Transfert e Controtransfert: Le Complesse Dinamiche della Psiche nella Relazione Terapeutica

Il transfert, o traslazione, è un meccanismo psicologico fondamentale che si manifesta in ogni tipo di relazione interpersonale, ma trova nella cornice di un trattamento analitico la sua sede elettiva per il dispiegarsi e l'analisi. Si tratta di un processo per il quale ogni individuo tende a spostare schemi di sentimenti e pensieri, originariamente legati a figure significative del proprio passato, su una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Questo spostamento avviene in larga parte a livello inconscio, impedendo al soggetto di comprendere appieno l'origine delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri che emergono.

Rappresentazione grafica del concetto di transfert

La relazione tra analista e analizzato è, in questo senso, paragonabile a una qualsiasi storia d'amore, dove forze di attrazione e repulsione hanno modo di dispiegarsi in tutta la loro complessità. Durante la terapia, quando si crea un rapporto tra paziente e terapeuta, si verifica spesso questo strano fenomeno di transfert emotivo del paziente sul terapeuta. Che si tratti di odio, desiderio, passione o rabbia, il paziente proietta sul terapeuta i sentimenti delle sue relazioni passate, che si risvegliano durante la seduta. Questo scambio emotivo è chiamato transfert (emozioni dal paziente che passano al terapeuta) e va di pari passo con il controtransfert (risposta emotiva del terapeuta rispetto al paziente). Come la psicoanalisi, disciplina fondata da Sigmund Freud all'inizio del XX secolo, esplora le profondità della mente umana con l'obiettivo di comprendere le motivazioni inconsce che influenzano il nostro comportamento e le nostre emozioni, così il transfert è uno dei concetti cardine per comprendere queste dinamiche.

La Genesi del Transfert: Una Riatualizzazione Inconscia di Emozioni Passate

La psicoanalisi, come disciplina fondata da Sigmund Freud all'inizio del XX secolo, si propone di esplorare le profondità della mente umana per comprendere le motivazioni inconsce che influenzano il nostro comportamento e le nostre emozioni. Tra i concetti fondamentali, Freud ha descritto il meccanismo del transfert, successivamente ridefinito dai suoi contemporanei, gli psicoanalisti francesi Laplanche e Pontalis, nel loro "vocabolario della psicoanalisi".

Laplanche e Pontalis definiscono il transfert come "un processo attraverso il quale i desideri inconsci si attualizzano su certi oggetti (cioè su certe persone) nell'ambito di un certo tipo di relazione ed principalmente nell'ambito della relazione analitica". Consiste nello spostamento su un'altra persona di sentimenti, desideri e relazioni precedentemente sperimentati con persone importanti nella vita psichica del soggetto. Secondo Freud e i suoi contemporanei, il transfert è una delle condizioni per arrivare alla "guarigione", in quanto porta alla luce emozioni sepolte nell'inconscio del soggetto.

Il transfert è alimentato da un processo arcaico noto come proiezione. Consiste, in un soggetto, nel trasportare un elemento del suo spazio psichico interno (in questo caso le emozioni di una relazione) in un mondo esterno a lui, cioè su un oggetto o una persona. Questo processo psichico alla base, la proiezione, è un meccanismo primordiale e largamente inconscio.

Meccanismi di Difesa. La Proiezione

Transfert Positivo e Negativo: Le Due Facce della Medaglia Emotiva

Il transfert può manifestarsi in due forme principali, distinte dalla qualità dei sentimenti che vengono trasferiti sul terapeuta:

  • Transfert Positivo: Riguarda lo spostamento di sentimenti affettivi, quali stima, affetto, ammirazione e amore. Questo tipo di transfert è generalmente considerato auspicabile nel trattamento, poiché crea un primo livello di fiducia e consolida l'alleanza terapeutica. Può manifestarsi anche come transfert idealizzante, quando qualità estremamente positive vengono attribuite all'analista in maniera quasi cieca.
  • Transfert Negativo: Si caratterizza per lo spostamento di sentimenti ostili, come rabbia, competitività, invidia, gelosia e aggressività. Pazienti che hanno vissuto esperienze di abuso o a cui l'amore è apparso come qualcosa di estraneo potrebbero manifestare ostilità verso il terapeuta. Secondo Adler, in questo tipo di transfert il paziente si sente svalutato e umiliato e usa l'aggressività per nascondere il suo scoraggiamento e il suo senso di impotenza. Questo può portare a sospetto verso l'analista e inficiare la fiducia. Sebbene possa rappresentare una resistenza, non è un attacco personale ma una proiezione di eventi del passato del paziente.

