"Perché uomini che non si conoscono e che non si sono fatti nulla possono uccidersi reciprocamente?" Questo interrogativo fondamentale, che attraversa il pensiero di Erich Fromm, è il motore che lo spinge a indagare la complessa relazione tra le tendenze inconsce dell'individuo e le determinanti sociali, in un secolo che ha visto emergere sia il totalitarismo che nuove forme di libertà. La sua opera, in particolare "Anatomia della distruttività umana" (1973), si propone come un'indagine profonda sulle radici del male e della violenza che affliggono l'umanità.

Dalla Psicoanalisi alla Sociologia: Le Origini del Pensiero di Fromm
Il percorso intellettuale di Erich Fromm, come lui stesso ricostruisce in "Marx e Freud. Oltre le catene dell'illusione" (1962), affonda le sue radici in un'infanzia segnata da un padre ansioso e da una madre incline alla depressione. Questa formazione personale ha certamente nutrito il suo interesse per le dinamiche psicologiche profonde e per le loro manifestazioni nella sfera sociale. Integrando la psicoanalisi freudiana con le altre grandi scienze umane - filosofia, antropologia, sociologia, mitologia, storia delle religioni - Fromm ha sviluppato un approccio unico, ponendo la società stessa "sul lettino" dello psicoanalista per trarne una "diagnosi" sorprendentemente attuale.
Fin dal suo lavoro "L'uomo è una merce" (1947), Fromm evidenzia come l'uomo contemporaneo sia diventato un mero strumento all'interno di un meccanismo economico impersonale, dove il valore di scambio prevale sul valore umano. L'individuo, alienato dalle proprie qualità essenziali, è ridotto a una cosa il cui valore è determinato dal mercato. Questa "alienazione", concetto chiave mutuato dalla Scuola di Francoforte, descrive un essere umano "amputato delle sue qualità più squisitamente umane", rinchiuso in una routine soffocante in cui persino il lavoro ha perso la sua capacità di dare senso all'esistenza.

Oltre l'Istinto: Comprendere l'Aggressività Maligna
Un punto cruciale nell'analisi di Fromm è la sua critica alla visione istintualista dell'aggressività, come quella proposta da Konrad Lorenz. Per Fromm, l'aggressività non può essere ridotta a un tratto comportamentale isolato, ma va intesa come parte integrante del "carattere sociale", una sindrome che si manifesta in contesti specifici come gerarchie burocratiche rigide, divisioni di classe o situazioni di predominio.
Fromm distingue nettamente tra un'"aggressione difensiva", reattiva e "benigna", e un'"aggressione maligna", caratterizzata dalla crudeltà. Quest'ultima non è un semplice sfogo di energia repressa, come suggerirebbe il modello "idraulico" freudiano o la metafora della "pentola che bolle", ma affonda le sue radici in motivazioni più complesse e socialmente determinate. Un regime autoritario, ad esempio, con un apparato burocratico centralizzato e un "pathos ugualitario" di facciata, può alimentare un "entusiasmo bellico" che permette all'individuo di sentirsi nuovamente "uomo", di distinguersi e di acquisire un senso di importanza al di là del suo status sociale.
Le guerre civili, in questo senso, non mirano solo alla distruzione fisica, ma anche a quella economica, sociale e politica. Il grado di distruttività, secondo Fromm, dipende in ultima analisi dalla gravità della minaccia percepita, sia essa rivolta a luoghi di culto, valori patriottici o a ciò che l'individuo considera "sacro".
La Necrofilia come Sindrome Sociale
Uno dei concetti più potenti e inquietanti sviluppati da Fromm è quello di "necrofilia", intesa non solo nella sua accezione sessuale, ma come una vera e propria passione per tutto ciò che è morto, marcio, malato; il desiderio di trasformare il vivo in non-vivo, di distruggere per il piacere di distruggere, e un interesse esclusivo per ciò che è puramente meccanico.
Erich Fromm: libertà, amore, avere ed essere
Il termine, inizialmente coniato dal filosofo spagnolo Miguel de Unamuno per descrivere il motto "Viva la morte!" del generale Millán Astray durante la Guerra Civile Spagnola, viene ripreso da Fromm per definire un tratto caratteriale profondo, radicato nel carattere sociale. Egli individua manifestazioni di questa tendenza sia in individui in analisi che in figure storiche come Stalin, Eichmann, Speer e Hitler, trovando paralleli in leader contemporanei come Slobodan Milošević e Vladimir Putin.
Le espressioni della necrofilia sono molteplici: dai sogni alle azioni marginali e apparentemente insignificanti, come la mutilazione di piccoli oggetti o la tendenza a stuzzicare le proprie ferite. Fromm cita l'episodio di Winston Churchill che, durante un pranzo nell'Africa settentrionale, uccideva meticolosamente le mosche, un comportamento che, sebbene apparentemente banale, rivela una fissazione sulla distruzione.
Un'altra manifestazione è l'attrazione per gli scheletri, spesso giustificata come interesse professionale da parte di medici e studenti, ma che può celare pulsioni necrofile più profonde, come nel caso dello studente che portava lo scheletro a letto. La convinzione che forza e violenza siano l'unica soluzione ai problemi, l'incapacità di intravedere alternative costruttive, e la predilezione per la distruzione piuttosto che per la comprensione, sono ulteriori tratti distintivi. L'episodio biblico del giudizio di Salomone, in cui la vera madre preferisce rinunciare al figlio piuttosto che vederlo diviso, si contrappone alla donna che accetta la divisione, illustra questa dinamica distruttiva.
L'interesse marcato per le malattie e la morte, anche attraverso la lettura dei necrologi o la conversazione sui decessi altrui, rappresenta una forma più attenuata ma significativa di necrofilia. Le persone affette da questa tendenza spesso parlano con animazione di eventi tristi, manifestando un'assenza di vitalità nella conversazione, anche quando l'argomento non è di per sé macabro.
Il Carattere Mercantile e la "Fuga dalla Libertà"
Fromm analizza criticamente la società contemporanea, definendola "una società composta da individui notoriamente infelici: isolati, ansiosi, in preda a stati depressivi e a impulsi distruttivi, incapaci di indipendenza". L'uomo moderno, spogliato della sua umanità, è un essere devitalizzato, che cerca di sfuggire all'apatia e alla noia attraverso le infinite distrazioni offerte dall'industria dell'intrattenimento e dalla tecnologia.

