Le Differenze tra Psichiatria, Movimento Basagliano e Antipsichiatria: Un'Analisi Profonda

La psichiatria, il movimento basagliano e l'antipsichiatria rappresentano tre approcci distinti ma interconnessi alla comprensione e al trattamento della sofferenza mentale. Sebbene abbiano condiviso un terreno comune nella critica delle istituzioni psichiatriche tradizionali, le loro origini, i loro obiettivi e le loro metodologie presentano differenze sostanziali. Questo articolo si propone di esplorare queste divergenze, analizzando l'evoluzione del pensiero psichiatrico e il ruolo trasformativo che figure come Franco Basaglia hanno giocato nel ridefinire il concetto di salute mentale e di cura.

Le Radici della Critica: Dal Manicomio alla Riforma

Prima dell'avvento di movimenti critici come l'antipsichiatria e il basaglianismo, il panorama psichiatrico era dominato dal modello manicomiale. I manicomi, spesso situati in periferia, erano luoghi di segregazione e controllo, dove le persone con disturbi mentali venivano relegate, spesso in condizioni disumane. Le pratiche terapeutiche includevano metodi invasivi e coercitivi come l'elettroshock, le lobotomie, le docce gelate e l'uso indiscriminato di camicie di forza e letti di contenzione. In questo contesto, il "malato" era visto non come una persona in difficoltà, ma come un soggetto da reprimere, sedare e nascondere.

Manicomio nel XIX secolo

La critica a questo sistema iniziò a prendere forma in diverse correnti di pensiero. Negli anni '60, l'antipsichiatria, con figure come Ronald Laing e David Cooper, mise radicalmente in discussione la stessa nozione di "malattia mentale", suggerendo che i sintomi psichiatrici potessero essere interpretazioni alternative della realtà o risposte a contesti sociali oppressivi. L'antipsichiatria tendeva a vedere la psichiatria tradizionale come uno strumento di controllo sociale, volto a normalizzare e reprimere la devianza.

Parallelamente, in Italia, emerse il movimento guidato da Franco Basaglia. Basaglia, psichiatra e neurologo, con una formazione influenzata dall'esistenzialismo di Jean-Paul Sartre e dalle teorie di Michel Foucault, intraprese un percorso radicalmente innovativo. La sua critica non si limitò a mettere in discussione il concetto di malattia mentale, ma si concentrò sull'istituzione manicomiale stessa, definendola "l'istituzione negata". Basaglia sosteneva che il manicomio, con la sua struttura autoritaria e segregante, non solo non curava, ma contribuiva attivamente alla distruzione della persona, annullando la sua dignità e la sua storia.

Un momento cruciale nella carriera di Basaglia fu la sua nomina a direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia nel 1961. Qui, confrontandosi con la cruda realtà della custodia e dei trattamenti aberranti, iniziò a trasformare i metodi di cura. Fece eliminare la terapia elettroconvulsivante e promosse un nuovo approccio relazionale, basato sul dialogo, sull'empatia e sul sostegno morale, cercando di stabilire una connessione umana autentica tra operatori e pazienti. Da questa esperienza scaturì il suo celebre libro "L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico" (1967), che divenne un manifesto della sua visione.

Successivamente, Basaglia diresse gli ospedali psichiatrici di Colorno e, soprattutto, di Trieste. Nel 1973, fondò il movimento "Psichiatria Democratica", ispirato dalla corrente antipsichiatrica ma con un'enfasi specifica sulla trasformazione delle istituzioni e sulla restituzione dei diritti civili e della dignità alle persone con disturbi mentali. La sua battaglia culminò con la chiusura dell'ospedale psichiatrico di Trieste nel 1977 e, a livello nazionale, con l'approvazione della Legge 180 nel 1978.

