La psicoanalisi, fin dalle sue origini freudiane, ha riconosciuto un legame profondo e indissolubile con la letteratura. Non è un caso che Sigmund Freud stesso abbia affermato: "Gli scrittori sono i precursori della psicoanalisi, e i suoi migliori alleati. Probabilmente attingiamo alle stesse fonti, lavoriamo sopra lo stesso oggetto, ciascuno di noi con un metodo diverso; e la coincidenza dei risultati sembra costituire una garanzia che abbiamo entrambi lavorato in modo corretto". Questa solidarietà tra le arti della parola e la disciplina analitica si manifesta non solo nella condivisione di temi e miti, ma anche nelle tecniche interpretative e nella stessa natura del linguaggio utilizzato.

Il Dolore Insopportabile e la Necessità di Scrivere
Il volume "Lettera. Rivista di clinica e cultura psicoanalitica 1 - I legami e l'inconscio" edito nel 2011, si propone come un osservatorio sulla contemporaneità e sul disagio della civiltà, sottolineando come la vita psichica e la vita sociale siano profondamente interconnesse. In questo contesto, emerge la figura di Marco Ercolani con il suo libro "14 luglio 1929. Due lettere a Freud". L'opera immagina due lettere apocrife indirizzate da Hugo von Hofmannsthal e Arthur Schnitzler a Sigmund Freud, nelle quali i due celebri scrittori austriaci affidano la testimonianza del dolore lancinante causato da tragedie personali.
La notte che precede il 14 luglio 1929, Franz, figlio secondogenito di Hofmannsthal, si toglie la vita. Pochi giorni dopo, mentre partecipa ai funerali del figlio a Vienna, lo scrittore muore improvvisamente per un'emorragia cerebrale. Questa tragica coincidenza si lega a un evento simile accaduto nel 1928 ad Arthur Schnitzler: Lili, la sua figlia diciannovenne, si suicida a seguito di un banale litigio. Queste vicende drammatiche aprono uno spazio per Ercolani, che tenta di accostarsi al dolore insopportabile dei due scrittori, al peso schiacciante del lutto.
La scelta di scrivere diventa, per Hofmannsthal e Schnitzler, un imperativo che si oppone alla tentazione del silenzio, un modo per dare voce al proprio dolore e sottrarsi alla morsa del tacere. Come ricorda Ercolani, Hofmannsthal si trova di fronte a una soglia, costretto a misurarsi con una forza ostile che rischia di dissolvere ogni parola: "Ma credo che ogni mio pensiero, adesso, sia una forma di errore. Le scrivo. Devo, e basta". La ricerca delle parole che possano restituire non solo il senso di quanto accaduto, ma ciò che resta della vita precedente e futura, diventa il primo passo di un percorso angosciante.
La Crisi del Linguaggio di Fronte al Caos
Di fronte a una realtà che si presenta come caos, come una sequenza incomprensibile di eventi, il linguaggio mostra la sua inadeguatezza, la sua distanza dalle cose. L'autore della "Lettera a Lord Chandos" lo sa bene: "Non basta dire a me stesso: tutto è insensato, accettalo, come si accetta un macigno schiacciato sul cranio. Un senso va cercato, parola per parola, anche se ormai tutte le parole della mia lingua sono un inservibile brusio, e so bene quante volte ho usato una maschera per essere vero, quante volte l’ho tolta dal viso prima di andare a dormire".
Scrivere diventa così un modo per restituire intensità al linguaggio, per opporsi al vuoto, al nulla. La parola è vista come "l’eredità del bisogno umano di resistere alla morte. Contiene le radici di una materia incandescente come lava, ma ha il dovere di esprimere quella barbarie con una saldezza che allontani il caos da cui nasce: deve essere sismica e cristallina". Di fronte alla fine, la scrittura cerca di mostrare la fragile armonia di una forma.
Nella lettera apocrifa, emerge la vertigine di una distanza che si rivela sempre più impercorribile. La scrittura, anziché contrastare il nulla, sembra trascinare tutto in esso: "Ma oggi non ci sono né segreti né ossessioni, tanto meno sogni. Franz è morto, e non ricordo gli anni in cui è stato vivo". L'esercizio stesso della letteratura muta il proprio significato, o forse lo perde del tutto. Inizia un altro tempo, scandito da una diversa percezione della vita: "Da giovane avrei voluto possedere un’isola e liberarmi di ogni pensiero, la testa persa nei rumori del vento. Invece scelsi la letteratura, il gioco delle maschere, la scelsi fin da adolescente, quando mi chiamavano Loris. Non avevo torto: scrivendo, potevo viaggiare ovunque, non solo su un’isola ma su migliaia di isole…". Ma ora? si chiede Hugo.

