La vita degli attori, spesso vissuta sotto i riflettori e ammantata di successo, nasconde talvolta fragilità profonde e lotte interiori. La depressione, un'ombra silenziosa, può colpire chiunque, indipendentemente dalla fama e dalla fortuna. Attraverso le testimonianze di figure come Alessandro Gassman e Alessandro Haber, esploriamo come il mondo dello spettacolo si intrecci con le sfide della salute mentale, la ricerca di autenticità e la forza trasformatrice della recitazione.
L'Infanzia e le Radici: Alessandro Gassman e il Percorso Familiare
Una lunga chiacchierata tra Alessandro Gassman e Mara Venier ha intrattenuto il pubblico nella domenica pomeriggio di Raiuno. Gassman ha ripercorso la sua infanzia, il rapporto con il padre, con la madre che vive in Messico, con i fratelli (quattro, nati tutti da madri diverse) fino a toccare un tasto molto delicato chiamato "ansia". “Ancora soffri d’ansia, nonostante il tuo successo?”, gli domanda Mara Venier. “Con l’età sto migliorando”, le risponde Alessandro Gassman sorridente. Questa apertura rivela una verità universale: il successo esteriore non sempre coincide con la serenità interiore, e le battaglie personali possono persistere anche di fronte a una carriera brillante. La sua capacità di affrontare l'argomento con un sorriso suggerisce una progressiva accettazione e gestione delle proprie fragilità, un percorso di crescita personale che va oltre le luci della ribalta.

Alessandro Haber: "Volevo Essere Marlon Brando" e la Recitazione come Salvezza
Alessandro Haber, a 78 anni, incarna un'esistenza ricca di esperienze intense, un vero e proprio "Confesso che ho vissuto", titolo del libro di memorie di Pablo Neruda, che si potrebbe adattare con facilità alla sua vita. La sua esistenza è stata piena di tutto: amore, passione, cadute, rinascite, momenti di autodistruzione, amicizie che segnano in maniera indelebile e occasioni importanti sfiorate per un soffio. Ma per l'attore tutto questo è secondario e arriva dopo la sua passione più trascinante: la recitazione. Haber è prima di tutto un attore e la sua vita è essenzialmente ciò che gli è accaduto tra un film e l'altro, tra una tournée in giro per l'Italia e un set cinematografico.
Il bilancio di questa esistenza non poteva che avvenire in scena, calcando le assi di un palcoscenico, mettendosi completamente a nudo per il suo pubblico che lo segue da oltre 50 anni. In "Volevo Essere Marlon Brando", lo spettacolo teatrale scritto e diretto da Giancarlo Nicoletti, l'attore si racconta senza reticenze. «Racconto qualsiasi cosa, giocando anche sulla mia pelle. C'è tutto: dalla mia infanzia al giorno d'oggi. Questo spettacolo mi dà l'opportunità di prendermi anche in considerazione come uomo, per la prima volta. Io ho sempre privilegiato il mio lato artistico, quello che in qualche modo mi ha salvato dai germi negativi della mia esistenza».
Perché per raccontarsi ha scelto proprio il teatro? «Il teatro è famiglia, sicurezza. Ti dà il modo di confrontarti con il pubblico, di misurare, scegliere, provare quello che hai da dire. Ho fatto tantissimi film, ma in nessun momento della mia carriera ho mai pensato di rinunciare al teatro».
Invece, il cinema cos'è? «Un momento irripetibile, unico. Quando il regista dice “buona”, è andata. Sono due modi di concepire il lavoro che mi affascinano. Sono come due belle donne da cui sei attratto, ma una è tua moglie e l'altra è l'amante». L'amante è decisamente il cinema.

La Nascita della Passione: Dalla Risata Incontrollata al Desiderio di Emozionare
Quando ha capito di avere questa passione? «È sbagliato definirla passione perché per me è una malattia. Io non riesco a vivere senza lavorare. Io vado in astinenza se non recito. Torniamo alla domanda… quando l'ho capito? Direi quando avevo 8 anni ed ero in Israele, a Tel Aviv. In occasione delle festività, organizzavamo sempre una recita. Io ero sul palco e a un certo punto inizio a ridere. Ridevo talmente forte che ho iniziato a farmi la pipì addosso. Non so come, ma fu un successo incredibile: tutti erano divertiti e io mi divertivo guardando la loro reazione. Ho capito in quel momento che io volevo imparare a giocare con quella cosa lì, che volevo di nuovo suscitare emozioni in chi mi guardava o ascoltava». Questa vivida memoria sottolinea come la recitazione, per Haber, sia nata da un impulso primordiale, un bisogno innato di connettersi con gli altri attraverso l'espressione e la capacità di generare reazioni emotive, un motore potente che lo ha guidato per tutta la vita.
