Michele Profeta: Il "Professore" e il Mostro di Padova

Michele Profeta, noto anche come "il professore" o "Mostro di Padova", rappresenta una delle figure più enigmatiche e complesse nel panorama dei serial killer italiani. La sua storia è quella di un uomo apparentemente distinto, educato e dall'aspetto impeccabile, la cui vita è stata segnata da un susseguirsi di fallimenti, disillusioni e, infine, da un delirio di onnipotenza che lo ha condotto a compiere due efferati omicidi.

Ritratto di Michele Profeta

Le Origini di una Personalità Complessa

Michele Profeta nasce a Palermo il 3 ottobre 1947, in una famiglia della classe medio-borghese con elevate aspirazioni per il futuro dei figli. Cresciuto all'ombra del fratello maggiore, Maurizio, considerato il figlio modello dalla madre, Michele sviluppa precocemente un complesso di inferiorità e un bisogno di grandiosità che lo accompagneranno per tutta la vita. Nonostante un buon rendimento scolastico iniziale, la sua carriera accademica è costellata di progetti incompiuti, a partire dalla facoltà di Giurisprudenza che non arriverà a completare. Già in questi anni emergono tratti distintivi della sua personalità: spiccate doti dialettiche e affabulatorie, ma anche una tendenza a vivere al di sopra delle proprie possibilità, come se il lusso e l'apparenza potessero colmare un vuoto interiore.

La sua vita sentimentale è segnata da profonde delusioni. Il primo amore, Concetta, viene osteggiato dalla madre per ragioni di ceto sociale, una ferita che non si rimarginerà mai. Il primo matrimonio con Adriana, da cui ha due figli, si conclude presto. Solo nel 1979 riesce a sposare Concetta Mordino, ma anche questo legame si incrina quando Michele scopre i diari segreti della moglie, realizzando di non conoscerla veramente. Ogni rapporto si rivela un fallimento, una conferma che nulla di ciò che tocca riesce a durare.

Una Carriera di Luci e Ombre

Negli anni Ottanta, Profeta sembra trovare una stabilità lavorativa operando nel settore immobiliare e nelle pubbliche relazioni a Palermo. Le sue abilità oratorie gli consentono di chiudere numerosi contratti e di coltivare la sua passione per l'apparire, assaporando una vita agiata fatta di belle auto e abiti su misura. Tuttavia, questa fase dorata è destinata a finire. Azziardate operazioni pubblicitarie e attività al limite della legalità lo portano a una condanna per falso in bilancio e truffa. La sua agenzia immobiliare fallisce, lasciandolo sommerso dai debiti, forse alimentati anche da una crescente passione per il gioco d'azzardo.

Per sfuggire alle pressioni degli usurai, negli anni Novanta Profeta si trasferisce al Nord, in Veneto, cercando di reinventarsi come promotore finanziario. Anche qui, le fortune sono alterne e si adatta a lavori saltuari, sempre più lontano dal mondo del lusso che aveva sognato. Un ulteriore fallimento professionale lo vede licenziato da un'agenzia immobiliare a causa dei suoi precedenti, lasciandolo sull'orlo del baratro, con due famiglie da mantenere e senza un impiego stabile.

Il Gioco di Maschere e la Doppia Vita

È in questo periodo che Profeta inizia a condurre una complessa doppia vita. Divide la sua esistenza tra Adria, dove risiede ufficialmente con la moglie Concetta e i figli, e Mestre, dove vive con l'amante Antonia Gemmati. Entrambe le donne ignorano l'esistenza dell'altra, una rete di bugie che riflette la sua incapacità di affrontare la realtà e il bisogno di creare versioni alternative della propria vita per sostenere l'immagine di successo desiderata.

Mappa dell'area di Adria e Mestre

Il Delirio di Onnipotenza e il Piano Criminale

All'inizio del 2001, Michele Profeta, cinquantatreenne, si ritrova a fare i conti con una vita costellata di fallimenti. La sua complessa personalità, caratterizzata da un'alta considerazione di sé non supportata da successi reali, sta per esplodere in quello che gli psichiatri definiranno un delirio di onnipotenza. È in questo stato mentale alterato che, il 10 gennaio 2001, prende una decisione che segnerà per sempre la sua esistenza e quella delle sue future vittime.

