Il significato del termine “favola” è noto. Come ciascuno di noi sa, si tratta di un racconto inventato di origine popolare, in cui compaiono esseri animati, inanimati e fantastici, che sono inseriti in un plot più o meno complesso. Sussistono dunque una serie di elementi comuni a definire il genere favola, ma come è possibile che questi stessi elementi restino invariati nel tempo e nello spazio? Come è possibile, cioè, che la storia di Cenerentola, ad esempio, sia comune tanto al popolo tedesco quanto a quello russo, seppur declinata a seconda delle specificità culturali?
Il genere favolistico affonda le proprie radici nel folklore, ovvero nella tradizione popolare delle varie comunità che, soprattutto in passato, tramandavano racconti, conoscenze e miti per via orale. Secondo Vladimir Jakovlevič Propp, linguista e antropologo russo, le favole (che opportunamente non si situano in un tempo specifico e che infatti sono introdotte dalla formula “c’era una volta”) hanno lo scopo di rappresentare mimeticamente i percorsi di iniziazione previsti dalle società primitive per i giovani in procinto di entrare nell’età della pubertà. Questi riti di passaggio prevedevano l’espulsione dell’individuo dalla società per breve tempo, un allontanamento fisico (che nelle favole si traduce spesso come l’arrivo presso una casa nel bosco) e la necessità di un aiutante, che per le ragazze è solitamente una vecchia signora (ad esempio la nonna in Cappuccetto Rosso o la Baba Jaga in molte favole russe), la quale spesso si rivela cattiva e ammaestra la giovane anche con metodi poco carini.
Risulta ora interessante notare come in Germania durante il Romanticismo il genere letterario della favola venne recuperato e si sovrappose al concetto di mito, inteso in maniera romantica come rappresentazione di concetti attraverso immagini. In questo caso però, lo scopo dichiarato del recupero romantico della favola era quello di mettere in risalto l’origine comune di quella miriade di piccole unità di cui si componeva lo Stato tedesco. Infatti, la questione di quali potessero essere gli elementi che compongono uno Stato e che permettono di stabilirne i confini era all’ordine del giorno, tanto che un filosofo, teologo e letterato tedesco come Johann Gottfried Herder giunse a domandarsi cosa fosse un popolo, in cosa esso potesse identificarsi, concludendo che, piuttosto che con la propria unità politica, un popolo possa identificarsi con la propria cultura. La nazione si identifica dunque con ciò che il popolo scrive, per cui la comune cultura è l’elemento che determina e contraddistingue un popolo. Le riflessioni di Herder a tal proposito anticiparono quelle che sarebbero state alcune delle idee portanti del Romanticismo tedesco. Anche grandi letterati come Goethe e Novalis deliziarono il proprio pubblico con una serie di favole; queste tuttavia, diversamente dal tipo di favole che prenderemo qui in considerazione, ovvero favole di magia, si configurano come filosofiche, i cui personaggi sono per lo più rappresentazioni allegoriche.
Risulta importante sottolineare questa differenza, dal momento che Claude Lévi-Strauss, in un piccolo saggio di critica al lavoro di Propp, sostenne che il metodo applicato da Propp non fosse valido poiché non applicabile alle favole di Goethe, di Novalis o comunque alle favole artificiali di origine letteraria. Il metodo esplicato in Morfologia della fiaba, tuttavia, non è certamente applicabile ad ogni tipo di favola, poiché esso è stato creato in base allo studio di un numero limitato di favole di magia appartenenti alla tradizione e che dunque nascono e si sviluppano nel folklore. Più nello specifico, la critica di Lévi-Strauss riguarda il fatto di non poter fornire una spiegazione storica delle favole «poiché noi sappiamo pochissimo delle civiltà antistoriche in cui esse sono nate». A tale affermazione è possibile replicare, con Propp, che «[…] gli intrecci traggono origine dagli usi e dalla vita del popolo, e dalle forme di pensiero che ne derivano, nei primi stadi dello sviluppo della società umana, e che l’apparizione di questi intrecci risponde ad una necessità storica».
Un lavoro simile a quello svolto dai fratelli Grimm, di cui abbiamo appena accennato, fu quello del linguista e folclorista Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev, che si prefisse di raccogliere e pubblicare i racconti del popolo russo. Proprio sulle tracce dei fratelli Grimm, egli si dedicò allo studio di queste favole, alla loro analisi, tentando di capire quanto dell’antica popolazione russa vi trasparisse. A questo scopo scelse di inserire nella sua raccolta favole che appartenessero a diversi periodi storici, si nota infatti che in alcune di esse sono rinvenibili tracce del paganesimo slavo (si pensi agli spiriti della natura), mentre in altre è ben percepibile l’influenza cristiana (nella figura del diavolo ad esempio).