L'Intimità della Recitazione: Mettere Se Stessi nei Personaggi
Lei recita in una maniera molto intima, riconoscendosi nei personaggi che interpreta. «Prenda Gian Maria Volontè: lui era un genio, un trasformista, un attore camaleontico. Le mie trasformazioni, invece, devono assomigliare a me. È come se tutto ciò che ho vissuto nella mia vita, le mie esperienze, le mie sofferenze vengano regalate di volta in volta ai personaggi che interpreto. C'è sempre una parte di me stesso che metto a disposizione». Questa dichiarazione rivela un approccio alla recitazione profondamente personale e catartico. Invece di dissolversi completamente nel personaggio, Haber sembra infondergli la propria essenza, le proprie gioie e dolori, creando un legame indissolubile tra la sua vita e la sua arte.
C'è un ruolo in cui si è rivisto di più? «Non saprei. Però, mi vengono in mente due episodi. Il primo è più recente: ho interpretato a teatro un padre malato di Alzheimer in "Il padre", l'opera teatrale scritta da Florian Zeller. Mi venne a vedere Zeller in persona a Milano e, finito lo spettacolo, mi disse che la mia interpretazione aveva dato al personaggio nuove pieghe che lo avevano emozionato, quasi come se lo avessi riscritto». L'altro episodio risale agli inizi della sua carriera, sul set de "Il conformista" di Bertolucci. Aveva la parte di un cieco ubriacone. «Dovevo recitare una barzelletta antifascista, ma sul set si respirava un'aria pesante perché, da pochi giorni, era morta la figlia dell'attore protagonista, Jean-Louis Trintignant. Dico la mia battuta e tutti iniziano ad applaudirmi. Mi sento anche toccare la spalla, mi volto ed era Trintignant che mi diceva: “Merci beaucoup!”. E, prima di quel momento, non avevamo avuto modo neanche di presentarci, ma voleva dirmi grazie per ciò che ero riuscito a dare in più a quel personaggio». Questi momenti sottolineano come la recitazione possa essere un veicolo di profonda connessione umana, capace di trascendere il dolore e creare legami inaspettati.
Vulnerabilità e Magia: L'Intensità del Momento Creativo
In questi momenti così intensi del suo lavoro, si sente mai vulnerabile? «Certo, ma fa parte del gioco. Io voglio sentirmi così, non voglio la perfezione. Per me, sono momenti intimi: è come se stessi facendo l'amore. Provi tutta una serie di emozioni, di sensazioni, è qualcosa di magico che poi ti porta a una soddisfazione massima». Questa metafora potente descrive la recitazione come un'esperienza quasi spirituale, un atto di profonda vulnerabilità e connessione che culmina in una soddisfazione ineguagliabile. La ricerca della perfezione viene messa da parte in favore dell'autenticità emotiva e dell'immersione totale nel momento presente.
E non c'è mai un lato negativo? Ad esempio quando parla della sua morte, come succede in "Volevo essere Marlon Brando". «Salire sul palco è come prendersi una vacanza da ciò che mi preoccupa, che mi addolora. Inizio a recitare e non ci penso, anche quando parlo della mia morte o di quella di amici che mi mancano terribilmente, come Ennio Fantastichini, Monica Scattini e Flavio Bucci. Loro hanno creato un vuoto indelebile: sono stati dei punti di riferimento, dei fantastici compagni di viaggio». La scena diventa così un rifugio, un luogo dove affrontare le proprie paure e il dolore della perdita, trasformando il lutto in un'opportunità di celebrazione e ricordo.
Il Senso della Vita: Amore, Rimpianti e la Forza della Vita
Lei ricorda così i suoi amici. Si è mai chiesto come la ricorderanno i suoi quando non ci sarà più? «Sinceramente, non me ne frega un cazz*. Quando non ci sarò più, la vita di chi rimane andrà avanti e ognuno farà quello che vuole. Io voglio ricevere consensi reali e tangibili adesso, il resto non ha rilevanza». Questa risposta schietta e disincantata evidenzia un profondo radicamento nel presente e un rifiuto delle vanità post-mortem. L'attenzione è rivolta all'oggi, alla pienezza dell'esperienza vissuta e all'autenticità delle relazioni attuali.
