Ogni assassino seriale presenta caratteristiche molto differenti l’uno dall’altro: numero di vittime, movente, modalità di esecuzione del crimine. Evidenze scientifiche hanno però trovato tratti comuni che, oltre ad alterazioni neurobiologiche e genetiche, coinvolgono anche fattori psicologici. Il bisogno di controllo e di potere sembrano essere elementi centrali della condotta omicidiaria. Cercare tratti comuni nei serial killer non è un’ambizione totalmente recente. Nel XIX secolo Cesare Lombroso (1835-1909), medico e antropologo italiano, fu il fondatore della cosiddetta antropologia criminale. Egli sviluppò la teoria dell'"uomo delinquente nato”, sostenendo che i criminali presentassero dei tratti fisici e anatomici distintivi che li rendessero riconoscibili e che li predisponessero naturalmente alla devianza. Secondo Lombroso, segni come fronte sfuggente, mandibola pronunciata, zigomi larghi, orecchie grandi e asimmetriche, occhi infossati e ravvicinati, naso adunco, bassa statura e altre peculiarità fisiche erano indizi di una sorta di “atavismo”: un ritorno a stadi primitivi dell’essere umano. In pratica, il criminale era ritenuto un individuo rimasto indietro nell’evoluzione e dunque incline a condotte violente. Queste idee oggi sono ovviamente superate, non solo perché prive di basi scientifiche, ma anche perché risultano semplificatorie e stigmatizzanti. Tuttavia, hanno contribuito a promuovere l’idea che il comportamento criminale potesse essere oggetto di studio scientifico e hanno ispirato ricerche successive sull’origine e la natura del crimine. Attualmente infatti, grazie alle tecniche di neuroimmagine e allo studio di comunanze psicologiche, i neurocriminologi iniziano a fornire le prime risposte su base scientifica riguardanti l’origine del comportamento criminale. Quello che emerge è che dietro un serial killer non c’è mai un solo fattore, ma una combinazione complessa di cause psicologiche, neurobiologiche e perfino genetiche.

La Storia della Ricerca sui Serial Killer: Da Lombroso alle Neuroscienze
La ricerca di un terreno comune tra gli individui che commettono omicidi seriali affonda le sue radici nel XIX secolo. Cesare Lombroso, figura pionieristica nell'antropologia criminale, teorizzò l'esistenza dell'"uomo delinquente nato", un individuo caratterizzato da specifici tratti fisici e anatomici che ne preannunciavano la predisposizione alla devianza. Le sue osservazioni, sebbene oggi ritenute superate e scientificamente infondate, stimolarono l'idea che il comportamento criminale potesse essere oggetto di indagine scientifica. Nonostante la sua teoria fosse basata su presupposti errati e portasse a una visione semplificata e stigmatizzante, il suo lavoro aprì la strada a studi futuri sull'eziologia del crimine.
Oggi, grazie ai progressi tecnologici e scientifici, la comprensione del fenomeno si è evoluta notevolmente. Le tecniche di neuroimmagine e lo studio delle correlazioni psicologiche hanno permesso ai neurocriminologi di iniziare a delineare le basi scientifiche del comportamento criminale. La visione attuale è quella di una complessa interazione di fattori: psicologici, neurobiologici e genetici, che concorrono a formare la personalità di un serial killer.
Definizione e Classificazione del Serial Killer: Un Fenomeno Complesso
Nel corso degli anni, la definizione stessa di "omicidio seriale" è stata oggetto di dibattito e di diverse interpretazioni da parte di istituzioni, studiosi e investigatori. L'FBI, ad esempio, definisce l'omicidio seriale come l'uccisione di due o più persone in eventi separati, con un intervallo di tempo significativo tra un omicidio e l'altro. Questo "cooling-off period", come definito dal National Institute of Justice, distingue gli omicidi seriali dagli "spree killings", ovvero uccisioni a catena senza pause. Tuttavia, la durata di questo intervallo può variare notevolmente, da poche ore a diversi anni.

