Attacchi di Panico: Comprendere, Affrontare e Superare la Paura

Aver avuto anche un singolo attacco di panico nella vita lascia un segno indelebile. L’attacco di panico è un episodio improvviso di intensa paura o disagio, accompagnato da sintomi fisici e mentali. Arriva “dal nulla”, spesso senza una causa apparente, e fa sentire la persona in serio pericolo, anche se in realtà non lo è. Durante un attacco si attiva il nostro sistema di allerta biologico: il cuore accelera, il respiro si fa affannoso, si prova vertigine, tremore, sudorazione, oppressione al petto, nausea o sensazione di svenimento.

Nonostante i soggetti con disturbi d'ansia siano alti fruitori dei servizi sanitari, con implicazioni significative sui costi diretti e indiretti dell'assistenza, solamente una minoranza di questi riceve una risposta specifica ed adeguata alla richiesta d'aiuto. In particolare, sembra che il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) sfugga frequentemente al riconoscimento a causa della sbagliata interpretazione dei sintomi da parte del paziente, dei familiari e del medico. Purtroppo, anche quando riconosciuto e diagnosticato correttamente, il DAP tende ad essere non trattato oppure trattato in modo inadeguato.

Che Cos'è un Attacco di Panico e Come si Manifesta

Gli attacchi di panico sono stati di ansia molto forte, che insorgono per lo più inaspettatamente e che provocano intensa paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire. Il termine “panico” deriva dal nome del dio Pan, il dio dei pascoli e della natura. Il dio Pan era un essere spaventoso, aveva infatti il corpo mezzo umano e mezzo caprino. Da questo mito trova origine il termine “attacchi di panico“. Gli attacchi di panico si manifestano con un’improvvisa e intensa paura in assenza di un reale pericolo, accompagnata da sintomi somatici, dovuti all’attivazione del sistema simpatico, e cognitivi (paura di impazzire, di perdere il controllo, paura di morire). La parola panico deriva dalla mitologia greca e più precisamente del “dio Pan”, metà uomo e metà caprone, che compariva all’improvviso sul cammino altrui, suscitando un terrore improvviso e poi scompariva velocemente. Infatti chiunque abbia vissuto uno o più attacchi di panico, li descrive come un’esperienza terribile, che si presenta in maniera spesso improvvisa ed inaspettata, soprattutto la prima volta.

Un attacco di panico in genere dura tra i cinque e i venti minuti anche se saltuariamente può durare di più. La durata comunque, in genere, non supera l’ora. L’attacco di panico va in remissione spontaneamente. I sintomi infatti dopo circa una ventina di minuti spariscono lasciando il soggetto in uno stato di profondo sbigottimento e allarme.

I sintomi dell’attacco di panico riguardano sia aspetti psichici che fisici. Non è necessario che durante un attacco siano presenti tutti questi sintomi, infatti spesso la manifestazione di un attacco di panico può differire da soggetto a soggetto. È possibile infatti che gli attacchi di panico si manifestino con una relativa bassa frequenza, ad esempio uno al mese. In casi più gravi gli attacchi possono essere diversi nell’arco della stessa giornata.

Secondo il DSM-5-TR, tra i sintomi più comuni che possono comparire durante un attacco di panico rientrano:

  • Palpitazioni o tachicardia: il cuore accelera bruscamente.
  • Sudorazione intensa: una risposta fisiologica di attivazione.
  • Tremori o scosse: soprattutto a carico delle mani e delle gambe.
  • Sensazione di mancanza d’aria o soffocamento.
  • Dolore o fastidio toracico: spesso interpretato come segnale cardiaco.
  • Nausea o disturbi addominali.
  • Vertigini, instabilità o sensazione di svenimento.
  • Brividi o vampate di calore.
  • Parestesie: formicolii o intorpidimento a mani, piedi o viso.
  • Derealizzazione o depersonalizzazione: sensazione di irrealtà o distacco dal sé.
  • Paura intensa di perdere il controllo, di impazzire o di morire.