Crede nell'aldilà? «Più che altro, mi auguro che ci sia un posto nel cosmo dove poterci rincontrare e magari fare di nuovo degli spettacoli tutti insieme». Un desiderio poetico che riflette la profonda connessione che l'attore sente con i suoi colleghi e la sua arte.
Recitazione a parte, in cosa crede fermamente? «Nella vita non ci sono certezze, ma se proprio devo credere in qualcosa, direi l'amore». In tutti questi anni, cosa ha imparato sull'amore? «Niente». Davvero? «Ma certo… ogni volta è una storia diversa. Io posso dire di aver amato molto e ora vivo una storia d'amore bella che mi sembra un miracolo, soprattutto se penso alla mia età. Molti sono a riposo, mentre io mi sento ancora vivo. Però, per me amore è anche l'amicizia che resiste alla prova del tempo, a differenza delle relazioni che spesso finiscono. E poi c'è l'amore per mia figlia che è quello più grande della mia vita».
E ovviamente c'è l'amore per il lavoro. «È quello su cui ho sempre investito tutto e, infatti, tutte le mie donne si sono sempre un po' risentite perché non potevano che arrivare dopo. Non ce n'era mai per nessuna. Io sono cresciuto con l'esempio dei miei genitori che, nonostante fossero molto diversi, si sono amati tanto per tutta la vita. Da ragazzo, sognavo anche io di avere un amore così e ce l'ho avuto, ma con il lavoro e non con una donna».
Questo non le ha mai creato rimpianti? «Il più grande rimpianto che ho è aver detto no a Vittorio De Sica che mi voleva ne "Il giardino dei Finzi Contini": io mi ero convinto di essere adatto a un ruolo e lui me ne aveva offerto un altro e quindi gli ho detto di no. Poi quel film è andato agli Oscar… ci penso ancora». Provo a richiederglielo allora: mettendo da parte il lavoro, ha qualche rimpianto? «Forse, con una donna, tempo fa, conosciuta in Argentina. Ma davvero non ha senso né pensarci, né parlarne».
Intervista ad Alessandro Haber e Alessio Boni, al teatro Sanzio di Urbino con "Il visitatore"
Autodistruzione e Resilienza: Affrontare i Demoni Interiori
Guardando alla sua vita, come fa nello spettacolo, si riconosce una certa tendenza all'autodistruzione? «È qualcosa che capisci a posteriori. A 40 anni, ho fatto uso di droghe che sicuramente è una forma di autodistruzione, ma nel mio caso è stata inconscia. Anzi, quando le consumavo non riuscivo a vivere così come avrei voluto, mi sentivo spento e infatti ho smesso. Per me, era più importante godersi la compagnia di un amico, il piacere di un bicchiere di vino, una storia d'amore. Infatti, anche nei miei momenti di depressione, ha sempre prevalso il mio amore per la vita: è ciò che mi ha fatto sempre reagire». Haber descrive un percorso di autodistruzione vissuto più a livello inconscio che volontario, sottolineando come la sua innata gioia di vivere e il desiderio di connessione abbiano prevalso sulle tentazioni più oscure.
Anche quando è stato costretto a riprendersi da un intervento sbagliato… «Guardi, se non avessi avuto la tigna di riprendermi, non sarei qui a fare l'intervista con lei. Mi sono fatto il culo, dopo il secondo intervento, con la riabilitazione, la piscina e tutto il resto. Adesso, cammino di nuovo e sembrava impossibile». La sua determinazione e la sua "tigna" emergono come forze motrici per superare ostacoli fisici e psicologici apparentemente insormontabili, dimostrando una straordinaria capacità di resilienza.
La Paternità Tardiva: Un Miracolo di Vita e Amore
Lei è abituato alle cose che sembrano impossibili. Sua figlia Celeste è arrivata quando meno si aspettava di diventare padre. «Avevo 55 anni ed è stato un vero miracolo. Mi piace molto l'idea che adesso posso passare il testimone, che attraverso di lei potrò continuare a vivere ancora un po' e che posso trasmetterle tutto ciò che ho imparato dalla vita». La paternità in età avanzata ha rappresentato per Haber un evento trasformativo, un'opportunità per trasmettere il proprio sapere e la propria esperienza, vedendo nella figlia una continuazione della propria esistenza.
