Il peso invisibile: Imparare a liberarsi dalla paura di disturbare

Se stai leggendo questo articolo, è probabile che tu appartenga a quel gruppo di persone che sperimentano una profonda difficoltà nel chiedere, nel proporre, nel prendere decisioni che potrebbero urtare la sensibilità altrui. Questa esitazione può manifestarsi in molteplici modi, spesso radicandosi in una paura profonda di dire cose sbagliate o di pensare in maniera diversa dal pensiero di chi ci sta di fronte. Di conseguenza, ci si può ritrovare ad assecondare e magari anche ad accettare situazioni scomode, che non rispecchiano la nostra vera essenza. La rinuncia a chiedere favori o aiuti diventa una strategia per evitare di "disturbare", mettendo da parte le proprie necessità e i propri desideri per non gravare sugli altri. Si tende a reprimere ciò che si sente e si prova in determinate circostanze, per il timore di ferire.

Persona che esita a parlare in gruppo

Innumerevoli volte si può avvertire il desiderio di fare un passo indietro, ma invece si compie un passo avanti, per la convinzione che altrimenti "sembra brutto". Questa tendenza porta a preferire l'osservazione all'essere osservati. Quando si parla, lo si fa a bassa voce, in maniera discreta e non invadente, nonostante un'intima voglia di urlare. In compagnia, si può avvertire frequentemente la sensazione di essere di troppo, un peso. Ci si scusa e si giustifica in anticipo per ciò che si potrebbe dire o fare, con la convinzione pregressa che sarà qualcosa di stupido e criticabile.

La trappola della condiscendenza: Vivere in funzione degli altri

La paura di dare fastidio è un aspetto caratteriale che accomuna moltissime persone. Queste vivono una vita orientata a soddisfare i bisogni altrui, mettendo in secondo piano le proprie inclinazioni, desideri e decisioni. Si tratta di un modo di vivere in funzione degli altri, che porta a mettere facilmente da parte i propri desideri e a plasmarsi in base alle aspettative altrui. Si ha a cuore il benessere altrui, facendosi in quattro, prestando attenzione a ciò che potrebbe infastidire o non piacere. Questo alimenta un circolo vizioso in cui ci si sente sempre più in dovere e mai in diritto, come se fosse normale mettersi da parte perché ormai è questo quello che si è appreso.

Adattarsi costantemente ai bisogni degli altri ha un costo elevatissimo: il prezzo da pagare è la sofferenza, spesso in silenzio, per il timore di "disturbare". Chi vive in questo modo teme di deludere le aspettative, di non essere sempre disponibile e condiscendente. Si teme di rimanere un po' più soli di quanto già ci si senta, se non si soddisfano le richieste altrui. Si pensa che andare incontro ai bisogni degli altri possa farci considerare persone "brave". Ci si interroga: cosa penseranno gli altri se non faccio quello che si aspettano?

Dietro a questo meccanismo si cela spesso una forte ricerca di approvazione. Ci si comporta come gli altri vorrebbero per ricevere in cambio affetto, disponibilità e accettazione, credendo così di stare bene. Nulla di più falso, perché basta che l'altro giri le spalle per sentirsi sprofondare in un abisso di dolore, per la separazione che avviene nonostante tutti i sacrifici fatti, e in un vortice di sensi di colpa, nel ritenersi inadeguati. Chi è incline a sentirsi in colpevole quando delude è anche più facilmente influenzabile dalle sottili strategie manipolative che altri utilizzano per impedirci di dire di no.

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Le conseguenze di un "sì" continuo: Rabbia, frustrazione e salute

Dire "sì" può quindi diventare una malsana abitudine, alimentata dalla paura di essere rifiutati non appena ci si comporta diversamente. Inoltre, essere sempre condiscendenti porta, nel lungo periodo, all'accumulo di rabbia e frustrazione per il fatto di agire anche controvoglia, pur di non deludere gli altri. Dire sempre "sì" non fa bene alla salute e, soprattutto, non ci ripara dalla possibilità di soffrire. Tanto meglio, dunque, abbandonare l'errato desiderio di piacere a tutti per imparare a piacere a se stessi.