Questi sintomi sono estremamente invalidanti nell’immediato, ma non determinano danni fisici: il corpo attiva una risposta d’emergenza come se fosse presente una minaccia reale, pur non essendoci.

Diagramma dei sintomi dell'attacco di panico

Le Cause e i Fattori Scatenanti

Le cause degli attacchi di panico possono essere molto diverse tra loro. In genere il primo attacco si verifica durante un periodo particolarmente stressante dell’individuo. Lo stress può essere dovuto ad un evento acuto oppure alla presenza di numerosi fattori concomitanti.

Eventi di vita stressanti, cambiamenti di ruolo (ad es. perdita del lavoro, lutti, separazioni), o la presenza di disturbi fisici possono fungere da fattori scatenanti. Non tutti i sintomi sono necessari perché si tratti di un attacco di panico. Vi sono molti attacchi caratterizzati solo o in particolare da alcuni di questi sintomi. Ad esempio, alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per es., una volta a settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti, magari con sintomi meno intensi (per es., quotidianamente per una settimana). Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco.

Il primo attacco di panico è quindi generalmente inaspettato, cioè si manifesta “a ciel sereno”, per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso.

Il Disturbo di Panico: Dall'Attacco Singolo alla Cronicità

Il disturbo di panico è un disturbo del DSM-5 presente nel capitolo dei disturbi d’ansia. È un disturbo caratterizzato dalla presenza di ricorrenti attacchi di panico (almeno due, anche se in genere gli attacchi sono molti di più) definiti come “inaspettati”. Inoltre per almeno un mese il soggetto presenta una persistente paura e preoccupazione di avere altri attacchi di panico. Questo provoca inoltre una riduzione della qualità di vita del soggetto.

Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo, più per “paura della paura” che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta “agorafobia“. L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo del panico. Costringe spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque.

La caratteristica essenziale del disturbo da attacchi di panico è la presenza di attacchi ricorrenti e inaspettati. La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi d’ansia e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi. Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento. Di solito gli attacchi sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicano necessariamente un attacco di panico. Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee anomale.

A seconda della gravità e dell’entità dell’evitamento fobico, si possono distinguere un DAP senza agorafobia e un DAP con agorafobia. In quest’ultimo caso, il soggetto tende ad evitare luoghi o situazioni dai quali potrebbe essere difficile scappare, o imbarazzanti, o nei quali non potrebbe essere soccorso nel caso di un nuovo attacco. A causa di questo quadro clinico molto disturbante, oltre la metà dei pazienti colpiti sviluppa un disturbo di tipo depressivo; è inoltre aumentato il rischio di abuso di alcool o sostanze e la frequenza di problemi coniugali. Tali disturbi sono associati ad una elevata morbilità e ad un incremento della mortalità, quest’ultima spiegata dal maggiore tasso di suicidi rispetto alla popolazione generale.

Schema del circolo vizioso del disturbo di panico con agorafobia

Agorafobia: La Paura degli Spazi e delle Situazioni

L’agorafobia, sebbene etimologicamente derivi dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), non si limita alla paura degli spazi aperti. La definizione tecnica usata dagli psichiatri è il timore di trovarsi in luoghi dove - secondo il giudizio della stessa persona agorafobica - potrebbe avvenire un attacco di panico. Si tratta quindi della paura di trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di un improvviso attacco di panico.

Le situazioni tipicamente evitate includono l’uso dei mezzi pubblici, la guida dell’auto, lo stare in mezzo a una folla, o il trovarsi in luoghi chiusi come cinema o negozi. Una delle conseguenze pericolose dell’agorafobia è quello di ridurre l’autonomia e rinunciare ad attività quotidiane piacevoli o utili per la soddisfazione personale.

