La follia, un concetto sfuggente e profondamente radicato nell'esperienza umana, è stata a lungo oggetto di studio, dibattito e, talvolta, di repressione. L'antipsichiatria, un movimento di pensiero critico nei confronti della disciplina psichiatrica tradizionale, ha aperto nuove prospettive, mettendo in discussione le fondamenta stesse della nozione di "malattia mentale" e le pratiche ad essa associate. Questo articolo si propone di esplorare le complesse dinamiche tra normalità e follia, analizzando come la percezione di ciò che è considerato "sensato" o "insensato" sia spesso più legata al contesto sociale e alle aspettative esterne che a una presunta alterazione intrinseca della mente.

La Negazione della Malattia Mentale: Un Paradosso Sociale
Una delle affermazioni più sorprendenti che emergono dalle riflessioni antipsichiatriche è la negazione dell'esistenza della malattia mentale. Sebbene questa negazione possa apparire scontata quando proviene da coloro che sono etichettati come "pazienti psichiatrici", assume un'eco più profonda quando viene avanzata da individui apparentemente "sensati", inseriti nella vita quotidiana e professionale. La psichiatria, spesso percepita come un campo in cui tutto e il suo contrario possono essere affermati, si trova al centro di questo dibattito.
Il testo provided evidenzia un esempio emblematico: un uomo che grida in una stazione ferroviaria. La reazione immediata è quella di considerarlo malato e, di conseguenza, di intervenire per bloccarlo e trasportarlo in un reparto psichiatrico. Ma ci si chiede: cambierebbe qualcosa se fosse considerato "innamorato"? Avremmo meno paura? Lo lasceremmo avvicinare con tranquillità? La risposta è evidentemente no. La nostra reazione non muta significativamente, suggerendo che l'etichetta di "malato" non serve tanto a lui, quanto piuttosto a giustificare un intervento di controllo sociale. La polizia ferroviaria, ad esempio, può agire per bloccarlo e chiamare un'ambulanza per curarlo della sua "malattia del gridare", un'azione che non sarebbe possibile se fosse semplicemente innamorato.
Questo scenario rivela un paradosso: coloro che intervengono per contenere il "folle" non mettono in dubbio la liceità delle loro azioni. La loro convinzione si basa sull'assunto che l'individuo non possa "davvero voler fare quello che fa". Il comportamento di gridare in una stazione è considerato inaccettabile e privo di senso nel contesto delle norme sociali. Mentre gridare allo stadio o a un concerto è socialmente accettato, in una stazione si richiede silenzio o un tono di voce adeguato. Inoltre, le proprie questioni personali, la rabbia o l'incapacità di vivere non dovrebbero essere esibite pubblicamente.
È interessante notare come figure storiche controverse, come assassini, psichiatri che hanno praticato lobotomie, seguaci di Satana o cultori della razza ariana, non siano mai state fermate o considerate folli. La loro "normalità" risiede nella capacità di adeguarsi alle aspettative sociali, di comportarsi in modo conforme e di non gridare. Questo suggerisce che la "normalità" non è intrinsecamente legata al funzionamento del cervello, ma piuttosto alla capacità di apparire tali, indipendentemente da ciò che accade interiormente.
La Distinzione tra Azioni "Sensate" e "Insensate": Criteri Medici o Sociali?
Il testo provided solleva un punto cruciale riguardo alla distinzione tra azioni considerate "sensate" e "insensate". Si prende l'esempio di Alberto, che vuole strappare 10 milioni in piazza, contrapposto a Franco, che truffa anziane signore dei loro risparmi. Sorprendentemente, le azioni volte ad accumulare denaro o potere, anche se moralmente o penalmente condannabili, sono considerate "sensate". Questo solleva il interrogativo se tali criteri siano medici o scientifici, o se piuttosto riflettano un accordo sociale e culturale.
Allo stesso modo, si può beatificare Francesco d'Assisi per la sua scelta di povertà, ma rinchiudere Alberto se tenta di praticarla. Questa apparente contraddizione evidenzia la fluidità e la soggettività dei giudizi sulla "normalità". È fondamentale mantenere un margine per il dubbio che l'altro possa avere ragione, altrimenti si rischia di passare sistematicamente dalla parte del torto.
Il contrario della follia, come suggerito, non è la ragione, ma il "torto". Il torto di chi pensa e pratica interventi invasivi (chimici, elettrici, chirurgici) nel corpo e nel cervello di qualcuno come Alberto, con l'intento di impedirgli di "parlare con Dio". Il comportamento di Alberto, sebbene possa apparire insensato a chi gli sta intorno, rappresenta una possibilità umana praticata da innumerevoli persone. Il fatto che venga percepito come una scelta di liberazione personale o come una grave malattia mentale dipende esclusivamente dal contesto familiare e microsociale.
