Mentre l'Europa era devastata dalla guerra e molti stati erano indebitati, gli Stati Uniti emersero come la grande potenza economica mondiale. Questo periodo di ascesa fu alimentato da un'industria moderna e sviluppata, basata sui sistemi taylorista e fordista. Grazie a questi presupposti, negli anni Venti gli Stati Uniti vissero un periodo di straordinaria crescita economica, tanto da essere ricordati come i "ruggenti anni Venti". Un clima di fiducia e benessere permeava la società americana, caratterizzata da un ottimismo diffuso. Questo modello si fondava su benessere diffuso, accesso a beni tecnologici, innovazione e svago. L'automobile, grazie alla produzione in serie, divenne accessibile anche ai ceti medi, trasformando il paesaggio e le abitudini. L'industria dell'intrattenimento, con il jazz, il cinema e gli spettacoli, divenne un fenomeno di massa. Dal punto di vista politico, il Partito Repubblicano dominava la scena. Sul piano internazionale, gli USA adottarono una politica isolazionista, rimanendo al di fuori dagli affari europei, sebbene con qualche eccezione. Nel dopoguerra si diffuse la "Paura Rossa", la paura che si diffondessero idee comuniste. Sempre in questo contesto si affermò il proibizionismo, il divieto di vendere e consumare alcolici.

Tuttavia, nonostante questo clima di euforia, l'economia americana nascondeva delle fragilità. Questa situazione esplose il 24 ottobre 1929, il famoso "Giovedì nero", quando scoppiò la bolla finanziaria. Gli investitori iniziarono a vendere in massa le loro azioni, causando un crollo vertiginoso dei prezzi. Nel panico, tutti cercarono di sbarazzarsi dei titoli, ma nessuno voleva comprarli. La crisi si diffuse rapidamente all'estero, colpendo innanzitutto la Germania, che dipendeva dai capitali americani. I numeri della crisi americana furono molto gravi. La risposta del presidente Hoover apparve inadeguata ad affrontare il collasso. Gli investimenti statali furono poco incisivi perché l'amministrazione Hoover rimase fedele al principio dell'economia classica, secondo il quale lo Stato deve mantenere quanto più possibile i conti in pareggio.
Le Teorie Economiche di Fronte alla Crisi
La Grande Depressione mise in discussione i fondamenti dell'economia classica e del laissez-faire. In questo contesto emerse la figura di John Maynard Keynes, il cui pensiero rivoluzionò l'approccio alla gestione economica. Keynes ribaltò i presupposti classici, affermando che lo Stato deve intervenire attivamente nell'economia con misure anticicliche, ovvero che servano a contrastare i cicli economici negativi. Le misure principali da lui proposte includevano l'avvio di lavori pubblici; il sostegno ai salari; l'erogazione di sussidi; l'attivazione di servizi sociali. Queste idee trovarono applicazione nel "New Deal" del presidente Franklin D. Roosevelt, una serie di programmi, politiche pubbliche, riforme finanziarie e regolamenti economici. Queste misure includevano l'assicurazione federale sui depositi bancari per prevenire ulteriori corse agli sportelli, vasti programmi di lavori pubblici per creare occupazione e stimolare l'economia, nonché normative per controllare la borsa e proteggere l'economia da future speculazioni dannose. Simili iniziative furono adottate in varie forme anche in altri paesi, segnando una svolta nel modo in cui i governi intervenivano nell'economia, prefigurando politiche che avrebbero influenzato il pensiero economico e sociale per decenni a venire.

Dall'altra parte, una critica radicale all'interventismo statale e una diversa interpretazione della Grande Depressione provengono dalla Scuola Austriaca di economia, rappresentata da figure come Murray N. Rothbard. Il suo volume, "La Grande Depressione", è considerato un classico della storia economica per comprendere la crisi dei mercati finanziari. Rothbard legge la Grande Depressione non come un fallimento intrinseco del capitalismo, ma come l'esito di una lunga e sistematica politica interventistica, promossa da un ceto politico e da operatori economici in cerca di privilegi. Secondo questa prospettiva, la teoria del ciclo economico è parte di una più estesa critica all'interventismo statale. La Grande Depressione diviene così l'esito di una politica che, invece di lasciare libero corso alle forze di mercato, ha distorto i segnali economici, portando inevitabilmente al collasso. L'opera di Rothbard permette di comprendere molti errori del passato e di rivalutare il ruolo del libero mercato nella prevenzione e nella gestione delle crisi economiche.
La crisi economica del 1929: cause e conseguenze
La Grande Depressione nella Cultura e nella Filosofia
La Grande Depressione non fu solo un evento economico, ma ebbe profonde ripercussioni sulla cultura, sulla letteratura e sulla filosofia, stimolando riflessioni sulla condizione umana, sulla giustizia sociale e sul ruolo dell'individuo nella società.