Riconquistare la propria voce: Comunicazione, responsabilità e confini

Imparare a comunicare ciò che si pensa, esprimendo con sincerità le proprie emozioni - desideri, rabbia, disappunto - significa rivendicare il diritto di esistere. È fondamentale imparare ad essere responsabili delle proprie azioni, delle proprie emozioni e dei propri vissuti. Ognuno è responsabile di sé, non degli altri. Se si esprime un disappunto, non è colpa propria se questo non viene ben accettato da chi ci è vicino. Bisogna comprendere che non si sta facendo del male a nessuno, ma lo si farà a se stessi se si continua a fare ciò che non si vuole, ma che gli altri si aspettano.

Diventare emotivamente indipendenti significa fare le proprie scelte, correre dei rischi, definire la propria posizione. Bisogna cercare di individuare la cosa giusta per sé e perseguirla. È essenziale mettere dei confini emotivi, dei limiti, tra sé e l'altro, quando le sue richieste rischiano di diventare un peso, e difenderli. Allenare la propria capacità di dire di no, quando occorre, imparando a tollerare eventuali malcontenti altrui. Ciò che si guadagnerà, però, sarà una vita autentica.

Radici profonde: La paura di disturbare fin dalla nascita

L'espressione "non voglio disturbare" risuona in molte persone, soprattutto in passato, ma a volte riemerge ancora oggi in determinate circostanze e con alcune persone. Questa frase è spesso la manifestazione di una paura di rifiuto, vissuta, metabolizzata e creduta fin dalla tenera età. Essa dà origine a una reazione, a un modo di porsi, a una percezione interna di svantaggio, inferiorità, insicurezza e indegnità.

La questione viene spesso riproposta da chi si rivolge a professionisti, chiedendosi: "Perché ho sempre la sensazione di disturbare quando faccio una telefonata per un saluto, o semplicemente quando devo chiedere un'informazione o fare una domanda?". Il problema affonda le radici ancora più indietro, quando il feto, già nell'utero materno, fa esperienze, percepisce emozioni e stati d'animo. Ci si scusa di essere nati in un momento sbagliato, di un sesso sbagliato, di essere arrivati a sconvolgere un equilibrio già precario, a "disturbare". Si accusa, a volte, implicitamente, i genitori.

La realtà, in questi casi, è fatta di percezioni e vissuti emotivi personali che vengono incisi e impressi nelle memorie cellulari. Scusarsi in anticipo serve allora ad allontanare la paura del rifiuto, quella sensazione di essere sgraditi, sbagliati, nella speranza di sentirsi dire: "Ma no, tranquilla… non disturbi".

Il Potere del "No": Come Stabilire Confini Sacri (Il Principio di Individuazione di Jung)

Ristrutturare le memorie: Dalla paura all'accettazione

La psicologia propone un percorso di ristrutturazione delle memorie, correggendo quelle percezioni con esperienze emozionali correttive. Questo implica, ad esempio, ritornare a quel primo momento con la propria madre, con il proprio padre, e abbracciarli, accoglierli nel cuore.

Nell'era della tecnologia, anche la comunicazione scritta diventa più abbordabile. Acceso il PC, entrati in una chat, è possibile scrivere, raccontarsi, sfogarsi, "mantenere i contatti". Tuttavia, capita spesso di sentirsi dire: «Ma come mai mi hai scritto proprio ora, in questo momento? Neanche sapessi cosa sto vivendo proprio in questo periodo!». E così ci si ritrova a scrivere con persone che stanno attraversando momenti bui, di tristezza, malattia o crisi profonde.

Viene spontanea la domanda: «Ma come mai non ti sei fatto/a sentire prima? Di cosa hai paura?». È sconcertante pensare che, nel ventunesimo secolo, vi siano persone che, per paura di disturbare, hanno timore di scrivere o contattare qualcuno per poter esprimere tristezza, angoscia o fatiche. Con quale guadagno? Si dà per scontato che chiedere aiuto sia "rubare tempo", sia "disturbare".

Il ruolo dei professionisti e le conseguenze estreme

Ci si interroga sul ruolo di figure come i sacerdoti, che sono "in cura d'anime". Per quale motivo dovrebbero essere disturbati dallo scrivere un'ufficiatura, dal "prenotare" una chiesa per un matrimonio, o da una richiesta di un certificato? La situazione appare critica.

Il "non voglio disturbare" rischia di avere conseguenze irrimediabili. Quante persone arrivano a condizioni d'animo orribili, o addirittura a privarsi della vita, perché incapaci di sopportare quanto accade dentro e attorno a loro? Quanto bene fa e ci fa bene sapere di avere persone con cui parlare, con cui poter esternare ciò che ci fa stare male, ciò che ci impedisce di essere felici! E che gioia pensare e sapere che ci sono persone disponibili per questo!

