L'Anoressia Nervosa: Un'Analisi Approfondita delle Dinamiche Familiari e del Ruolo Materno

L'anoressia nervosa si configura come un disturbo del comportamento alimentare (DCA) di notevole complessità, caratterizzato da comportamenti alimentari disfunzionali che minano la salute fisica e il benessere psicosociale dell'individuo. Accanto all'anoressia, la categoria dei DCA comprende anche la bulimia, l'obesità, il disturbo da alimentazione incontrollata (BED) e la vigoressia. Tra questi, l'anoressia nervosa merita un'attenzione particolare per la sua intrinseca complessità, nella quale le dinamiche familiari giocano un ruolo di primaria importanza. La comunità scientifica sta progressivamente focalizzando la sua attenzione sull'influenza del ruolo materno nell'insorgenza e nel mantenimento di questo disturbo. Questo articolo si propone di esaminare l'anoressia nervosa con un'enfasi specifica sulle cause familiari, il rapporto madre-figlia e l'incidenza di questo disturbo alimentare tra le bambine.

Le Cause Familiari dell'Anoressia: Un Quadro Multifattoriale

Le cause esatte dei disturbi del comportamento alimentare non sono ancora completamente elucidate, ma è ampiamente accettato che essi derivino da una complessa interazione di molteplici fattori. Oltre alle forme più note, esistono anche manifestazioni meno diffuse ma ugualmente significative, come l'atto di masticare e sputare (chewing and spitting) e la vigoressia.

Studi condotti nel campo della psicologia dell'infanzia e dell'adolescenza hanno costantemente evidenziato come le interazioni familiari, in particolare quelle con i genitori, esercitino un'influenza profonda sullo sviluppo dell'autostima, dell'identità e dell'immagine corporea dei figli. Secondo la psicologia sistemica, le famiglie possono sviluppare modalità disfunzionali di comunicazione e relazione che ostacolano la loro capacità di rispondere in modo efficace alle sfide e ai cambiamenti ambientali. Il concetto di famiglia sintomatica o disfunzionale suggerisce che le dinamiche interne al nucleo familiare possano contribuire all'emergere di sintomi, come i disturbi alimentari, quando la famiglia incontra difficoltà nell'adattarsi in modo sano alle transizioni o alle avversità della vita.

Schema di una famiglia in terapia

L'Influenza del Rapporto Madre-Figlia nelle Cause dell'Anoressia

Le interazioni quotidiane all'interno del rapporto tra madre e figlia possono avere un impatto significativo sulla percezione del corpo, sulle abitudini alimentari e sul benessere psicologico della giovane, sottolineando l'importanza cruciale di una comprensione approfondita del ruolo materno. Fin dalla primissima infanzia, il legame madre-figlia è simbolicamente rappresentato dalla nutrizione, intesa come forma primaria di cura e accudimento. È evidente che attraverso il cibo non transitano solo i nutrimenti essenziali per la sopravvivenza, ma soprattutto i sentimenti d'amore che pongono le basi per una relazione duratura nel tempo.

Quando un figlio o una figlia manifesta un rifiuto del cibo, questo può rappresentare un duro colpo per una madre, spesso vissuto con sensi di colpa, frustrazione o rabbia. In questi momenti critici, la madre può inavvertitamente adottare modalità comunicative che non facilitano il ridimensionamento del problema, anzi, che inconsapevolmente contribuiscono ad alimentarlo.

Sebbene sia errato attribuire la causa esclusiva dell'anoressia al rapporto madre-figlia, è altrettanto vero che le modalità di reazione della famiglia al problema e un'eventuale rieducazione alimentare possono fare una differenza sostanziale nella gestione del disturbo.