Letteratura Italiana: "Cristo si è fermato a Eboli"
Il collegamento tra la Grande Depressione e la letteratura italiana può essere esplorato attraverso opere che riflettono le tematiche di isolamento, povertà e alienazione sociale, simili a quelle vissute durante la crisi economica globale. "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi è un esempio emblematico di come la letteratura possa dare voce alle sofferenze e alle ingiustizie sociali in un periodo di crisi profonda. Nel suo romanzo, Levi narra la sua esperienza di confino nel piccolo villaggio di Aliano (nella narrativa chiamato Gagliano) nel sud dell’Italia durante il regime fascista. L’opera non solo dipinge il drammatico divario tra il nord industrializzato e il sud rurale d’Italia, ma mostra anche come le popolazioni marginalizzate siano state ulteriormente isolate dallo sviluppo economico e sociale del paese. Levi descrive con intensità la vita degli abitanti di Gagliano, i loro usi, le loro credenze, e la loro rassegnazione, evidenziando una realtà di abbandono comparabile a un esilio interno, dove il sentimento di essere stati dimenticati dal resto dell’Italia è palpabile. Attraverso la sua prosa lirica e riflessiva, Levi non solo offre uno spaccato della cultura e delle sfide del Mezzogiorno, ma solleva anche questioni più ampie su identità, appartenenza e ingiustizia, mostrando la profonda connessione tra la terra e le persone che la abitano. "Cristo si è fermato a Eboli" va oltre la narrazione personale per diventare un potente manifesto sulla condizione umana, enfatizzando la dignità e la resistenza in condizioni di estrema difficoltà.
Letteratura Inglese: "Senza un soldo a Parigi e Londra"
La letteratura inglese rispecchia spesso le realtà economiche e sociali della sua epoca, e "Senza un soldo a Parigi e Londra" di George Orwell è un vivido resoconto delle difficoltà economiche e della povertà urbana. In questo saggio autobiografico, Orwell esplora le sue esperienze personali vivendo al limite della società, dapprima a Parigi e poi a Londra. Orwell descrive dettagliatamente il suo percorso attraverso vari lavori mal pagati e le condizioni degradanti in cui si trovava a vivere, come il lavare piatti in un ristorante parigino o vagabondare per le strade di Londra. La sua narrazione è una finestra aperta sulla disperazione e la dignità umana messa alla prova dalla miseria estrema. "Senza un soldo a Parigi e Londra" non solo offre uno sguardo incisivo sulla precarietà economica, ma pone anche interrogativi profondi sull’ineguaglianza, la povertà e le strutture sociali che perpetuano tali condizioni. La prosa di Orwell cattura l’essenza della lotta per la sopravvivenza, rendendo l’opera un’esplorazione senza tempo della vita ai margini della società.
La Filosofia Marxista e il Capitalismo
La Grande Depressione ha evidenziato alcune delle criticità intrinseche del capitalismo, che, in filosofia, Karl Marx aveva teorizzato come inevitabili. Secondo Marx, il capitalismo è destinato a collassare a causa delle sue contraddizioni interne, principalmente la lotta di classe tra il proletariato e la borghesia e l’accumulazione insostenibile di capitale. Marx sosteneva che il capitalismo sarebbe stato vittima della propria dinamica di sovrapproduzione e sottoccupazione, portando a crisi cicliche sempre più gravi. Queste crisi, secondo la sua teoria, spingerebbero i lavoratori a unirsi e rivoltarsi contro il sistema capitalista, portando alla sua eventuale sostituzione con un sistema socialista o comunista. La Grande Depressione può essere vista come una manifestazione di questa teoria: l’acuta disuguaglianza e la vasta disoccupazione hanno accentuato le tensioni sociali e esposto le fragilità del sistema. Tuttavia, contrariamente alle previsioni di Marx, il risultato non è stato il crollo del capitalismo ma piuttosto l’adozione di politiche keynesiane e l’intensificazione dell’intervento statale nell’economia.
Arte e Realismo Sociale
In arte, infine, la Grande Depressione ha ispirato un movimento artistico mondiale noto come realismo, che mirava a rappresentare la vita quotidiana con una particolare attenzione alle difficoltà e alle ingiustizie sociali. Renato Guttuso, uno dei principali esponenti del realismo in Italia, utilizzava la sua arte per esplorare e criticare le condizioni sociali e politiche del suo tempo. Guttuso è famoso per la sua capacità di catturare la vita delle classi lavoratrici e dei diseredati, offrendo un ritratto crudo e emotivamente carico delle loro lotte. Attraverso opere come "La Vucciria", Guttuso non solo documenta una famosa piazza del mercato di Palermo ma anche la vitalità e la crudezza della vita popolare. Il suo stile, caratterizzato da colori vivaci e linee audaci, trasmette la tensione e l’energia delle scene quotidiane, facendo emergere la dignità e la resistenza umana nonostante le avversità. In questo modo, Guttuso continua la tradizione del realismo, usando l’arte come strumento di commento e critica sociale.