A volte si ha paura di condividere la sofferenza e ciò che ci inquieta. Ma non è forse finché si è in vita che si può contare su chi ci vuole bene, su chi ci lascia uno spazio nel cuore, su chi è disposto a dedicare tempo, vita e animo per noi?

L'origine relazionale della paura e la funzione protettiva del disagio

Cosa si cela dietro al "non voglio disturbare"? Può succedere di muoversi nelle proprie relazioni vivendo nel timore di disturbare l'altro. Ci si tende a non chiedere anche quando si ha bisogno di qualcosa, ci si scusa senza una reale motivazione, si rinuncia al proprio benessere pur di non rischiare di procurare fastidio o disagio alle persone intorno.

La paura di disturbare può celare un vissuto esistenziale molto doloroso: ci si sente un peso per le altre persone se ci si mostra interamente, se si fa sentire la propria voce e le proprie intenzioni, se si manifestano dei bisogni. In sostanza, quando si diventa parte effettiva di una relazione.

Spesso la ragione di tanta cautela trova origine in parte nei modelli e messaggi relazionali familiari, via via introiettati e fatti propri, e in parte nelle strategie che le persone sviluppano in risposta ai modi in cui sono state trattate dai loro adulti di riferimento. Ad esempio, in alcune famiglie "non disturbare (gli adulti, gli altri, ecc.)" è un messaggio rivolto ai bambini, spesso esplicitamente, ma anche implicitamente, con l'intento di trasmettere una norma educativa.

La questione non è tanto il senso o la bontà del messaggio educativo in sé, quanto i modi, la rigidità, la frequenza, i contesti in cui questo viene trasmesso, e come viene recepito dal bambino. In alcuni casi, viene percepito come un messaggio espulsivo, che comunica l'assenza di spazio, con le relative emozioni dolorose che ciò comporta.

Albero con radici profonde che rappresentano l'infanzia e i rami che rappresentano le relazioni adulte

Osservando gli adulti nelle loro interazioni e stando in relazione con loro, le persone costruiscono fin da piccole una visione di sé, di come muoversi nel mondo e di quali risposte ottenere in base a come si mostrano, si comportano e si sentono. Fin dalle prime relazioni importanti, si intercetta il modo in cui ottenere riconoscimenti e affetto, ma anche evitare giudizi negativi, critiche e reazioni rabbiose. Così, se si scopre che stare al proprio posto, diligentemente e silenziosamente, si rivela un modo per essere validate dalle persone importanti e per mettersi al riparo da pericoli (come forme di violenza verbale o fisica), questo può diventare il modo in cui si tenderà a stare nel mondo relazionale.

L'invisibilità come scudo: La rinuncia all'autenticità

La paura di disturbare gli altri finisce così per assumere una funzione protettiva. Rimanendo in disparte, fino a volte a rendersi invisibili, non si rischia di sentirsi aggrediti o rifiutati. Al contempo, si preserva un'immagine di sé come persone con caratteristiche considerate amabili nella propria esperienza: riservatezza, delicatezza, docilità. Si crede che queste siano le qualità che le persone si aspettano.

Ci si ritrova a rinunciare o nascondere parti di sé, il più delle volte anche a se stessi. Si vive secondo uno schema relazionale in cui c'è spazio solo per le esigenze, i desideri e il benessere delle altre persone. Prendere ciò che è proprio può essere molto spaventoso, in molti casi persino inconcepibile.

In quest'ottica, può essere molto difficile sentirsi parte delle relazioni, anche quelle più intime. Spesso si vive con un costante senso di esclusione e trascuratezza. Questo vissuto trova una parte di realtà nell'atteggiamento che si riserva a se stessi per prima, per paura che la propria presenza arrechi disturbo all'altro: lasciarsi da parte, escludere il proprio essere, trascurare bisogni e desideri, continuando a proteggersi da ciò che si teme di più.

Come spesso accade quando si erige una difesa, a un certo punto questa finisce per contribuire a ulteriore sofferenza. Ci si taglia fuori per paura di essere tagliate fuori dagli altri, salvo poi sentire di non appartenere davvero a nessuna relazione. Allora, è incontro a quella parte di sé ancora impaurita che occorrerà andare. E poi darsi il tempo di costruire nuovi modi per rassicurarla, per rassicurarsi.

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