Attacchi di Panico: Comprendere le Cause, la Figura Protettiva e gli Effetti

Gli attacchi di panico rappresentano un’esperienza estremamente destabilizzante, caratterizzata da improvvisi e intensi episodi di paura apparentemente inspiegabili. Questi episodi si manifestano con sintomi fisici, come palpitazioni, sudorazione, tremori e sensazione di soffocamento, e sintomi cognitivi, come il timore di perdere il controllo, la paura di impazzire o di morire. Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5), un attacco di panico è caratterizzato da quattro o più dei seguenti sintomi: palpitazioni, battito cardiaco accelerato; sudorazione; tremori fini o grandi scosse; dispnea o senso di soffocamento; sensazione di asfissia; dolore o fastidio al petto; nausea o disturbi addominali; vertigine o svenimento; brividi o forte calore; sensazioni di torpore o di formicolio; sensazione di irrealtà o distacco da se stessi; paura di perdere il controllo o di impazzire; paura di morire.

Illustrazione di una persona che sperimenta sintomi di attacco di panico

Quello che maggiormente contraddistingue la specie umana è l’incredibile naturalezza nella modalità d’interazione sociale e le emozioni ne rappresentano un aspetto basilare, permettendo la comunicazione degli stati d’animo, la classificazione e la valutazione delle situazioni. La paura e l’ansia possono essere esperite nello stesso momento; i sintomi si sovrappongono, ma l’esperienza di tali emozioni si differenzia in base alla situazione. Sperimentiamo la paura di fronte una minaccia conosciuta o compresa, mentre l’ansia deriva da una minaccia sconosciuta o poco definita. Di fronte a un segnale di pericolo o di allerta, il nostro corpo si prepara a fuggire o a rimanere per combattere. La paura genera ansia, che a sua volta causa la paura (Siegel, 2013). Ma quando l’ansia può definirsi patologica? Vi è mai capitato di provare all’improvviso un’intensa ansia e paura, in assenza di una vera minaccia esterna?

Le Radici del Panico: Vulnerabilità e Fattori Scatenanti

Gli attacchi di panico possono verificarsi in modo inaspettato procurando una risposta soggettiva di paura o impotenza. Sebbene sia comune attribuire la causa principale allo stress eccessivo e alla vita frenetica, la realtà è più complessa. Esistono persone che possiedono una vulnerabilità neurofisiologica predisponente, la quale può interagire con specifici fattori ambientali dirompenti, comunemente definiti eventi di vita stressanti. Questi fattori possono amplificare le aspettative nei confronti di sé stessi, portando a una messa in discussione del proprio assetto interno.

Un esempio emblematico di come le esperienze precoci possano influenzare la vulnerabilità al panico emerge dall’analisi delle relazioni di attaccamento. L’allontanamento di un genitore, quando supera il tempo in cui il bambino è in grado di conservarne l’immagine mentale, può scatenare uno stato di angosciosa confusione, rompendo il senso di continuità della propria esistenza. Il trauma subìto diventa, allora, non tanto un passaggio nel corso della vita, ma un evento che la definisce. Le persone che sviluppano un disturbo caratterizzato da attacchi di panico tendono a vedere la separazione e l’attaccamento come due dimensioni che si escludono reciprocamente.

Diagramma che illustra la relazione tra attaccamento infantile e ansia da separazione

La teoria dell’attaccamento, elaborata da John Bowlby, definisce l’attaccamento come un sistema comportamentale innato volto a garantire la vicinanza a una figura di riferimento per ottenere protezione e sicurezza. Le ricerche di Mary Ainsworth, attraverso esperimenti come la "Strange Situation", hanno ulteriormente dimostrato come lo stile di attaccamento sviluppato nell’infanzia (sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente) influenzi la capacità di gestire lo stress e le relazioni future. Se le interazioni con i caregiver sono state caratterizzate da prevedibilità, sicurezza e protezione, si svilupperà un attaccamento sicuro. Al contrario, interazioni inaffidabili o incoerenti possono portare a forme di attaccamento insicuro.

Studi clinici dimostrano una connessione tra il disturbo di panico e l’ansia da separazione durante l’infanzia. Durante un attacco di panico, il mondo può sembrare improvvisamente pericoloso, imprevedibile e incerto, riflettendo le percezioni vissute nei confronti delle figure di riferimento nei primi anni di vita. Secondo Francesetti et al. (2020), questa incapacità di metabolizzare i segnali corporei e di collegarli alle emozioni e relazioni è alla base della persistenza degli attacchi di panico.

A livello neurologico, Jaak Panksepp ha identificato l’esistenza di due diversi sistemi di allarme nel cervello: uno centrato sulla paura, connesso alla presenza di una minaccia percepita nell’ambiente (la fear response), e l’altro sulla separazione, mediato da parti diverse del cervello profondo. Quest’ultimo sistema, attivato in situazioni di distacco dal supporto affettivo, può alterare il funzionamento del corpo in modo simile a ciò che accade durante il panico (alterazione del respiro, ritmo cardiaco, sensibilità al dolore), suggerendo che il panico possa essere più una reazione parossistica da separazione che una reazione di pura paura.

