L'Inconscio Vittima e Carnefice: Un'Analisi delle Dinamiche Relazionali

L'inconscio gioca un ruolo cruciale nella complessa interazione tra vittima e carnefice, manifestandosi in dinamiche relazionali che spesso sfuggono alla consapevolezza ordinaria. Queste dinamiche, radicate in bisogni profondi e conflitti irrisolti, possono condurre a schemi comportamentali ripetitivi e dannosi, sia a livello individuale che interpersonale.

La Natura Complessa delle Dipendenze Emotive

La dipendenza emotiva, spesso innescata da ferite profonde e conflitti personali irrisolti, crea un vuoto che agisce dall'inconscio, al di là della nostra consapevolezza ordinaria. Il punto fondamentale non risiede nello "scollare" la dipendenza da una persona specifica, ma nel comprendere il proprio bisogno sottostante. Solo la consapevolezza del bisogno che ne è alla base può condurre all'uscita dalla dipendenza emotiva, che si estende ben oltre la relazione di coppia, permeando ogni aspetto dell'esistenza. Come un cristallo frantumato, i cui frammenti si ritrovano ovunque, la dipendenza si manifesta in ogni microscopico aspetto della nostra vita.

Cristallo frantumato che riflette molteplici immagini

La dipendenza emotiva nasce fondamentalmente da ciò che non permettiamo o riconosciamo a noi stessi. Richiede un'apertura all'essere più amorevoli, non come un'azione da compiere, ma come uno stato verso cui aprirsi. Accogliendo il proprio dolore e il proprio bisogno, si scopre la capacità di affrontarli e accudirli. Sorprendentemente, anche l'altra persona, colei che ci nega amore e nutrimento, si trova nella medesima dipendenza. L'altro non ci vede, e noi non vediamo l'altro; la modalità di base è la stessa.

La Colpa come Matrice del Vittimismo

La colpa, radicata nelle origini della nostra cultura, funge da "grande mattone" che ci portiamo sulla testa. La parola "cattivo" deriva da "cap-tivo", ovvero catturato, bloccato. La vittima, in questa ottica, non è semplicemente tale, ma è attivamente artefice della propria dipendenza. L'energia impiegata nell'agire la dinamica del vittimismo potrebbe essere invece dedicata all'accoglienza e allo sviluppo della consapevolezza di sé. Ammettere di agire nel vittimismo è doloroso, ma rappresenta un passo cruciale.

Tutti noi, in verità, abbiamo delle dipendenze emotive, sebbene alcune si manifestino in modo eclatante, causando gravi problemi nelle relazioni e nella vita. Un caso emblematico è quello di una ragazza con una pulsione verso l'anoressia, che si legò a un partner che le diceva di vomitare per essere più bella. La sua dipendenza emotiva, in questo scenario, era così profonda da metterla in pericolo di vita.

Ragazza con turbinii di pensieri negativi

Una chiave importante per affrontare queste dinamiche è iniziare dalle piccole situazioni quotidiane. Quando ci sentiamo affondare in un abisso, sopraffatti, o desideriamo ribellarci con un "succede sempre a me", possiamo fermarci. Se siamo in una discussione, possiamo interromperla per ricavare uno spazio per noi, prendendo una pausa dal contesto. Successivamente, possiamo provare a sentire la risposta alla domanda: "Cosa sto facendo veramente? Perché mi sento davvero così?". Sentire il nulla, in realtà, significa sentire qualcosa: indica la difficoltà nel permetterci di recepire e sentire qualcosa di più definito.

I Giochi Psicologici e il Triangolo Drammatico

L'Analisi Transazionale, in particolare attraverso il modello del Triangolo Drammatico di Karpman, offre una lente per comprendere i giochi psicologici che mettiamo in scena, spesso inconsapevolmente, nelle nostre relazioni. Questi giochi sono schemi comportamentali ripetitivi, giocati al di fuori della consapevolezza adulta, che terminano con un'emozione spiacevole e mascherano un'emozione autentica. Implicano sempre una disconferma, dove la persona impegnata nel gioco svaluta sé stessa, la situazione o l'altro giocatore.

Il Triangolo Drammatico è composto da tre ruoli:

  • Persecutore/Carnefice: Si considera superiore, disprezza gli altri e li tratta come oggetti. Spesso maschera insicurezze e paure, agendo in modo aggressivo, autoritario e talvolta minaccioso. La sua convinzione è "Io sono OK, tu non sei OK". Il suo tornaconto è: "Mi hai fatto sentire come se non fossi OK, ora ti farò sentire la stessa cosa".
  • Salvatore: Condivide una sensazione di superiorità con il persecutore, ma agisce prodigandosi più del dovuto per sentirsi grande, buono e migliore. Il suo intento è mantenere l'altro in una situazione di sudditanza e dipendenza, impedendogli di assumersi la responsabilità della propria vita. La sua convinzione è "Io sono OK e ti aiuterò, Tu non sei OK". Il suo tornaconto può essere: "Ho cercato così faticosamente di aiutarti e tu mi hai rifiutato, quindi non sei OK, ma almeno ci ho provato" o "Ti ho aiutato, vedi quanto sono utile e importante?".
  • Vittima: Si sente piccola, indifesa, priva di possibilità di intervento e costantemente sotto attacco. Dipendente dagli altri per la sopravvivenza e oppressa da una forte sensazione di impotenza, cerca aiuto e tende a non amare le responsabilità, attribuendo la colpa all'altro, al passato o all'inconscio. La sua forza è tenuta nascosta, e prende potere sugli altri mostrandosi debole e sofferente, inducendo senso di colpa in un potenziale "Salvatore". La sua convinzione è "Io non sono OK e Tu sei OK". Il suo tornaconto è: "Ho detto che nessuno mi può aiutare. Non posso fare nulla".

