Il Gioco Psicoanalitico: Dalla Bambina Pipì alla Trasformazione della Mente

La psicoanalisi, fin dalle sue origini, ha cercato di comprendere le profondità della psiche umana, spesso attraverso l'esplorazione di ciò che è celato, rimosso o non ancora pienamente espresso. Nel campo della psicoanalisi infantile, questo viaggio diventa ancora più complesso e affascinante, poiché si intreccia con i processi di sviluppo, la maturazione dell'Io e la costruzione della soggettività. L'opera di psicoanalisti come Anna Freud, Melanie Klein, Donald Winnicott, Wilfred Bion e Sándor Ferenczi ha contribuito a delineare approcci diversi ma complementari, ponendo un'enfasi crescente sull'importanza del gioco, della relazione terapeutica e della capacità di simbolizzazione.

La Psicoanalisi Infantile: Due Grandi Scuole a Confronto

Anna Freud, concentrando il proprio interesse sui processi di sviluppo normali e patologici, focalizzò la sua attenzione sulla relativa immaturità dell'Io del bambino. Ella riteneva di fondamentale importanza un periodo di costruzione di una relazione positiva con il piccolo paziente, divenendo fautrice di un modello pedagogico teso allo sviluppo di risorse dell'Io che avrebbero permesso una graduale introduzione di interpretazioni del materiale inconscio dal forte potenziale ansiogeno. Le interpretazioni, contrariamente a quanto avveniva nell'analisi degli adulti, non potevano essere centrate sul transfert, dal momento che Anna Freud ipotizzava che i bambini, ancora troppo dipendenti dagli oggetti primari, non potessero stabilire una relazione di transfert nei confronti dell'analista.

Profondamente diversa era la posizione teorica dell'altra caposcuola, Melanie Klein. Per la Klein, inoltre, il transfert equivaleva più alla fantasia inconscia che a una costellazione d'impulsi e difese trasferite dalle relazioni con le imago genitoriali all'analista. Essa non concepiva la traslazione solo nei termini di riferimenti diretti all'analista, insiti nel materiale del paziente. La sua concezione era molto più ampia e comportava una tecnica in virtù della quale, dalla globalità del materiale, venivano inferite le componenti inconsce della traslazione stessa.

Anna Freud e Melanie Klein

Winnicott e lo Spazio Transizionale: Il Gioco come Ponte tra Realtà

Un elemento chiave dell'opera di Donald Winnicott è stato quello di riunire, tramite la formulazione dei concetti di spazio e di oggetti transizionali, la dimensione intrapsichica e quella interpersonale. Gli oggetti transizionali sono creati dal bambino nella sua realtà interna, ma egli li ritrova anche nella realtà esterna. Per Winnicott, lo spazio transizionale è alla base stessa del gioco: attraverso di esso possiamo utilizzare aspetti del mondo interno e far sì che essi entrino a far parte del mondo esterno, condividendoli con gli altri. In "Playing and Reality", Winnicott ha definito la psicoanalisi come "a highly specialized form of playing in the service of communication with oneself and others". Questa visione dell'analisi come esperienza che si manifesta in uno spazio intermedio tra due aree di gioco restituisce dignità e valore a tutte le dimensioni della situazione analitica - la realtà psichica, quella oggettiva e quella intersoggettiva - integrando felicemente le prospettive kleiniana e annafreudiana.

La Centralità del "Fare" e dell' "Essere" nell'Analisi

Nella pratica clinica contemporanea, ci si confronta con vicende traumatiche caratterizzate dal fatto che qualcosa che doveva accadere non è avvenuto, e il soggetto è rimasto privo di quell'opera di significazione affettiva necessaria per arrivare a sentire reali se stessi e i propri sentimenti (la "realness" di Winnicott). Queste situazioni si fondano su pregresse rigide e ripetitive sequenze relazionali connotate da un deficit di mirroring o di rêverie, tali da comportare una ferita alla soggettività dell'individuo e un danno alla sua esistenza psichica autonoma.