Come la Madre Può Essere un Fattore nell'Anoressia

Comprendere il ruolo della madre è fondamentale, dato che essa può influenzare in modo significativo la salute mentale e il comportamento alimentare della figlia. Tuttavia, è imperativo riconoscere che il ruolo materno non è l'unico fattore determinante nell'insorgenza dell'anoressia nervosa. Gli studi psicologici hanno adottato un approccio multifattoriale per spiegare la genesi dei DCA. Per questo motivo, oggi non si attribuisce più alla famiglia la colpa assoluta dell'insorgenza dell'anoressia nel figlio o nella figlia, ma si cerca piuttosto di comprendere i problemi dell'adolescente, le sue esperienze psicosociali e le componenti genetiche che sottendono questo disturbo. Di conseguenza, un'analisi completa delle cause dell'anoressia nervosa richiede un esame approfondito di tutti questi elementi al fine di sviluppare una comprensione olistica e fornire interventi efficaci.

Aspetti Psicologici Rilevanti per una Madre

L'anoressia è un disturbo radicato in una profonda sofferenza psicologica; la morte per anoressia è una possibilità concreta e il numero di casi è in aumento. Tra gli aspetti psicologici che una madre potrebbe considerare nello sviluppo della figlia, al fine di prevenire l'insorgenza di un DCA, si evidenziano i seguenti:

  • Trasmissione implicita o esplicita di regole o abitudini alimentari: Quando la madre adotta comportamenti alimentari disfunzionali, come restrizioni estreme, diete rigide o eccessive preoccupazioni per il peso, la figlia può percepire tali comportamenti come normali o desiderabili. Questo può indurre la figlia a imitare il comportamento alimentare materno, aumentando il rischio di sviluppare disturbi alimentari come l'anoressia nervosa o la bulimia.
  • Critiche costanti riguardo al peso o all'aspetto fisico: Se la madre esprime incessantemente insoddisfazione o disapprovazione riguardo al peso o all'aspetto della figlia, quest'ultima può interiorizzare tali critiche, sviluppando un'immagine corporea distorta e una bassa autostima, che nei casi più gravi può sfociare in depressione adolescenziale.
  • Imposizione di aspettative e desideri materni sulla figlia: Questo concetto è definito dalla psicologia moderna come "madre-drago". La figlia può arrivare a percepire la propria autostima e il proprio valore personale come dipendenti dal raggiungimento delle aspettative materne.
  • Imposizione di esercizio fisico: Un genitore che impone l'esercizio fisico all'adolescente contribuisce a generare una mentalità di compensazione per ciò che è stato ingerito, alimentando la problematica nella bambina anoressica.
  • Ideale di magrezza: Se in famiglia si tende ad associare la bellezza alla magrezza, è possibile che la figlia preadolescente o adolescente interiorizzi l'ideale di magrezza come un valore primario da perseguire. In questo scenario, si verifica l'interiorizzazione di un "Io Ideale" difficile da raggiungere, che nei casi estremi può ossessionare il pensiero di un giovane in fase di sviluppo.
  • Perfezionismo: Quando il modello educativo familiare incoraggia il raggiungimento del successo a ogni costo, si possono innescare comportamenti mirati al bisogno di ottenere risultati elevatissimi in ogni ambito. L'adolescente potrebbe quindi perseguire obiettivi sempre più ambiziosi, mostrando una bassa tolleranza ai fallimenti. Questo atteggiamento implica l'idea che non si debbano mai commettere errori e che sbagliare sia sinonimo di imperfezione.
  • Bisogno di controllo: In certe circostanze, la madre può inconsapevolmente trasmettere il messaggio che sia necessario mantenere sempre un controllo totale, pianificando la propria vita in funzione degli obiettivi prefissati. Una conseguenza per la figlia potrebbe essere quella di esercitare un'osservazione scrupolosa anche sul proprio peso corporeo, analogamente a quanto avviene per altri aspetti organizzativi della vita quotidiana.
  • Disregolazione emotiva: Talvolta, nell'ambito familiare possono circolare emozioni legate a un senso di inadeguatezza rispetto alle richieste ambientali. I figli crescono riconoscendo le aspettative genitoriali nei loro confronti, ma non sempre riescono a soddisfarle pienamente.