La Legge 180 e il Movimento Basagliano: Oltre la Deistituzionalizzazione

La Legge 180, nota come "Legge Basaglia", rappresentò una svolta epocale nella psichiatria italiana e internazionale. Promulgata il 13 maggio 1978, essa sancì la chiusura degli ospedali psichiatrici e promosse un modello di assistenza territoriale, basato su centri diurni, ambulatori, case di cura e comunità terapeutiche. L'obiettivo era quello di integrare la cura psichiatrica nel tessuto sociale, superando la logica della segregazione e dell'emarginazione.

Fotografia di Franco Basaglia

Il movimento basagliano, pur condividendo con l'antipsichiatria la critica radicale alle istituzioni totali, si distinse per un approccio più pragmatico e focalizzato sulla costruzione di alternative concrete. Mentre l'antipsichiatria poteva talvolta apparire più teorica e radicale nel suo rifiuto della psichiatria stessa, il movimento basagliano si impegnò attivamente nella riorganizzazione dei servizi sanitari, puntando sulla creazione di luoghi di cura che fossero al contempo terapeutici e socialmente integrati.

Fabio Castriota, introducendo la giornata con la frase di Christopher Bollas, "Tutti quanti i nostri pazienti hanno un passato ma non tutti hanno una storia", ha sottolineato come il lavoro degli psicoanalisti, e per estensione degli operatori della salute mentale, consista nel creare una storia, una narrazione. Questo principio è al centro della visione basagliana: restituire al paziente la sua storia, la sua identità, la sua dignità. La lotta contro i pregiudizi e l'oppressione doveva riguardare anche il malato psichico, e la legge doveva consentire il riconoscimento della dignità della persona attraverso luoghi dedicati alla cura con personale qualificato, sensibile e rispettoso.

Ronny Jaffè ha evidenziato come la Legge 180 sia stata successivamente inscritta nella Legge 833 del Servizio Sanitario Nazionale, promuovendo il decentramento della programmazione e della gestione dei servizi sanitari a livello regionale. Ha inoltre ricordato il ruolo di numerosi psicoanalisti che, in quel periodo, operarono nelle realtà manicomiali, cercando connessioni tra la cura psicoanalitica e quella psichiatrica.

Ezio Izzo ha elogiato il merito della legge nell'affermare il riconoscimento della dignità umana e nel trasformare gli ospedali psichiatrici da luoghi di controllo a luoghi attenti alle esigenze terapeutiche. Tuttavia, ha anche segnalato le criticità attuali: la riduzione delle risorse economiche e del personale, la frammentazione dei percorsi di cura e il ricorso massiccio al modello bio-farmacologico. Izzo ha inoltre sottolineato l'importanza di un tempo di ricovero flessibile per gli episodi acuti e il recupero dei pazienti, un campo in cui la psicoanalisi è stata, a suo dire, assente rispetto alla Società Italiana di Psichiatria.

Francesco Barale ha contestualizzato l'approvazione della Legge 180 in un "clima culturale innovativo", ma ha anche evidenziato come essa abbia segnato un punto di crisi, dando inizio a un processo di "normalizzazione" della psichiatria. Ha ricordato come Basaglia, inizialmente aperto al pensiero psicoanalitico e alle comunità terapeutiche, abbia successivamente spostato l'attenzione sul problema del potere, temendo la creazione di "gabbie dorate".

Paolo Fonda ha descritto i cambiamenti che portarono all'apertura dell'ospedale di Trieste, sottolineando come l'équipe fosse spinta a mettere in discussione stereotipi e pregiudizi. Ha evidenziato l'importanza dell'immagine di sé riflessa dall'ambiente, che può rafforzare le parti malate e reprimere quelle sane, e come l'istituzione manicomiale contribuisse a questo processo attraverso dettagli apparentemente insignificanti.

Marco Monari ha individuato elementi di continuità tra psichiatria e psicoanalisi, convergenti nel modello territoriale sviluppato da Giuseppe Berti Ceroni. Ha sottolineato come entrambe le discipline siano accomunate dall'incontro con la sofferenza mentale e dal tentativo di prendersene cura, valorizzando l'integrazione e la diversità delle competenze professionali in un ambiente facilitante.

