La figura di Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, continua a esercitare un fascino inesauribile, stimolando riflessioni che trascendono i confini della disciplina da lui fondata. Gianluca Garrapa e Sergio Vitale, attraverso un'opera che si articola attorno a una lettera immaginaria di Freud e a un corpus fotografico eccezionale, offrono una prospettiva inedita e profonda sull'uomo, sul suo pensiero e sulla sua opera. La loro indagine si muove su diversi piani, intrecciando la biografia freudiana con riflessioni filosofiche, letterarie e artistiche, alla ricerca di un'autentica comprensione della complessità umana.

La Lettera Come Specchio dell'Esistenza
Il punto di partenza di questa esplorazione è una lettera fittizia di Sigmund Freud, datata 19 marzo 1939, indirizzata all'amico Engelman, un ringraziamento per un album di fotografie. Questa missiva, una delle ultime del grande pensatore prima della sua morte, diventa l'occasione per un'autobiografia non convenzionale. Sergio Vitale, autore di numerose biografie su Freud, dichiara di aver voluto variare l'angolatura prospettica, immaginando una lettera che costituisca il pretesto per ripercorrere episodi salienti della vita del padre della psicoanalisi, quelli che hanno segnato svolte significative nel suo pensiero.
L'album fotografico di Edmund Engelman, scattato nel maggio 1938 nella casa viennese di Freud, acquisisce un ruolo centrale. Vitale è guidato dall'idea che sia proprio la casa lo spazio che più di altri custodisce le tracce lasciate dal passaggio di un'esistenza. Attraverso queste immagini, Freud, o meglio, la narrazione che ne scaturisce, ricostruisce la sua vita, la sua opera, ripercorrendo gli anni della sua attività psicoanalitica. Questo è il "contenuto manifesto", per dirla con Garrapa.
La Fotografia Come Metafora dell'Inconscio
La fotografia, in questa prospettiva, diventa una potente metafora dell'inconscio. Come afferma Garrapa, "nella scrittura della luce, la fotografia, non tutto si coglie. Qualcosa si perde: è questo l’inconscio ottico?". Vitale riprende e sviluppa questo concetto, richiamando Walter Benjamin: per Benjamin, la fotografia riesce a recuperare ciò che il nostro occhio non sa, perché non lo vede. "Così come ciò che la coscienza non coglie costituisce l’inconscio psichico, allo stesso modo ciò che l’occhio non coglie costituisce l’inconscio ottico". Questa analogia si estende ulteriormente: "analogamente, potrei dire che quanto il nostro orecchio non percepisce rappresenta quell’inconscio uditivo che determinati dispositivi consentono di rivelare".
La fotografia viene quindi vista come una "protesi dell’occhio che ne aumenta la potenza", così come la psicoanalisi freudiana può essere considerata una "protesi della coscienza che mira ad ampliare il suo potere". Freud emerge come una figura attenta alle novità tecnologiche, capace di ascoltare e vedere negli oggetti esterni la "dilatazione stessa dell’inconscio, una sorta di espansione dello stato psichico che plasma le cose". L'ascolto, per Freud, è un elemento fondamentale dell'analisi, dove "l’orecchio si sostituisce all’occhio per sorprendere e captare la sonorità ancor prima del messaggio, dell’ostensione di senso intelligibile".

La Casa Come Spazio del Pensiero
La struttura architettonica della casa di Freud assume anch'essa un valore metaforico. Garrapa riflette sul fatto che il piano della sua abitazione fosse un ammezzato, uno spazio intermedio e liminale, che partecipa sia del piano terreno, legato al traffico della strada, sia del piano nobile, più composto e segreto della vita familiare. Questa riflessione si lega all'idea che esista un rapporto stretto tra la casa in cui si abita e lo sviluppo del pensiero. Vitale cita esempi emblematici come la baita di Martin Heidegger nella Selva Nera, quella di Ludwig Wittgenstein su un fiordo norvegese, o la dimora progettata dallo stesso Wittgenstein a Vienna.
Metafore, Analogia e la "Scuola del Sospetto"
L'opera di Freud è costellata di metafore, che Garrapa distingue in due categorie: quelle con funzione pedagogica o esegetica, come la metafora dell'apparecchio fotografico e del telefono, e quelle "costitutive di teoria", la più importante delle quali è la metafora archeologica, spina dorsale della dottrina psicoanalitica.
Vitale sottolinea come Freud sia un esponente della "scuola del sospetto", secondo cui lo sguardo psicoanalitico è portato a dubitare di quanto si presenta a prima vista, anche nell'opera d'arte. Per comprenderla a fondo, è necessario indagare i motivi segreti della sua realizzazione, confrontandosi non solo con la coscienza ma anche con l'inconscio del creatore. Ogni artefatto, come il vaso di argilla nel Libro di Isaia, "dice: ‘Non mi hai fatto tu’", smarcandosi dal proprio artefice.