In entrambi i casi, che si tratti di amore o odio, il transfert ha una funzione terapeutica intrinseca. Freud attribuiva al transfert il compito di creare una resistenza, che è utile in quanto porta alla coscienza la libido repressa dell'infanzia. Nel suo testo "Dinamica del transfert", spiega che nonostante costituisca una resistenza, è fondamentale per l'analisi.

Il Controtransfert: La Risposta Emotiva del Terapeuta

Il terapeuta non è un osservatore passivo nella relazione che si sviluppa con il paziente. Contrariamente all'immagine stereotipata dello psicoanalista freddo e neutrale, il terapeuta non è indifferente o insensibile all'atteggiamento transferale del paziente, sia esso positivo o negativo. Freud definì il controtransfert come "la totalità delle reazioni dell'analista al transfert del paziente, compresi i sentimenti proiettati su di lui dal paziente stesso".

Il controtransfert si manifesta con reazioni soggettive che vanno oltre il ruolo del terapeuta, rivelando la sua sensibilità alle proiezioni del paziente. Ad esempio, il terapeuta può identificarsi troppo con le storie del cliente, condividere eccessivamente aspetti di sé, o diventare troppo critico o troppo solidale. Questi comportamenti, se non gestiti professionalmente, sono spesso espressione del controtransfert.

Transfert e controtransfert vanno di pari passo: un processo non può esistere senza l'altro. La relazione terapeuta-paziente fa emergere emozioni passate e inconsce in entrambi i soggetti. Il controtransfert può riferirsi specificamente alle reazioni del terapeuta al transfert del paziente o, più in generale, ai fenomeni di transfert del terapeuta nei confronti del paziente. Si tratta di fenomeni inconsci e dunque difficili da gestire o controllare. Se non viene chiaramente identificato, il controtransfert può diventare un ostacolo insormontabile. Se il legame di transfert diventa troppo forte, lo psicoanalista è talvolta costretto a mettere fine alla terapia per preservare il paziente.

Diagramma che illustra l'interazione tra transfert e controtransfert

Il Transfert come Strumento di Cura e Via alla Guarigione

L'analisi del transfert è uno strumento di cura in psicoterapia, che permette di imparare a saper stare in relazioni sane. Il transfert è praticamente una normale "proiezione" sull'altra persona di immagini interne, provenienti cioè dal proprio mondo interiore. La relazione tra analista e analizzato è paragonabile a una qualsiasi storia d'amore, dove si mettono in atto emozioni di stima, affetto e amore per il partner, ma anche competitività, invidia, gelosia e aggressività.

Freud descrive questo fenomeno in modo vivido: "Questo amore non si limita ad obbedire, diventa esigente, domanda soddisfazione di tenerezza e sensualità, pretende l’esclusività, si fa geloso, mostra sempre più l’altro suo aspetto, e cioè una prontezza a convertirsi in ostilità e vendetta, se non può raggiungere i propri scopi. Contemporaneamente, come ogni altro amore, soverchia qualsiasi altro contenuto psichico, spegne l’interesse [del paziente] alla cura e alla guarigione, sostituendo alla nevrosi un’altra forma di malattia".

Il transfert, dunque, può essere un amore pericoloso da gestire. È infatti la proiezione sulla persona dello psicoanalista di un complesso di Edipo/Elettra che non è stato risolto, e quindi di una sessualità/amore infantile mal vissuti. Per Freud il transfert ha le caratteristiche di un amore infantile, che non ha riguardo per l’età, il sesso, l’aspetto e il comportamento della persona dell’analista.

Il transfert, come una normale proiezione, è un modo di portare alla luce un contenuto dell’inconscio rimosso e inaccettabile. Freud afferma che «il paziente riproduce, in forma intuibile, attuale, in luogo di ricordare. Il paziente riproduce, come una messa in scena, quanto ha avuto luogo nella sua vita affettiva anni prima, e questo rivivere è come un ricordare». Riaffiorano alla coscienza pulsioni, sentimenti quasi sempre di natura conflittuale e ambivalente, odio e amore vissuti nell’infanzia nei confronti di figure fortemente significative come i genitori e che vengono rivolti al terapeuta con intense spinte libidiche.

Freud parla di transfert positivo e negativo in base al sentimento prevalente nei confronti del terapeuta, che può essere affetto o ostilità. Nel transfert cosiddetto positivo si nasconde inconsciamente l’aspettativa di essere amati in chiave infantile che genera successivamente atteggiamenti di forte delusione aperta o nascosta; nel transfert negativo l’atteggiamento ostile è manifesto. Le esperienze vissute nel passato non vengono rivissute realisticamente, ma si manifestano soprattutto con immagini rappresentative, fantasie e simboli.