In questa società, l'identità si confonde con il possesso: l'avere domina sull'essere. Esperienze, cultura e relazioni vengono consumate con lo stesso atteggiamento passivo riservato agli oggetti materiali. L'uomo contemporaneo, incapace di amare autenticamente, cerca protezione e cure nella relazione, atteggiandosi come nella relazione materna primaria. Le relazioni intime si riducono spesso a dinamiche sadomasochistiche, attraverso la sottomissione o la dominanza, con l'individuo che si trasforma in uno strumento per qualcun altro o per qualcos'altro.
Il "carattere mercantile" descrive un essere umano completamente alienato, privo di scopi autentici, il cui unico interesse è manipolare e funzionare. Questo tipo di individuo è quello che la società desidera per il successo, fabbricato come una merce di cui esiste una domanda.
La libertà, conquistata a caro prezzo, si trasforma in una "fuga dalla libertà". L'individuo, liberato dalle costrizioni sociali, si sente isolato, ansioso e impotente. La pretesa di onnipotenza e di libertà assoluta porta a confondere la libertà con l'affrancamento da ogni legame, generando un profondo vuoto esistenziale.
"Avere o Essere?": La Proposta di una Nuova Società
Nel suo celebre saggio "Avere o essere?" (1976), Fromm delinea una proposta radicale per uscire dall'impasse economico-ecologica e dalla "malattia" della società contemporanea. Egli distingue nettamente tra la modalità esistenziale dell'"avere" - caratterizzata dal possesso, dal controllo, dall'accumulo - e quella dell'"essere" - fondata sulla rinuncia, sulla sicurezza interiore, sull'amore, sulla condivisione e sul rispetto per la vita.

Per riscoprire una vita autentica, Fromm propone una serie di principi fondamentali:
- Disponibilità a rinunciare a tutte le forme di avere, per essere senza residui. La sicurezza e il senso di identità devono fondarsi sulla fede in ciò che si è, non sul desiderio di possedere.
- Accettazione che il significato della vita proviene dall'interno. L'indipendenza radicale dalle cose esterne è la condizione per la piena attività e per l'interesse verso gli altri.
- Gioia nel dare e condividere, non nell'accumulare e sfruttare.
- Amore e rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni. La vita e la sua crescita sono sacre, non le cose, il potere o ciò che è morto.
- Riduzione della brama di possesso, odio e illusioni.
- Sviluppo della capacità di amare e di pensare criticamente.
- Accettazione delle limitazioni dell'esistenza umana e rinuncia al narcisismo.
- Far della crescita personale e altrui lo scopo supremo dell'esistenza. Questo richiede disciplina e riconoscimento della realtà.
- Sviluppo della fantasia come mezzo per superare circostanze intollerabili, non come fuga.
- Non ingannare gli altri, ma neppure farsi ingannare. Essere innocenti, non ingenui.
- Conoscere se stessi, inclusa la parte ignota di sé.
- Identificazione con ogni forma di vita, rinunciando alla conquista e allo sfruttamento della natura.
- Libertà intesa come possibilità di essere se stessi, non come arbitrarietà o accumulo di desideri.
- Riconoscimento che il male e la distruttività sono conseguenze del fallimento del proposito di crescere.
- Trovare la felicità nel processo di continua crescita, vivendo la vita nella maniera più piena possibile.
Fromm, pur consapevole del potere delle grandi aziende e dell'apatia diffusa, immagina una nuova religione umanistica, un "socialismo umanistico" che ponga l'uomo al centro. Questo non implica necessariamente la socializzazione dei mezzi di produzione, ma una trasformazione radicale dei rapporti lavorativi, affinché il lavoro diventi espressione della forza vitale umana, riacquistando dignità e significato. La salute mentale, per Fromm, è determinata dall'adattamento della società ai bisogni dell'uomo e dalla sua capacità di promuovere tale salute.
La "città dell'essere" proposta da Fromm è un'alternativa al caos contemporaneo, una sintesi tra la saggezza spirituale e lo sviluppo del pensiero razionale, un luogo dove l'uomo possa finalmente ritrovare la propria autenticità e la connessione con il mondo che lo circonda. La sua analisi della "società malata" rimane un monito potente e una guida preziosa per comprendere le sfide del nostro tempo e per immaginare un futuro più umano.