Fausto Petrella ha evidenziato la posizione critica di Basaglia nei confronti della psicoanalisi, vista come una disciplina borghese che avrebbe favorito il manicomio. Tuttavia, ha contestato questa visione, sostenendo che la psicoanalisi non si occupò dei manicomi né della loro drammatica realtà. Petrella ha criticato la situazione attuale, in cui i servizi si occupano esclusivamente della cura farmacologica, lamentando la mancanza di supporto istituzionale e la riduzione degli organici.

Anna Ferruta ha ricordato il ruolo fondamentale di due donne nell'approvazione della Legge Basaglia: Tina Anselmi, allora Ministro della Sanità, e Bianca Gatti, che nel 1968/69 aprì le porte del reparto femminile del Policlinico di Milano senza autorizzazione.

Carmelo Conforto ha descritto gli elementi che favorirono la nascita di un nuovo modo di pensare nella psichiatria ligure, in particolare a Genova, portando all'incontro tra psichiatria e psicoanalisi. Ha citato la fenomenologia, l'avvento di nuovi farmaci, il pensiero di Franco Fornari e Melanie Klein, e il lavoro di Fausto Petrella e Dario De Martis come fattori determinanti. Ha sottolineato l'importanza di leggere i sintomi delle psicosi considerando la soggettività del paziente e ha ricordato l'influenza di Freud e dei seminari di Eugenio Gaburri sulla dimensione gruppale.

Franco De Masi, con il suo intervento "Le mura cadono adagio", ha descritto la chiusura dell'ospedale Ugo Cerletti di Parabiago, evidenziando l'umanizzazione, la settorializzazione della struttura e l'inserimento di uno psicoanalista per incontri settimanali con le équipe. Ha sottolineato come il decentramento dei servizi fosse già stato realizzato in quella zona prima della promulgazione della Legge 180.

Mario Rossi Monti ha posto l'accento sul rapporto tra la cultura della 180 e quella psicoanalitica, citando un'intervista di Stefania Manfredi che evidenziava la divergenza tra la verità come "verità sociale esterna" per il movimento della 180 e la "verità all'interno del mondo interno" per la psicoanalisi. Ha ricordato il lavoro di De Martis e Petrella come punto di riferimento e ha schematizzato tre psichiatrie: quella organicistico-biologico-farmacologica, quella politico-sociale erede dell'antipsichiatria, e quella psicoanalitica.

Mario Perini ha evidenziato come la chiusura degli ospedali psichiatrici non abbia portato alla scomparsa del "manicomio", che si ripresenta sotto altre forme, come nelle Residenze Sanitarie Assistite (RSA) o nelle scuole. Ha posto la domanda se la psicoanalisi possa allargare il proprio raggio d'azione alla cura dei "contenitori sociali" e delle organizzazioni, riconoscendo la presenza di dinamiche irrazionali e inconsce in esse.

La Legge 180/1978 e il pensiero di Franco Basaglia - Alberta Basaglia

La Psichiatria Contemporanea: Sfide e Prospettive

Nonostante i successi della Legge Basaglia, il panorama della salute mentale oggi presenta sfide significative. Molti interventi hanno evidenziato la riduzione delle risorse economiche e del personale, che rende sempre più frammentati i percorsi di cura e favorisce un ricorso massiccio al modello bio-farmacologico. La psichiatria accademica, in particolare a partire dagli anni '80, ha abbracciato un neuroscientismo acritico, privilegiando gli psicofarmaci e trascurando gli aspetti psicologici e sociali della sofferenza mentale.

Si osserva una tendenza alla "normalizzazione" della psichiatria, dove la radicalità del gesto di Basaglia rischia di essere ridotta a un mero evento storico o a un "monumento" del passato. Il rischio è che la lotta anti-istituzionale venga identificata con un momento di "evoluzione progressista" ormai superato, mentre la gestione della malattia mentale viene affidata a capacità tecnico-amministrative.