Freud afferma che, quando un investimento libidico infantile è rimasto “parzialmente insoddisfatto”, il soggetto “è costretto ad avvicinarsi con rappresentazioni libidiche anticipatorie ad ogni nuova persona che incontra. (…) In altre parole il soggetto vede in ogni persona nuova che incontra il potenziale genitore in grado di completare il soddisfacimento dei suoi bisogni infantili. Secondo Freud la persona inserirà il medico in una delle ‘serie’ psichiche che ha formato fino a quel momento”. Queste “serie” possono essere fondamentalmente “l’imago materna”, “l’imago paterna”, “l’imago fraterna”.

L’amore nella relazione tra psicoanalista e paziente si manifesta apparentemente attraverso il transfert. L’amore si manifesta da parte del terapeuta con l’attenzione costante sul paziente, con l’ascolto e la comprensione. Si manifesta con l’accettazione, la guida, l’incoraggiamento, il confronto, la sua presenza virtuale sempre costante e la sua offerta di aiuto in quello che per il paziente è un viaggio nell’inconscio più buio per ritrovare la luce. Il paziente è naturalmente portato a ricambiare l’amore di tipo “genitoriale” ricevuto dallo psicoterapeuta, ma non riesce a farlo nel modo più naturale e gioioso perché nella sua antica relazione con i genitori non ha appreso un modo “corretto” di amare.

Ecco che all’offerta di amore “genitoriale” un paziente ricambia con un amore infantile che nelle sue modalità mette in luce le sue necessità, i suoi antichi bisogni e i vuoti affettivi. Fondamentalmente evidenzia l’incapacità del paziente di una risposta affettiva adeguata, e cioè il suo “non saper amare”, dovuto alla impossibilità di esprimere il suo amore nella relazione col genitore o nel non riconoscere nel comportamento del genitore il valore del proprio amore. Gli esseri umani soffrono fondamentalmente per non essere stati amati abbastanza o nel modo appropriato. All’origine di una malattia psichica o di un disagio c’è spesso una ferita d’amore che li accompagna per tutta la vita. A questa ferita primaria l’Io risponde con i suoi meccanismi di difesa. Avremo una bassa auto-stima o al contrario una eccessiva autostima, tendenza alla depressione o al narcisismo. Ma le ferite d’amore possono essere curate solo dall’amore.

Il paziente però viene confuso dal suo transfert. L’intensa carica libidica con cui trasferisce la sua immagine interna sul medico lo porta spesso a desiderare con lui un amore fisico o romantico. L’amore che si manifesta in psicoterapia è libido nel senso freudiano, che scorre dal terapeuta verso il paziente e attraverso quest’ultimo torna indietro al terapeuta. Ed è un reale rapporto di amore. L’amore offerto dal terapeuta diviene per il paziente dipendenza. L’analista diviene il genitore che si occupa degli antichi bisogni rimasti da anni in attesa di soddisfazione. Riempie quel vuoto infantile e il paziente ne diventa dipendente. Alla fine la vera guarigione è la capacità che il paziente acquisisce di aprire il proprio cuore all’amore del medico. Il transfert erotico, come lo chiama Freud, romantico o sessuale, anche se può non sembrare amore “reale” per così dire, è potente e trasformante.

Evoluzione del Concetto di Transfert e Controtransfert

Agli albori della psicoanalisi, Freud scoprì che ogni paziente proietta inevitabilmente sulla persona dell’analista, tramite transfert, aspettative e rappresentazioni che traggono origine dalle interazioni con i genitori durante l’infanzia. Fin dalla pratica dell’ipnotismo, nel Settecento e Ottocento, si conosceva l’importanza dei meccanismi che guidassero la relazione medico-paziente, oggi indicati coi termini transfert - controtransfert. Ma fu il contributo di Freud a dare un fondamentale impatto alla formulazione teorica del concetto di transfert e controtransfert, da cui poi è derivata una lunga serie di sviluppi teorici ad opera di altri famosi analisti.