Schema del Triangolo Drammatico con ruoli e transazioni

Il passaggio tra questi ruoli avviene in modo ciclico, auto-alimentandosi in un continuo scambio tra aggressioni, sofferenze, accuse e controaccuse. La vittima desidera un Salvatore che si annulli per lei, rinunciando ai propri bisogni, mentre lei non dà nulla, solo pretende. Rimanere nella posizione vittimistica, trascinando gli altri nella propria rete di lamenti e giustificazioni, è una tendenza che si riattualizza continuamente, generando un perpetuo gioco di potere irrisolto.

La trappola del Salvatore: il triangolo drammatico di Karpman

Spesso si preferisce rimanere nella propria zona di comfort, evitando i cambiamenti verso l'ignoto. Chi tende a entrare nei giochi relazionali descritti non vuole cambiare né assumersi responsabilità, altrimenti non rimarrebbe così a lungo nei ruoli del Triangolo Drammatico.

Il primo passo per uscire dal Triangolo Drammatico è diventare consapevoli del proprio comportamento e dei ruoli che si stanno assumendo. Una comunicazione chiara, onesta e rispettosa è essenziale. Quando non si è consapevoli delle emozioni in campo, si tende a reagire d'impulso, mettendo in atto modalità reattive automatiche e spesso poco funzionali.

La Sindrome di Stoccolma: Un Legame Paradossale

La sindrome di Stoccolma, coniata dal criminologo Nils Bejerot, descrive una reazione emotiva al trauma in cui la vittima sviluppa sentimenti positivi, come simpatia, empatia, fiducia e persino amore, nei confronti del proprio aggressore o sequestratore. Questo fenomeno, che si manifesta in una particolare situazione di privazione della libertà, crea un legame paradossale e una sorta di alleanza con il carnefice.

Il caso che diede origine al termine fu la rapina alla Sveriges Kreditbanken di Stoccolma nel 1973, dove quattro ostaggi furono tenuti prigionieri per 131 ore. Al momento del rilascio, le vittime manifestarono più paura nei confronti della polizia che dei rapitori, con cui avevano sviluppato un legame di solidarietà, arrivando persino a temere per la loro incolumità.

Illustrazione della rapina alla Sveriges Kreditbanken di Stoccolma

Le origini di questo fenomeno sono complesse. Per alcuni studiosi, è riconducibile a una vera e propria dipendenza che si sviluppa tra vittima e aguzzino, dove il carnefice controlla bisogni primari. Altri ricercatori individuano la causa scatenante nel tentativo dell'Io di trovare un equilibrio tra le richieste dell'Es e una realtà angosciosa, generando meccanismi difensivi, tra cui una forma di affetto.

Nella prima fase, la persona rapita prova terrore e confusione. Superato il trauma iniziale, cerca di affrontare la situazione imposta, sentendo la propria vita sempre più dipendente dal carnefice. Nel momento in cui si convince di poter evitare la morte, si attacca a lui, provando quasi gratitudine.

La manifestazione della sindrome dipende fortemente dalla personalità del sequestrato. Soggetti con personalità forti e dominanti, con convinzioni radicate e capaci di mantenere la propria identità, sono meno inclini a svilupparla. Al contrario, personalità fragili e poco strutturate offrono un terreno fertile alla manipolazione del sequestratore.

La sindrome di Stoccolma si articola in tre fasi:

  1. Sviluppo di sentimenti positivi da parte dell'ostaggio verso il sequestratore: Dimostrazioni di cortesia da parte del sequestratore, come fornire cibo o permettere l'uso dei servizi igienici, hanno un impatto positivo, generando gratitudine e portando la vittima a compatire e giustificare il carnefice.
  2. Sviluppo di sentimenti negativi verso le autorità: Con il passare del tempo, la vittima inizia a rinnegare le autorità che tardano ad arrivare, sentendo che la propria vita dipende dal rapitore. Si instaura un attaccamento psicologico verso quest'ultimo. Ad un livello successivo, la vittima può manifestare paura nei confronti di chi dovrebbe salvarla, temendo per l'incolumità del sequestratore. La condivisione della situazione di isolamento dal mondo esterno scatena avversione verso chi "invade" il loro spazio.
  3. Reciprocità dei sentimenti positivi da parte dei sequestratori: Si delinea un rapporto di fiducia reciproca, dove il sequestrato crede nell'umanità del rapitore, il quale non compie atti violenti nonostante ne abbia la possibilità.