Franco De Masi VOCABOLARIO PSICOANALITICO: Attacchi di panico

Giovanni Liotti, nel suo libro "Sviluppi traumatici", teorizza che il panico possa essere interpretato come una rottura del senso di sicurezza e una manifestazione estrema di ansia da separazione. Liotti ha osservato che le persone con attaccamento insicuro sviluppano strategie di controllo per mantenere il legame con la figura di riferimento. Tuttavia, il fallimento di queste strategie può portare al panico, percepito come l’incapacità di mantenere la sicurezza relazionale.

La Figura Protettiva: Un Ancoraggio Temporaneo

Nel tentativo di aggirare l’insicurezza generata dal ripetersi degli episodi critici, alcune persone cercano la compagnia continua di una figura protettiva, in genere un familiare o un amico. Grazie a questo supporto, possono condurre una vita apparentemente normale, ma finiscono con il diventare dipendenti da questa figura. A volte, il ruolo protettivo è attribuito a oggetti inanimati, come una confezione di ansiolitico, una bottiglia d’acqua o il telefono cellulare. Questi elementi diventano dei veri e propri "scudi" contro la paura del panico.

Questa dipendenza da una figura protettiva o da oggetti rassicuranti può essere vista come una strategia di coping, sebbene temporanea. Essa evidenzia il bisogno intrinseco di sicurezza e la difficoltà nel tollerare l’incertezza e la vulnerabilità che caratterizzano gli attacchi di panico. Se da un lato queste figure o oggetti offrono un sollievo immediato, dall’altro possono ostacolare il processo di elaborazione delle proprie risorse interne e la conquista di una reale autonomia nella gestione dell’ansia.

Sintomatologia e Criteri Diagnostici

Gli attacchi di panico sono caratterizzati da un corteo sintomatologico che coinvolge sia la psiche che il soma, rappresentando uno dei nuovi modelli del malessere contemporaneo. Come menzionato, i sintomi includono palpitazioni, sudorazione, tremori, dispnea, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, sensazioni di torpore, derealizzazione/depersonalizzazione, paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire.

È importante sottolineare che non tutti i sintomi sono necessari perché si tratti di un attacco di panico. Esistono attacchi caratterizzati solo da alcuni di questi sintomi. Alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per esempio, una volta alla settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti, magari con sintomi meno intensi (ad esempio, quotidianamente per una settimana). Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, in cui si manifesta soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco.

In seguito ad un attacco di panico, per un periodo di un mese o più, il timore di poter rivivere tali sensazioni può indurre una significativa variazione del comportamento abituale e/o all’evitamento di situazioni ritenute non familiari, quindi potenzialmente rischiose. In generale, è possibile sperimentare anche un singolo attacco di panico isolato tale da non determinare un disturbo di panico (Asmundson et Al., 2014).

Infografica che elenca i sintomi comuni degli attacchi di panico

Il Disturbo di Panico: Quando il Panico Diventa Cronico

Quando gli attacchi di panico si ripetono in maniera inaspettata, si parla di Disturbo di Panico. Dopo aver vissuto un episodio, l’individuo sviluppa una “paura della paura”, accompagnata da un’ansia anticipatoria che può portare a significativi comportamenti di evitamento. L’ansia anticipatoria è alla base dell’evitamento, ovvero della tendenza a sfuggire tutte le situazioni temute che caratterizza le persone con disturbo da attacchi di panico e che ne determina la limitazione della vita sociale e lavorativa.

Ad esempio, un individuo con ansia anticipatoria potrebbe vivere la notizia di un imminente viaggio di lavoro da effettuare da solo come intollerabile. L’iperventilazione, ovvero respirare con una frequenza e/o profondità eccessiva rispetto alle esigenze dell’organismo, è una componente della reazione di attacco o fuga che gioca un ruolo molto importante nel determinare i livelli di attivazione nel corpo e contribuisce ad aumentare l’ansia.

Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento. Di solito gli attacchi sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non inducono necessariamente un attacco di panico. Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee anomale.

Trattamenti Efficaci: Psicoterapia e Supporto Farmacologico

Il trattamento raccomandato per gli attacchi di panico comprende la psicoterapia e, in alcuni casi, i farmaci. La psicoterapia offre uno spazio mentale e fisico per la rielaborazione delle informazioni, dei pensieri e dei ricordi non elaborati. All’interno di una relazione terapeutica è possibile acquisire una maggiore consapevolezza di sé, dei pensieri e delle paure irrazionali (morire, svenire, imbarazzarsi) che emergono durante un attacco di panico.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) rappresenta il trattamento di prima scelta per il disturbo di panico. Studi condotti in diversi paesi dimostrano che più dell’80% delle persone si libera degli attacchi di panico dopo un breve periodo di trattamento. La CBT utilizza strategie verbali volte a modificare i pensieri catastrofici automatici e tecniche volte a modificare i comportamenti problematici che mantengono il disturbo. Tra queste, l’esposizione graduale alle sensazioni fisiche temute e alle situazioni evitate è fondamentale. Ad esempio, si accompagna il paziente in un percorso in cui riprendere attività come prendere un caffè, salire le scale di corsa, praticare sport, ecc., deve tornare a far parte della sua vita. È altresì necessario abbandonare gradualmente i cosiddetti “comportamenti protettivi”.