Freud parla di transfert, partendo da alcune considerazioni sul metodo delle libere associazioni e sulla sua validità. Tale metodo però, in alcuni momenti, si blocca ad opera di alcune circostanze, definite da Freud resistenze. Queste resistenze sono attribuibili a una spiacevole ed erronea rappresentazione del medico da parte del paziente. Nel poscritto dell’analisi del “Caso Dora” (1901) Freud espone la teoria del transfert in forma completa, declinandone i due versanti: come ostacolo e come agente della cura. L’idea principale della sua teoria è che, durante la terapia analitica, la nevrosi cessi di produrre i suoi sintomi, formandone di nuovi che coinvolgono direttamente la figura dell’analista. Dunque, venendo a mancare i vecchi sintomi, può sembrare che la nevrosi sia cessata.

Vengono così rivissute una serie di esperienze psicologiche come se appartenessero non al passato ma al presente, e fossero in relazione con lo psicoanalista: alcune di esse sono quasi identiche alle esperienze psicologiche pregresse, altre sono rifacimenti che subiscono l’influenza di fatti realmente accaduti. Ma il trattamento, sebbene ostacolato da tali distorsioni, può procedere normalmente poiché non c’è differenza se l’impulso da dominare è diretto alla persona dell’analista o a un’altra qualsiasi, infatti la psicoanalisi non genera il transfert ma lo scopre.

Il transfert ha le sue radici in alcuni modelli di comportamento che caratterizzano la vita amorosa di ogni persona, derivati da disposizioni innate o da esperienze vissute durante l’infanzia. Secondo Freud, solo una parte della libido derivante dalle esperienze del passato raggiunge il pieno sviluppo psichico, raggiungendo il livello cosciente. Ciò che resta viene rimosso e riposto nei complessi inconsci. Questa parte della libido, conservata nell’inconscio, è ciò che provoca il fenomeno del transfert.

Nel 1920 Freud opera una svolta radicale nel concetto di transfert con il saggio “Al di là del principio di piacere”. Il transfert non viene più considerato come motivato dalla resistenza, ma dalla coazione a ripetere, a sua volta a servizio della pulsione di morte. La ripetizione, dunque, rappresenta l’esistenza di un impulso negativo che tende a ripetere la situazione del passato, ridefinendo così il transfert come bisogno di ripetere. In conclusione, per Freud il transfert fu percepito come un fenomeno di scarica aderente al principio del piacere, consistente nello spostamento della pulsione agente in quel preciso momento da immagini infantili e soprattutto inconsce alla persona dell’analista. Nel processo analitico il transfert non è di ostacolo ma attiva l’impegno del paziente nel suo lavoro col medico e diventa strumento di comprensione e di interpretazione dell’analista stesso.

Il concetto di transfert ha subito, nel corso degli anni, diverse rivisitazioni teoriche da parte di altri influenti psicoanalisti. Una delle rivisitazioni più importanti è quella effettuata da H.S. Sullivan. Il cambiamento di paradigma avvenuto nel pensiero psicoanalitico si deve all’introduzione del concetto sullivaniano di “osservatore partecipe” che presuppone nell’analista l’abilità di occuparsi e di valutare attentamente anche la propria partecipazione rispetto al paziente. Gli autori interpersonalisti che hanno seguito la scia di Sullivan hanno esteso questa preziosa intuizione fino a rivoluzionare l’uso terapeutico del controtransfert in modi che Sullivan (1954) stesso non aveva clinicamente portato avanti.

Otto Kernberg concettualizza un modello, che diventa il fondamento della psicoanalisi contemporanea, chiamato Terapia focalizzata sul Transfert (Transference-Focused Psychotherapy, TFP; Clarkin, Kernberg, & Yeomans, 2006). Kernberg ha definito il suo approccio teorico come Psicologia dell’Io e delle Relazioni oggettuali, in cui confluiscono tre modelli psicoanalitici di riferimento. Kernberg parte dai limiti riscontrati nella teoria pulsionale di Freud, ovvero l’incapacità di dare delle spiegazioni adeguate alla complessità della motivazione umana, riferendosi alla teoria di Margaret Mahler, focalizzata sul processo di separazione-individuazione, e a quella di Edith Jacobson, con la definizione di mondo rappresentazionale ovvero immagini o esperienze passate da cui si ricavano mappe cognitive del mondo esterno. Una delle fasi più importanti di questa terapia è, secondo Kernberg, l’analisi dei sintomi chiave: il terapeuta si concentra sui sintomi significativi che emergono durante il colloquio, esplorandoli quando appaiono, e può operare interventi di chiarificazione, messa a confronto e interpretazioni.