Crediamo che a questo punto sia utile istituire un parallelo tra le due antiche civiltà, quella russa e quella tedesca. Dallo studio della storia di queste popolazioni emerge in effetti un quadro simile; sappiamo infatti che tali popoli cominciarono a rappresentare un nucleo politicamente distinto e unitario relativamente tardi rispetto ad altri. Inizialmente le popolazioni germaniche, come quelle slave, erano costituite da tribù pagane di origine varia, continuamente in movimento o invase da tribù di popoli stranieri che saccheggiavano e depredavano, seminando terrore e distruzione per poi spostarsi sempre più ad ovest. Ciò detto, tanto le favole di Afanas’ev quanto quelle dei Grimm appartengono, secondo Propp, alla classe delle “favole mitiche”, un altro termine per indicare le favole di magia. Secondo il suo studio, si potrebbe affermare che tutte le favole di magia siano riconducibili ad un’unica “serie” di varianti; in altre parole, l’intreccio delle favole di magia consisterebbe sempre nella stessa struttura di base, con piccole varianti che permettono di inventarne sempre di nuove. Gli attributi dei personaggi possono essere considerati, in base alle affermazioni di Propp, gli elementi più importanti della favola, poiché essi le conferiscono le caratteristiche proprie e diverse da quelle di altri popoli. «L’analisi degli attributi rende possibile l’interpretazione scientifica della favola. Sul piano storico ciò significa che nelle sue basi morfologiche la favola di magia rappresenta un mito. In Radici storiche dei racconti di fate Propp approfondisce ancora lo studio sulle favole di magia, analizzando diversi punti aventi a che fare con riti e usi dei popoli antichi e confrontando tali favole con gli istituti sociali del passato. Soltanto confrontando le favole con i riti, nella sua concezione, si possono spiegare molti motivi tipici della favola di magia; uno degli esempi che adduce è quello della fanciulla che seppellisce in un orto le ossa di una mucca e le annaffia, un rito che sembra fosse effettivamente praticato nell’antichità slava. Analizzando più approfonditamente gli elementi che compongono le favole di magia - i riti di iniziazione dei bambini/ragazzi che usavano recarsi in una foresta (che rappresenta il regno dei morti), dove trovavano una vecchia/maga che aveva la doppia funzione di colei che forniva un dono (aiuto) e colei che prefigurava la morte, il traghetto come rappresentazione delle peregrinazioni del defunto nel mondo dell’oltre tomba, la figura del serpente come riflesso di diverse concezioni economiche e diversi regimi sociali, la sposa come motivo di passaggio del trono dal suocero al marito - Propp giunge alla conclusione che le favole di magia (e anche le favole in generale) presentino una grande comunanza di motivi e che essi si basino principalmente su riti iniziatici che avrebbero la funzione di richiamare/mimare il viaggio dei defunti nel regno dei morti di concezione pagana.

A partire dall’assunto di Propp, si vuole qui assumere un distacco dalla sua teoria. Non vi è alcun dubbio sul fatto che tanta parte dei racconti favolistici sia basata su realtà economiche, sulla religione “pagana” (presente in quasi tutti i popoli antichi) o sul tipo di società vigente, tuttavia si rifiuta l’affermazione secondo la quale la teoria antropologica e quella basata sulla psiche umana non siano valide. Un grandissimo psicanalista e antropologo svizzero, Carl Jung, nel 1913 si distaccò dalla tesi di Freud secondo cui esiste unicamente un inconscio individuale, sostenendo che in realtà esista anche un “inconscio collettivo”. Secondo Jung, l’inconscio collettivo rappresenta «la parte della psiche che trattiene e trasmette l’eredità psicologica comune all’intero genere umano». In altre parole, ciascuno di noi sarebbe provvisto di un elemento psichico comune a tutti gli altri esseri umani. Verrebbe da stipulare un confronto con la teoria linguistica del mental lexicon, secondo la quale ciascuno di noi è provvisto di concetti chiave, prototipici, che si conoscono da sempre e per i quali ciascuna cultura utilizza significanti diversi. Questa configurazione psichica è strettamente correlata al concetto di “archetipo” espresso dallo stesso Jung: «L’archetipo è la tendenza a formare singole rappresentazioni di uno stesso motivo che, pur nelle loro variazioni individuali anche sensibili, continuano a derivare dal medesimo modello fondamentale. […] Sono tendenze istintive altrettanto marcate quanto lo è l’impulso degli uccelli a costruire il nido, o quello delle formiche a dar vita a colonie organizzate. A questo punto è necessario chiarire la relazione fra istinti e archetipi. Quelli che noi chiamiamo propriamente istinti, sono costituiti da stimoli fisiologici e risultano percepibili dai sensi. Essi però si manifestano contemporaneamente anche in veste di fantasie e spesso rivelano la loro presenza solo per mezzo di immagini simboliche. Queste manifestazioni sono […] archetipi. La loro origine è ignota e si riproducono in ogni tempo e in qualunque parte del mondo, anche laddove bisogna escludere qualsiasi fattore di trasmissione ereditaria diretta o per “incrocio”».