La Crisi del 1929 e la Depressione Contemporanea: Riflessioni Filosofiche
Il concetto di "depressione" ha assunto nel tempo significati stratificati, evolvendosi da una condizione puramente economica a una più ampia disamina dello stato psichico e sociale dell'individuo e della collettività. L'analisi della Grande Depressione del 1929 si intreccia profondamente con riflessioni contemporanee sulla depressione, intesa non solo come disturbo clinico, ma come sentire diffuso, pervasivo, atmosferico che ha contaminato la vita psichica e affettiva di molte generazioni.
Il pensiero postmoderno, caratterizzato da un'assenza di valori e da una generale sfiducia nella verità, ha contribuito a creare un vuoto in cui nulla riesce a tenersi fermo come sapere. Con la caduta dei valori metafisici, l'uomo si è rifugiato nell'ultima certezza che gli restava: la materia. Questo ha portato a inseguire valori materiali come ricchezza, carriera e piacere sensuale, piaceri che durano solo un breve lasso di tempo e lasciano un desiderio insaziabile di altre cose materiali. Il mondo attuale è descritto come un luogo dove i giovani vagano ciechi, accecati da idoli materiali, convinti che questi siano la soluzione per il loro malessere.

La società odierna è descritta come una realtà in cui la comunità sociale urbana ha perso progressivamente interesse, riducendosi a un involucro morto di relazioni senza umanità e senza piacere. La sessualità e la convivialità sono state trasformate in meccanismi standardizzati, omologati e mercificati, e al piacere singolare del corpo è stato progressivamente sostituito il bisogno ansiogeno di identità. La qualità dell’esistenza si deteriora dal punto di vista affettivo e psichico in conseguenza della rarefazione del legame comunitario. Questo porta a una "vita di merda", dove il desiderio è appiattito esclusivamente sul lavoro, una condizione che costituisce sia la causa che l'effetto di questo investimento libidico.
Una delle condizioni patogene principali che finisce per produrre la depressione generazionale consiste in un tipo di disturbo socio-temporale. La percezione del tempo, in particolare del tempo che viene, è drammaticamente mutata. La modalità socialmente condivisa di relazionarsi al tempo ha subìto un brusco deterioramento, portando alla "cancellazione del futuro". Il futuro non c'è più, è stato socialmente abolito in quanto orizzonte di possibilità. Questo fenomeno è stato rilevato da artisti e intellettuali che hanno preconizzato le tendenze socioculturali degli ultimi cinquant'anni. Il tempo culturale si è ripiegato su se stesso, e la sensazione di sviluppo lineare ha ceduto il passo a una bizzarra simultaneità. La produzione culturale attuale è spiegabile sulla base della nostalgia strutturale che accomuna le forme contemporanee di creatività, finendo per schiacciarle sotto il peso della dipendenza stilistica nei confronti della cultura novecentesca. In altre parole, la cultura, l’immaginazione sociale del presente ha perso la capacità di immaginare il futuro e persino di articolare il presente.
Il passaggio al cosiddetto post-fordismo - con la globalizzazione, l’onnipresente computerizzazione e la precarizzazione del lavoro - ha prodotto una completa trasformazione del modo in cui in precedenza erano organizzati lavoro e tempo libero. Che si assuma una prospettiva culturale o generazionale, il nocciolo di questa analisi serve a chiarire che il tempo presente "è oppresso da un soffocante senso di finitezza e sfinimento" e che "la lenta cancellazione del futuro si è accompagnata a un ridimensionamento delle aspettative".
Si comprendono intuitivamente i motivi per cui la soppressione del tempo futuro e la conseguente degradazione delle prospettive possibili degenerano in un’atmosfera depressiva presso la nostra generazione. È interessante notare che, al contrario di altre malattie epidemiche, questa particolare forma di depressione colpisce più aggressivamente i più giovani. Il solo essere giovani rischia di equivalere a una forma di malattia nel tardo capitalismo. A venticinque anni, infatti, si dovrebbero avere dei piani, sviluppare dei progetti, calibrare le scelte in modo lungimirante, spendersi per porre le condizioni materiali del proprio futuro. Il fatto che quest’ultimo sia stato cancellato non sembra importare molto a nessuno. Alla nostra generazione è socialmente richiesto di infuturarsi, protraendosi estaticamente verso un avvenire che è ormai deperito. La laurea online e l’adattamento del rituale alle esigenze imposte da Zoom sono la rappresentazione plastica dello iato che c’è tra la progettualità infuturante e la catastrofe che ci circonda.
