L'industria dell'animazione, dai tempi pionieristici di "Toy Story" (1995) fino ai successi odierni come "Toy Story 3", ha compiuto passi da gigante dal punto di vista narrativo e tecnologico. Tuttavia, un buon film d'animazione non rinuncia mai a essere, in primo luogo, un prodotto narrativo rivolto a un pubblico infantile. Questo spirito, che ha toccato vette artistiche con opere come "Wall-E", affonda le sue radici in una fase pionieristica dove lo spirito classico delle fiabe, come quello di Biancaneve, conviveva con l'irriverenza di nuove forme espressive. È in questo contesto di evoluzione artistica e culturale che si inserisce la figura di Lucian Freud, artista del XX secolo, la cui opera e la cui vita sono intrinsecamente legate a un pigmento dal fascino antico e dalle implicazioni tossiche: il bianco di piombo.

Lucian Freud: Un Pittore nella Modernità
Lucian Freud, annoverato tra gli artisti più significativi del XX secolo, si trovò a fronteggiare una lotta costante con settori critici specializzati, impegnandosi instancabilmente nella difesa della modernità intrinseca ai suoi dipinti. In un’epoca in cui l’arte subiva una trasformazione continua, abbracciando nuove direzioni e concezioni concettuali, Freud rimase fedele alla sua visione distintiva. La sua pittura, carica di figurativismo e potenza espressiva, sfidava le tendenze prevalenti, consolidando la sua posizione come pioniere della modernità artistica. La fusione magistrale di tecnica, formazione e talento, intrisa di un’incondizionata ammirazione per i maestri classici, traccia la strada di Lucian Freud, dando vita a dipinti che ci spingono audacemente al di là della nostra confortevole zona d’osservazione.
L’opera di Freud suscita sensazioni contraddittorie in chi la contempla: una combinazione di ammirazione per un talento eccezionale e un perpetuo interrogarsi sulla realtà dell’essere umano. Una citazione eloquente dell’artista rivela la sua particolare prospettiva sulla cura del proprio essere: “Preferisco recarmi alla National Gallery piuttosto che rivolgermi a un medico in cerca di aiuto.” Questa affermazione, che non può non evocare l’ombra del celebre nonno, Sigmund Freud, pioniere della psicanalisi, sottolinea la dedizione precoce di Lucian Freud nell’esplorare la National Gallery fin dalla giovinezza, dimostrando il suo costante impegno nello studio dei capolavori e delle tecniche dei maestri del passato.
Lucian Freud amava percorrere solitario i corridoi della National Gallery durante le ore notturne. Una foto del 2009 lo ritrae immerso nella quiete di una sala dedicata all’arte italiana, con lo sguardo fissato sui corpi nudi delle ninfe Diana e Acteon dipinte da Tiziano, uno dei suoi quadri prediletti. Le mani nelle tasche, l’eterno fazzoletto al collo e vestito di bianco, sembra un’ombra spettrale. Quest’immagine anticipa il suo approccio alla pittura, affermando: “Vengo qui in cerca di ispirazione e guida. Osservo non solo le tele, ma come l’opera è risolta.”
Nato a Berlino, Lucian Freud, il secondo figlio maschio di Ernst e Lucie Freud, cresce come il favorito di suo nonno, Sigmund Freud. Fin dall’infanzia, coltiva una passione per la pittura, immerso nella vibrante classe medio-alta di Weimar, dove l’arte, la letteratura e la musica sono parte integrante della sua formazione. Nel 1933, l’ascesa del partito nazista e la politica antiebraica costringono la famiglia Freud a lasciare Berlino e cercare rifugio a Londra, dove trovano una nuova dimora. Lucian Freud non si limitava a essere solo un pittore britannico; era, soprattutto, un pittore londinese. Nelle sue opere egli riesce a catturare ogni sfumatura della particolare luce di Londra, ottenendone una tavolozza con cui modellare la pelle, i capelli e addirittura le foglie delle piante.
Nelle sue prime opere, Freud esplorò il surrealismo e il realismo, ma il suo stile maturo si ancorò a una tradizione che evocava più Rembrandt e Corot. In un’era dominata dall’astrazione, Freud, fin dai suoi esordi come pittore, si impose come difensore dell’arte figurativa. Intorno al 1950, Lucian Freud sperimenta una trasformazione radicale: abbandona il disegno per immergersi completamente nella pittura. Un esempio eloquente di questa evoluzione è “Doppio ritratto” (1985-1986), un dipinto ad olio che ritrae una donna vestita di blu navy distesa accanto a un cane. L’immagine, tagliata in modo insolito, avvicina i due corpi in una composizione affascinante. Il muso del cane si posa sulla mano aperta della donna, mentre la gamba anteriore e l’avambraccio si estendono verso lo spettatore in una danza visiva avvincente.

