La figura di Narciso, eroe tragico del mito greco, continua a risuonare potentemente nel nostro immaginario collettivo, offrendo chiavi di lettura profonde per comprendere le dinamiche dell'identità, dell'amore e della solitudine. Il suo nome è diventato sinonimo di un'eccessiva ammirazione per sé stessi, ma il mito, nella sua complessità, va ben oltre la mera superficie del narcisismo inteso come vanità. Esso narra di un giovane che faceva innamorare tutte le ninfe, tra cui Eco, che lo adorava. Laddove il piede lo porta a calmare l’arsura, Narciso ravviva la fiamma, accende la miccia del desiderio amoroso. Questa iniziale attrazione, tuttavia, si trasforma in un amore fatale e autodistruttivo quando Narciso si innamora della propria immagine riflessa nell'acqua.

Il Mito di Narciso: Un Racconto di Identità e Alterità
La storia di Narciso, narrata in modo celebre da Ovidio nel III libro de Le metamorfosi, delinea un complesso rapporto di identità e alterità tra il giovane e il proprio riflesso. Narciso, un giovane di straordinaria bellezza, disprezzava l'amore e respingeva chiunque si innamorasse di lui. La sua tragedia ha origine dalla preghiera di un povero giovane rifiutato: «che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!». E così accade. Un giorno, chinatosi per bere da un rivo, Narciso scorge nell’acqua limpida un’immagine che lo fa bruciare di passione. Non ha mai visto un giovane così bello, non ha mai amato come quel giorno. Gli occhi che guarda sono quelli di uno sconosciuto, le labbra che si muovono alle sue parole sono uno spettacolo nuovo, la pelle che riluce tra le onde lo commuove di un amore irresistibile. Narciso sta guardando il suo riflesso, eppure, non si riconosce. Quella stessa immagine che dovrebbe essere per lui la via più facile per scoprirsi, non rappresenta che un estraneo.
Egli crede di guardare un altro, sebbene stia contemplando il suo riflesso. Si ritrova così ad instaurare con la propria immagine un rapporto amoroso basato sulla percezione di un’alterità. Questo è l’errore in cui cade il giovane. Egli, guardandosi, non è in grado di riconoscersi nel riflesso, percepisce solamente la distanza abissale tra sé e l’amato, non sa vedersi uno. Così facendo, arriva a rompere il rapporto di identità: Narciso, il soggetto, si guarda, ma non riuscendo a riconoscersi nel proprio riflesso si oggettifica. Si ritrova ad essere amante e amato allo stesso tempo.
Tuttavia, l’incapacità di Narciso di riconoscere l’identità tra sé e il proprio riflesso rappresenta una violazione anche del rapporto di alterità: chiudendosi in se stesso, in un’identità frustrata e straziata, rende impossibile l’apertura all’Altro. L'identità risulta violata perché viene meno quel processo fondamentale di affermazione della persona, che è il riconoscere la sovrapposizione perfetta di soggetto e oggetto nell'individuo. Guardandosi allo specchio, il soggetto si riconosce oggetto del proprio sguardo, si percepisce nella sua identità fondante. Proprio su questo si basa la dinamica del vivere sociale, in un soggetto che si afferma divenendo oggetto dello sguardo altrui. Narciso, però, non può aprirsi ad una dinamica relazionale in questo senso, poiché interagisce con il proprio riflesso, che è parte di sé, come se fosse un altro da sé. Si chiude quindi totalmente in se stesso, in un'illusoria apertura all'alterità che si esaurisce nel proprio riflesso.
L'Insegnamento della Favola e la Punizione Divina
L'insegnamento principale della favola di Narciso è che disprezzare la legge universale dell'amore porta alla punizione, come accadde a Narciso che morì innamorato della sua immagine. Il mito ci presenta Narciso come un modello negativo perché egli disprezza la legge universale dell’amore e per questo è punito con la morte. La sua morte, tuttavia, non è un annullamento definitivo, ma una trasfigurazione. Nel momento in cui Narciso si riconosce nell’immagine di cui è innamorato, si strazia a tal punto da subire una metamorfosi e trasformarsi nell’omonimo fiore giallo. Tuttavia, il movimento che lo porta a tale mutazione è fondamentalmente frustrato. L’uscita da sé culmina tragicamente nel proprio riflesso, generando così una chiusura totale e paralizzante. L’estasi di Narciso è statica, paradossale, fondata su un’autocontemplazione che però non rivolge lo sguardo al proprio corpo, ma alla replicazione di questo, al suo simulacro. La fossilizzazione dell’Io passa attraverso la sua contemplazione. Narciso si annulla.