La "lenta cancellazione del futuro" non è lenta. È veloce ed è già qui tra noi. La prospettiva della fine dei tempi è più che mai attuale. La catastrofe (ambientale, pandemica, economica, occupazionale) non è più un evento che abita l’inconscio collettivo e individuale. È al contrario una possibilità cosciente: un evento che è compiutamente passato nella coscienza collettiva. L’abolizione del futuro, in quanto processo o sequenza di eventi, ha abbandonato la latenza ed è diventata un fenomeno pienamente attuale. Il suo statuto ontologico non ha più nulla a che vedere con la virtualità, è un evento realizzato. Il futuro, a meno di inventarselo ex novo, non c’è più e ad avvertire più crudamente tutto ciò siamo noi.

Byung-Chul Han, nel suo testo "La società della stanchezza", tratta degli effetti devastanti che l’imperativo della prestazione a tutti i costi produce sulla psiche collettiva contemporanea. Il paradigma della società odierna non è principalmente di tipo disciplinare, ma basato sulla libera autorealizzazione personale. Questo venir meno di un’istanza di dominio esterna fa sì che libertà e costrizione coincidano. Al posto di una costrizione esterna subentra un’autocostrizione, uno sfruttamento di se stessi che si accompagna al sentimento della libertà. Questo mutamento di paradigma permette al capitalismo di essere più efficiente: la produzione aumenta al costo di un esaurimento nervoso generalizzato. L’obbligo prestazionale costringe ogni individuo a realizzare sempre più prestazioni, così che egli non giunge mai allo stadio tranquillizzante della gratificazione. Il soggetto vive permanentemente in un sentimento di mancanza e di colpa. Poiché, da ultimo, fa concorrenza a se stesso, cerca di superare se stesso, finché non crolla. Subisce un collasso psichico, chiamato burnout. Il soggetto di prestazione si realizza fin nella morte. Han afferma inoltre che "il lamento dell’individuo depresso ‘niente è possibile’ è possibile soltanto in una società che ritenga che ‘niente è impossibile’". Un simile slogan si concretizza nel momento in cui il dominio della competizione, che non riguarda più solo il confronto con gli altri ma in primo luogo invece la continua tendenza a superare se stessi, si fa assoluto. La depressione stanca e sfinita che ne deriva non può a sua volta generare altro che solitudine: essa distrugge "ogni unione, ogni comunanza, ogni prossimità, perfino ogni linguaggio".
Il "realismo depressivo" è un concetto che suggerisce l'idea che il pessimismo sia un modo più autentico di guardare alla realtà, una prospettiva più "oggettiva" sul Reale. Il depresso vedrebbe il mondo per quello che è, senza illusioni. In questo senso, l'idea che la depressione sia una forma di maggiore "lucidità" implica che la ragione sia lo strumento migliore per vedere il mondo "così com'è". Tuttavia, questo approccio è arbitrario e largamente minoritario nella storia del pensiero umano, nel corso del quale per millenni aspetti come le pratiche meditative e corporali, i riti estatici, l’intuizione mistica e le pratiche magiche hanno giocato un ruolo altrettanto se non più importante della ragione calcolatrice.
La depressione, nel suo senso più ampio, non è una forma di tristezza, né uno stato d'animo, ma una (dis)posizione (neuro)filosofica. È una teoria sul mondo e sulla vita, una postura teorica a partire dalla quale si guarda al mondo, e in quanto tale pretende di cogliere la verità ultima delle cose. La persona depressa si esprimerebbe smontando in modo disincantato le illusioni congenite. Le storture e gli orrori della vita in società sono esibiti come reperti giudiziari di un processo al mondo e alla vita dove il verdetto è talmente inoppugnabile da rendere superfluo qualsiasi appello a una specifica istanza.
Tuttavia, inquadrare la depressione come un problema politico implica l’esigenza di discostarsi da analisi morbosamente compiaciute ed estetizzanti. Sebbene si possa convenire sull’utilità di un esercizio controllato della disperazione, non si crede che sia proficuo intendere la depressione come una teoria. L’aggettivo "depressivo" non qualifica le lenti attraverso cui guardiamo il mondo, bensì descrive il mondo stesso. È il mondo a essere deprimente. O meglio, sono certe configurazioni sociali (o socio-economiche) a rendere incredibilmente pesante l’esistenza di intere forme di vita o di intere generazioni. Nessuno è depresso perché si rende conto che non c’è via di uscita dalla trappola. Questa è la disperazione, non depressione. Se il mondo è depressivo lo è perché ci rende soli, quindi inevitabilmente infelici.
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