Quarta Videopillola: disturbi alimentari e indicazioni per i familiari

Stile di Attaccamento con la Madre e Anoressia

Un altro contributo psicologico significativo per la comprensione dello sviluppo dell'anoressia è offerto dalla teoria dell'attaccamento, elaborata da John Bowlby. Secondo questo modello teorico, lo sviluppo psicologico infantile è determinato dallo stile di attaccamento del bambino con la madre. Fin dalla nascita, tutti i bambini desiderano che la madre rappresenti una base sicura per la loro crescita, un porto sicuro a cui tornare durante i primi tentativi di autonomia e, contemporaneamente, un pensiero rassicurante a cui rivolgersi quando si sentono tristi, soli o spaventati.

Le ricerche sugli stili di attaccamento infantile sono state condotte da Mary Ainsworth, una discepola di Bowlby, la quale ha sviluppato un setting sperimentale noto come "strange situation". Dopo aver osservato centinaia di coppie madre-bambino, la psicologa ha identificato tre stili di attaccamento distinti: sicuro, insicuro e disorganizzato.

  • Attaccamento sicuro: Nel caso dell'attaccamento sicuro, il bambino riceve dalla madre le cure necessarie per soddisfare i suoi bisogni primari. La madre si mostra rassicurante nei confronti del figlio, stimolando lo sviluppo della fiducia nell'ambiente circostante e in se stesso. Grazie a questo legame primario di attaccamento sicuro, il bambino interiorizza un modello positivo di interazione sociale che tenderà a riprodurre in tutte le relazioni future.
  • Attaccamento insicuro: Nel caso dell'attaccamento insicuro, si distinguono due modalità: l'attaccamento evitante e l'attaccamento ambivalente. L'attaccamento insicuro evitante nasce da una condizione di ansia per cui il bambino tende a diventare adulto prematuramente a causa di un atteggiamento materno distanziante e poco affettivo. L'attaccamento insicuro ambivalente, invece, deriva da una forte paura di perdere l'amore materno, che porta il bambino a ricercare la vicinanza materna in modo ansioso.
  • Attaccamento disorganizzato: La disregolazione affettiva nei rapporti con la madre fin dalla prima infanzia genera nel bambino un senso di profondo disorientamento. Questa sensazione di confusione porta il figlio a ricercare la madre e, al contempo, a temerla quando è presente.

Per quanto concerne la correlazione tra lo stile di attaccamento con la madre e l'anoressia, non esistono al momento prove inequivocabili di una diretta consequenzialità tra questi due fattori. Tuttavia, alcuni studi condotti dagli psicologi Bateman e Fonagy nel 2012 suggeriscono che uno stile di attaccamento insicuro potrebbe generare nel bambino una difficoltà nella capacità di regolare le proprie emozioni. La conseguenza di questa modalità relazionale potrebbe tradursi in una difficoltà nel controllare l'assunzione di cibo, come si osserva nelle restrizioni alimentari del paziente con anoressia. Non si può, tuttavia, ignorare il fatto che a livello clinico, le testimonianze delle persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare riportano spesso relazioni significativamente disfunzionali all'interno dell'ambiente familiare, che causano sofferenze emotive a vari livelli.

Diagramma degli stili di attaccamento

L'Importanza del Supporto Professionale per i DCA

A seconda del livello di gravità dei sintomi, è necessario rivolgersi a specialisti del settore che potranno sviluppare una terapia multidisciplinare, tenendo conto delle caratteristiche specifiche del soggetto affetto da anoressia. Medici, nutrizionisti, dietisti, psicoterapeuti, psicologi e psichiatri collaborano per individuare le strategie più efficaci per avviare un percorso di cura.

Un approccio all'alimentazione spesso consigliato per migliorare il proprio rapporto con il cibo è quello della "mindful eating". Si tratta di una pratica che incoraggia le persone a rallentare, a essere attente alle sensazioni fisiche, emozionali e mentali legate all'atto di mangiare, e a prestare attenzione agli stimoli interni ed esterni che influenzano le scelte alimentari. Si basa, dunque, sull'essere consapevoli e presenti durante il consumo di cibo.