La Prospettiva Psicoanalitica: L'Alterità Feconda e la Distanza Relazionale
Analizzando il mito in una prospettiva psicoanalitica, in particolar modo tenendo in considerazione la fenomenologia amorosa espressa da Jacques Lacan nel Seminario IV, il grande problema di Narciso sarebbe quello di aver rotto la distanza feconda che è propria dell’alterità in un rapporto amoroso. È infatti proprio la separazione, la zona franca, la distanza che separa due persone ad essere lo spazio privilegiato e necessario di ogni rapporto umano. In quel vuoto che nasce dalla separazione incolmabile fisica, mentale ed esistenziale di due individui in quanto due identità che stanno interagendo tra loro, può nascere la dinamica amorosa. Consapevoli della distanza, ecco che la percezione profonda dell'alterità, di essere due "altri" che si scontrano, genera il tentativo drammatico di provare a colmare quello spazio che li separa.

Per schematizzare tale concetto, si considerino due soggetti A e B e si abbia A innamorato di B e viceversa. A si "oggettifica" a B ponendo se stesso (A) come oggetto dell'amore dell'altro (B) e rinunciando alla propria soggettività. Analogamente, B per riuscire a ottenere l’amore di A, seguirà il medesimo procedimento. Questo può accadere proprio in virtù dell’esistenza di una distanza sostanziale tra A e B, che è lo spazio relazionale che esiste tra i due ed è creato dal rapporto di alterità che li separa. Proprio grazie a questo vuoto è possibile l’estasi, l’uscita da sé e, in definitiva, la costruzione feconda di un rapporto amoroso basato sulla continua inversione di ruoli, oscillando in continuazione tra l’essere soggetto e oggetto. Nel tentativo di colmare una distanza incolmabile, A e B si "reificano" per godere dell'amore dell'altro giungendo ad un'affermazione perché solamente divenendo oggetto dello sguardo dell'altro arrivano ad affermare autenticamente la loro soggettività. È lo sguardo dell'altro ad affermare la soggettività.
Nel caso di Narciso, invece, non è presente tale alterità feconda. Egli si oggettifica al soggetto amato, il quale, tuttavia, corrisponde al soggetto amante stesso. Di conseguenza è impossibile che ci sia una reciprocità nel rapporto e la propria azione si rivela totalmente vana. Si trova di fronte ad un Altro che coincide con l’Io, un Altro con il quale non intercorre alcuna distanza. Di conseguenza, lo spazio relazionale di crescita ed evoluzione è nullo e sarà destinato ad una proiezione all’annullamento, alla nientificazione più totale. Egli si rende oggetto, ma è inconsapevole di essersi reificato a se stesso. La conseguenza di quest’azione non potrà essere altro che l’appiattimento della dimensione relazionale e dunque un’estasi paralizzante che lo condurrà alla morte. Del resto, è lo stesso Narciso ad essere cosciente di questo: quando si scopre in quell’Altro tanto amato, egli esclama: «desiderio inaudito per uno che ama, vorrei che la cosa amata fosse più distante». È proprio questa mancanza di distanza che rende vano il suo movimento, perennemente frustrato. Narciso strazia lo spazio del divenire che è costituito dallo scarto tra Io e Altro.
Figure Retoriche: L'Eco della Frustrazione
La frustrazione del movimento di Narciso viene resa in modo esemplare da Ovidio con l’utilizzo del poliptoto. Si prendano ad esempio i versi «se cupit imprudens et, qui probat, ipse probatur/ dumque petit, petitur» («desidera, senza saperlo, se stesso; elogia, ma è lui l’elogiato»). La figura retorica è costruita sulla ripetizione dello stesso verbo, declinata nel primo caso alla terza persona attiva e nel secondo alla terza persona passiva. In questo modo Ovidio rende alla perfezione il rapporto di Narciso con il proprio riflesso: teso allo spasmo tra la dimensione di soggetto e di oggetto della propria azione, il poliptoto mantiene l’azione sempre su di una dimensione orizzontale, mettendo in luce i due poli tra i quali si sposta. Il poliptoto rappresenta, in tale maniera, la figura speculare per eccellenza, capace di rappresentare la dualità e l’identità straziate del mito di Narciso. Da notare la presenza in contemporanea dell’allitterazione e dell’annominazione, disposte, per altro, secondo una schema che richiama il chiasmo. L’allitterazione è limitata ai suoni gg e g.