La Metamorfosi della Scrittura e del Soggetto
Questa constatazione di una crisi irreversibile non riguarda solo la scrittura di Hofmannsthal, ma coinvolge ogni espressione artistica. L'incontro con la pittura di Van Gogh, descritto dallo scrittore, ne è un esempio: persino il vortice di linee e colori, l'inquietudine delle tele del pittore, si dissolvono. "Ogni paesaggio era la punta viva di un terribile dubbio del mondo, di un nulla spalancato. Vincent Van Gogh era il nome, ignoto, di quel pittore. Mentre mi avvicinavo ad ogni suo quadro, vedevo tutti i colori in rilievo, come se il pennello fosse stato uno scalpello."
La scrittura, nella ricerca di un'impossibile cura, di un'elaborazione del lutto, subisce una metamorfosi. La lingua in cui si scrive deve essere "ghiaccio e fuoco, alta cattedrale e infimo pozzo, mela d’oro e tempesta notturna". Il "teatro dei burattini" finisce, e con esso una metamorfosi che contagia anche il soggetto, la mano che scrive. È come uscire da sé stessi, essere invasi, spogliati del proprio volto, del proprio nome: "L’identità di fantasma mi è congeniale. Vorrei una maschera che non possa più togliermi dal viso. Un altro nome. Che qualcuno mi liberi, adesso, del mio. Quanti io mi possiedono?".
La ricerca di parole che, accogliendo il vuoto della perdita, sappiano restituire il movimento e il respiro di una vita, si fa un impegno pressante, quasi un'ossessione, o forse un obiettivo irraggiungibile. La morte interroga, attende una risposta. L'Hofmannsthal tratteggiato da Ercolani, smarrito, ricerca nei sogni, nei frammenti di racconto, nelle frasi che non smettono di uscire dalla sua penna, quel tentativo di risposta, quella pagina che sciolga l'enigma. La lettera a Freud diventa il suo vero racconto a qualcuno, il racconto di chi non è più solo nella "torre severa", condividendo la sofferenza, trovando un testimone indispensabile.
La Frammentazione del Sogno e la Crisi del Linguaggio Schnitzleriano
Le pagine attribuite a Schnitzler presentano una forma diversa: brevi racconti di sogni, sequenze oniriche in cui l'evento drammatico, la morte della figlia Lili, affiora per rapidi cenni, come una scena costruita per frammenti. Eppure, anche qui, la questione del linguaggio e la legittimità di ogni forma d'arte emergono con forza. "Il segreto appartiene alla parte reale dell’uomo. Avendo deciso di non parlarti, in dettaglio, del mio principale dolore, volevo non scriverti più perché sono convinto, come affermi tu, dell’inconsistenza di ogni arte come sollievo al dolore conclusivo".
Il problema è come raccontare, come disegnare il volto tragico delle cose. Le parole si trasformano in una superficie che riflette un'unica, incancellabile immagine: "Un uomo, accanto a me, cammina tenendo uno specchio nel cavo delle mani: limitato da una semplice cornice di legno, lo specchio non riflette la città perfetta, ma un’acqua agitata e strana, scossa da onde convulse. Tutto è bloccato, tutto non può che ruotare intorno a quell’immagine apparsa nello specchio".
In questo contesto, chi narra sembra ridurre la propria presenza, mostra un corpo cui è inibito ogni gesto: "Improvvisamente sono in una camera buia: c’è una candela di fronte a uno specchio che per giorni non ha accolto nemmeno un raggio di luce e quella candela ora rispecchia il mio volto, non per quello che è: vedo il volto di un altro…". Il nome stesso di chi scrive diventa un enigma: "Ma, prima che arrivi il cibo, mi chiedono come mi chiamo. E allora comprendiamo che tutte le immagini che ci sono sfilate davanti, le brevi sequenze narrative che abbiamo letto, sono destinate a lasciarci con in mano una verità che è solo una tautologia".
