il piano possono essere stati diversi: si è pensato alle vie di comunicazione da rendere sicure per la ritirata, a contatti particolari che il reparto responsabile della strage poteva avere nel paese, ma possono essercene stati altri.
Si trattava, comunque, per i tedeschi, di spezzare il legame tra la popolazione civile e le formazioni partigiane - legame che essi ritenevano essenziale (e lo era effettivamente) per l'operatività e la stessa sopravvivenza delle bande - e che, senza bisogno di ulteriori prove, supponevano funzionasse ovunque queste operassero. E chi se non i minatori, concentrati per di più in un villaggio isolato e abitato solo da loro, com'era appunto Niccioleta, poteva offrire sostegno ai partigiani, anzi costituire il brodo di coltura stesso del partigianato?
Ecco dunque emergere la colpa originale dei minatori: quell'antifascismo ostinato legato alla condizione di lavoratori salariati in lotta perenne con il loro datore di lavoro, per cui il fascismo li aveva sempre considerati una categoria litigiosa, infida, non riducibile ai propri canoni di ordine e disciplina.
Vicende Fasciste in Versilia: Le Rivalità tra Ricci e Scorza
In un contesto diverso, ma ugualmente emblematico delle tensioni dell'epoca, si inserisce un episodio di violenza fascista in Versilia. Il 7 aprile 1924, una spedizione punitiva, guidata dal sindaco e segretario politico del fascio di Pietrasanta, invase gli uffici della Cooperativa di Consumo, con l'intento di raggiungere il suo direttore commerciale. Quest'ultimo riuscì, a stento e con uno stratagemma, a sottrarsi alla furia degli invasori.
Si trattò di una violenza grave, che, senza aggiungere significati particolari, può essere ricompresa nel novero dei tanti, analoghi episodi già accaduti in quella città. Aggressioni e devastazioni, compiute dai fascisti fin dalla loro costituzione in partito, avvenuta piuttosto tardivamente il 5 marzo 1921. Così, nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio, era toccato alla Camera del Lavoro essere invasa e devastata, mentre nel successivo mese di giugno sarà il presidente della stessa Cooperativa a venire malmenato.
In realtà, quanto avvenuto nei locali della Cooperativa nel pomeriggio del 7 aprile andava ben oltre una semplice azione fascista. Il tentativo, fallito, di eliminare fisicamente il direttore Giovan Battista Raffo si inquadrava in una più complessa vicenda che ebbe per protagonisti due acerrimi rivali: Renato Ricci, capo del fascismo apuano, e Carlo Scorza, suo omologo lucchese. Al centro dello scontro tra i due gerarchi e le rispettive fazioni vi era il controllo della Versilia, un territorio già a quel tempo appetibile e considerato strategico per gli assetti politici e di potere dell'area.

Questo episodio, sebbene circoscritto, rivela le dinamiche interne al fascismo, le lotte di potere e l'uso della violenza per affermare il proprio controllo su un territorio, evidenziando come le ambizioni personali e le rivalità tra le figure di spicco potessero alimentare la violenza squadrista, anche a livello locale. La storia dei Fratelli Menichetti e la loro partecipazione alla Marcia su Roma, così come la resistenza dei minatori e le dinamiche interne al fascismo versiliese, offrono dunque tasselli preziosi per comprendere la complessità di un'epoca di profonde trasformazioni e conflitti.
tags: #fratelli #menichetti #di #menichetti #narciso