Il Bianco di Piombo: Un Pigmento Antico e Prezioso
Il bianco di piombo, una sfumatura che Lucian Freud amava e aveva impiegato fin dal 1975, scomparve dal mercato a causa della sua tossicità. Questo pigmento si distingueva per la sua straordinaria capacità di rifrangere la luce, conferendogli un bagliore perlato. Un’altra caratteristica unica della sua pittura emerge nel “Ritratto di Francis Bacon”. Freud intraprendeva il suo lavoro al centro della tela, estendendosi progressivamente verso i bordi. Né Rubens, Tiziano, Sorolla, né Bacon hanno mai dipinto la pelle con la stessa audacia di Freud. Il maestro utilizzava una pennellata densa e non miscelata, immergendosi così nelle forme, nella consistenza e nei colori della carne. Più che olio su tela, sembra sabbia colorata delicatamente applicata sulla superficie pittorica. Freud costruiva veri e propri paesaggi di sostanza, risultato di sessioni ossessive durante le quali i modelli venivano sottoposti a posizioni prolungate per mesi. Questa concentrazione ossessiva si traduce in pelli che evocano catene montuose o cortecce.
Il bianco di piombo, detto anche biacca, è un carbonato basico di piombo con una struttura molecolare cristallina. È il pigmento bianco più importante nella storia della pittura. È denso, opaco e pesante e ci sono prove sicure che sia stato confezionato in Anatolia già attorno al 2300 a.C. e in Cina nel 300 a.C. Nonostante la sua forte tossicità, da allora è stato prodotto e usato in tutto il mondo. Gli scrittori dell'antichità Plinio e Vitruvio ne descrissero la preparazione: delle strisce di piombo erano disposte in ciotole di argilla appositamente divise a metà. Nell'altro compartimento si versava dell'aceto. Le ciotole venivano ricoperte con sterco di animale e messe in un capanno con la porta sigillata per trenta giorni. Durante quel tempo i fumi emanati dall'evaporazione dell'aceto reagivano con il piombo fino a formare l'acetato di piombo. Lo sterco che fermentava rilasciava nell'aria molecole di anidride carbonica che, a loro volta, reagivano con l'acetato trasformandolo in carbonato. Si raccoglievano quindi i pezzi di piombo ricoperti da uno strato di carbonato di piombo bianco e sottile che poi veniva ridotto in polvere e compattato in tocchetti e venduto.
Caldo e luminoso, il bianco di piombo è opaco e, se mescolato con altri pigmenti, ha un forte potere colorante. Inoltre, il costo ridotto lo ha reso molto diffuso nella pittura di fondo (cioè per tracciare le forme dei corpi) e per le lumeggiature. Compare negli antichi ritratti egizi e come base delle pitture murali coreane dal I al VII secolo. Le sculture cinesi di terracotta della dinastia Tang e le cattedrali normanne erano dipinte con il bianco di piombo. Si trova nelle prime opere del Rinascimento italiano realizzate con le tempere e successivamente nei dipinti di Caravaggio, Rembrandt, Vermeer, Rubens e Picasso. La tossicità, già nota al tempo della Grecia antica, non ne ostacolò la diffusione fino al XX secolo. In seguito è stato gradualmente sostituito dai bianchi non tossici, ottenuti prima dallo zinco e poi dal titanio.

Il Piombo nella Storia: Dall'Impero Romano alla Caduta
Il piombo è stato un importante attore nella storia umana, un metallo pesante presente in natura, particolarmente duttile e plasmabile. Il suo utilizzo è antichissimo: abbondantemente presente nelle tubature degli acquedotti romani, veniva utilizzato anche come medicamento contro la gotta e altre patologie, oltre a essere largamente usato per la realizzazione di suppellettili da cucina come bicchieri e coppe. È stato osservato che queste elevate concentrazioni di piombo potrebbero aver provocato, attraverso lesività neurologica e infertilità, un lento e inesorabile avvelenamento della popolazione di Roma, i cui effetti sarebbero stati una delle concause della caduta dell’Impero Romano d’Occidente.
Vegezio, piuttosto che preoccuparsi dello stato di salute dell’esercito romano, avrebbe fatto meglio a volgere la propria attenzione sui pericoli del piombo; ma forse egli stesso ne era già vittima. Fortunatamente oggigiorno le attuali normative europee ci proteggono da questo metallo limitandone la produzione e la diffusione, nonché scoraggiandone l’uso.