Gestione e Trattamento degli Attacchi di Panico

Il primo passo fondamentale per affrontare gli attacchi di panico è capire che, per quanto spaventoso, un attacco di panico non è pericoloso. Il primo passo è comunque quello di accettare di avere un problema e di farsi aiutare. Difficilmente questi disturbi, per quanto non gravi, possono essere curati da soli. È necessario infatti l’intervento di un professionista che aiuti a trovare la strategia terapeutica più efficace. Una volta accettato il problema sarà lo specialista a indicare i passi successivi. In genere di fronte a frequenti attacchi di panico, può essere necessario escludere cause di natura organica (per questo è consigliabile fare riferimento in primis al proprio medico curante).

Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC)

La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) è considerata il trattamento più efficace per il Disturbo di Panico. Per panico e agorafobia, una cura a base di terapia cognitivo comportamentale è altamente raccomandabile e di prima scelta. Sostanzialmente è controindicato affidarsi ai farmaci o ad altre forme di psicoterapia senza intraprendere questa forma di trattamento.

Il coinvolgimento del paziente è attivo e determinante nella nascita e nella persistenza dell’attacco, che è frutto di un processo continuamente rinforzato da molti aspetti, su cui si ha più controllo di quanto si non creda. I pensieri catastrofizzanti fanno sì che le persone con attacchi di panico interpretino erroneamente i sintomi dell’ansia e li vedano come dei reali pericoli. Uno dei primi obiettivi della Terapia Cognitivo Comportamentale è aiutare il paziente a capire che gli sgradevoli sintomi fisici che prova durante l’attacco di panico sono solo una conseguenza dell’ansia. Il terapeuta spiega al paziente il circolo vizioso del panico proprio per evidenziare il ruolo delle sue interpretazioni nella genesi e nel mantenimento dei successivi attacchi di panico.

Nella terapia si utilizzano strategie verbali volte a modificare i pensieri catastrofici automatici (es., mi verrà un infarto, sverrò, ecc.). Questo fa sì che col tempo la persona impari a non aver paura delle sensazioni fisiche di ansia. Alle strategie verbali si associano tecniche volte a modificare i comportamenti problematici che mantengono il disturbo. In primis occorre contrastare gradualmente la tendenza ad evitare le situazioni temute (cioè quelle da cui non c’è immediata via di fuga). Serve inoltre aiutare il soggetto ad esporsi alle sensazioni fisiche che lo allarmano (es. tachicardia) attraverso esercizi in seduta e la ripresa di attività che vengono evitate. Ad esempio, si accompagna il paziente in un percorso in cui prendere un caffè, salire le scale di corsa, praticare sport, ecc., devono tornare a far parte della sua vita. Infine è necessario abbandonare gradualmente i cosiddetti “comportamenti protettivi”, che danno illusoria sicurezza. Infine possono essere utili tecniche di rilassamento e sopratutto strategie che aumentino la capacità del soggetto di accettare le emozioni negative.

Il secondo step del trattamento cognitivo comportamentale del disturbo di panico consiste negli esercizi di esposizione enterocettiva (esposizione alle sensazioni fisiche). Gli esercizi di esposizione enterocettiva servono a suscitare proprio le sensazioni corporee simili a quelle che si manifestano spontaneamente in caso di ansia. Indurre volontariamente i propri sintomi vuole contraddire l’abitudine a sfuggirli ed evitarli perché considerati pericolosi. L’obiettivo è, quindi, quello di mettere il paziente nelle condizioni di affrontare un episodio di tachicardia o vertigine e di superarlo senza ricorrere a mezzi di evitamento o fuga. Alla fine si impara che si tratta di episodi forse sgradevoli, ma certamente non pericolosi o mortali. E si è, quindi, in grado di affrontarli e di gestirli.

