La Libbra di Carne Lacaniana: Desiderio, Angoscia e il Reale nell'Era Pandemica

La psicoanalisi, e in particolare il pensiero di Jacques Lacan, offre strumenti concettuali potenti per navigare le complessità del reale, specialmente in tempi di crisi e incertezza come quelli di una pandemia globale. L'inconscio, come postulato da Lacan, non è una realtà statica, ma qualcosa che si manifesta in un "tempo secondo", un processo di riaggiunta di senso. Questo concetto si rivela particolarmente pertinente quando ci confrontiamo con entità come i virus, organismi che sfidano la nostra definizione convenzionale di vita, essendo molecole proteiche che si replicano solo invadendo una cellula ospite. La loro indipendenza, letalità e prevedibilità relativa turbano le nostre usuali modalità di comprensione del reale, distinguendosi sia dal reale immutabile di un muro, sia dall'imprevedibilità di un evento catastrofico come uno tsunami.

Concetto di virus e replicazione cellulare

L'esperienza di una pandemia globale ha radicalmente alterato le nostre vite, spingendoci a riconsiderare i modi collettivi in cui affrontiamo l'assurdità dell'esistenza e un "reale senza legge". Di fronte a una minaccia come un virus, le risposte collettive che un tempo potevano sembrare efficaci, come la fede, la paranoia o l'individuazione di un "cattivo" (come tentato da alcuni leader politici), si rivelano inadeguate. È difficile attribuire intenzioni maligne a un'entità priva di desiderio. Invece, come sottolineato da Éric Laurent, è stata l'epidemiologia, con il suo approccio statistico al controllo delle popolazioni, a fornire un quadro per orientarci.

Ci isoliamo per rallentare la diffusione di un nemico che, come ricorda Romildo Rêgo-Barros, non è un nemico nel senso tradizionale del termine, poiché privo di desiderio. Paradoxalmente, le pandemie ci costringono a riconoscere la nostra natura di esseri desideranti, incapaci di liberarci dal desiderio che ci muove. Lacan, in particolare, ha enfatizzato il valore fondativo del desiderio dell'Altro, ma anche l'importanza di confrontarsi con ciò che di questo desiderio rimane indefinito. Quando riusciamo a dargli un significato, a trasformarlo in una domanda, possiamo parlarne, discuterne e negoziare, processi che tendono a portare una forma di calma.

L'Altro dell'ansia, nella metafora lacaniana, è paragonato a una gigantesca mantide religiosa. Questa figura inquietante simboleggia l'indeterminatezza del "cosa vuole da me?" che l'ansia ci pone di fronte. Che si tratti del diavolo, di un rapinatore o persino della persona amata, l'Altro ci pone di fronte a un enigma. Tuttavia, è proprio in questa indeterminatezza del desiderio dell'Altro che si apre la possibilità di esplorare il nostro proprio desiderio, interrogandoci su come siamo arrivati dove siamo e su cosa stiamo facendo della nostra vita. È in questo spazio di apparente abbandono, in cui le analogie tra cielo e terra sembrano vacillare, che possiamo trovare la forza di agire, di dire la parola mancante, di scegliere una causa o una persona.

Il virus, tuttavia, non si presenta come una mantide religiosa. Nella sua manifestazione pandemica, il "reale" che incontriamo è privo di alterità, una certezza mortale senza una localizzazione precisa. Non è sorprendente, quindi, che di fronte a questa incertezza, emergano interpretazioni prefabbricate e proiezioni di desiderio su questa "macchina proteica". Tentiamo di affrontare l'ignoto con le nostre tendenze abituali: fobie che portano a un isolamento radicale, ossessioni per la disinfezione, ipocondria o un malinconico senso di condanna. In questi momenti difficili, nel "deserto dell'Altro", si riscopre l'importanza della pratica psicoanalitica nel trovare, nel punto esatto dell'ansia, un passaggio alla dimensione del desiderio.