Schema grafico che illustra le tre fasi della Sindrome di Stoccolma

Statisticamente, questo fenomeno si riscontra frequentemente in donne e bambini vittime di violenza, in devoti a culti specifici, prigionieri di guerra o reclusi in campi di concentramento. L'FBI stima che l'8% dei casi di sequestro sia caratterizzato da questa condizione psicologica.

Lo sviluppo di questa sindrome è legato a due fattori fondamentali: la creazione di un legame positivo e il tempo. Un contatto positivo, determinato dall'assenza di esperienze negative e maltrattamenti, correlato a una prolungata convivenza, può portare alla nascita di sentimenti positivi, non confondibili con una classica riconoscenza. La durata prolungata del sequestro aumenta la conoscenza del carnefice, facilitando l'instaurazione di un rapporto di confidenza e incrementando simpatia e attaccamento.

Tuttavia, diversi studiosi ritengono che gli elementi che contraddistinguono questa alleanza non siano sufficientemente determinanti per inquadrare la sindrome di Stoccolma come una patologia clinica autonoma. I sentimenti positivi come empatia, affetto e amore, sebbene rivolti a un personaggio ambiguo, non sono considerati sintomi specifici di un disturbo psichiatrico. Non esistono criteri validati per una diagnosi e alcun piano terapeutico specifico. Gli esperti sottolineano l'importanza del tempo, del supporto, dell'affetto e della rete familiare e sociale.

La Vittima e il Carnefice: Due Facce della Stessa Medaglia Inconscia

Dal punto di vista psicologico, il quadro della relazione vittima-carnefice è molto più complesso di quanto appaia a prima vista. È difficile identificare la vera natura di un individuo che presenta tutte le caratteristiche di una vittima, ma agisce in silenzio, con fare remissivo, pilotando le altrui scelte e facendo sentire in colpa chi agisce diversamente. Con questo meccanismo, la persona mette all'angolo, incaglia in una rete da cui è difficile uscire, e crea l'immagine dell'altro come suo spietato carnefice.

Due figure stilizzate, una che indica l'altra con un dito accusatorio, l'altra con le mani alzate in segno di resa

La domanda se le persone si sentano vittime di un mondo esterno per la maggior parte del tempo è complessa. Chi è stato abusato da bambino può sentire che la vita non è stata tollerabile finché non ha portato su di sé il peccato e la colpa, sentendosi come il carnefice. Questo può significare aver assunto il ruolo del carnefice nelle relazioni adulte, o aver reinterpretato le esperienze infantili di vittima, attribuendosi una responsabilità o un controllo, quasi perseguitando i propri abusatori.

Quando ci vediamo agire come carnefici, a un certo livello sentiamo che i nostri attacchi sono giustificati, in quanto difesa contro ciò di cui siamo stati vittime in momenti di indifesa e impotenza. Il desiderio è di prendere potere per proteggerci da forze esterne, affinché ciò che è accaduto in passato non si ripeta, anche a rischio di vedere peccato e colpa in noi stessi. Tuttavia, a livello inconscio, si continua a identificarsi con il ruolo della vittima, poiché, come suggerito da "Un corso in miracoli", "tutte le difese fanno ciò da cui vorrebbero difendere".

Sia che si arroghi potere nel presente, sia che si reinterpreti il passato per reclamarlo retroattivamente, l'obiettivo è difendersi dal sentirsi vulnerabili e a rischio. Questa dinamica è descritta nel concetto del sé contrapposto al Sé. L'innocenza non attacca mai per prima, ma viene provocata dall'irritazione di piccole cose quotidiane, che conducono all'insulto aperto e all'abuso.

Tutti ci difendiamo dal peccato e dalla colpa per la separazione che giace nel profondo della nostra mente attraverso varie strategie, il cui obiettivo è mantenerci "senza mente". Essere abusati da bambini è una parte della strategia, ma lottare contro gli altri per difendersi dall'assenza di potere che si prova per essere stati abusati è semplicemente un'altra. Una volta che si scopre la verità che sono due lati della stessa medaglia egoica, si può essere aperti a un'altra scelta, a un livello totalmente diverso.

Vittima e carnefice sono entrambi falsi ruoli che assumiamo per mantenere viva e reale la separazione nella nostra mente. Ma quando li guardiamo entrambi come ugualmente falsi, la verità di Chi siamo - l'innocente Figlio di un Padre totalmente Amorevole - può infine fare capolino nella nostra mente.

Le dinamiche relazionali sono intrinsecamente complesse, e l'inconscio gioca un ruolo fondamentale nel plasmare le nostre interazioni. Comprendere queste dinamiche, riconoscere i giochi psicologici che mettiamo in atto e affrontare i bisogni sottostanti sono passi essenziali per costruire relazioni più sane e autentiche, libere dai ruoli di vittima e carnefice.

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