Il problema dell'anoressia comporta sfide che riguardano il benessere mentale dell'intera famiglia. La sua diagnosi, in alcuni casi, è difficile: nell'anoressia atipica, il calo ponderale non è determinante, ma sono i sintomi mentali a gravare sui giovani. Per questo motivo, è fondamentale il coinvolgimento diretto di tutti i componenti della famiglia nella gestione del problema. Le dinamiche familiari e, in particolare, il rapporto madre-figlia possono, infatti, influenzare positivamente la gestione dei sintomi dei disturbi alimentari.

Riconoscere il ruolo che la famiglia può svolgere nella risoluzione del problema è cruciale per intervenire in modo adeguato e sostenere le ragazze che soffrono di questo disturbo. Attraverso un approccio empatico, lo sviluppo di una consapevolezza condivisa e con un supporto professionale, è possibile contribuire alla creazione di un ambiente familiare sano che consenta una migliore gestione dei disturbi alimentari.

Se, leggendo questo articolo, ti sei riconosciuto in alcuni sintomi e comportamenti, potrebbe esserti utile effettuare un test di screening sui DCA. Sebbene sia uno strumento privo di valore diagnostico ufficiale, può rappresentare un primo passo per comprendere alcuni pensieri o schemi comportamentali che potrebbero indicare una difficoltà.

A Chi Rivolgersi in Caso di Anoressia?

Il 15 marzo si celebra la "Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla", dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi del comportamento alimentare. Queste patologie rappresentano una sfida per la salute pubblica e richiedono un'attenzione particolare sia dal punto di vista sanitario che sociale, data la loro crescente diffusione e l'insorgenza sempre più precoce.

La Centralità del Padre nell'Anoressia Nervosa

Sebbene per lungo tempo l'attenzione della ricerca scientifica e clinica si sia concentrata prevalentemente sul ruolo della madre nei disturbi alimentari, negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse verso la figura paterna. La letteratura scientifica ha iniziato a sostenere che la fame dell'anoressica, in alcuni casi, potrebbe essere interpretata come "una fame di padre". Questa interpretazione suggerisce che la figura maschile, spesso meno conosciuta dalla paziente e con la quale non si è imparato a rapportarsi in modo adeguato, possa giocare un ruolo cruciale. La madre, agendo come schermo tra padre e figlia, potrebbe aver ostacolato questo rapporto.

Lo scenario tipico descritto vede una madre iperprotettiva ma al contempo distante, formale e insoddisfatta, contrapposta a un padre brillante e sicuro all'esterno, ma assente in famiglia o presente solo come figura autoritaria. In tali contesti, gli scambi di intimità con il padre sono impossibili, contribuendo così alla genesi e al mantenimento relazionale del disturbo alimentare.

La bibliografia sull'anoressia si sta arricchendo a favore della figura del padre, in passato più marginalizzata. Fino a pochi anni fa, gli studi clinico-scientifici ponevano la madre in una posizione di assoluto rilievo rispetto al padre, considerato un "satellite" orbitante più da lontano attorno al mondo psichico della figlia. La centralità del padre rispetto al disturbo alimentare dell'anoressia è stata recentemente "riabilitata".

Illustrazione stilizzata di una figura paterna assente

Brevi Cenni sull'Anoressia

L'anoressica - si parla spesso di anoressiche proprio in virtù della più alta incidenza nelle donne - attua importanti restrizioni alimentari, controllando meticolosamente ciò che ingerisce e calcolando le calorie. Esercita un controllo eccessivo sul proprio corpo (body check) ed è fortemente influenzata da esso.

La parola "controllo" risuona come un leitmotiv. Queste persone, spesso figli perfetti e accondiscendenti, iniziano a percepire di non poter avere il pieno controllo su ogni aspetto della vita. Attraverso il controllo sul cibo, si affermano quindi con gli altri, ma soprattutto con se stesse, seguendo questo preciso dogma: "Se non posso controllare tutto, controllerò almeno il cibo". Inizia così l'ascesa verso il potere a cui l'anoressica aspira, bramando un desiderio di onnipotenza che si manifesta ad ogni chilogrammo perso. L'anoressica, in sostanza, vede nel peso che diminuisce costantemente la sua gratificazione più grande, poiché se riesce a raggiungere i 38 kg ed essere ancora viva, si sente invincibile. Pericolosamente, questa sensazione onnipotente la spinge a credere di poter fare di più, arrivando così a sfidare la morte.