Ci si interroga se Alberto sarebbe stato considerato candidato a una carriera psichiatrica se, invece di strappare i suoi soldi, li avesse regalati a un familiare. E cosa dire delle migliaia di persone che rinunciano a tutto per entrare in congregazioni religiose, donando i loro averi? Queste scelte, sebbene osteggiate e incomprensibili per molti, non rientrano nel dominio psichiatrico. Forse Alberto è considerato "pazzo" per la drammatizzazione della sua scelta? Le vie della psichiatria, si osserva, sono infinite, portando persino all'accusa di "altruismo morboso" per un esponente politico.

La Normalità come Incoscienza e la Paura del Diverso
Il testo esplora ulteriormente il concetto di normalità, suggerendo che essa sia intrinsecamente legata all'incoscienza. Si cita il detto che chi non perde la testa in certe situazioni, probabilmente non ha una testa da perdere. L'incoscienza, quindi, sarebbe una condizione tipica della normalità più che della follia. Come altrimenti spiegare l'incapacità dei familiari e amici di Alberto di riconoscere l'insensatezza delle pratiche terapeutiche a cui veniva sottoposto, pur essendo pronti a rilevare ogni suo "deragliamento dalla logica corrente"?
L'incoscienza guida la nostra vita "sensata" nel mondo. Se fossimo costantemente coscienti della nostra morte, troveremmo ancora senso nel costruire case, accumulare ricchezze, leggere o scrivere libri? L'attività frenetica che caratterizza la nostra esistenza potrebbe essere vista come un enorme gioco per distrarci dal pensiero della fine. L'incoscienza ci salva dalla disgregazione personale e sociale, e forse è per questo che reagiamo con "insensata violenza" di fronte a chi, come Alberto, ci espone al rischio di perdere noi stessi, la nostra identità sociale e il senso del nostro stare al mondo.
Non esiste, in realtà, un motivo valido per convincere qualcuno che sia insensato distruggere i propri risparmi piuttosto che accumularli. Allo stesso modo, non si troverebbero argomentazioni sensate per convincere Nino che sia normale scrivere di lui al riparo di quattro mura, e anormale andare in giro ad inseguire un'aquila. La differenza cruciale è che, a differenza di figure come Francesco d'Assisi, né Alberto né Nino hanno la velleità di mettere in discussione o trasformare la vita altrui. Il pericolo che rappresentano non deriva da un attacco cosciente all'ordine mentale e sociale, ma dalla loro stessa esistenza che, per contrasto, richiede una riconsiderazione di tale ordine.
La Dissociazione e la Consapevolezza del Crimine contro l'Umanità
Il narratore del testo condivide un'esperienza personale significativa, un momento di profonda dissociazione che lo porta a riconsiderare la propria "normalità". Incontrando persone che chiedono, criticano, si confrontano, insultano e si disperano, si rende conto di non essere diverso da loro. Non era meno incosciente dei familiari di Alberto, né meno confuso nel suo immaginario, meno intenso nelle sue paure, o meno cieco nei suoi pregiudizi.
Questa presa di coscienza lo porta a cogliere l'insensatezza di affidare a pochi (gli psichiatri) il potere di definire e controllare pensieri, scelte e comportamenti. Percepisce il rischio concreto di un arbitrio totale e cieco da parte della psichiatria. Sebbene riconosca che un manicomio sia l'ultimo luogo di conforto, e che l'idea di esseri umani che trascorrono i loro giorni in tali istituti sia ripugnante, persiste la convinzione che "se c'erano qualche motivo ci doveva pur essere". Il trattamento era sbagliato, ma gli internati erano "fuori di sé" e andavano "condotti alla ragione".
L'intento non era terapeutico o educativo, ma semplicemente la convinzione che la loro diversità fosse la causa della loro sofferenza e del loro internamento. Se avessero smesso di dire o fare ciò che facevano, sarebbero sembrati guariti e avrebbero potuto lasciare il manicomio. Si avverte la violenza implicita nell'addormentare le persone con psicofarmaci, nell'impedire loro di alzare la voce e nel renderli docili e ubbidienti, anche di fronte a regole assurde e degradanti. Non si trattava di cura, ma di far smettere di "sragionare" il malato.
Tutti odiano la Psichiatria e gli Psichiatri?
La Prospettiva dell'Internato: Empatia e Riconoscimento della Dignità
Il testo invita il lettore a immedesimarsi nella prospettiva di chi è internato in un reparto psichiatrico. Si chiede di immaginare di essere il ragazzo magro e intontito che chiede una sigaretta, di sentire l'impatto della propria espressione di paura o disgusto, il ritrarsi degli altri. Si invita a immaginare di essere in fondo a un corridoio, costretti a un letto, vedendo aprire e chiudere la porta del reparto senza poter chiedere aiuto, o sentendo la voce non uscire, o non essere compresi.