Un altro elemento comune a molte definizioni è il fatto che il serial killer agisca perlopiù da solo, spesso senza conoscere le vittime e senza un motivo apparente che giustifichi l'azione omicidiaria. La serialità, quindi, non si riduce al mero numero di vittime, ma implica una continuità psicologica e una sorta di compulsività volta a soddisfare specifici bisogni di gratificazione. Spesso, le vittime presentano caratteristiche simili (età, sesso, aspetto fisico, vulnerabilità), scelte non casuali ma dettate da fantasie ricorrenti, dal bisogno di controllo o dalla rappresentazione simbolica di figure significative del passato. Questa selezione ripetitiva conferisce all'atto omicidiario una struttura ritualizzata, fondamentale per l'analisi criminologica e la costruzione del profilo del killer.
Le classificazioni dei serial killer variano ulteriormente includendo il modus operandi (pianificato, parzialmente pianificato, non pianificato), il movente (guadagno personale, erotomania, vendetta simbolica, ideologie estremiste) o il numero di vittime coinvolte. La difficoltà nel definire univocamente il fenomeno riflette la sua intrinseca complessità.
Il Profilo Psicologico del Serial Killer: Trauma, Fantasia e Controllo
Uno dei fattori più frequentemente associati alla condotta degli assassini seriali è un'infanzia traumatica. Oltre il 90% dei serial killer ha subito violenze, abbandoni o abusi sessuali. Studi indicano che una percentuale significativa di essi è stata abbandonata dalle figure genitoriali. L'esperienza di avere un genitore in carcere o considerato socialmente pericoloso è stata correlata a maggiori livelli di delinquenza e aggressività.
Altri tre fattori spesso collegati all'omicidio seriale sono la piromania, la crudeltà verso gli animali e l'enuresi infantile. Oltre il 60% dei serial killer ha sofferto di enuresi notturna durante l'infanzia e quasi tutti hanno torturato sadicamente animali. La tortura animale, in particolare, è stata identificata come un predittore di violenza futura, aumentando significativamente la probabilità di commettere atti come aggressione, stupro o omicidio. La piromania, pur non avendo dati neuroscientifici specifici, è più frequente in personalità antisociali e psicopatiche.
Il mondo interno delle fantasie gioca un ruolo cruciale. Prima di agire, molti serial killer costruiscono scenari dettagliati di dominio, vendetta, controllo e onnipotenza. Queste fantasie, inizialmente vie di fuga da emozioni ingestibili, possono evolvere e trasformarsi in azioni concrete quando la fantasia non è più sufficiente. Alla base di questi meccanismi risiede spesso un bisogno profondo e patologico di controllo. Per molti killer, la vita quotidiana è percepita come un territorio di frustrazione e impotenza; l'atto omicidiario diventa un modo per ristabilire un senso di potere assoluto.
È importante sottolineare che molti serial killer conducono una vita esteriormente normale, lavorano, hanno relazioni e interagiscono con la società senza destare sospetti, rendendoli particolarmente difficili da individuare. Non tutti sono isolati o socialmente disadattati, sebbene molti abbiano sperimentato un ritiro relazionale precoce.
I Serial Killer raccontati da uno Psichiatra
I Disturbi Mentali nei Serial Killer: Un Dibattito Aperto
La questione della malattia mentale nei serial killer è da sempre oggetto di acceso dibattito. Una corrente di pensiero sostiene che i serial killer siano individui pienamente capaci di intendere e volere, consapevoli delle loro azioni e in grado, teoricamente, di interrompere la condotta omicidiaria. Secondo questa prospettiva, l'omicidio seriale non deriverebbe da una patologia mentale che compromette la capacità volitiva, ma piuttosto da una scelta consapevole, spesso motivata dal piacere, dal controllo o dalla gratificazione personale. Autori come G. Ponti e U. Fornari ritengono che i serial killer uccidano principalmente per piacere, soffrendo di disturbi di personalità o sessuali che non intaccano le loro capacità intellettive e volitive.