Etchegoyen (1986) affermava che in ogni analisi devono esistere momenti d’amore, di innamoramento, poiché la cura riproduce le relazioni d’oggetto della triade edipica, ed è pertanto inevitabile e salutare che ciò avvenga. Eppure c’è una particolare sfumatura che desta nel terapeuta problematiche complesse. Precocemente Freud si trovò alle prese con le potenti forze dell’amore che si attivano tra paziente e analista fino a collocare l’amore al centro della riflessione sull’azione terapeutica, parlando di una guarigione mediante l’amore (amore di transfert e non amore del terapeuta) capace di tradurre l’inconscio. Infatti, sebbene inizialmente Freud collochi l’amore come centro dell’azione terapeutica, parlando di una vera e propria guarigione mediante l’amore, alcuni anni dopo, Freud sembra modificare tale posizione sull’attrazione erotica come veicolo di cura: soltanto il transfert cosciente è alleato del trattamento.

L’incertezza dello stesso Freud sul tema transfert ha portato a porsi diverse domande: l’amore di transfert è resistenza o mezzo di guarigione? È un sentimento reale o irreale? L’ambiguità di Freud è ancor più evidente nella distinzione che opera tra amore di transfert e amore fuori dall’analisi: anche se l’innamoramento da transfert costituisce una riedizione di antichi processi infantili, questo sembra essere il carattere tipico di qualsiasi innamoramento. Pur restando nella sua ambiguità sul concetto di amore di transfert e avendo scoperto solo differenze insignificanti tra amore di transfert e quello reale, Freud avverte l’analista di procedere come se l’amore manifestato in seduta non fosse reale, consigliando di tenere in pugno la situazione, in quanto in balia di forze inconsce: questo consiglio nasce probabilmente dalle preoccupazioni che Freud aveva riguardo a quel fenomeno non ancora ben definito e chiamato controtransfert.

Gabbard (1996), ha insistito sulla questione della differenza tra amore transferale e reale, analizzando gli autori successivi a Freud e ha evidenziato come l’amore nella situazione analitica ha molte più somiglianze che differenze rispetto all’amore in situazioni non analitiche: usa le stesse metafore, indossa le stesse maschere e provoca la stessa varietà di risposte negli altri. Secondo Gabbard la differenza fondamentale sta nell’atteggiamento dell’analista, volto alla riflessione, alla contemplazione e all’analisi, piuttosto che all’azione.

Kernberg (1991) ha osservato che un uomo e una donna che scoprono la loro attrazione e il loro desiderio reciproco esprimono non soltanto la loro capacità di unire inconsciamente erotismo e tenerezza, sessualità e ideale dell’Io, ma anche di reclutare l’aggressività al servizio dell’amore.

In linea generale viene riconosciuta valida la distinzione per cui la forma “benigna” di odio di transfert, come la sua controparte erotica, si manifesta in modo caratteristico nei pazienti con organizzazione nevrotica, mentre la variante “maligna”, come il transfert erotizzato, è più frequente nei pazienti con organizzazione psicotica o borderline (Kernberg, 1984).

Cosa fare, in seduta, in caso di eccessiva erotizzazione o aggressività? Secondo Gabbard (1996) le azioni terapeutiche indispensabili per creare lo spazio analitico in situazioni di intensa erotizzazione o aggressività sono il contenimento, l’interpretazione differita e l’integrazione: il contenimento si riferisce alla capacità dell’analista di pensare, metabolizzare e disintossicare i contenuti mentali che il paziente proietta in lui (Bion 1962). Il differimento e la dilazione dell’interpretazione, secondo Gabbard (1996), vanno attivati per arrivare ai problemi transferali primitivi: l’analista deve sospendere la propria attività interpretativa per tutta la durata della dinamica distruttiva e, solo dopo tale dinamica, le funzioni profonde svolte dall’erotizzazione e dall’odio, mentalmente annotate durante il processo di contenimento, possono essere interpretate. Si arriva così alla fase di integrazione: ricollegare le isole di amore con i nuclei dell’odio restituisce al paziente il senso della propria soggettività.

La Relazione Terapeutica: Un Terreno di Interdipendenza e Intersoggettività

Il rapporto psicoanalitico si dà fondamentalmente in una relazione. Questa affermazione può apparire scontata, ma forse non lo è se consideriamo l’enorme quantità di considerazioni e di scritti che in ambito psicoanalitico si sono sviluppati sul transfert (e un po’ meno, se non più di recente, sul controtransfert). Forse per una pretesa “neutralità scientifica” della posizione dell’analista nei confronti del paziente, Freud si turbò nel vedere che la neutralità del rapporto professionale era rotta dai moti affettivi del paziente nei suoi confronti. Forse anche si turbò nel vedersi per niente neutrale nel rispondere a questi moti transferali con altro turbamento affettivo.