Durante il percorso di Terapia Cognitivo Comportamentale per il trattamento del disturbo da attacchi di panico, una fase importante è quella che prevede l’esecuzione degli esperimenti comportamentali per l’induzione dei sintomi in seduta. Gli esperimenti comportamentali giocano un ruolo particolarmente importante nel trattamento del panico. Questi esperimenti forniscono la prova che le sensazioni fisiche di per sé non conducono automaticamente al panico. (“…anche quando sono ansioso, aumentare il mio battito cardiaco correndo per le scale non aumenta il mio livello d’ansia”..) e permettono di scoprire che il modo in cui vengono interpretati i sintomi determina se l’ansia esita in panico oppure no ( “Quando so che il mio cuore batte forte a causa dell’esercizio fisico, non mi sento ansioso”).

Poiché molti individui con il disturbo di panico mostrano forme quanto meno lievi di evitamento agorafobico, l’esposizione graduata in vivo è una componente fondamentale della Terapia Cognitivo Comportamentale per il disturbo di panico. Nell’esposizione graduata in vivo il terapeuta aumenta gradualmente il livello di ansia in modo che il soggetto possa realizzare di essere in grado di gestire la situazione, persino con stati d’ansia elevati.

Calmare Ansia e Panico con il respiro - Meditazione Guidata Italiano

Tecniche di Mindfulness e Grounding

Mindfulness e grounding: spostare l’attenzione sul presente e sul corpo (ad es. focalizzarsi sui sintomi fisici, come la tensione muscolare, le palpitazioni cardiache, la nausea o il respiro corto) permetterà di accettarli, anche attraverso gli esercizi di Mindfulness, di abbracciarli e di fare pratica di essi per quello che sono, ovvero un normale incremento dell’attivazione fisica, al pari di quando si fa una corsa o si va in palestra.

La Respirazione Diaframmatica

Per apprendere a respirare con il diaframma dovrai sdraiarti in posizione supina, con la pancia verso l’alto, su una superficie comoda. Metti una mano sulla pancia, la nocca del pollice sull’ombelico, e l’altra sul petto, e inizia con una profonda espirazione, svuotando completamente i polmoni. Dovrai quindi iniziare a respirare lentamente cercando di far alzare la mano sulla pancia, senza che quella sul petto si muova. Inspira piano piano dal naso, senti e osserva l’aria che riempie la pancia, come se fosse un palloncino che si gonfia, ma senza esagerare, non serve farlo esplodere. Trattieni poi l’aria per qualche secondo rimanendo immobile e infine espira dalla bocca, sempre cercando di non muovere il petto, sentendo e guardando la pancia che si sgonfia lentamente. Quando espiri, lascia uscire l’aria dalla bocca senza forzarla, cerca di espirare un po’ di più di quanto hai inspirato, svuotando completamente la pancia e i polmoni. All’inizio questo modo di respirare potrà sembrarti innaturale ma se continuerai a esercitarti diventerà progressivamente automatico. Respirare con il diaframma ha soprattutto un effetto immediato sul tuo stato psico-fisico e favorisce una sensazione di rilassamento e tranquillità. In situazioni di forte stress o di attivazione ansiogena, come quando temi che stia per scatenarsi l’attacco di panico, è quindi molto utile concentrarsi sul proprio respiro e adottare una respirazione lenta e consapevole utilizzando il diaframma.

Una tecnica di respirazione spesso raccomandata è la sequenza 7-11: inspirare lentamente contando fino a 7 ed espirare contando fino a 11. Questa tecnica si è dimostrata particolarmente efficace per regolare il ritmo respiratorio e contrastare la sensazione di soffocamento tipica del panico.

Ristrutturazione Cognitiva e Pensieri Automatici

Conoscere i propri pensieri automatici negativi è fondamentale per iniziare a metterli in discussione. Questi spesso si ripetono, si somigliano e si riferiscono sempre agli stessi temi. Non basta farlo una volta, probabilmente è un esercizio che all’inizio ti sembrerà inutile o impossibile e ci vorranno decine o centinaia di tentativi, ma non demordere.

Modificare i pensieri catastrofici relativi al pericolo, anche ricorrendo a questo tipo di domande: “Hai avuto molti attacchi di panico. Qual è stata l’ultima volta che hai avuto un attacco di panico e cosa è successo dopo? Quali sono le prove che dimostrano che questo pensiero è vero? Qual è l’alternativa più probabile?”

