Il volume di Pietro Barbetta, "Una tomba per Antigone. Clinica del delirio borderline", edito da Orthotes, si addentra nelle profondità dell'anoressia e di altre condizioni psicopatologiche, proponendo una prospettiva che intreccia la clinica con la cultura e l'antropologia. Barbetta, figura di spicco nel panorama della salute mentale italiana, autore di "Anoressia e isteria" e co-curatore di "Complessità e psicoterapia", affronta questioni complesse e spesso trascurate, come la natura della libido alimentare, i legami tra sintomi psicosomatici e abuso sessuale, e le voci delle persone che soffrono di anoressia, specialmente quando si esprimono in contesti online.

Il libro, pur essendo conciso, si rivela estremamente ricco, dialogando con autori di diverse discipline e attingendo a fonti eterogenee, non strettamente cliniche. Al centro della riflessione di Barbetta vi è la figura archetipica di Antigone, un nome a cui lo studioso ritorna ciclicamente, vedendola come simbolo di una grazia che, lungi dall'essere soave, genera turbamento. Antigone rappresenta l'invischiamento, la complessità dei legami familiari, ma anche una saggezza intrinseca alla sua condizione, una conoscenza delle leggi ancestrali che le deriva dalla sua posizione. Questa figura è stata oggetto di riletture stimolanti, come quella di George Steiner, che la proietta oltre il palcoscenico della tragedia greca per collegarla a esperienze di donne segnate da mutilazioni e prigionia, metaforicamente o letteralmente relegate in una "tomba".
L'Invischiamento Familiare e la Ricerca di Ordine
Il concetto di "invischiamento", introdotto da Salvador Minuchin nella psicoterapia familiare, trova spazio nell'analisi di Barbetta. Le famiglie invischiate, spesso definite "multiproblematiche", vivono in contesti di precarietà e promiscuità, dove i confini sono labili. Le donne in queste condizioni, se non private dei figli, li portano con sé, mostrando uno sguardo non di sofferenza psicologica classica, ma di rabbia e orgoglio per la loro resilienza di fronte a violenze patriarcali e istituzionali. Questo sguardo, come sottolinea Barbetta, richiama la letteratura femminile post-coloniale, con autrici come Toni Morrison e Buchi Emecheta, che narrano storie di donne che, pur oppresse, raggiungono posizioni di forza e conoscenza.
Il termine "disordine" mentale, preferito da Barbetta al più convenzionale "disturbo", porta con sé una valenza sociale che "disturbo" non possiede. Questo richiamo a Gregory Bateson e Felix Guattari, con il suo "Caosmosi", suggerisce uno slittamento dalla psichiatria ufficiale verso la letteratura e una riflessione sul rapporto tra caos e ordine. Barbetta osserva come, paradossalmente, sia proprio la gente comune, i non addetti ai lavori, ad essere affamata di ordine in un'epoca di crescente complessità.

Diagnosi, Sessualità e Pregiudizi Culturali
Barbetta critica la tendenza a sessualizzare alcune diagnosi, associando isteria e disturbo borderline alla donna, e narcisismo e disturbo antisociale all'uomo. Sottolinea come la diagnosi, essendo una categorizzazione, possa "guastare" il nostro modo di pensare, confondendo il piano ontologico (l'esistenza concreta e singolare) con quello epistemologico (le distinzioni introdotte dal discorso clinico). L'ascolto della voce, dell'urlo, del canto, del rumore ha una dimensione estetica e poetica, eterogenea rispetto alle questioni funzionali e strutturali delle categorie diagnostiche.
Il pregiudizio nell'attribuzione di diagnosi è radicato nelle nostre abitudini culturali. L'urlo di una voce femminile evoca l'isterica, mentre quello maschile spaventa e assume il senso di aggressione. Questo "pre-giudizio" condiziona la nostra interpretazione dei segnali emotivi, associando il primo al pianto disperato e il secondo all'aggressione.
La Condizione Borderline: Un Delirio di Dissenso
La condizione borderline, una delle più controverse nella storia della salute mentale, sfugge a definizioni univoche e viene spesso dispersa in cluster di sintomi confusi nei manuali diagnostici. Barbetta la interpreta non come una patologia psichiatrica, ma come un "delirio" nel senso di dissenso radicale dal modo di pensare dominante. Questo dissenso si manifesta nel contesto del confinamento, delle deportazioni e della marginalità che caratterizzano la contemporaneità, evocando immagini di persone senza fissa dimora ai margini della società.
Il trattamento del disturbo borderline di Personalità: confronto e dialogo tra approcci e modelli.
L'Inflazione Diagnostica e la Depoliticizzazione del Desiderio
Barbetta critica l'inflazione diagnostica, ovvero l'eccessiva categorizzazione delle esperienze umane. Quando una diagnosi diventa una forma dell'esistenza, un'identità che conferisce appartenenza a un gruppo omologato, si rischia di perdere la dimensione del desiderio e dell'intensità indefinita che caratterizza l'inconscio, la "macchina desiderante". Questo processo, secondo Barbetta, è collegato alla depoliticizzazione del desiderio e alla rarefazione del desiderio di aggregazione.
La condizione borderline viene associata alla virtù della disobbedienza e alla rivendicazione di una "giustizia diversa". La proliferazione di questa diagnosi è vista come il frutto della sua depoliticizzazione, che porta a una scotomizzazione del bisogno di giustizia. La giovane borderline, attraverso i segni sul suo corpo (tagli, forma fisica, sondino nasogastrico), manifesta i frammenti di questa protesta, un bisogno radicalmente negato.
Il Termine "Borderline" come Insulto e la Violazione del Diritto alla Cura
È significativo notare come il termine "borderline" sia diventato a tutti gli effetti un insulto, un'evoluzione simile a quella della parola "woke". Barbetta denuncia l'uso della diagnosi come insulto, specialmente quando viene veicolato da professionisti della salute mentale, come psicologi o assistenti sociali. Questo atteggiamento costituisce una violazione del diritto alla cura, un rifiuto di accogliere il soggetto con le sue motivazioni, anche quando queste deviano dai percorsi terapeutici convenzionali (rifiuto di farmaci, irregolarità nelle sedute, aggressività, discorsi "assurdi").
Il decadimento dell'attenzione verso gli abusi delle istituzioni socio-sanitarie è un fenomeno preoccupante, che contrasta con l'importanza di testi come "Institutional Abuse" di Bridget Penhale.
Dalla Tomba di Edipo alla Tomba di Antigone
Il titolo del libro di Barbetta, "Una tomba per Antigone", richiama volutamente "Una tomba per Edipo" di Felix Guattari e "La tomba di Antigone" di Maria Zambrano. Guattari, nella sua critica alla psicoanalisi, evoca l'Edipo che si reca a Colono accompagnato da Antigone. Barbetta esplora anche l'opera di Sofocle che si colloca tra "Edipo Re" e "Antigone", evidenziando il desiderio femminile riguardo al legame familiare, un legame "perverso e polimorfo" nel senso freudiano, poiché endogamico e incestuoso.
In definitiva, Antigone emerge come una figura perenne, un simbolo di resistenza e di una saggezza che nasce dalla sofferenza e dall'invischiamento. Le domande poste da Barbetta sull'esistenza di una libido alimentare come fulcro dell'anoressia, sui legami tra sintomi psicosomatici e abuso sessuale, e sulle voci delle anoressiche online, aprono nuove prospettive di comprensione per queste complesse condizioni umane, integrando la clinica con una profonda consapevolezza culturale e antropologica.

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