Sfatare Alcuni Miti

Contrariamente all'immaginario comune, l'anoressica non si percepisce più grassa di quanto sia in realtà. Non vede un'immagine completamente diversa riflessa allo specchio (uno slogan ricorrente in alcune campagne di sensibilizzazione). In questo caso, ci si troverebbe di fronte a un disturbo differente, chiamato dispercezione corporea o dismorfismo.

L'anoressica, a differenza della bulimica, non vive la sua patologia con malessere; è infatti una malattia egosintonica, i cui sintomi sono in linea con il suo desiderio. I bulimici, al contrario, vivono la loro condizione con profondo malessere (disturbo egodistonico).

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Le Dinamiche Familiari nell'Anoressia

Il disturbo anoressico è spesso inserito in un contesto di grave disorganizzazione familiare. Tutti i membri sono invischiati e eccessivamente presenti nella vita degli altri, al punto da non permettere l'individuazione e la percezione di un Sé distinto dagli altri. Nelle realtà familiari in cui la dinamica relazionale è fondata sull'intrusione e sul controllo, non è difficile immaginare le conseguenze sopra descritte.

Chiaramente, ogni altro aspetto ha un peso nel determinare le sorti di questo disturbo. Ciò è facilmente spiegabile anche solo concentrandosi sul fatto che, rispetto ad altri quadri psichiatrici, questo disturbo ha un impatto franco sul corpo e può arrivare, in breve tempo, a mettere a rischio la vita di un essere umano. Inoltre, alcuni dei programmi considerati "gold standard" per la cura di adolescenti con DA, in primis il Maudsley Approach, rimangono fedeli ai modelli di terapia familiare e non sempre mantengono il focus sulla mente del genitore.

Ma cosa accade nella mente di una madre o di un padre quando il figlio smette di mangiare? La condizione di malattia, in questo senso, non è identitaria. È altrettanto indispensabile imparare a riconoscere cosa si attiva in noi di fronte al comportamento di nostro figlio. Diventare esploratori di noi stessi, comprendere di fronte a cosa ci si arrabbia, di fronte a cosa ci si impaurisce.

In un'ottica cognitivo-comportamentale (CBT), ogni azione è il frutto di un pensiero e di un'attivazione emotiva. Se, per esempio, si scopre che la propria figlia si rifiuta di mangiare, si può pensare: "Aiuto, è in pericolo", provare paura e fare di tutto per farla mangiare. Oppure, si potrebbe pensare: "Non posso aiutarla", sentire impotenza e dolore e rimanere paralizzati. O ancora: "Ma com'è possibile! Perché fa così?".

Quanto è difficile non andare in automatico? Quanto è tipico accorgersi di come abbiamo reagito solo a posteriori? Cosa mi ha attivato? Tra i sistemi motivazionali, spicca in questo contesto quello cooperativo. Rimane importante sottolineare che questi o altri strumenti vengono affrontati in programmi dedicati, come ad esempio quelli presenti negli interventi di Parent Training (sia individuali che di gruppo).

La Mancanza della Funzione Paterna e i Disturbi Alimentari

La mancanza della funzione paterna è strettamente legata al panorama sociale attuale, caratterizzato dalla assenza del limite, funzione principale esercitata dal padre quale separatore e impositore di divieti. La carenza di questo ruolo si manifesta nelle dipendenze, ovvero nei "nuovi sintomi", rendendo evidente il legame tra la clinica attuale e la società.