Ma, quasi ad operare un’immediata difesa, prese distanza dagli affetti presenti nella relazione analitica e li collocò in un luogo passato, meno coinvolgente nell’attualità del rapporto e più “guardabile” con distacco. Ecco allora che il moto affettivo del transfert non riguarda questa relazione analitica, ma si riferisce a quella relazione genitoriale. O forse neanche. Piuttosto la relazione immaginata con i genitori, frutto delle fantasie e dei desideri sessuali. Il transfert è allora la proiezione sull’analista dei conflitti affettivi irrisolti (o non esaminati) del paziente attribuiti al suo rapporto con i genitori. Stia dunque tranquillo l’analista, perché “il paziente riversa sulla persona del medico una notevole aliquota di tenerezza ed affetto che non è basata su alcun rapporto reale” (Freud 1909).

Questa prospettiva è stata vista come riduttiva da molti, anche se rassicurante. Già Jung non ci credeva poi tanto. Egli considerava reale il trasporto affettivo del paziente (e dell’analista) nel rapporto analitico hic et nunc e, semmai, considerava il transfert, così come descritto da Freud, come un tentativo di sfuggire al rapporto che si dava in quel momento (Jung 1935).

A ben vedere, i termini transfert e controtransfert tradiscono già una particolare visione del soggetto umano che si trova ad essere protagonista del rapporto analitico: l’uomo visto come Io-monade. Io perché separato dal Tu; monade perché concluso in sé stesso, nei propri affetti, conflitti, desideri, moti personali. Gli affetti sono “proiettati” per uscire dall’Io-monade e raggiungere il Tu. Situazione che Robert Storolow ha bene descritto come mito psicoanalitico della “mente isolata” (Storolow e Atwood 1992). L’accento, inoltre, è posto sulle problematiche affettive del paziente, colui che trasferisce proiettando. La reazione dell’analista è una contro-reazione al transfert del paziente, di controtransfert, per l’appunto. Solo in anni più recenti si è iniziato a parlare con maggiore frequenza del “transfert dell’analista”. In più, il controtransfert spesso è stato descritto come “problema affettivo irrisolto dell’analista” (Bettinelli 2008).

Queste riflessioni intendono ricollocare il transfert e il controtransfert in una prospettiva relazionale, spingendosi oltre, tentando una lettura dei fenomeni transferali e controtransferali in una prospettiva intersoggettiva, o meglio, considerando le due fondamentali modalità di relazione: interdipendenza e intersoggettività, in prosecuzione della riflessione iniziata da Silvia Montefoschi (1977). Da questo punto di vista si rendono espliciti i bisogni e i moti affettivi che si danno nella relazione, e le modalità di accoglienza (o meno) evolutiva di questi bisogni e moti affettivi nel rapporto analitico.

In uno sguardo relazionale, innanzitutto, transfert e controtransfert possono essere visti come le modalità di interazione nel rapporto tra i soggetti coinvolti, modalità espressive del rapporto che si modellano dinamicamente (in modo dialogico) sulle risposte che via via vengono date nel rapporto stesso. Transfert e controtransfert perciò riguardano sempre l’attualità del rapporto, anche se traggono le loro modalità espressive anche da esperienze precedenti di rapporto e dalle risposte che quelle esperienze precedenti hanno suscitato. Questa concezione comporta che la trasformazione del transfert e del controtransfert implica in realtà il poter trovare modalità differenti di rapporto rispetto a quelle già attese e abituali. Modalità relazionali nuove che entrambi i soggetti interlocutori devono poter trovare, sempre nell’attualità del rapporto. Solo in questo modo i concetti di transfert e controtransfert escono dal solipsismo psichico individuale, come se la loro risoluzione implicasse un lavoro personalistico di “ritiro della proiezione” o di “analisi personale”. In altre parole, occorre passare da una concezione causalistica del transfert (proietto sull’altro i miei conflitti pulsionali all’origine) a una concezione finalistica: il transfert è quella modalità di relazione che mi permette di entrare in relazione con l’altro (mi si passi la tautologia) per quella che è la mia conoscenza attuale delle modalità di relazione.