Schema che illustra i principi della Terapia Cognitivo-Comportamentale per gli attacchi di panico

Un approccio innovativo è la terapia di esposizione basata sull’apprendimento inibitorio, che mira ad aumentare la probabilità dell’aspettativa temuta per massimizzare l’errore predittivo e la sorpresa, favorendo così la creazione di un nuovo apprendimento inibitorio. Questo approccio differisce da quello basato sull’abituazione, poiché non mira a ridurre l’ansia nel paziente, bensì a esporlo intensamente alle sensazioni temute per dimostrargli che la catastrofe temuta non si verifica.

Inoltre, il camminare può avere un effetto positivo sull’ansia, sull’umore in generale e favorire la riflessività. Uno studio giapponese ha scoperto che passeggiare nei boschi farebbe diminuire i livelli di cortisolo e la frequenza cardiaca. Il tempo all’aperto può modificare il modo in cui percepiamo noi stessi e per usufruire di tali benefici non è necessario essere degli esperti escursionisti.

Per quanto riguarda il trattamento farmacologico, gli SSRI (Inibitori della ricaptazione della serotonina) e gli SNRI (Inibitori della ricaptazione della serotonina e norepinefrina) sono considerati farmaci di prima linea grazie alla loro efficacia e al profilo di sicurezza. Di solito si rivelano sicuri con un basso rischio di effetti collaterali seri. Entrambi appartenenti alla categoria degli antidepressivi, sono di solito raccomandati come farmaci di prima scelta per trattare gli attacchi di panico. Le benzodiazepine, sebbene utilizzate in passato, possono creare dipendenza e mantenere il disturbo.

È fondamentale ricordare che le nostre emozioni e i nostri pensieri, come le onde del mare, sono in continuo movimento. Provare a controllarli può essere un enorme dispendio di energia che raramente fornisce effettivi benefici. Possiamo, piuttosto, imparare a navigare, ovvero a monitorare i nostri stati psichici mentre si presentano, mantenendo una piena consapevolezza (Chambless D.). La psicoterapia è uno spazio mentale e fisico che permette la rielaborazione delle informazioni, dei pensieri e dei ricordi non elaborati.

Il Ruolo della Figura Protettiva nel Percorso Terapeutico

Il caso clinico di Ermanno, un quarantacinquenne impiegato che ha sviluppato attacchi di panico in seguito a un aumento di stress lavorativo, illustra l'importanza di considerare tutti gli aspetti del disturbo, inclusa la figura protettiva. Inizialmente, Ermanno ha manifestato insonnia, stanchezza, un aumento del consumo di cibo spazzatura e alcol, seguiti da un improvviso attacco di panico in auto. Dopo la prescrizione di ansiolitici e un periodo di riposo, i sintomi sono peggiorati, portandolo a temere problemi cardiaci e a cercare continue rassicurazioni dalla moglie e dal medico.

Durante la terapia cognitivo-comportamentale, Ermanno è stato sottoposto a esercizi di esposizione enterocettiva per indurre vertigini, mancanza di respiro e tachicardia. Gli sono stati prescritti compiti a casa, come frequentare ambienti affollati e riprendere a fare running, variando i contesti per favorire il recupero degli apprendimenti inibitori. La discussione con il terapeuta sull'esperienza e sulle difficoltà incontrate è stata cruciale per consolidare il lavoro svolto.

L'intervento terapeutico ha anche affrontato l'insonnia e il malessere intestinale di Ermanno, invitandolo a consultare specialisti per promuovere un buon sonno e ripristinare il benessere intestinale. Inoltre, la sospensione delle benzodiazepine prescritte è stata concordata con il medico curante, poiché questi farmaci potevano ostacolare il processo di apprendimento inibitorio.

Illustrazione di una persona che gradualmente si allontana da una figura protettiva per abbracciare l'autonomia

Il caso di Ermanno evidenzia come la figura protettiva (la moglie, in questo caso) possa inizialmente offrire un supporto, ma come sia fondamentale per il paziente imparare a fidarsi delle proprie parti fragili e sviluppare un senso di sicurezza interno. La terapia mira a trasformare il panico in un’opportunità di crescita, permettendo di costruire un senso di sicurezza e fiducia in sé stessi e negli altri, riducendo la dipendenza da supporti esterni.

In conclusione, gli attacchi di panico sono un fenomeno complesso con radici che affondano nella neurobiologia, nelle esperienze infantili e nei fattori ambientali. La comprensione della figura protettiva come un meccanismo di coping transitorio e l'adozione di trattamenti basati sull'evidenza, come la psicoterapia cognitivo-comportamentale, sono essenziali per superare questo disturbo e recuperare una vita piena e autonoma.

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