Le conseguenze di una carenza della funzione paterna sono molteplici; poniamo ora l'attenzione in particolare sui disturbi alimentari. L'anoressia è strettamente legata al rapporto di simbiosi instaurato con la madre: il sintomo rappresenta una strategia estrema per sganciarsi da questo legame soffocante che non ha permesso alla propria soggettività di emergere. La madre, molto spesso, appare come una figura dominante rispetto al padre, assente e sminuito dalla moglie. Ella impedisce alla figlia di compiere il processo di separazione-individuazione, così che "il conflitto con il corpo appare dunque come l'unico rimedio che l'io 'debole' dell'anoressica può intraprendere per compiere un processo di autonomizzazione". Non mangiare diventa, pertanto, una manovra per separarsi dall'Altro tramite il rifiuto del cibo.

Le anoressiche esprimono molto spesso una profonda rabbia verso la madre, accompagnata da un sentimento di astio anche nei confronti di un padre che non è stato in grado di limitare il desiderio materno. Nonostante il ruolo centrale sempre attribuito alla madre della paziente anoressica, bisogna ricordare che "dietro alla madre c'è quasi sempre un padre che è stato completamente mancante nella funzione di separatore tra madre e figlia, lasciando quest'ultima in balia della madre stessa". Molti studi sottolineano infatti un padre "debole, sottomesso, assente (soprattutto nell'anoressia) ma anche intollerante, offensivo, ipercritico (soprattutto nella bulimia)".

Studi analizzano casi in cui emerge nettamente un'esperienza di vuoto legata alla figura del padre, "vuoto che si configura come assenza di un punto di riferimento, venir meno di un sostegno, di una funzione necessaria alla stabilità della mente". È dimostrato che gravi perdite della figura paterna incidono sullo sviluppo dell'anoressia e della bulimia, in quanto il Super-io assume caratteristiche sadiche: l'anoressica tenta di aderire alle richieste del Super-io, mentre la bulimia cerca di fuggirle tramite la trasgressione. Con il termine "gravi perdite" non ci si riferisce solo a perdite fisiche (come morte, divorzio, ecc.), ma anche a perdite simboliche: a volte il padre, pur presente fisicamente, è assente sul piano affettivo o rappresenta un modello maschile-paterno del tutto inaccettabile (ad esempio, disinteressato alla famiglia o con relazioni extraconiugali, se non addirittura contatti incestuosi con la figlia).

Nei casi analizzati, emerge anche l'assenza di una valida figura maschile all'interno della famiglia (nonno, zio) che possa sostituire il padre mancante. Anche in alcune storie personali, è evidente l'assenza di una figura di zio che potesse sostituire quella paterna, creando una situazione in cui i riferimenti di stabilità familiari vengono meno. Infatti, "l'anoressia si configura come una manovra di trattamento del godimento dell'Altro, laddove questo godimento appare come fuori Legge simbolica, in eccesso, non regolato". Mancando la funzione paterna, il bisogno non viene mediato a livello simbolico, per cui prevale la soddisfazione diretta. L'anoressica, tramite il sintomo, può confrontarsi con il godimento dell'Altro, ma negando "la perdita che sempre l'incontro con l'altro trascina con sé".

Il sintomo anoressico denota pertanto un desiderio debole, associato a una funzione paterna debole che non è stata in grado di creare uno spazio per far sorgere il desiderio soggettivo. Il padre è fondamentale per il figlio in quanto gli insegna che siamo segnati da una mancanza affinché egli possa entrare nella comunità. Nelle nuove forme di sintomo, prevale invece la dimensione del "tutto". Si parla quindi di un "padre assente" che è assente su molti livelli e che non è presente fisicamente nemmeno nello spazio del colloquio clinico. Ciò che è certo è che "di qualunque 'assenza' si tratti, certamente quest'assenza ha degli effetti significativi sul piano simbolico delle relazioni interne al nucleo familiare".

Ciò che conta, pertanto, nell'ambito clinico, è aiutare il paziente a compiere una "ricerca del padre perduto". Elaborare l'assenza paterna è un passo necessario per recuperarne l'immagine e, soprattutto, per determinare miglioramenti clinici. Occorre "aprire un varco nel discorso materno", creando così uno spazio per il padre: è fondamentale che quest'ultimo "fisicamente o meno, 'entri' prima o poi nel campo psicoterapeutico per riempire il vuoto che la sua scomparsa (fisica e/o affettiva e/o relazionale) aveva lasciato nel campo mentale della figlia". Se questo non avviene, si corre il rischio che la paziente resti proiettata nel passato e non elabori la mancanza paterna.