La testimonianza di P. B., che, colpito dalla malattia, si ritrova in isolamento a contemplare la possibilità di un confinamento eterno, rivela il valore trasformativo di un vero "evento". Non è la volontà del virus a essere determinante, ma la svolta che esso può rappresentare per il nostro desiderio e per la nostra relazione con l'Altro. In una pandemia, la questione del desiderio rimane cruciale, ma il suo posizionamento si sposta. Non è più proiettato su coloro che sono "dall'altra parte" - le periferie sociali, le minoranze, i luoghi dell'angoscia - ma su coloro che sono "da questa parte", il nostro vicino, il cassiere del supermercato, chiunque possa rappresentare una potenziale minaccia. Il virtuale diventa relativo, e ci si interroga sulla possibilità di un vero incontro senza l'incontro dei corpi, e sulla sopravvivenza della psicoanalisi attraverso mezzi virtuali.

Il desiderio come desiderio dell'Altro

Il mondo si trova di fronte ai limiti del capitalismo virulento, tendendo verso soluzioni basate sul controllo e la sorveglianza, o, nel peggiore dei casi, una "necropolitica" estesa a categorie vulnerabili. Ci si chiede se esistano vie d'uscita che includano realmente tutti, o se le soluzioni si concentreranno solo sui segmenti privilegiati della società. L'esperienza dell'inconscio, nella vita e nell'analisi, ci ricorda che anche nell'esilio e nella separazione, piccoli oggetti, canzoni e odori ci legano insieme.

La Rete Lacaniana e l'Ascolto del Reale

In questo contesto, iniziative come quelle promosse dalla Rete Lacaniana, che mirano a mantenere attivo il legame della Scuola e ad orientarlo verso il "reale" e i suoi effetti sui corpi parlanti, acquistano un valore inestimabile. L'eco di queste elaborazioni si estende, raggiungendo angoli remoti del mondo. Il motivo del balcone, emerso in modo quasi universale durante la pandemia, è diventato un luogo sociale di celebrazione, incontro, ma anche metafora del confine abitato, della finestra sull'altro e dello specchio della propria condizione. Dal balcone, si sono osservate figure eterogenee: leader incerti, professionisti che tentano di educare, mercanti opportunisti, martiri e discorsi epici, il tutto in un contesto di improvvisa fragilità.

L'esperienza personale di alcuni analisti, narrata attraverso le proprie finestre, rivela uno stato di sconcerto e silenzio. La dignità e il silenzio diventano virtù preziose. Il contatto con colleghi e amici, anche a distanza, crea un legame, una forma di presenza che preserva il transfert di lavoro e l'amicizia. La produzione di testi e elaborazioni, anche in un momento di profonda crisi, testimonia la resilienza della comunità analitica. Tuttavia, emerge anche un senso di saturazione di fronte all'eccesso di elaborazioni e di "senso" provenienti dai social network, e una disaffezione verso il discorso universitario che tende a offrire risposte preconfezionate su prevenzione, stress post-traumatico e autocura.

La preoccupazione per l'ombra concreta della crisi economica che si profila per molti, cari, pazienti e colleghi, contrasta con la tendenza a "silenziare" o mitigare questa realtà. Si teme che questo approccio superficiale possa infiltrarsi anche nelle scuole di psicoanalisi.

La Perdita e il Desiderio nella Pratica Analitica

Dal "balcone analitico", emergono riflessioni sulla pratica e sul transfert. Alcuni pazienti hanno verbalizzato la "perdita" di aspetti specifici della seduta e del suo ambiente circostante: il tragitto di andata e ritorno, la sala d'attesa, la stretta di mano, i rumori ambientali, la breve passeggiata post-seduta, il caffè al bar. L'espressione spagnola "echar de menos" - sentire la mancanza - evoca un'assenza, una perdita, un "meno" dell'esperienza analitica, segnato da un godimento non simbolizzato. Non si tratta solo della perdita dell'abitudine o del luogo spazio-temporale, ma dell'incontro con l'analista come scansione del quotidiano.