Oserei dire che nasciamo ontologicamente dipendenti nel rapporto con il mondo, con l’altro, con noi stessi. La nostra possibilità di sopravvivenza è in stretta dipendenza da qualcun altro, un genitore che è anche caregiver, dispensatore di cure; “genitore” anche nel senso che suscita in noi la possibilità stessa di relazione con il mondo. Tanto si è scritto a proposito in psicoanalisi, assolutizzando spesso l’importanza del genitore (più che della funzione genitoriale). In ogni caso queste considerazioni ci portano a considerare l’essenzialità del rapporto di dipendenza nella sua necessità. Il primo bisogno del soggetto, infatti, si dà come bisogno di dipendenza, in quanto bisogno di relazione. La dipendenza nasce dal bisogno del soggetto di mostrarsi all’altro soggetto e dal bisogno di rispecchiarsi in lui. Kohut (1971) e Nathan Schwartz-Salant (1982) bene descrivono come questi due bisogni (“esibizione” e “rispecchiamento”) siano primari e costituiscano il punto di svolta del narcisismo primario. Pena il vissuto di irrimediabile separatezza tra soggetti umani, il passaggio dal rapporto di dipendenza è irrinunciabile. La dipendenza è il necessario motore per la conoscenza di sé e dell’altro in quanto soggetti dialoganti, conoscenza che si dà (come scrive Montefoschi) sul piano di coscienza del soggetto riflessivo ma, aggiungo io, anche sul piano esperienziale, emotivo ed affettivo. Dipendenza che, se riuscita, se cioè coinvolge entrambi i soggetti, è interdipendenza. Interdipendenza “sana” perché principio di ogni dialogo. Ma non sempre sana.

Ritengo, infatti, che all’interno del rapporto di interdipendenza occorra distinguere il rapporto “simbioticamente dipendente” dal rapporto “reciprocamente dipendente”.

Il rapporto “simbioticamente dipendente” attua il bisogno di potere e di controllo sulla relazione. Nasce da una mancanza di sintonia (tuning) con l’altro del rapporto, da un bisogno relazionale mai colmato, accompagnato da un sentimento costante di perdita dell’altro. La simbiosi, il sentire di essere se stessi solo come appendice dell’altro (e viceversa), cerca di colmare un senso di identità incerto nel soggetto. Il mostrarsi all’altro soggetto non riesce ad ottenere una risposta di rispecchiamento che fa nascere l’identità di soggetto. Spesso dietro questo tipo di rapporto interdipendente si osserva una incapacità di relazione dialogica, accompagnata dalla negazione e dalla sconferma dei propri vissuti emotivi e dei vissuti emotivi ed affettivi che si danno nella relazione stessa. La dipendenza che nasce è sostitutiva di un sentimento di distanza spesso incolmabile nella relazione. Le modalità di rapporto osservabile tendono ad essere ricattatorie, manipolative, strumentali. La soggettività dell’altro (e la propria) è vissuta come minaccia (l’altro, libero, mi lascerà) e il bisogno di controllo coincide con il tentativo di rendere l’altro (o noi stessi) oggetto, controllato e sicuro. La dipendenza simbiotica è al contempo sicurezza e minaccia: sicurezza perché l’altro non può lasciarmi, minaccia perché se l’altro si allontana io muoio. Il rapporto tende a coincidere con l’identità soggettiva: “io sono il rapporto, l’altro è il rapporto”. Non vi è spazio per la diversità soggettiva. Il pericolo è quello del collasso della propria identità di soggetto. Come difesa controdipendente, perciò, in una fase più evoluta del rapporto simbioticamente dipendente, il soggetto ha paura della dipendenza e si isola in una sorta di narcisismo che gli fa evitare ogni coinvolgimento affettivo intimo.

Il rapporto “reciprocamente dipendente” attua il bisogno di conferma nella relazione, il bisogno di mostrarsi e di rispecchiarsi nell’altro, che in questo caso trova una sintonizzazione reciproca. Trovata la propria identità, in uscita dall’identificazione fusionale con l’altro, il rischio di perdersi e di perdere l’altro nel rapporto è affrancato dal sentimento di reciprocità e di vicinanza. Vicinanza, questo è importante, che inizialmente si sperimenta con la presenza costante dell’altro e che man mano, progressivamente, può tollerare la diversità e la lontananza. Questa “tolleranza” inizia dalla ricerca delle ripetute conferme del rapporto, che si dà quindi comunque come rapporto interdipendente. Ma, pur accettando la dipendenza, posso pensare di osare come soggetto, senza paura di dover perdere l’altro se il sentimento della relazione è sufficientemente solido. I momenti di contrasto e di allontanamento sono vissuti come potenzialmente costruttivi e non come una minaccia catastrofica, a differenza del rapporto simbiotico. Il rapporto reciprocamente dipendente permette, nel tempo, una presa di coscienza della dipendenza, accompagnata da un sentimento di accoglienza della dipendenza stessa (e non dal suo fobico rifiuto). E’ la consapevolezza e l’accettazione della dipendenza, percepita come potenzialmente positiva per la relazione e non ostacolante il processo di individuazione come soggetto, che permette gradualmente il passaggio dal rapporto di interdipendenza al rapporto intersoggettivo.