Videolezione su psicoanalisi e letteratura: Freud e Jung - Parte 2 di 2
La Scrittura Apocrifa come Rivelazione Poetica e Critica
Le due lettere a Freud di Ercolani, pur nella loro finzione apocrifa, svelano la logica che governa questo tipo di scrittura e ciò che essa rappresenta per l'autore. Emergono una identità che si incrina, una voce che consegna ciò che nessun diario ha custodito. La scrittura oscilla tra vuoto e pienezza, tra insignificanza e condensazione di eventi e ombre. Le parole, in questo caso, assumono un doppio livello di significato: quello delle lettere immaginarie e quello di una micro-dichiarazione di poetica.
La finzione apocrifa porta in evidenza caratteristiche fondamentali della pagina letteraria e problemi di fondo: il ruolo dell'autore, la possibilità di deviare vite e destini, di dare loro una nuova forma. Questa forma di scrittura, praticata a lungo da Ercolani, ci porta in un "tempo altro", consente uno sguardo differente sulle opere altrui, giungendo in alcuni casi a riscrivere il passato, a compiere un atto di giustizia postuma. I suoi esiti sono molteplici: dal saggio critico al racconto fantastico.
La Psicoanalisi come Esplorazione del Linguaggio e dell'Inconscio
La letteratura d'ogni luogo e tempo si è interrogata su come dare senso alla sofferenza, riempire il vuoto di una perdita. La psicoanalisi, a sua volta, esplora come il dolore, soprattutto nella sua intensità più intollerabile, possa essere detto. Le due lettere a Freud di Marco Ercolani si inseriscono in questa direzione, avvicinandosi al "punto incandescente" dove ogni linguaggio rischia di farsi cenere. Scrivere diventa un atto di coraggio, un assumersi il rischio che ne consegue, una scommessa, il tentativo di trasformare ogni riga in una linea di confine, di interrogare il silenzio.
La rivista "Lettera" stessa, con la sua matrice lacaniana ma aperta al dialogo con altre correnti psicoanalitiche e con la cultura, testimonia questo approccio non dogmatico. L'inconscio, come indica Lacan, è il sociale. La rivista intende "vivificare la psicoanalisi", esplorando i legami e l'inconscio in una prospettiva interdisciplinare, affrontando il mondo contemporaneo e il disagio della civiltà attraverso le sensibilità più acute al discorso dell'inconscio e al valore del soggetto.
La psicoanalisi, del resto, non si limita a impadronirsi di miti letterari; essa stessa si serve di similitudini e metafore per modellizzare il proprio oggetto. Freud stesso era consapevole di aver inaugurato una "scienza di confine", oscillante tra medicina e psicologia, tra teoria e speculazione poetica. L'edificio freudiano si nutre di empiria ma si protende anche nel vuoto, "speculando, teorizzando, fantasticando". L'alto indice di metaforizzazione nella psicoanalisi la rende un "sapere misto", per metà concettuale e per metà figurale.

Interpretazione, Linguaggio e il "Sapere Misto" della Psicoanalisi
Le tecniche interpretative, applicate al testo letterario, rivelano la natura "ibrida" della teoria psicoanalitica. L'interpretazione, nel corso del tempo, si è evoluta: da una lettura volta a psicanalizzare l'autore o a considerare il personaggio come soggetto autonomo, si è giunti a un'analisi che rispetta la globalità del testo, analizza l'implicito e scompone l'eterogeneità dell'intreccio tra modalità di pensiero incompatibili.
L'affermazione lacaniana che "l'inconscio sarebbe strutturato come un linguaggio" ha aperto la strada a connessioni profonde con la retorica. I procedimenti freudiani come la condensazione e lo spostamento sono stati collegati alle figure retoriche della metafora e della metonimia. L'inconscio parla un linguaggio dominato da meccanismi tropologici, dove l'eterogeneità delle modalità linguistiche trova un "compromesso".
La retorica, da arte del discorso confinata a tecniche ornamentali, è stata riscoperta nelle sue potenzialità cognitive, paragonabili a quelle dei modelli scientifici. Questo rinnovato interesse per il linguaggio, in parte indipendente dalla mediazione lacaniana, ha alimentato l'attenzione verso l'opera di Freud, riconoscendo nella sua teoria un "sapere misto" che abbraccia sia il concettuale che il figurale. La psicoanalisi, in questo senso, non è solo una scienza, ma anche un'arte del dire, un'esplorazione del profondo attraverso le infinite sfumature del linguaggio.
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