Il Ruolo del Padre nella Bulimia

Il disturbo bulimico offre la dimensione di una sofferenza umana imprigionata nel corpo e nella sua pulsionalità. Nella bulimia si perde il senso archetipico dell'alimentazione, profondamente legato alla trasformazione, e il sintomo si cortocircuita in un eterno mangiare e vomitare, impedendo che parti del mondo entrino e trasformino la propria individualità nella relazione con esso. Sicuramente una madre non sufficientemente "buona" crea disturbi nel Sé corporeo della figlia e nella sua identità. Tuttavia, nell'esperienza clinica, ci si accorge anche dell'importanza della figura del padre, che, agendo in modo patologico su questo terreno già fragile, imprigiona la figlia nel disturbo bulimico, impedendole l'accesso alla dimensione relazionale sana e alla propria progettualità.

La crescita emotiva e spirituale della donna è influenzata dal suo rapporto con il padre. Egli è, infatti, la prima figura maschile che incontra nella sua vita; è diverso da lei e dalla madre e, essendo "altro", dà forma al suo essere diversa, alla sua unicità e individualità. Il modo in cui il padre si relaziona con il femminile della figlia influenzerà il modo in cui lei diventerà una donna adulta. Uno dei ruoli del padre è guidare la figlia dal protetto regno materno e dalla famiglia verso il mondo esterno, aiutandola ad affrontare la vita e i suoi conflitti.

In generale, nella società odierna, ad impronta prevalentemente materna, in cui è predominante la figura della madre e marginale quella del padre, viene a mancare per la donna quello sguardo forte e amoroso del paterno, dell'adulto che, dalla sua posizione di diversità, la apprezza e le fornisce un indispensabile pilastro alla sua autostima. Tutta la psicologia clinica dimostra come questo aspetto, attribuito appunto a una scarsa autostima, possa manifestarsi in comportamenti rinunciatari o autolesionisti o con una competitività esasperata, attraverso la quale la donna cerca di mascherare la propria insicurezza, sostituendo all'approvazione personale del padre quella, impersonale, della società, dell'azienda, del gruppo politico e così via. Anche quando il successo e il riconoscimento pubblico arrivano, non riescono tuttavia a sostituire la tranquilla sicurezza data da un positivo rapporto con il padre.

In particolare, la sofferenza delle bulimiche, espressa nella coazione a vomitare, è legata alla sensazione di non poter guidare le proprie azioni e la propria vita, non riuscendo ad accedere alla dimensione del desiderio. Il vomito diventa, perciò, l'unico modo di comunicare, una forma protosimbolica che dichiara l'impossibilità di avvicinarsi alla dimensione del verbale. All'interno del sintomo del mangiare e vomitare, infatti, è insita anche un'espulsione di ciò che è sentito troppo terrifico da assimilare.

La clinica, inoltre, ci evidenzia come a una madre incapace di sintonizzarsi sui bisogni della figlia, si sovrapponga, in alcuni casi, la dimensione erotizzante del rapporto con il padre. Il corpo di queste pazienti viene precocemente enfatizzato o negato nella sua realtà fisica, e idealizzato, negandogli la possibilità di sviluppare la dimensione simbolica. Infatti, in una dimensione sana, il padre si inserisce nell'aspetto corporeo della relazione madre-bambino, mediato dall'aspetto alimentare e dalla concretezza corporea. Tramite la dimensione della parola e del simbolico, apre la via a una erotizzazione fantasticata. Il padre apre, cioè, il registro della seduzione fantasticata che permette alla figlia di uscire dal territorio "materiale" del rapporto con la madre e di costruire le basi mentali ed affettive per le relazioni future con il maschile e per la sua progettualità.

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