Il rapporto intersoggettivo nasce dal bisogno di viversi soggetto al cospetto dell’altro. Ma più che il bisogno, che forse ancora connota il rapporto reciprocamente dipendente, il rapporto intersoggettivo lascia sorgere il desiderio di vivere l’altro come soggetto interlocutore della propria soggettività. Desiderio che nasce dal bisogno di intimità nella relazione, spazio dove mettersi in gioco in rapporto alla diversità soggettiva (e non solo alla somiglianza) dell’altro. Il rapporto intersoggettivo è accompagnato dal sentimento costante di intimità, di reciprocità, di continuità nel rapporto nonostante la diversità.

Montefoschi scrive che il dialogo intersoggettivo dell’Uno è: “Tu sei me e io sono te, ma tu sei tu e io sono io”. Direi che l’Io e il Tu lasciano spazio al Noi. La soggettività compresa nella relazione intersoggettiva non è monade, è la consapevolezza del soggetto che non è mai solo, perché si percepisce sempre dialogante con l’altro, con il mondo, con il tutto. Il sentimento che bene descrive e connota il rapporto intersoggettivo è quello dell’amore. Amore con l’A maiuscola, svincolato dal reciproco soddisfacimento del bisogno (non c’è più nessun bisogno da soddisfare, perché il bisogno è sostituito dal sentimento di “presenza” dell’altro) che è poi Amore universale.

Il rapporto di interdipendenza (quello reciprocamente dipendente) e il rapporto intersoggettivo non sono alternativi né, a mio modo di vedere, il rapporto intersoggettivo è da considerarsi semplicemente un punto di arrivo più evoluto del rapporto interdipendente. Questa concezione rischia di rendere l’intersoggettività un ideale astratto, mai raggiunto, e di sentirla in contrapposizione al rapporto dipendente. Se prescindiamo dal rapporto simbioticamente dipendente, che (anche se diffuso) rientra nell’ambito della “patologia” della relazione, potremmo invece concepire una contemporaneità del vissuto interdipendente e del vissuto intersoggettivo. Questo se però accettiamo che l’intersoggettività si fondi sulla reciproca dipendenza, vista non solo come momento evolutivo, ma anche come dialettica tra il bisogno (che riporta al singolo soggetto, vissuto come Io) e il desiderio (che fa riferimento all’altro, vissuto come Tu).

Tornando all’argomento principale di questo scritto, il transfert e il controtransfert, letti in un’ottica relazionale, possono essere ulteriormente riletti nella polarità interdipendenza-intersoggettività. Da questo punto di vista potremmo vedere il cosiddetto “transfert (e controtransfert) negativo” come l’espressione, nell’attualità della relazione analitica, di un rapporto simbioticamente dipendente. Non a caso l’aggressività, i sentimenti negativi, la noia, persino l’odio, che vengono da molti autori descritti come i sentimenti tipici del transfert (e controtransfert) negativo e della “resistenza all’analisi” sono, in realtà, sentimenti controdipendenti tipici di una costante minaccia percepita nella relazione: quella della perdita dell’altro che sfugge al nostro controllo simbiotico. L’intimità della relazione non può nascere perché nella relazione simbioticamente dipendente c’è una mancanza di accoglienza per la diversità, una non-sintonizzazione, un mancato rispecchiamento, un’impossibilità a mostrarsi all’altro.

Il “transfert e controtransfert positivo” (ma a questo punto possiamo omettere l’aggettivo “positivo”) sono invece segnale di una relazione reciprocamente dipendente che vive, via via, momenti di intersoggettività. Si capisce dunque come il transfert sia un momento necessario in analisi. Se letto in un’ottica relazionale, e non come “proiezione” in senso freudiano o junghiano, la comparsa di sentimenti di transfert (e di controtransfert) indica la nascita di intimità nella relazione analitica. Certo, indica anche la nascita di una dipendenza che, se accolta e vissuta reciprocamente in modo progressivamente consapevole, porta all’individuarsi come soggetti reciprocamente dialoganti nella relazione (intersoggettività). L’accoglimento della reciproca dipendenza, nella ricerca dell’intersoggettività, è ciò che permette la relazione analitica e, in futuro, permette al paziente di aprirsi all’amore in modo più sano e consapevole.

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