Al contrario, altri studiosi ritengono che molti serial killer soffrano di disturbi mentali significativi, tali da compromettere il giudizio, il controllo degli impulsi e la percezione della realtà. In questa visione, il comportamento omicidiario può essere influenzato da stati psicotici, deliri o gravi disturbi di personalità. T. Lunde ipotizzava che la maggior parte di loro fosse psicotica o schizofrenica paranoide, agendo seguendo comandi allucinatori o deliri mistici/persecutori. F. Bruno, invece, individua in alcuni casi disturbi dissociativi della personalità, caratterizzati dalla coesistenza di più identità.
Sebbene nessuna categoria diagnostica del DSM (Manuale Statistico dei Disturbi Mentali) identifichi pienamente il comportamento del serial killer, molti presentano patologie ascrivibili a diverse categorie. Tra le più frequenti si riscontrano:
- Ritardo mentale.
- Disturbi dell’età evolutiva: disturbo disintegrativo della fanciullezza, disturbo da deficit di attenzione/iperattività, disturbo della condotta e disturbo oppositivo provocatorio.
- Disturbo da comportamento dirompente.
- Disturbi correlati all’abuso di sostanze (alcool, droghe o farmaci).
- Disturbi psicotici: schizofrenia, disturbo delirante, disturbo dissociativo dell’identità.
- Disturbi sessuali.
- Disturbo del controllo degli impulsi (disturbo esplosivo intermittente, piromania).
- Disturbi di personalità (soprattutto paranoide, schizoide, schizotipico, antisociale, borderline e narcisistico).
Questi disturbi sono spesso diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza, e la loro insorgenza può essere compresa alla luce delle esperienze familiari e sociali negative e dei traumi psicofisici che caratterizzano la storia di vita di molti serial killer.
È fondamentale precisare che la presenza di traumi, difficoltà familiari o disturbi psicopatologici non conduce automaticamente allo sviluppo di una condotta omicidiaria seriale. La maggior parte delle persone che sperimentano eventi traumatici o ricevono una diagnosi psichiatrica non diventano serial killer. Le condizioni psicopatologiche, psicologiche e sociali riscontrate rappresentano fattori di rischio, non cause deterministiche. Diventare serial killer è il risultato di una complessa interazione tra molteplici elementi: predisposizioni individuali, esperienze traumatiche precoci, dinamiche familiari disfunzionali, fattori ambientali, sociali e culturali, oltre a specifiche caratteristiche di personalità, cause neurobiologiche e persino genetiche. Ridurre il fenomeno a una singola causa è, pertanto, semplicistico e scientificamente scorretto.
Le Radici Familiari e Relazionali: Il Modello SIR
Una determinante fondamentale per la spiegazione del comportamento del serial killer è certamente l'ambiente familiare di appartenenza. I principali modelli teorici sull'omicidio seriale fanno riferimento, più o meno direttamente, all'ambiente familiare. In Italia, il modello SIR (Socio-Ambientale, Individuale, Relazionale) di Ruben De Luca, ideato nel 2001 e ampliato nel 2005 su un campione di 2230 assassini seriali, è uno dei più diffusi. Questo modello si propone di individuare i fattori determinanti del comportamento del serial killer, suddivisi in tre grandi gruppi: fattori socio-ambientali F(S), fattori individuali F(I) e fattori relazionali (R).

La famiglia, in questa classificazione, assume un ruolo determinante, comparendo sia tra i fattori socio-ambientali che tra quelli relazionali. La famiglia, come primo nucleo relazionale, influenza profondamente lo stile di relazione adulta, il comportamento, le aspettative e le modalità relazionali di un individuo. La ricerca di De Luca evidenzia come i serial killer siano spesso caratterizzati da un ambiente familiare avverso, in cui non viene favorito un adeguato sviluppo dell'empatia e dell'equilibrio emotivo. Abbandono, maltrattamenti, carenze affettive, abusi fisici, sessuali e psicologici sono esperienze traumatiche comuni.
Tuttavia, l'esposizione a tali traumi non spiega da sola il fenomeno. La resilienza gioca un ruolo cruciale: uno scarso livello di resilienza, unito a traumi significativi, può portare a esiti estremi come l'omicidio seriale. Nei serial killer, i traumi non gestiti positivamente creano le fondamenta del comportamento criminale.