Narciso arriva ad annullarsi perché intrappolato nel proprio sguardo, capace di guardare solamente se stesso e di esser guardato solamente da se stesso. Se il riflesso dovrebbe rappresentare la forma di autoaffermazione più propria, la percezione distorta di Narciso arriva a pervertire totalmente tale rapporto. Esso diventa il simbolo della negazione più totale, negazione tanto dell’alterità quanto dell’identità. La sua immagine non può far altro che fossilizzarlo e renderlo eterno nella sua estasi paralizzata. Icastica è, in questo senso, la poesia che Salvador Dalì accompagna al suo quadro La metamorfosi di Narciso: «Narciso si annulla nella vertigine cosmica / dove nel più profondo / canta / la sirena fredda e dionisiaca della sua stessa immagine. / Il corpo di Narciso si svuota e si perde nell'abisso del suo riflesso, / come la clessidra che non verrà capovolta / (…) Narciso tu sei così immobile / che si direbbe che tu dorma / (…)»
Il narcisismo secondo Lacan
L'Epica del XVII Secolo e l'Anti-Eroe
La favola di Narciso viene narrata da Mercurio ad Adone e fa parte di una serie di sei racconti mitologici destinati ad Adone, nel giardino di Venere, affinché essi gli servano come insegnamento nell’ambito dell’ iniziazione all’amore. In questo contesto, l'epica del XVII secolo presenta caratteristiche distintive. Essa era molto in voga e costituiva la manifestazione poetica più impegnata della poesia: Il Trissino, per esempio, intende prendere le difese dell’ Italia nobile e feudale, mentre il Tasso descrive la lotta della cristianità contro gli infedeli musulmani. Come fonte d’ispirazione, l’epica del Seicento si rifà a Omero o a Virgilio. Il Marino, tuttavia, abbandona l’epica in senso tradizionale e al binomio Omero-Virgilio sostituisce il binomio Nonno di Panopoli (ultimo scrittore ellenistico)-Claudiano (poeta e senatore romano, sostenitore di Stilicone). Prendere questi due scrittori come modello suscitò un certo scandalo negli ambienti letterari ed eruditi del tempo, anche se avevano fatto una veloce apparizione con il Poliziano. Invece erano conosciuto ed apprezzati in Francia.
Nel Seicento, la cancellazione dell’eroe è frequente e ad esso si sostituisce l’anti eroe cioè colui che agisce, ma sbaglia obiettivo come Don Chisciotte. Tuttavia, Adone non è nemmeno un antieroe perché non agisce, non entra mai in azione e invece di fare si lascia fare. Non interviene nella guerra, ma vi assiste rintanato in una grotta. Tutto ciò che fa è poco eroico: si traveste da donna, si assoggetta ad un cavaliere, ruba degli oggetti vietati come farebbe un bambino e di fronte al rivale non sceglie altro che fuggire. Siccome non agisce da eroe è ovvio che esistano degli elementi che inceppano i processi narrativi. Molte azioni inserite nella narrazione sono inutili: e producono l’effetto della proliferazione. Per esempio, per sedurre Adone, Venere mette in atto tutta una serie di stratagemmi o di azioni finalizzate: la sorpresa del sonno, l’invio di un sogno, una falsa medicazione un bacio rubato, ecc. Ma nulla di questo serviva perché sappiamo che Adone era pronto a cedere a Venere, soltanto guardandola. Per uccidere Adone, lo scrittore mette in moto tutta una serie di azioni: armi fatate, ira degli dei, agguati, gelosie, bestie inferocite, miracoli naturali. Ma, anche in questo caso, tutto è inutile perché Adone è un cacciatore inesperto e la inettitudine e fragilità sarebbero state sufficienti per ucciderlo. L'Adone si differenzia dai tradizionali poemi epici italiani per l'assenza di un eroe-protagonista e per la proliferazione di racconti secondari.
Narcisismo Oggi: Tra Apparenza e Profondità
Oggi si parla molto di narcisismo, ma il più delle volte ci si limita a considerare gli aspetti più direttamente visibili: la grandiosità, l’autoreferenzialità, l’inaccessibilità nella relazione. Ma cosa si nasconde dietro questa apparenza? Qual è il significato profondo sotteso alle dinamiche più evidenti? Il mito di Narciso ci offre una narrazione archetipica che consente di dare senso, individuando il nucleo di sofferenza della personalità narcisistica ed al contempo immaginando possibili soluzioni terapeutiche. La grande narrazione (il mito) è stata veicolata e tradotta dalla psicologia del profondo.
Il mito di Narciso ci porta il tema spinoso della mancanza di autostima. Ricerca condotta in grande solitudine, anche l’immagine di Narciso che si rispecchia nella fonte dà subito l’idea di una grande solitudine. Anche il mito di Eco può rappresentare un aspetto scisso dell’io sognante. Fa subito pensare a come l’ambiente possa essere mancante di questa capacità di rispecchiamento. Vedere il soggetto per quello che è nella sua identità profonda. Ciascuno di noi ha degli archetipi più costellati di altri. Un blocco affettivo che diventa anche blocco cognitivo, non a caso Narciso richiama il significato narcotico, sonnolento, inebetito. Il mito non finisce con la morte, ma con una morte che si trasfigura in qualcosa d’altro. Sant’Agostino diceva: «Ti ho amato bellezza, tanto antica e tanto nuova.»