L'autunno che sopraggiunge, con gli alberi che si spogliano, diventa uno spunto per una contemplazione estetica, priva di malinconia, incentrata sulla bellezza. Questo si contrappone all'esperienza di ascolto di soggetti migranti, provenienti dall'Africa, che hanno vissuto esperienze devastanti di tortura, violenza, segregazione e tratta umana. L'ascolto di operatori sanitari, assegnati a reparti Covid, rivela un diverso tipo di segregazione e un "silenzio assordante" fatto di negazioni, senso di onnipotenza e ricorso a ideali del passato. In una guerra combattuta con microparticelle sospese nell'aria, le "trincee" del passato non sono più utilizzabili.

Il ricorso alla scienza diventa un tentativo di arginare un reale sfuggente, un modo per non rassegnarsi all'impotenza, che nell'epoca dell'Altro che non esiste e del discorso capitalistico, viene ridefinita come farsi carico della divisione soggettiva. La domanda "Come si può ricominciare?" e la consapevolezza che "non tutto sarà come prima" risuonano con forza.

Metafora del balcone come spazio di osservazione e riflessione

Il Corpo Parlante e il Reale della Pandemia

Un'analogia emerge tra coloro che hanno raccontato la loro esperienza di "merce di scambio" nelle mani dei trafficanti e coloro che si sono trovati a fare i conti con la propria condizione di contagiati, definiti potenziali "untori". Questo senso di indegnità, che copre il corpo parlante del soggetto migrante che non ha potuto sottrarsi al godimento mortifero dell'Altro, si ritrova in chi, pur avendo gestito l'angoscia del contagio con una "maniacale certezza" del tipo "tanto a me non succederà", si ritrova infine infettato dal virus.

Le condizioni delle carceri libiche, con la loro promiscuità, la mancanza di cibo e acqua, e l'azzeramento delle norme di sicurezza, creano un ambiente in cui l'essere umano è in balia dell'Altro e del suo perverso godimento. Una condizione quasi surreale, in cui il tempo si sospende, ma la pura materialità della carne umana persiste. In modo analogo, chi vive la positività da Covid-19 in un reparto ospedaliero, con i sintomi che portano all'asfissia, sperimenta una sospensione del tempo, un "nemico" che si insinua nei polmoni e nelle viscere, e un'attesa quasi magica della sua scomparsa, in assenza di risorse soggettive se non quella della resistenza. "È Dio che decide", "che il buon Dio mi aiuti e mi salvi", sono le parole che emergono in questo luogo, animato da corpi protetti ma fragili.

Lacan, il Pensiero Cinese e il "Soffio" della Vita

L'interesse di Lacan per il pensiero cinese, come testimoniato dai suoi scambi con François Cheng, rivela una ricerca profonda di concetti che potessero illuminare la sua teoria. La traduzione e l'analisi di testi classici cinesi, come il "Tao-Te-Ching", hanno portato a esplorare il concetto di "Tao", che significa sia "Via" che "Voce". Questa dualità intrinseca nel Tao, che incarna un ordine della vita e un ordine della parola, ha potuto risuonare con le elaborazioni lacaniane sul linguaggio e sul desiderio.

L'idea del "soffio" come principio generativo dell'universo, centrale nel pensiero cinese antico, offre una prospettiva alternativa alle concezioni di una volontà divina o di specifiche materie primordiali. Il soffio, come entità dinamica, capace di generare vita, spirito e materia, l'uno e il molteplice, le forme e le loro metamorfosi, rappresenta una concezione unitaria e organica dell'universo vivo, dove tutto si connette attraverso questo elemento vitale. Questo concetto di un "sapere intrasmissibile", un flusso vitale che permea l'esistenza, può essere letto in parallelo con l'inconscio lacaniano, un sapere che opera al di là della coscienza e che si manifesta attraverso il linguaggio e il desiderio.

L'Angoscia, l'Oggetto "a" e la "Libbra di Carne"

Il Seminario X di Jacques Lacan, dedicato all'angoscia, rappresenta un punto cruciale nel suo insegnamento. Qui, Lacan si allontana dalla dialettica hegeliana per abbracciare l'esperienza psicoanalitica, che non giunge a sintesi universali ma si confronta con la particolarità del soggetto barrato dal significante e con la perdita di realtà che coinvolge il corpo. L'esperienza, sempre soggettiva, si contrappone a teorie generalizzanti.