L'incontro terapeutico con pazienti gravemente danneggiati a questo livello ha inevitabilmente condotto la ricerca psicoanalitica a focalizzare la sua attenzione sull'importanza della costruzione e/o della ricostruzione delle capacità simboliche della mente. Tale concezione del processo analitico ha le sue radici nel concetto bioniano di contenimento. Già nel 1958, Bion aveva intuito che se si negava al paziente la possibilità di un normale impiego dell'identificazione proiettiva si provocavano grandi disturbi; con tale diniego, l'analista distruggeva infatti un legame di estrema importanza.

Concetto di

A questo proposito, Grotstein ha recentemente descritto Bion come "one of the founders of intersubjectivity" e ha posto l'accento sulla pregnanza clinica del concetto bioniano di "becoming", che denota la capacità dell'analista di fare in modo che il proprio inconscio risuoni con quello del paziente, entrando "nella pelle" dell'analizzando e rimanendo, al tempo stesso, nella propria.

Elemento cruciale dell'analisi in queste situazioni diviene l'"interpretare", non tanto nel senso tradizionale di dare interpretazioni, ma piuttosto nel senso di personificare, per lunghi tratti anche non consapevolmente, personaggi e ruoli specifici della storia e del mondo interno del paziente. Infatti, i personaggi che i pazienti vengono a "giocare" e interpretare inconsapevolmente attraverso l'acting intrinseco alla ripetizione, sono proprio quegli aspetti di sé stessi che essi non sono in grado di accettare come propri e di manifestare al mondo senza difficoltà: quelle parti di sé che non sembrano potersi incontrare in maniera soddisfacente con l'altro. Giocare permette di avvicinare questa parte problematica della propria personalità: si può essere qualcosa e subito dopo negarlo; il gioco consente di entrare in contatto con aspetti disconosciuti e delegittimati del sé controllandone modi e ritmi.

Un setting così concepito si configura come uno spazio ludico transizionale "tridimensionale": uno "spazio potenziale" di crescita dove la relazione di transfert può svilupparsi in tutte le sue componenti - narrative e simboliche, ma anche pre-simboliche e agite - per permettere a un individuo che non è mai arrivato a divenire se stesso, di costruire i significati della propria esperienza soggettiva.

Il Caso di Luca: Dal Congelamento Emotivo alla Simbolizzazione

Il caso di Luca, un bambino a cui fu diagnosticato un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, illustra in modo vivido questi concetti. Luca, estremamente coartato sul piano interpersonale, chiedeva fin dalle prime sedute di "interpretare" concretamente il ruolo di uno scolaro "testone" che doveva svolgere, sotto dettatura, un compito molto difficile: redigere, in maniera ossessiva, interminabili liste di animali selvaggi. In quei momenti, egli era totalmente identificato con un maestro tirannico, un adulto sadico e glaciale che disprezzava e svalutava ogni emozione e bisogno infantile.

Un bambino che disegna animali selvaggi

Questo gioco, inizialmente per nulla giocoso, diede una prima forma al profondo congelamento emotivo della sua mente. Tale congelamento andò incontro a un progressivo "disgelo" solo tramite un generoso lavoro di drammatizzazione, che diede cuore e voce al terrore di un bambino impaurito dal contatto sia con la propria desertificazione affettiva che con le proprie emozioni grezze, allo stato brado. L'analista comprese di trovarsi di fronte a un piccolo ma ostinato scienziato - un "Linneo della Psiche" - che faceva catalogare con distacco una realtà psichica con cui non poteva entrare in contatto. Per aiutarlo a costruire un apparato per pensare capace un domani di rappresentare tali impulsi ed emozioni (gli animali delle liste), l'analista dovette personificare e interpretare egli stesso un bambino piccolo che si assumeva in prima persona lo spavento di fronte a ognuno di questi bizzarri animali.

Durante queste sequenze interattive, l'analista si sentì progressivamente invaso da vissuti che spaziavano dalla fatica alla noia, fino allo sconforto e alla sensazione quasi fisica di un gelo "mortale". Attraverso il "working-through" della propria risposta emozionale, comprese che in quei momenti, in un gioco transfero-controtransferale primitivo, diventava depositario di imponenti aspetti mortiferi. Sopravvivere a tale trattamento, stando al gioco nel tentativo di dargli un significato emotivamente condivisibile, rappresentò non solo un lavoro preliminare per far nascere una futura simbolizzazione, ma un processo essenziale della terapia, poiché attraverso quel "role-reversal" Luca sondava concretamente la capacità dell'analista di sopravvivere a un'esperienza con caratteristiche "agoniche".