Si chiede di percepire le voci gentili dei visitatori che scambiano cortesie con l'infermiere che ieri ha legato o costretto a inghiottire medicine, di sentire l'odore di libertà e normalità, la sicurezza del passo, i sorrisi. Si invita a immaginare la disperazione nel sentirsi dire che si deve rimanere lì "ancora un altro giorno". Per chi è fuori, un giorno in più è "un niente", ma per chi è internato, "tre giorni sono un'eternità", come racconta Nino, che ha imparato in manicomio a non sprecare parole.
L'esperienza di dissociazione del narratore si fa insopportabile, spingendolo a cercare di rientrare nel suo stato ordinario di incoscienza. Si interroga su cosa lo abbia portato a misconoscere le somiglianze tra sé, Giovanni e le centinaia di altre persone imprigionate in quell'inferno. Cosa lo ha reso così cieco da non capire che Giovanni stava difendendo le sue idee, la sua vita, la sua libertà, da un attacco e un aiuto non richiesti? La differenza tra ciò che i tribunali dell'Inquisizione fecero alle streghe o i Romani ai primi cristiani, e ciò che accadeva in quel luogo, sembrava annullarsi.
Il tentativo di dialogare con gli infermieri per far intravedere le ragioni di Giovanni veniva accolto con sguardi come chi perde tempo dietro fantasticherie utopiche. Gli operatori erano capaci di elencare le infrazioni all'ordinato vivere del reparto, ma non sembravano aver mai ascoltato realmente.
La Critica Radicale di Giuseppe Bucalo
Giuseppe Bucalo è presentato come uno dei pensatori antipsichiatrici italiani più spregiudicati. La sua elaborazione teorica radicale mira a legittimare culturalmente la follia come vettore di una rivoluzione che allarga gli spazi fisici, relazionali e cognitivi. Propugna una visione antropologica che sancisce l'impraticabilità di ogni discriminazione tra raziocinio e follia.
Il volume in questione costituisce un'introduzione al pensiero di Bucalo, che affonda le radici nelle sue esperienze di operatore psichiatrico in Sicilia e nel rapporto con la follia, nonché nei maestri della critica alla psichiatria come David Cooper, Thomas Szasz, Ronald Laing e Aaron Esterson. Bucalo fa della psichiatria l'oggetto di una polemica che include un versante etico-giuridico e uno volto a invalidarne i fondamenti concettuali.

La Confutazione della Segregazione e della Coazione Terapeutica
Bucalo conduce un attacco devastante alla psichiatria come pseudo-scienza, con particolare riferimento al positivismo psichiatrico ottocentesco di Wilhelm Griesinger. Mette a fuoco l'artefatto scientifico fondamentale della "malattia mentale", considerato pericoloso per i diritti individuali e funzionale all'assetto sociale. La sua posizione è che la psichiatria sia incompatibile con la libertà di pensiero.
Viene riportata una conversazione con Louise, che esprime il desiderio di essere un bruco e strisciare sul pavimento, con qualcuno che la osservi senza intervenire. Questo desiderio contrasta nettamente con l'aiuto ricevuto dai suoi terapeuti, che non le offrivano testimonianza o presenza non interventista. L'aiuto più difficile da dare, quello che coinvolge l'altro nella follia e lo spinge su un territorio sconosciuto, è spesso evitato.
La Normalità come Crimine contro l'Umanità
L'esperienza vissuta in un reparto psichiatrico porta il narratore a una consapevolezza profonda: il crimine contro la propria e altrui umanità che può rappresentare l'essere o il sentirsi normali. La sua normalità, prima considerata fuori discussione, si rivela piena di aspetti di cui vergognarsi, più di quanti Giovanni ne avesse in cinquant'anni di "autentica vita da folle". Giovanni, a differenza del narratore, non aveva mai mascherato i suoi sentimenti, non aveva mai tentato di cambiare la vita altrui, né aveva cercato di convincere o obbligare qualcuno a misurare la propria libertà.
La psichiatria, con le sue pratiche di segregazione e coazione terapeutica, viene quindi smascherata come un sistema che, sotto la maschera della cura, perpetra violenza e nega la libertà di pensiero e di espressione. Le esplorazioni e i viaggi attraverso la follia, intrapresi dall'antipsichiatria, invitano a una radicale riconsiderazione dei concetti di sanità mentale, normalità e del rapporto tra individuo e società.
tags: #dizionario #antipsichiatrico #esplorazioni #e #viaggi #attraverso