La relazione con la famiglia di origine è bidirezionale: il modo in cui l'omicida seriale comunica e il modo in cui la famiglia comunica con lui sono entrambi determinanti. Un genitore svalutante, ad esempio, può compromettere il comportamento del figlio, che potrebbe arrivare a uccidere persone che gli ricordano quel genitore.
La famiglia è anche il luogo in cui si costruisce lo stile di attaccamento del soggetto, che ha un ruolo determinante nel comportamento adulto e nella relazione con la vittima. La teoria dell'attaccamento, sviluppata da Bowlby, descrive come la necessità di vicinanza con la figura di accudimento sia fondamentale per la protezione. Gli stili di attaccamento nell'adulto sono legati agli attaccamenti infantili con le figure genitoriali.
Relazioni Oggettuali e Stili di Attaccamento: La Vittima nella Mente del Killer
Meloy ha classificato le azioni aggressive degli omicidi seriali basandosi sulle relazioni oggettuali con la vittima, definite come rappresentazioni internalizzate del sé e dell'altro, comprensive dei loro complessi affettivi. L'attaccamento osservato in situazioni sociali può essere normale o patologico, influenzando l'approccio del killer alla vittima e la selezione della stessa. Queste rappresentazioni derivano dagli apprendimenti precoci in famiglia e permettono di inferire lo stile di ragionamento dell'omicida, il suo modo di selezionare le vittime e di esprimere i suoi impulsi aggressivi.
L'interazione con la vittima rivela come il serial killer la deumanizzi, proiettando su di essa la propria rappresentazione interna e lasciando tracce sulla scena del crimine. La vittima può essere vista come un "veicolo" per trasmettere un messaggio, indicando un basso livello di attaccamento e uno stile di relazione impersonale, come nel caso del voyeurismo o del sadismo feticistico. Questi killer, con uno stile di attaccamento pauroso, temono le relazioni intime e l'ansia che ne deriva, evitando il conflitto e l'intimità sociale.
Una seconda concettualizzazione è quella della "vittima come oggetto". Canter descrive uno stile di offesa caratterizzato dalla reificazione della vittima, vista come un oggetto da abusare per piacere personale. Questi offender creano contatto con la vittima in modo opportunistico, avendo difficoltà nelle relazioni personali e percependosi separati dalla vittima, ma senza esserne consapevoli a causa del loro egocentrismo. Lo stile di attaccamento evitante, tipico di persone calcolatrici e sicure di sé, si applica a questi individui. Essi isolano le reazioni affettive dalle rappresentazioni cognitive, sviluppando una visione di sé caratterizzata dall'evitamento. Le relazioni superficiali permettono loro di adescare le vittime con conversazioni e stratagemmi. La depersonalizzazione, ovvero il trattare l'altro come un oggetto negando la sua emotività, è una caratteristica comune.
La Triade di MacDonald e Altri Fattori Predittivi
La "Triade dell'assassino", teorizzata da John Marshall MacDonald nel 1963, identifica tre comportamenti specifici in bambini e adolescenti che aumentano la probabilità di divenire serial killer in età adulta:
- Piromania (Fire-setting): L'ossessione di appiccare incendi, che fornisce una sensazione di controllo assoluto.
- Crudeltà verso gli animali (Animal Cruelty): La tortura immotivata di animali, spesso vista come un allenamento per affinare le future doti di aguzzino.
- Enuresi (Enuresis): L'emissione involontaria di urina durante il sonno in età superiore ai 12 anni.
La triade di MacDonald include anche fattori come la crescita in una famiglia violenta o la presenza di privazioni materiali o affettive. Altri comportamenti che intaccano la personalità del bambino includono difficoltà nell'apprendimento scolastico, nel seguire le regole sociali e la presenza di deviate fantasie sessuali.
È importante notare che la triade è stata messa in discussione da ricercatori, i quali sottolineano che molti bambini manifestano questi comportamenti per ragioni diverse, come noia, imitazione, esplorazione o frustrazione. Pertanto, la rilevanza predittiva di questi fattori rimane oggetto di studio.