Tutto ciò condusse, attraverso svariati anni di analisi, a transitare metaforicamente attraverso tutte le Sale di un Museo di Scienze Emozionali: dagli ambienti naturali (Artide, Antartide, Taiga, Steppa, Palude) si passò alle collezioni di animali bizzarri e poi ai mostri più paurosi, per giungere infine a "Horrorland".

Intervista alla Dott.ssa Silvia Tomasi - L'importanza del gioco nei bambini

Dopo circa tre anni dall'inizio della terapia, e complice l'acuirsi della componente istintuale legata alla pubertà, avvenne un cambiamento catastrofico. Luca iniziò a manifestare imponenti sintomi fobico-ossessivi, riguardanti soprattutto la paura di ammalarsi attraverso un contagio. Questa recuperata fragilità lo terrorizzava, impedendogli di andare in piscina o di frequentare le uscite con gli scout. In seduta, questa angoscia si manifestava attraverso ripetute comunicazioni, fatte con una modalità quasi robotica, del tipo: "Ho visto un barbone oggi mentre venivo da te".

Fu attraverso un paziente ma remunerativo lavoro di legittimazione del fatto che l'essere toccati può fare molta paura che si transitò dalla concretezza del tocco del barbone verso la consapevolezza di un mondo interiore dove ci si sente toccati dall'incontro con l'altro, incontro che può suscitare emozioni sconosciute, violente e minacciose: veri e propri "contenuti-killer" per la mente. Fu così che, attraverso il gioco, si giunse a verbalizzare le angosce profonde che emergevano. A questo scopo, è fondamentale che il soggetto percepisca di potersi muovere in un setting capace di adattarsi attivamente ai suoi bisogni: un parente stretto dell'holding materno nella sua valenza di ambiente contenitivo e sostenente. Un milieu psichico con queste caratteristiche permette all'analista un contatto non intrusivo con tutti i livelli della mente del paziente, attraverso la partecipazione al suo gioco e tramite l'utilizzazione di commenti interpretativi offerti da una posizione intermedia tra la realtà stessa dell'analizzando e quella dell'analista.

In un'ottica bioniana, un fallimento della rêverie materna e una funzione alfa deficitaria condizionano pesantemente l'andamento della relazione interpsichica contenitore-contenuto, non permettendo al bambino piccolo di entrare in contatto con le sue emozioni grezze e danneggiando il costituirsi di quello spazio psichico necessario a poterle trasformare, dandovi così un significato condivisibile. Questa potenziale catastrofe infantile, legata alla relazione con una mente che non solo è incapace di accogliere le proiezioni e di digerirle, ma che per di più le restituisce ulteriormente "intossicate" dalla propria sofferenza, provoca, per Bion, l'instaurarsi nel mondo interno dell'individuo di un "oggetto-che-rifiuta-l'identificazione-proiettiva", con cui ci si identifica.

Il Caso di Teo: Dalla "Pipi" alla Capacità di Sognare

Il caso di Teo, un bambino di sette anni, presenta analoghe dinamiche. Teo appariva spento, congelato, quasi autistico. Solo verso la fine della seduta, balbettando timidamente, spalancava il mondo orrifico della sua fantasia. All'inizio dell'analisi, Teo era coartato e mutacico, e poteva solo disegnare in silenzio frammenti di oggetti che lo affascinavano e terrorizzavano: denti di squalo, artigli, uncini e baffi di Capitan Uncino, missili e strumenti di controllo di aerei da guerra. Era una produzione continua, una sorta di sconclusionata rappresentazione della confusione che regnava nella sua mente: una rabbiosa e angosciante distruttività era precariamente e svantaggiosamente tenuta a bada con meccanismi schizoidi di difesa che lo impoverivano e lo facevano sentire perseguitato.

Nei mesi successivi, il materiale si trasformò. Nei disegni comparvero i primi oggetti interi e fecero capolino scarne comunicazioni verbali, completamente prive di emozioni. A popolare i disegni erano i dinosauri, che fecero il loro prepotente ingresso sulla scena analitica non tanto perché, come pensavano i genitori, Teo fosse rimasto impressionato dal film Jurassic Park, ma perché finalmente egli trovò un tessuto adeguato sul quale depositare una serie di contenuti psichici primitivi fino ad allora pressoché non figurabili.