L'angoscia, secondo Lacan, non è un universale che copre e nasconde la soggettività, ma un affetto che si manifesta in modi diversi. È nell'avvicinamento e nell'intravvedimento del "bordo" dell'angoscia che si articola l'oggetto "a", causa del desiderio e elemento irriducibile del reale. La "libbra di carne" diventa metafora del costo, della necessaria dedizione e del sacrificio che implica l'accesso al proprio inconscio e la presa in carico del proprio desiderio.

Il Transfert, l'Obiezione e la Messa in Atto dell'Inconscio

Il Seminario XI, "I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi", affronta il transfert come "realtà della messa in atto dell'inconscio". Questo concetto, maturato in un periodo di scomunica per Lacan da parte di alcune istituzioni psicoanalitiche, riflette la sua obiezione alle norme e alle abitudini consolidate della comunità. La scomunica, simile a quella subita da Spinoza, simboleggia la radicalità del suo pensiero, che metteva in discussione i fondamenti stessi della psicoanalisi.

Il transfert, in questa prospettiva, non è semplicemente un amore o un odio, ma una messa in gioco della realtà dell'inconscio, un montaggio del simbolico, dell'immaginario e del reale. Le congiunture critiche della vita, sia individuali che collettive, possono portare a una "decomposizione" di questa realtà, testimoniando l'effetto del transfert. La distinzione tra "acting-out" (una messa in scena fallica, spesso moltiplicata dall'interpretazione) e "passaggio all'atto" (un atto vero, che lascia un segno indelebile) diventa cruciale. La scomunica stessa può essere interpretata come un effetto di transfert sulla persona di Lacan, un tentativo di sopprimere l'oppositore.

Il confronto con Michel Foucault, che pone l'accento sulla sorveglianza e sul "principio del proprio assoggettamento", evidenzia una divergenza con la psicoanalisi freudiana. Mentre Foucault vede nel soggetto la fonte del proprio assoggettamento, Freud indica la possibilità per l'Io di "optare per una soluzione o per l'altra", suggerendo una margine di libertà nella scelta. La passione per il concetto e per il "sistema" è condivisa da entrambi, ma la psicoanalisi lacaniana insiste sulla possibilità per il soggetto di imputarsi il proprio assoggettamento, aprendo la strada a una pratica di soggettivazione.

Il Corpo, il Linguaggio e il Godimento

L'attenzione al "corpo parlante" è fondamentale nell'analisi lacaniana, poiché rivela come l'organismo venga preso nella dialettica del soggetto e come la parola si faccia "parassita del vivente". I concetti di "oggetti a" minuscola, organi invisibili ma reali che condensano la libido, e l'idea che l'inconscio sia "irrigato dal godimento", segnano un nuovo approccio alla libido e all'inconscio, che non sono più disgiunti.

L'angoscia, legata all'eccesso e all'incontro con l'oggetto "a", diventa il punto di partenza per definire l'oggetto stesso, che fa cadere il soggetto. Il corpo, sia come immagine (stadio dello specchio) sia come organismo, viene esplorato nelle sue relazioni con il significante, il linguaggio e il godimento. La teoria del fantasma, il rapporto con l'Altro, e il modo in cui il soggetto "patisce" del significante, sono tutti elementi che si intrecciano nel complesso rapporto tra corpo, linguaggio e reale nella cura analitica. L'apertura e la chiusura, la caverna di Platone, e l'idea che l'inconscio possa essere aperto dall'esterno, offrono ulteriori prospettive sulla struttura della psiche.

La causazione del soggetto, attraverso l'alienazione e la separazione, mette in luce come il significante, pur generando il soggetto, possa anche farlo "sparire". La conoscenza di sé non è una certezza statica, ma una forma evanescente che sorge nel punto di svanimento. La scelta tra "la borsa o la vita", metafora del desiderio e del rapporto con il significante, rivela la complessità di questa dinamica. Il non-senso, il godimento, e il soggetto che sparisce per recuperare qualcosa dell'oggetto, sono tutti elementi che definiscono il complesso panorama della soggettività nell'analisi lacaniana, un percorso che, nella sua essenza, richiede un costante "pagamento con la propria libbra di carne".

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