La critica alla psichiatria positivista e l'approccio fenomenologico, cari a Basaglia, sembrano essere stati in parte accantonati. La fenomenologia, con la sua enfasi sull'esperienza vissuta e sulla soggettività, offre strumenti preziosi per comprendere la sofferenza mentale al di là delle categorie nosografiche e farmacologiche. Tuttavia, la psicopatologia fenomenologica è stata talvolta criticata per essere rimasta troppo confinata negli studi e nelle biblioteche, distante dalle esigenze concrete dei pazienti.

Il rapporto tra la psichiatria e la psicoanalisi rimane un terreno complesso. Se da un lato alcuni hanno sottolineato l'importanza dell'integrazione tra le due discipline nel modello territoriale, dall'altro Basaglia stesso nutriva riserve verso la psicoanalisi, percepita come una disciplina legata alla cultura borghese. Nonostante ciò, elementi della riflessione psicoanalitica, come l'importanza della narrazione e dell'analisi delle dinamiche relazionali, rimangono fondamentali per una cura completa della persona.

È necessario attualizzare l'opera teorica e pratica di Franco Basaglia, utilizzandola come strumento critico nei confronti dello sguardo oggettivante della psichiatria e della sua funzione ideologica. Il gesto di Basaglia, che legava la critica istituzionale alla critica delle strategie dell'accumulazione capitalista e dei processi di produzione dell'egemonia culturale, deve essere ripreso.

La sfida attuale è quella di evitare che la critica al sistema psichiatrico venga liquidata come "negazionismo complottista" e di recuperare il senso scientifico e politico del gesto basagliano. È fondamentale evitare che la lotta anti-istituzionale venga identificata con un momento di "raffinatezza della sensibilità borghese", superato grazie al quale si passa a una gestione tecnico-amministrativa compatibile con la cultura democratica.

Il movimento basagliano ha rappresentato un tentativo di praticare una "trasformazione collettiva con decisive implicazioni sulle scelte di sanità pubblica". La distinzione tra "basagliano" e "antipsichiatrico" è stata talvolta necessaria per assestarsi sulla linea dell'applicazione della riforma, ma è importante non perdere di vista le differenze tra una visione astratta della psichiatria come agente repressivo e un'indagine genealogica e pratica del suo rapporto con la società.

Oggi, in un contesto di profonda crisi delle risorse e della cultura della salute mentale, con un progressivo definanziamento e depauperamento del personale, il rischio è che gli ospedali psichiatrici, distrutti da Basaglia, rientrino dalla finestra sotto forme striscianti, come il "manicomio chimico" o politiche di esclusione custodialistica.

È dunque auspicabile una riapertura degli archivi basagliani per innescare nuove lotte e nuove visioni. Bisogna indirizzare la critica a "ciò che resta del manicomio", riconoscendo il ricorso diffuso ai dispositivi amministrativi di internamento che pervade la società.

Le ricerche di Richard Warner, Agnese Baini, Giuseppe Allegri e Renato Foschi, così come le campagne dei gruppi statunitensi per il definanziamento della polizia, offrono esempi di "sconfinamenti" e di "uscita dallo specifico tecnico" per avventurarsi nel campo delle politiche urbane, del welfare e della gestione dell'ordine pubblico. Questi esempi mostrano come la critica alla dimensione disabilitante del potere professionale si intrecci a una critica complessiva del capitalismo, producendo una nuova forma di definizione delle oggettività scientifiche.

In conclusione, il movimento basagliano ha rappresentato un'avventura intellettuale, politica e scientifica di straordinaria importanza, che ha ridefinito il concetto di salute mentale e di cura. Le sfide attuali richiedono un rinnovato impegno nel recuperare la radicalità e la complessità del pensiero di Basaglia, per continuare la lotta per una psichiatria più umana, rispettosa e integrata nella società.

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