Un momento di svolta avvenne quando dalla carta si passò all'azione. Il T.Rex divenne uno dei personaggi chiave dell'analisi e si rianimò, poiché il gioco che Teo ripeteva infinite volte consisteva nel suo distendersi per terra a pancia in su, con gambe e braccia flesse, occhi chiusi, bocca spalancata (assumendo una posa che suggeriva quella di un neonato nella culla). Con pochi gesti e stringate parole, suggeriva all'analista cosa fare.

Un disegno infantile di un T.Rex

Teo era un T.Rex addormentato, confuso ormai con il terreno. Utilizzando i personaggi della famiglia, l'analista doveva rappresentare incauti bambini che camminavano sulla sua pancia, sul suo viso, sfiorando la bocca, il naso, gli occhi. I bambini lo scambiavano per un eccitante terreno di gioco fatto di scivoli e grotte, finché il dinosauro non iniziava a dare preoccupanti segnali di vita: un impercettibile movimento delle palpebre, delle labbra, poi un ringhio e infine il bestione si svegliava, si alzava scrollandosi il terreno di dosso, urlava inferocito con l'occhio assassino, faceva strage. La sequenza doveva riprodursi senza variazioni per innumerevoli sedute, in maniera quasi tirannica. Inizialmente, oltre a dare voce alle emozioni di gioia o terrore dei bambini, l'analista comprese solo che il tiranno si stava risvegliando: rabbie arcaiche e gigantesche riprendevano vita, così come l'orrore di entrare in contatto con qualcosa di sconosciuto e potenzialmente devastante. Teo insisteva nel far rappresentare all'analista lo stupore e la paura del bambino che si accorgeva che quello che aveva sotto i piedi non era un parco giochi, ma qualcosa di vivo, minaccioso, catastrofico.

Con il proseguire della terapia, si fece strada nell'analista l'idea che ciò non avesse solo a che fare con il timore di entrare in contatto con una parte scissa della sua mente, ma anche con l'impotenza e il terrore provati (o meglio, mai potuti sperimentare) quando la madre si ammalò di tumore, vera catastrofe depressiva per entrambi.

In prossimità delle prime vacanze estive, un nuovo personaggio fece la sua comparsa nei giochi: uno squalo bianco (interpretato da Teo). Chiudendo in un acquario, visitato dal solito bambino, volteggiava nell'acqua e mostrava le sue fauci orrende strisciando lungo il vetro. Per stuzzicarlo, l'analista batteva incautamente contro il vetro che si incrinava e si rompeva; lo squalo si liberava e piombava addosso all'analista azzannandolo. Con il passare delle settimane, il gioco si trasformò: nutrito con oggetti disparati (da chiodi appuntiti a torte commestibili), lo squalo si placava, trasformandosi addirittura in un delfino intelligente.

Nell'autunno, nuovi animali fecero la loro comparsa nel materiale, seguendo quella che pareva un'evoluzione della specie: dall'acqua si passò al cielo, dagli squali ai rapaci. "Covare" pazientemente gli aquilotti diede i suoi frutti: nel secondo anno di analisi, Teo iniziò a sviluppare giochi simbolici più strutturati, la comunicazione verbale si fece più ricca, ed egli divenne complessivamente meno inibito e più vivo.

Un bambino che gioca con figure di dinosauri

Un segnale importante di parziale integrazione arrivò qualche mese dopo, quando in un gioco entrò in scena un nuovo animale: per diverse sedute, Teo fu un piccione azzoppato che veniva sui piedi per beccare il mangime, e l'analista fu ora un bambino bravo che lo nutriva, ora un monello che lo faceva scappare ridendo.

Quell'anno, nel consueto colloquio prima delle vacanze estive, i genitori parlarono di un bambino ritrovato: era di nuovo capace di scherzare, a scuola, se aiutato, stava al passo degli altri, aveva fatto diverse amicizie. Poche sedute prima dell'interruzione estiva, Teo diede voce a un'intensa emozione: aveva realizzato che tra un anno sarebbe andato alle medie e avrebbe perso il suo maestro, al quale era tanto affezionato; non poteva sopportare di non vederlo mai più. Oppresso dalla nostalgia, piangeva melanconico per buona parte della seduta. Ora che Teo poteva entrare in contatto con il dolore della perdita, l'analista interpretò esplicitamente i riferimenti transferali della vicenda, collegandoli alla pausa estiva. Ciò gli permise un'ulteriore elaborazione e condivisione di vissuti: per la prima volta, riuscì a esprimere la paura che la mamma morisse mentre erano in seduta e di non ritrovarla quando usciva.