È probabilmente dovuto a ciò, dunque, che una favola possa avere caratteristiche simili in Australia e in Africa, pure senza la testimonianza di alcuna influenza tra le due culture o che, in base agli assunti tratti dalle favole 80 di Afanas’ev e 88 dei Grimm, sia storicamente esistita una forma di divieto riguardante la famiglia reale così simile in società diverse. Ma c’è di più. Marie-Louise Von Franz, una studiosa di Jung che dedicò al tema della favola in relazione alla psicologia gran parte dei suoi studi, riportando le parole di Jung affermò che le favole «sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo e rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa», differenziandosi dal mito, poiché come già detto esso si basa su elementi culturali, mentre la favola nasce dalla psiche umana, da questi archetipi comuni. Inoltre, in varie occasioni Von Franz utilizzò la favola come “immagine archetipica pura” per analizzare l’inconscio e quindi come mezzo durante l’esercizio della sua professione. Secondo lei infatti, le favole tendono ad esprimere la totalità psichica dell’individuo, una totalità che all’inizio della favola viene a mancare per qualche motivo e che viene recuperata alla fine del racconto. In Le fiabe interpretate scrive: «Dopo aver lavorato per molti anni in questo campo, sono giunta alla conclusione che tutte le fiabe mirino a descrivere un solo evento psichico, sempre identico, ma di tale complessità, di così vasta portata, e così difficilmente riconoscibile da noi in tutti i suoi diversi aspetti, che occorrono centinaia di fiabe e migliaia di versioni, paragonabili alle variazioni di un tema musicale, perché questo evento penetri alla coscienza (e neppure così il tema è esaurito). Questo fattore sconosciuto è ciò che Jung definisce il Sé. Esso costituisce la totalità psichica dell’individuo». A tal proposito lo psicologo Luca Zucconi commenta: «Come noto dagli studi di Jung, la totalità psichica tende a manifestarsi con una struttura quaternaria. Von Franz sottolinea come molte fiabe presentino all’inizio una struttura quaternaria che alla fine della fiaba ritroviamo in una forma più evoluta. L’esempio usuale di quaternità iniziale in una fiaba è rappresentato da un re con tre figli maschi, oppure da re e regina con altre due figure: ma queste forme di quaternità, di totalità psichica, per qualche ragione non permettono più il buon funzionamento del regno, così l’eroe deve compiere qualche impresa particolare che permetta il rinnovamento della quaternità iniziale. Non a caso moltissime fiabe terminano con un matrimonio e/o con l’ascesa al trono di un nuovo re, eventi che sanciscono la nuova totalità».

Potremmo dunque affermare che, alla luce degli studi e delle indagini sulla psiche umana che hanno dominato il ventesimo secolo, le affermazioni di Propp risultano obsolete, benché il suo metodo possa essere considerato valido. La critica di Lévi-Strauss, sebbene focalizzata sulla specificità delle favole letterarie, apre uno spiraglio sulla complessità dell'interpretazione dei racconti. Egli sostenne che il metodo di Propp non fosse applicabile alle favole di Goethe o Novalis, evidenziando come il folklore e la creazione letteraria possano distanziarsi. Tuttavia, la replica di Propp, che sottolinea come gli intrecci traggano origine dagli usi e dalle forme di pensiero dei primi stadi dello sviluppo umano, riconduce il discorso alla necessità storica che sottende la narrazione.
Il lavoro di Afanas'ev, parallelo a quello dei Grimm, dimostra come la raccolta e l'analisi delle favole russe abbiano permesso di rintracciare tracce di antiche credenze slave e influenze cristiane, confermando la stratificazione culturale presente in queste narrazioni. Questo approccio storico-culturale si contrappone, in parte, alla prospettiva più universalistica di Jung.
L'archetipo, secondo Jung, rappresenta un modello fondamentale che si manifesta in diverse forme culturali, ma la cui origine è ignota e trascende la trasmissione ereditaria diretta. Questa prospettiva permette di spiegare le somiglianze tra favole di culture distanti, suggerendo un substrato psichico comune. Marie-Louise Von Franz, approfondendo il pensiero di Jung, definisce le favole come "espressione più pura dei processi psichici dell'inconscio collettivo", distinguendole dai miti che, secondo lei, si basano su elementi culturali.