La ristrutturazione cognitiva, che svolge due funzioni nella Terapia Cognitiva del Panico: introduce un’evidenza contraria alle interpretazioni catastrofiche errate e offre una spiegazione alternativa alle sensazioni interne. È spesso utile cominciare la ristrutturazione cognitiva con una descrizione molto chiara degli esiti catastrofici più temuti e poi generare una lista di possibili spiegazioni alternative per le sensazioni fisiche. L’obiettivo della ristrutturazione cognitiva per i soggetti con panico è quello di realizzare che la loro ansia e i loro sintomi siano dovuti alle convinzioni errate che certe sensazioni fisiche sono pericolose, che avranno un esito nefasto, che saranno insopportabili e ingestibili, che sarà impossibile controllarle e resistervi, ecc.

Esposizione Graduale e Sperimentazione Comportamentale

Il secondo step del trattamento cognitivo comportamentale del disturbo di panico consiste negli esercizi di esposizione enterocettiva (esposizione alle sensazioni fisiche). Gli esercizi di esposizione enterocettiva servono a suscitare proprio le sensazioni corporee simili a quelle che si manifestano spontaneamente in caso di ansia. Indurre volontariamente i propri sintomi vuole contraddire l’abitudine a sfuggirli ed evitarli perché considerati pericolosi. L’obiettivo è, quindi, quello di mettere il paziente nelle condizioni di affrontare un episodio di tachicardia o vertigine e di superarlo senza ricorrere a mezzi di evitamento o fuga. Alla fine si impara che si tratta di episodi forse sgradevoli, ma certamente non pericolosi o mortali. E si è, quindi, in grado di affrontarli e di gestirli.

Durante il percorso di Terapia Cognitivo Comportamentale per il trattamento del disturbo da attacchi di panico, una fase importante è quella che prevede l’esecuzione degli esperimenti comportamentali per l’induzione dei sintomi in seduta. Gli esperimenti comportamentali giocano un ruolo particolarmente importante nel trattamento del panico. Questi esperimenti forniscono la prova che le sensazioni fisiche di per sé non conducono automaticamente al panico. (“…anche quando sono ansioso, aumentare il mio battito cardiaco correndo per le scale non aumenta il mio livello d’ansia”..) e permettono di scoprire che il modo in cui vengono interpretati i sintomi determina se l’ansia esita in panico oppure no ( “Quando so che il mio cuore batte forte a causa dell’esercizio fisico, non mi sento ansioso”).

Poiché molti individui con il disturbo di panico mostrano forme quanto meno lievi di evitamento agorafobico, l’esposizione graduata in vivo è una componente fondamentale della Terapia Cognitivo Comportamentale per il disturbo di panico. Nell’esposizione graduata in vivo il terapeuta aumenta gradualmente il livello di ansia in modo che il soggetto possa realizzare di essere in grado di gestire la situazione, persino con stati d’ansia elevati.

Terapia Farmacologica

Le categorie di farmaci impiegate nella gestione degli attacchi di panico sono gli antidepressivi e le benzodiazepine. La maggior parte degli studi presenti in letteratura ha valutato l’efficacia a breve termine dei farmaci nel bloccare o ridurre la frequenza degli attacchi di panico, la capacità di ridurne l’intensità dei sintomi (gravità degli attacchi), l’effetto sull’ansia anticipatoria e sull’evitamento fobico.

Tutte le classi di farmaci sopracitate si sono dimostrate più efficaci del placebo nel ridurre la frequenza e il numero degli attacchi di panico. Ciascuno dei cinque SSRI ad oggi in commercio nel nostro paese (fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina, sertralina e citalopram) presenta dati sperimentali che ne documentano complessivamente l’efficacia nel DAP.