Freud 2.0 (2019)
L'Errore Come Via alla Comprensione
La lettera fittizia di Freud diventa anche il luogo in cui emergono concetti chiave della psicoanalisi, come il lapsus, le dimenticanze e i gesti sbagliati. Garrapa cita l'esempio di una macchia d'inchiostro su una lettera alla futura moglie Martha, causata da un gesto nervoso che sembra quasi voler "sbarrare il corso dei pensieri, a censurare la gelosia". Questo incidente, non casuale, diventa una lezione: "imparare dagli errori e intraprendere il viaggio verso la comprensione di sé stessi". La macchia d'inchiostro, separata dal corpo della scrittura, segnala un contenuto latente nel contenuto manifesto.
Freud, in questa lettera, ribadisce l'importanza della "legge del ritardo", che impone un regime temporale della separazione e una "cattiva sincronizzazione tra l’accadere degli eventi e l’acquisizione del loro senso", un senso sempre penultimo, in costante aggiornamento. L'errore è sempre in agguato, ma un evento che ci ossessiona contiene la spinta alla scoperta. Vitale, a tal proposito, racconta un piccolo incidente personale, l'impatto con un vetro trasparente in un supermercato, da cui trae la convinzione che "la trasparenza non è un valore assoluto, soprattutto nel senso dell’epistemologia, dal momento incoraggia l’illusione dell’autoevidenza delle cose, le quali non avrebbero così alcun bisogno di un incremento di riflessione e di interpretazione".
Freud e il Fascino della Letteratura Poliziesca
La fascinazione di Freud per la letteratura, in particolare quella poliziesca, è ben nota. Garrapa ricorda la sua fedeltà a romanzi e racconti polizieschi, da Agatha Christie a G.B. Chesterton, a Dorothy Sayer. Questa passione si estende all'arte classica, mentre mostra indifferenza per l'arte moderna, gli impressionisti o i surrealisti, nonostante questi ultimi si ispirassero esplicitamente alla sua dottrina. Anche la musica di Mahler o Schönberg lascia Freud alquanto indifferente.
Emerge un parallelismo tra la tecnica psicoanalitica e il metodo del critico d'arte Giovanni Morelli. Morelli, studiando dettagli minuti come il modo di fare le mani o le orecchie, risaliva all'identità dell'artista. Allo stesso modo, la psicoanalisi penetra "cose segrete e nascoste in base a elementi poco apprezzati o inavvertiti". L'esegesi biblica, inoltre, ha formato la mente di Freud a "leggere oltre le righe", concepire la realtà come qualcosa che "deve significare qualcosa di più e di diverso da ciò che dice".
Freud arriva a utilizzare scenari letterari per ambientare i suoi racconti illustrativi delle teorie, come quelli apparsi sullo Strand con illustrazioni di Sidney Paget, raffiguranti Holmes e Watson. Questo porta all'idea di un dialogo tra Freud e Sherlock Holmes, che evidenzia l'affinità tra psicoanalista e detective, tra l'arte dell'ascolto psicoanalitico e la letteratura. Ai suoi allievi, Freud consigliava di narrare ciò che elicitavano i pazienti, redigendo il caso clinico con lo stesso criterio di una novella, senza temere di perderne la scientificità. L'analista, dunque, non è solo un detective, ma anche un archeologo, ruolo che Garrapa considera ancora più appropriato.
L'Interconnessione Universale e la Teoria dei Sistemi
Garrapa descrive il pensiero di Freud come un insieme di nozioni e esperienze, una lunga catena di rimandi in cui il soggetto è un anello in una struttura più ampia. Il discorso appare "ologrammatico", nell'uno il tutto e il tutto rimpicciolito nell'uno. Tutta la vita è vista come una grande catena, la cui natura si rivela osservando un singolo anello.
Vitale concorda sull'idea di una "universale concatenazione degli eventi", ma la inquadra nell'ambito della teoria dei sistemi viventi. Una volta definiti i confini di un contesto e considerati i confini permeabili per lo scambio di lavoro, energia e informazione, il comportamento di un singolo elemento si ripercuote su tutti gli altri e ne è dipendente. Questa visione privilegia la relazione e impedisce di pensare a entità che vivono indipendentemente l'una dall'altra. Il "Freud ologrammatico" ingrandisce i particolari, quasi cinematograficamente, come nella descrizione della litografia appesa alla parete, raffigurante una lezione di Charcot.
L'opera di Garrapa e Vitale, intrecciando biografia, teoria e riflessione metaforica, offre un'immersione profonda nel mondo di Freud, rivelando la perenne attualità del suo pensiero e la sua capacità di illuminare la complessità dell'esistenza umana attraverso uno sguardo che penetra oltre le apparenze.