Il lento ricomporsi nel transfert delle scissioni e il progressivo affievolirsi delle identificazioni proiettive nella ripetizione anche monotona dei giochi permise un'ulteriore evoluzione della specie: fece il suo ingresso in seduta il primo animale domestico, un gatto. Era un cucciolo quello che Teo interpretava, un micino affettuoso ma briccone che l'analista, nei panni del bambino disubbidiente, portava a scuola. Lì il cucciolo seminava confusione, facendo i suoi bisogni sulla cattedra del maestro, che di conseguenza mortificava Teo. In un altro gioco, il gattino veniva in braccio mentre Teo doveva fare i compiti; lo invitava a giocare con lui e lo distraeva. Papà rincasava e li sorprendeva: sgridava Teo, urlava dietro al gatto che aveva fatto la pipì sul suo computer, e Teo veniva punito dovendo fare i compiti proprio nell'ora dei cartoons. Il fratellino era davanti alla televisione, Teo implorava mamma e papà, ma non c'era niente da fare. Tentava di sbirciare, ma veniva "beccato" e sottoposto a un atroce castigo.

Siamo ormai verso la fine della scuola media: il rendimento scolastico di Teo era molto migliorato, così come la sua capacità di rapportarsi agli altri e di entrare in contatto con la propria realtà interna. In questo clima, Teo raccontò un sogno che, oltre a introdurre la possibile fine dell'analisi, sembrava contenere diversi e contemporanei livelli interpretativi e confermava il loro essere entrati stabilmente nell'area del "talking": "Stavo pilotando un aereo danneggiato, perdevo bruscamente quota e urtavo una montagna. Pensavo di precipitare ma riuscivo a tenerlo su e ad atterrare, ma i freni non funzionavano! Sterzavo e alla fine l'aereo si fermava."

Un aereo che atterra

Questa produzione onirica può essere considerata un "sogno che volta pagina", segnale di un'avvenuta elaborazione e integrazione di un aspetto del mondo interno e della storia psichica dell'analizzando che aveva impegnato per un lungo periodo analista e paziente, perché non inscritto psichicamente nella mente di quest'ultimo. Ma il sogno, e con esso la ritrovata capacità onirica di produrlo, può essere considerato più in generale come l'indicatore di una raggiunta costruzione di un contenitore psichico sufficientemente elastico da poter finalmente contenere emozioni, così come del consolidamento di una funzione alfa capace di trasformarle in pensieri.

Ma per giungere a ciò, un lungo cammino è stato necessario; in questo senso, si ribadisce la rilevanza che l'enactment e il playing possono rivestire in quelle situazioni nelle quali non solo il contatto emotivo ma anche quello somatico tra il bambino e la madre sono stati per qualche motivo disturbati da eventi traumatici. Chi subisce un trauma può soffrire di un ulteriore trauma: quello di essere circondato da soggetti che vogliono dimenticare perché non hanno la forza di elaborare la sofferenza che il ricordo comporta. La situazione, già traumatica in sé, lo diviene allora maggiormente per il diniego da parte dell'ambiente. Tutto ciò ha indotto il "sonno del T.Rex", e cioè la non-rappresentabilità di alcuni aspetti inconsci di natura molto primitiva: il congelamento delle condotte libidico-aggressive del bambino nei confronti della madre, il ritiro schizoide e infine l'inibizione intellettiva hanno rappresentato le strategie psichiche difensive per affrontare l'accaduto.

Nel lavoro analitico compiuto in queste analisi, il corpo dell'analista ha svolto, per lungo tempo attraverso interpretazioni, una funzione fondamentale di substrato per esperienze emotive primarie di contatto e di allontanamento, di aggressione e di riparazione: un vero e proprio nido, precursore di un grembo psichico, dove fare annidare gli aspetti più primitivi, meno pensabili, e dunque anche più distruttivi della mente.

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