Il trattamento con fluvoxamina si è dimostrato efficace nel ridurre la frequenza degli attacchi di panico, con percentuali di persone libere da sintomi (i cosiddetti soggetti panic free) che oscillano, a seconda dello studio, tra il 43% e l’81%. La paroxetina, nei due studi presenti in letteratura, ha evidenziato percentuali di soggetti panic-free rispettivamente del 36% e del 75%.

Per quanto riguarda gli antidepressivi TCA, solamente l’imipramina e, in misura minore, la clomipramina sono supportati da una mole di studi in doppio cieco in soggetti affetti da attacchi di panico. L’effetto antipanico dell’imipramina è risultato superiore al placebo nei vari studi condotti, con percentuali di risposta terapeutica del 45-70% nei pazienti randomizzati al farmaco attivo, e del 15-50% nei pazienti randomizzati al placebo.

Gli studi clinici controllati che hanno valutato l’efficacia delle benzodiazepine nel DAP hanno confrontato, nella quasi totalità dei casi, l’alprazolam al placebo. Impiegato a dosaggi giornalieri compresi tra 4 e 6 mg, l’alprazolam è risultato più efficace rispetto al placebo già dopo una settimana di trattamento con percentuali di pazienti liberi da attacchi di panico del 50-75% per l’alprazolam e del 15-50% per il placebo.

È fondamentale affidarsi al proprio medico psichiatra di fiducia per la scelta di una terapia farmacologica, in quanto le terapie richiedono un attento controllo da parte di un medico. Inoltre la valutazione da parte di uno specialista può aiutare ad identificare eventuali disturbi in comorbilità al disturbo di panico (ad es. depressione, disturbi alimentari, disturbi ossessivo-compulsivi).

Prevenzione delle Ricadute e Stile di Vita Sano

Nella prevenzione delle ricadute, il terapeuta fa scrivere o scrive insieme al paziente quanto è stato appreso durante il trattamento, riguardo le cause del panico, i fattori di mantenimento, e i modi usati per superare il problema. Nel riassunto verrà scritto, sotto la guida del terapeuta, cosa fare se i sintomi fisici inattesi si verificano o se il soggetto sperimenta una ricomparsa dell’ansia. Si dovrà, infine, chiedere al paziente di valutare, su una scala da 0 a 100, quanto sarebbe penoso per lui in futuro avere attacchi di panico.

Dal momento che abbiamo visto quanto sia determinante il ruolo dello stress nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo di panico, è fondamentale adottare uno stile di vita sano e all’insegna della salute. Questo include una dieta equilibrata, un sonno regolare, attività fisica costante e tecniche di gestione dello stress come la meditazione o lo yoga.

Quando Rivolgersi a uno Specialista

Se ti ritrovi spesso a combattere con il panico, il supporto di un professionista può essere fondamentale. Rivolgersi a uno psicologo per iniziare una psicoterapia per gli attacchi di panico è un passo importante per riconquistare serenità e autonomia, specialmente se gli attacchi di panico condizionano la tua vita quotidiana. Le terapie più efficaci, secondo le evidenze scientifiche, sono la terapia cognitivo-comportamentale e l’EMDR. La prima aiuta a riconoscere e modificare pensieri e comportamenti disfunzionali, mentre l’EMDR è una tecnica che aiuta a rielaborare ricordi traumatici o stressanti che possono essere all’origine degli attacchi. Entrambe le terapie sono supportate da solide evidenze scientifiche e possono aiutarti a ritrovare il controllo sulla tua vita.

Superare gli attacchi di panico è possibile. La consapevolezza e le strategie apprese attraverso il supporto di un professionista diventano strumenti fondamentali per costruire un nuovo inizio, fatto di maggiore serenità e autonomia. Ogni passo verso la comprensione di sé e dei propri meccanismi di ansia è un tassello in più nella costruzione di una vita più libera dalla paura. Se ti riconosci in queste dinamiche, ricorda che non sei solo e che il cambiamento è possibile. Rivolgerti a un terapeuta può essere il primo passo per riconquistare il benessere che meriti.

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