Il saturnismo. L'avvelenamento da piombo nell'antica Roma
Il Bianco di Piombo nell'Arte: Un Legame Indissolubile e Pericoloso
Il piombo è sempre stato largamente utilizzato anche nel mondo dell’arte quale componente di taluni tipi di colori: la “biacca” o “cerussa” era un bianco particolare a base di carbonato basico di piombo; era prodotta dai veneziani e dagli olandesi; presentava caratteristiche ben precise: elevata coprenza unita a una lucentezza straordinaria e grande facilità di stesura sulla tela. La tecnica di preparazione del colore era un vero e proprio patrimonio dell’artista e della sua bottega, una sorta di know-how aziendale dell’ dell’epoca. Le materie prime potevano essere di origine animale come nel caso della “lacca di cocciniglia”, preparata con l’estratto di un particolare insetto, di origine vegetale nel caso dei colori delle terre (la famosissima terra di Siena), oppure si poteva trattare di metalli, come il piombo, il rame, il ferro e persino il mercurio, tossico per eccellenza.
Numerose fonti attribuiscono a un lento e progressivo avvelenamento da piombo il comportamento violento di Caravaggio, la sua insofferenza per le regole e la nota irritabilità culminarono con l’omicidio per futili motivi di Ranuccio Tommasoni: l’artista si salvò dalla condanna a morte papale soltanto fuggendo da Roma, grazie all’aiuto del Principe Filippo I Colonna.
Per chi non abbia mai compiuto una simile operazione è difficile immaginare la quantità di finissimo e velenosissimo pulviscolo che si sparge o si solleva nell’aria pronto per essere inalato dalle narici. Molti pittori macinavano i pigmenti col legante durante la stessa lavorazione del quadro; far la qual cosa, per molte scuole pittoriche, era addirittura un vanto. Rembrandt, nei suoi autoritratti, si ritrae spesso al cavalletto con a fianco un mortaio per macinare i colori, il quale, presumibilmente, era perlopiù colmo di polvere finissima di carbonato di piombo visto che il bianco, nella preparazione degli impasti per l’esecuzione d’un quadro, sta agli altri colori nel rapporto di dieci a uno.
Per l’imprimitura di una tela come ‘Il convito in casa Levi’ del Veronese si stima non occorrano meno di quattro, cinque se non sei chili di velenosissima biacca (in polvere). La quale doveva essere tutta macinata in olio, colla e gesso. E respirata. Sorvolando poi sul fatto che questo composto subiva una cottura e che se ne aspiravano quindi i vapori, in guisa d’un aerosol. Si immaginino le quantità di piombo assimilate nel corso della vita da un pittore, il quale entrava a bottega come apprendista all’età di tredici anni avendo come principale mansione la macinatura più grossa dei colori, e che dopo una decina d’anni proseguiva in proprio nella carriera perseverando a macinare, mescolare e levigare composti a base di piombo.
Le lumeggiature bianche eseguite sui disegni antichi non erano fatte se non con pastelli a base di piombosissima polvere di biacca unita a gomme e acqua: questi venivano formati con le mani nude a mo’ dei grissini e poi fatti seccare, per essere in seguito quotidianamente adoperati. A tutto ciò si aggiunga che, oltre alla biacca, nell’uso corrente dei pittori v’erano mille altri derivati del piombo, primi fra tutti il ‘giallo di Napoli’ e il seccativo al litargirio: la preparazione e cottura di quest’ultimo, se fosse stata vista da un odierno medico, gli avrebbe fatto pronosticare non più di mezz’ora di vita per il disgraziato pittore o aiutante che se ne doveva occupare.
È cosa bizzarra e meravigliosa constatare come gli antichi pittori, a dispetto di tutto questo piombo, fossero, salvo eccezioni, sanissimi e longevi. E che ebbero ancor più spesso una prole altrettanto sana, la quale non di rado proseguiva nel mestiere del padre. I ritratti degli antichi pittori danno, generalmente, indicazioni diverse: perlopiù mostrano uomini dall’aspetto dignitosissimo e dallo sguardo intelligente e vigile.

La Scomparsa del Bianco di Piombo: Normative e Alternative Moderne
Oggigiorno, l’antichissima e gloriosa biacca, o cerussa, o bianco di piombo è sparita dagli scaffali dei venditori di materiali per belle arti. Fino a non più di dieci o quindici anni fa questo era ancora il bianco più diffuso tra gli artisti. Quando da ragazzino si iniziò a dipingere, il bianco di piombo era l’unico bianco conosciuto e, in compagnia del quale, si mossero i primi tentativi di pittura, usandolo anche in polvere per ottenere le imprimiture tradizionali.