La ricerca ha evidenziato che molti serial killer hanno subito traumi infantili, come maltrattamenti fisici, psicologici o sessuali. Ad esempio, John Wayne Gacy fu malmenato dal padre e deriso, sviluppando in età adulta tendenze omosessuali represse e violenza sessuale. Richard Ramirez subì violenze dal padre e fu influenzato dai racconti del cugino reduce di guerra. David Berkowitz fu abbandonato dai genitori biologici e adottivi. Albert Fish sviluppò parafilie dopo essere stato frustato in orfanotrofio. Paul Bernardo scoprì di essere un figlio illegittimo. Carroll Cole fu violentato dalla madre. Pedro Alonso López sviluppò un odio verso la madre. Edmund Kemper fu maltrattato dalla madre e abbandonato dal padre. Ed Gein fu influenzato dalla madre religiosa e fanatica. Ted Bundy subì un trauma a causa delle menzogne della madre. Gerald Stano, invece, non sembra aver subito abusi, ma fu dato in adozione, creando un senso di non appartenenza.
Fantasie e Materiali Influenzali
L'elemento di fantasia negli assassini seriali è significativo. Essi spesso iniziano a fantasticare sull'omicidio durante l'adolescenza, con vite immaginarie ricche di sogni ad occhi aperti di dominio e uccisione. Le fantasie omicide specifiche si manifestano poi nei crimini reali. Alcuni killer sono influenzati dalla lettura sull'Olocausto, altri dal Marchese de Sade, da cui deriva il termine "sadismo". Molti fanno uso di pornografia violenta, bondage, o riviste su casi di omicidio reali. Altri possono essere affascinati da materiale meno ovvio. Jeffrey Dahmer si ispirò al personaggio dell'Imperatore Palpatine. Diversi serial killer citano la Bibbia, in particolare il Libro dell'Apocalisse, come fonte di influenza.
Un Percorso Complesso tra Biologia, Psicologia e Ambiente
La comprensione del fenomeno del serial killer richiede un approccio multidimensionale che integri teorie sociologiche, neurobiologiche e psicologiche. Le teorie sociologiche evidenziano il ruolo di fattori come la frustrazione, la sottocultura della violenza, lo stress urbano, l'emarginazione sociale e le condizioni socioeconomiche svantaggiate.
Le teorie neurobiologiche puntano a disfunzioni cerebrali, coinvolgendo aree come l'amigdala, l'ippocampo, l'ipotalamo e i lobi frontali, nonché disfunzioni dei neurotrasmettitori come la serotonina. L'alcol e le sostanze stupefacenti agiscono come cofattori scatenanti.
Le teorie psicologiche, in particolare quelle psicodinamiche, sottolineano l'importanza dell'omeostasi psicologica e della "sindrome del discontrollo". Tratti di personalità come egocentricità, impulsività, narcisismo, paranoia, sadismo e labilità emotiva sono frequentemente riscontrati. La violenza, inoltre, tende a progredire nel tempo, partendo da atti minori fino a culminare nell'omicidio.
La ricerca più recente, attraverso studi sulle neuroscienze, valuta il ruolo della risposta allo stress e dei geni coinvolti nello sviluppo dell'aggressività. Si ipotizza uno squilibrio tra cortisolo e testosterone, che determina una ridotta funzione della corteccia frontale. Studi sull'interazione gene-ambiente suggeriscono che alcuni bambini siano più vulnerabili alla qualità delle cure infantili, con conseguenze sulla disregolazione fisiologica e comportamentale.
In conclusione, il serial killer non nasce né si diventa per un singolo fattore. È il risultato di una complessa interazione tra predisposizioni individuali, esperienze traumatiche precoci, dinamiche familiari disfunzionali, fattori ambientali, sociali e culturali, oltre a specifiche caratteristiche di personalità, cause neurobiologiche e genetiche. La comprensione di questo complesso intreccio è fondamentale per affrontare un fenomeno che continua a interrogare la società e la scienza.
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