Seduto a un tavolo, con un normografo professionale, scrive una lettera alla Questura di Milano, inquietantemente simile alle missive del serial killer americano Zodiac. In essa, richiede 12 miliardi delle vecchie lire (oltre 15 milioni di euro attuali), minacciando omicidi casuali in qualsiasi città italiana se non verrà pubblicato un annuncio specifico sul Corriere della Sera: una delirante richiesta di lavoro per un "tornitore specializzato con dodici anni di esperienza", corredata da un numero di cellulare. È l'inizio di un piano criminale che rivela la sua megalomania: sfidare lo Stato, mettersi al centro dell'attenzione mediatica, dimostrare la propria superiorità intellettuale.

Il 15 gennaio, l'annuncio viene effettivamente pubblicato, ma le chiamate ricevute provengono solo da persone realmente interessate al lavoro. Profeta non ottiene né i soldi, né l'attenzione desiderata, né la dimostrazione della sua superiorità. È l'ennesima delusione, ma questa volta non si arrenderà.

Gli Omicidi: Un Teatro dell'Orrore

Il Tassista Pierpaolo Lissandron

Il 29 gennaio 2001, alle 20:45, Pierpaolo Lissandron, un tassista di 41 anni, sta lavorando a Padova. Un cliente distinto, ben vestito, gli chiede una corsa. Durante il tragitto, l'uomo estrae una pistola Iver Johnson calibro .32 e spara un colpo alla nuca del tassista. Lissandron muore poco dopo in ospedale, mentre l'assassino si allontana, lasciando dietro di sé il portafoglio della vittima. Non è una rapina, è qualcosa di molto più inquietante.

Taxi fermo

La Rivendicazione e il "Joker"

Il 1° febbraio, Profeta invia una seconda lettera alla Questura di Milano, rivendicando l'omicidio e specificando che "questa non è una rapina", firmandosi "Padova 1". È evidente che per lui l'omicidio è stato un mezzo per attirare l'attenzione, per dimostrare la sua determinazione. Ha ucciso un uomo innocente solo per mandare un messaggio, con la freddezza di chi considera gli altri pedine in un gioco di cui si sente il regista.

L'Agente Immobiliare Walter Boscolo e le Carte da Gioco

Il 10 febbraio 2001, Walter Boscolo, agente immobiliare, ha un appuntamento con un certo "signor Pertini" in un appartamento di via San Francesco a Padova. Quel nome, scelto forse come richiamo all'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, rivela l'ulteriore manifestazione del suo bisogno di essere "amato" e "speciale". L'incontro si trasforma in un massacro: Profeta spara tre colpi di pistola alla testa di Boscolo. La sua "firma" è più elaborata: accanto al corpo lascia due carte da gioco, i Re di quadri e di cuori, insieme a un messaggio: "anche questa non è una rapina". È l'evoluzione del suo delirio, la teatralizzazione della morte che gli varrà il soprannome di "il Joker di Padova" o "il Killer delle carte da gioco".

Le carte non sono casuali: i Re rappresentano il potere e l'autorità, tutto ciò che Profeta ha sempre desiderato e mai ottenuto. Lasciandole accanto ai cadaveri, si proclama simbolicamente sovrano di quelle esistenze spezzate.

MICHELE PROFETA: IL KILLER DELLE CARTE CHE GIOCAVA CON LA POLIZIA | True Crime Italia

Progetti di Morte e la Scelta delle Vittime

Profeta aveva pianificato un terzo omicidio, definendolo un'azione "senza rischi". Aveva contattato portieri d'albergo e altri agenti immobiliari, presentandosi sempre come "signor Pertini". Uno di questi scampa al delitto solo perché si presenta all'appuntamento con un amico, costringendo l'assassino a desistere. Le vittime venivano scelte sulla base di un criterio di apparente vulnerabilità, soggetti che non avrebbero opposto resistenza. Ma c'è di più: la sua scelta ricade su tassisti e agenti immobiliari anche per un livore maturato verso queste categorie professionali, forse legato ai fallimenti passati con una società di taxi a Palermo e con la sua agenzia immobiliare. È come se stesse uccidendo simbolicamente i settori che lo avevano deluso, vendicandosi di una vita che non gli aveva dato ciò che credeva di meritare.