A decretare la fine del bianco di piombo sono state le ferree normative europee sulla salubrità dei prodotti. Venderne la polvere al grosso pubblico è stato vietato. Sotto forma d’impasto, che è concesso, il bianco di piombo è prodotto da ormai due o tre fabbricanti, in piccolissime quantità e confezionato in barattolini che recano scritte minacciosissime e simboli raccapriccianti. Vi si parla, tra l’altro, di misteriosi ‘effetti irreversibili sull’organismo’. Poiché più nessuno lo vuole, poiché se ne produce pochissimo e poiché, a produrlo seguendo gli standard di sicurezza imposti, il prezzo se ne è fatto esorbitante, ormai nessun negoziante o distributore vuole avere a che fare col bianco di piombo.
Il risultato è che, per fare un esempio, si è dovuto attendere un mese, dopo aver effettuato un ordine, per entrare in possesso di due barattolini da 40 gr. di biacca, conservati come reliquie. Il lato comico o grottesco di questa vicenda è che questa rivoluzione è avvenuta e si è consumata nell’arco di pochissimi anni.
I più si sono adattati all’uso di quello che è il succedaneo o surrogato della biacca trovato dalla chimica moderna: il ‘bianco di titanio’ (diossido di titanio). Il titanio è sicurissimo per la salute umana. Tuttavia, per dipingere, il ‘bianco di titanio’ ha caratteristiche non esattamente ottimali. Per riassumerle in un giudizio, senza trovare eufemismi, si può dire che ‘è una merda’; e che neppure lontanamente si avvicina alla biacca.
La scomparsa del bianco di piombo, che della pittura era l’anima, è un evento simbolico perfetto che sancisce la morte della pittura come pratica in linea con la civiltà contemporanea. Coloro che ancora si ostinano, praticandola, a mantenere in vita quest’arte sono ciechi di fronte ai più eclatanti segnali della storia e, in generale, sono ‘fuori dai tempi’.

Alternative Moderne e la Ricerca della Perfezione Cromatica
Nel Settecento il governo francese chiese al chimico Guyton de Morveau di trovare un'alternativa più salutare al bianco di piombo e questo sintetizzò il bianco di zinco, un ossido di zinco che non era tossico e non si scuriva se esposto ai gas solforosi, ma era un pigmento meno opaco che si asciugava più lentamente negli oli da pittura, che era friabile e soprattutto costava quattro volte di più rispetto a quello di piombo.
Il bianco di titanio fu prodotto su larga scala per la prima volta nel 1916. Era più luminoso e allo stesso tempo più opaco dei bianchi descritti sopra ed entro la fine della seconda guerra mondiale conquistò l’80% del mercato. Il bianco di titanio (PW6) è il bianco più utilizzato oggi. È molto coprente, ha un’elevata brillantezza e dona ai colori una luminosità intensa. Si miscela facilmente con quasi tutti i pigmenti e produce toni pastello molto puliti. È stabile, non ingiallisce e resiste alla luce.
Il bianco di zinco (PW4) è più trasparente e meno coprente del titanio. Produce miscele morbide e fredde, ideali per velature, acquerello e tecniche leggere. Dona ai colori una luminosità sottile e leggermente blu.
Il bianco di piombo (PW1) è uno dei pigmenti più antichi della storia dell’arte. Usato da Rembrandt, Caravaggio e Tiziano, è noto per la sua luminosità calda e per la sua eccezionale elasticità. Si miscela in modo straordinario e crea sfumature morbide e profonde. Nella pittura a olio era considerato il bianco più resistente e stabile.
Oltre ai pigmenti puri, esiste una vasta gamma di bianchi moderni ottenuti da miscele di titanio e zinco in proporzioni variabili. Il Bianco TitanZinco unisce la coprenza e stabilità del titanio alla delicatezza dello zinco, offrendo un equilibrio ideale per miscele morbide ma non fragili. I Superbianchi sono formulazioni molto brillanti, ottenute con titanio purissimo e additivi ottici che aumentano la riflettanza: risultano più freddi, luminosi e perfetti per le luci finali. Il cosiddetto Bianco d’Argento non contiene piombo ma è una miscela moderna arricchita da particelle riflettenti o da trattamenti superficiali che rendono il bianco più brillante e satinato.
Ogni bianco modifica il carattere del colore con cui viene miscelato. I bianchi non sono tutti uguali. Ogni pigmento e ogni miscela moderna, dal titanio allo zinco, ha proprietà chimiche e pittoriche specifiche che influiscono su luminosità, texture e durata dell’opera. Comprendere queste differenze permette all’artista di scegliere consapevolmente il bianco più adatto alla propria tecnica e al risultato desiderato.
La vicenda del bianco di piombo rappresenta ai nostri occhi una delle vicende più curiose, buffe e insieme paradossali nella storia della pittura. Un tempo elemento esiziale e imprescindibile, oggi è un fantasma tossico, sostituito da alternative più sicure ma, per molti, incapaci di eguagliare la sua magia cromatica.