La visione di Jung e dei suoi seguaci pone l'accento sulla totalità psichica dell'individuo, rappresentata nelle favole come un processo di recupero di un'unità perduta. La struttura quaternaria, spesso presente all'inizio delle favole e che si evolve verso una forma più compiuta alla fine, simboleggia questo percorso di integrazione.
Carl Gustav Jung - Gli archetipi, la Persona e l'Ombra
Tuttavia, è importante considerare anche la prospettiva di Mircea Eliade, che introduce il concetto di archetipo come modello divino a cui i rituali umani si rifanno. Per Eliade, l'atto umano acquista realtà solo nella misura in cui imita un archetipo, un modello posto al di fuori della sfera profana. Questo concetto di "imitazione" e "ripetizione" è fondamentale per comprendere la funzione del rito nelle culture tradizionali, dove la realtà è legata alla ripetizione di gesti primordiali.
La differenza tra il concetto di archetipo platonico e quello di Eliade risiede nel grado di realtà attribuito al mondo ideale e alle sue imitazioni. Platone pone il massimo grado di realtà nell'iperuranio, mentre Eliade lega l'archetipo alla sfera del sacro e alla legittimazione degli atti umani attraverso la loro conformità a modelli divini.
L'approccio junghiano, sebbene più legato alla contingenza psicologica, non esclude una tensione verso una sfera che trascende l'individuo. Jung ripercorre le origini del concetto di archetipo, facendone risalire l'influenza a pensatori come Filone Giudeo, Ireneo e Sant'Agostino, fino a identificare l'archetipo come una parafrasi esplicativa dell'éidos platonico.
La favola, dunque, non è solo un racconto popolare, ma un veicolo attraverso cui si esprimono processi psichici profondi, archetipi universali e, in alcune interpretazioni, modelli rituali che legano l'uomo al sacro. La distinzione tra favola e mito diventa cruciale: mentre il mito si radica nella cultura e nella narrazione di eventi cosmici o divini, la favola sembra attingere più direttamente alla psiche umana, alle sue strutture universali e ai suoi archetipi.
La discussione sulla natura dell'archetipo - se sia una struttura innata della psiche, un'eredità genetica, o un modello trascendente - rimane aperta. Tuttavia, è innegabile la sua pervasività nella cultura umana, manifestandosi in miti, religioni, sogni e opere d'arte. Comprendere il legame tra archetipo e rito significa addentrarsi nelle radici più profonde della nostra umanità, riconoscendo come antiche immagini e pratiche continuino a plasmare la nostra comprensione del mondo e di noi stessi.
L'idea che il rito sia una forma di "imitazione" di un archetipo divino, come proposto da Eliade, si lega all'idea che le favole, secondo Propp, mimino riti di iniziazione. Entrambe le prospettive sottolineano la funzione performativa e trasformativa di queste narrazioni e pratiche. Se le favole sono un riflesso dei riti, e i riti imitano gli archetipi, allora le favole diventano un canale privilegiato per accedere alla comprensione degli archetipi stessi.
La nozione di "archetipo" come "modello primitivo" (dal greco archétypon) sottolinea la sua funzione di matrice originaria. Jung lo definisce come una "struttura di rappresentazione" a priori, una forma innata che condiziona la nostra percezione e la nostra esperienza del mondo. Questa predisposizione psichica si manifesta in immagini primordiali che strutturano la nostra psiche, guidando la libido e orientando il nostro sviluppo interiore verso l'individuazione.
Il concetto di archetipo è intrinsecamente legato a quello di inconscio collettivo. Per Jung, questo inconscio comune a tutta l'umanità è il serbatoio di queste immagini primordiali, che si esprimono attraverso miti, simboli, sogni e riti. La loro origine è transpersonale, e la loro influenza si estende al di là dell'esperienza individuale, collegando l'individuo a un'eredità psichica universale.
In questo senso, la distinzione tra archetipo e rito si sfuma. Il rito è spesso l'incarnazione pratica di un archetipo, il suo manifestarsi nel mondo umano. Le favole, a loro volta, narrano queste dinamiche archetipiche, rendendole accessibili alla coscienza. La loro persistenza attraverso i secoli e le culture testimonia la forza e la pertinenza di questi modelli fondamentali dell'esperienza umana.
La continua riscoperta e reinterpretazione degli archetipi nell'arte, nella letteratura e nella psicologia moderna dimostra la loro vitalità e la loro capacità di parlare all'uomo contemporaneo. Che si tratti di comprendere le dinamiche del potere, dell'amore, della perdita o della rinascita, gli archetipi offrono un linguaggio simbolico per esplorare le profondità della psiche e le domande eterne sul nostro destino. La loro interconnessione con i riti e le narrazioni tradizionali ci offre una chiave di lettura per comprendere non solo il passato, ma anche il presente e le infinite possibilità del futuro.
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