La Cattura: Un Errore Fatale

Il 16 febbraio 2001, a una settimana esatta dal secondo omicidio, Michele Profeta viene fermato e arrestato a Padova mentre rincasa con la sua Škoda Felicia dopo un colloquio di lavoro. La sua cattura interrompe quella che sarebbe potuta essere una lunga scia di sangue. Il Joker di Padova aveva sottovalutato la capacità investigativa delle forze dell'ordine e, soprattutto, la propria tendenza all'errore.

Le indagini erano partite da un appunto nell'agenda di Walter Boscolo con il giorno e l'ora della chiamata del "signor Pertini". Gli investigatori scoprirono che la chiamata proveniva da una cabina telefonica dell'ospedale di Noventa Vicentina, effettuata con una scheda prepagata. La scheda, avendo ancora credito residuo, permise di rintracciare una telefonata che Profeta aveva fatto alla madre in Sicilia: un errore decisivo che restrinse il cerchio su di lui.

A incastrarlo definitivamente fu un giovane agente immobiliare che Profeta aveva contattato tre volte prima dell'omicidio di Lissandron. L'uomo lo riconobbe dalla foto segnaletica, raccontando del comportamento strano di quell'aspirante cliente che non si sfilava mai i guanti e faceva domande inquietanti. Durante la perquisizione dell'auto e delle abitazioni di Profeta, gli investigatori trovarono le prove definitive: una carta da gioco (un re di fiori) pronta per la prossima scena del crimine, il normografo utilizzato per le lettere, il revolver Iver Johnson calibro .32, ritenuto l'arma del delitto, e un mazzo di carte da cui mancavano proprio i quattro Re.

Carte da gioco, in particolare Re

Il Processo e la Condanna

Il 22 marzo 2002 inizia il processo in Corte d'Assise a Padova. Il 12 aprile, durante una perizia psichiatrica, Michele Profeta ammette per la prima volta le sue responsabilità nei due delitti. Lo psichiatra Vittorino Andreoli conferma il movente legato al delirio di onnipotenza. Tuttavia, la difesa continua a sostenere la tesi di un'incapacità di intendere e di volere.

Il 23 maggio, la Corte d'Assise di Padova lo dichiara colpevole dei delitti e lo condanna all'ergastolo e a due anni di isolamento. Nel settembre 2002, dal carcere di Voghera, Profeta consegna al suo legale un memoriale di sette pagine intitolato "Per questo ho ucciso", in cui racconta di aver sentito una "voce calma e carezzevole", identificata con la sua madrina defunta, che gli avrebbe comandato di compiere "sacrifici umani" per ottenere il perdono delle sue colpe.

Nonostante le confessioni e le perizie psichiatriche che sottolineano la sua complessa personalità, le corti confermano la sua piena capacità di intendere e di volere. La Corte d'Appello di Venezia conferma l'ergastolo nel luglio 2003, e la Cassazione ratifica la sentenza nel maggio 2004.

Una Fine Paradossale

Il 16 luglio 2004, Michele Profeta si trova nella sala degli avvocati del carcere di San Vittore a Milano. Cinquantaseienne, cardiopatico, sta sostenendo il suo primo esame universitario in Storia della filosofia per l'Università degli Studi di Milano. Forse, dopo anni di bugie e recitazione, stava cercando di trovare una versione autentica di sé stesso, di completare finalmente quegli studi che aveva sempre rimpianto di non aver concluso. Inaspettatamente, viene stroncato da un infarto proprio durante l'esame. La sua morte segna la fine di una vita tumultuosa, un epilogo paradossale per un uomo che aveva cercato la grandezza in modi estremi e distruttivi.

Michele Profeta rimane una figura emblematica della criminalità italiana, un monito sulla fragilità della psiche umana e sulle conseguenze devastanti di un ego ipertrofico unito a una vita di fallimenti e delusioni. La sua storia, sebbene conclusa, continua a interrogare sulla natura del male e sulle complessità della mente umana.

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