Com'è cambiata la sua vita da quando è nata? «Adesso, non riesco neanche a immaginare come avrebbe potuto essere la mia vita senza di lei. L'unica cosa che so è che, senza Celeste, sarei molto più arido. Io sono il suo porto e lei attracca in questo porto quando e come vuole perché sa che io ci sono sempre. È un tipo di amore, di affetto unico: per lei darei la vita, lei è sopra tutto e tutti». L'amore per la figlia è descritto come un sentimento totalizzante, una fonte inesauribile di arricchimento e un punto fermo nella sua vita.
La Connessione tra Successo e Depressione: Un Dibattito Aperto
Esiste una connessione tra il successo e la depressione? Questa è la domanda che ha tormentato Teofrasto, uno studente di Aristotele, più di 2.300 anni fa. E ancora oggi, nonostante l’aumento progressivo delle vittime di questa malattia nel mondo dello spettacolo, gli studiosi non sono riusciti a trovare una risposta unanime. Il solare e amabile Robin Williams è stata una delle ultime celebrità colpite nel modo più inaspettato da questo parassita silenzioso. Nato il 21 Luglio 1951, l’attore statunitense è stato ritrovato incosciente all’età di 63 anni sul pavimento della sua casa a Tiburon, in California.
La Vita di Robin Williams: Tra Genio Comico e Demoni Interiori
Nato a Chicago e figlio di una famiglia benestante - il padre dirigente della Ford, la madre ex modella - Robin Williams si avvicina al mondo della recitazione durante gli anni del college. La passione per questa disciplina è così travolgente che Williams decide di abbandonare gli studi tradizionali per iscriversi alla Juilliard School, prestigiosa scuola d'arte drammatica di New York, dove emerge per la prima volta quella mimica che poco dopo lo avrebbe reso noto al grande pubblico. Pochi anni più tardi, infatti, esordisce nel mondo dello spettacolo nei panni di Mork, personaggio della serie "Mork&Mindy", uno spin-off di "Happy Days".
Durante i primi anni di celebrità, il mondo dello spettacolo spinge Williams a cambiare in modo radicale le sue abitudini e lo introduce a uno stile di vita più attraente e agiato - ma anche più pericoloso. Robin Williams inizia infatti a trascorrere serate al limite dell’eccesso con l’amico e collega John Belushi, che nel 1982 perde la vita a causa di un'overdose di eroina e cocaina. Williams decise di smettere di assumere sostanze stupefacenti, rimanendo distante dalle droghe per ben vent'anni attraverso l’aiuto di un percorso di riabilitazione. Nel 2006, però, l’attore ammette ai microfoni di ABS Good Morning America di essere ricaduto nei suoi problemi di dipendenza. Sempre nel 2010, in un'intervista al Guardian, l’attore aveva spiegato anche che il suo ritorno all'alcol era avvenuto a causa di paure e ansie. Williams combatté per altri quattro anni con i suoi demoni interiori, per poi perdere ogni speranza l’11 Agosto del 2014, quando venne ritrovato morto per asfissia dovuta all’impiccagione - un altro modo per definire il suicidio. Una morte scomoda, spesso considerata una vergogna da parte della società.

La Depressione: Una Malattia Invalidante come una Malattia Fisica
In base alla definizione del manuale MSD (edito da Merck Sharp & Dohme, una delle più grandi aziende farmaceutiche a livello mondiale) la depressione è “una sensazione di tristezza così intensa da compromettere le normali attività di una persona e/o il suo interesse o piacere per le attività”. Può essere dovuta a una perdita affettiva o a un altro evento drammatico ma si tratta di una reazione eccessiva rispetto all’evento scatenante, che dura più tempo del normale. La depressione è dunque una malattia invalidante tanto quanto una malattia fisica, poiché chi vive in uno stato di depressione patologica non è più in grado di svolgere le più semplici attività quotidiane, come quelle che riguardano la cura della propria igiene o quella della casa. Le intense sensazioni di colpevolezza e di auto-denigrazione, inoltre, impediscono ai soggetti depressi di riuscire a concentrarsi su qualsiasi attività, determinando dunque una situazione di stallo, in cui le funzioni cognitive si deteriorano.
Depressione, Successo e Creatività: Un Legame Complesso
La strana connessione tra successo e depressione è stata studiata molto poco finora, ma i risultati ottenuti non sembrano aver identificato la depressione come un effetto collaterale del successo. Tuttavia, ci sono alcuni comportamenti associati alla depressione che effettivamente possono favorire il successo. Ulrich Hegerl, Presidente della Fondazione tedesca per l’aiuto alla depressione, ha infatti dichiarato che “la depressione, come ogni altra malattia grave, porta alla differenziazione interiore, a una più profonda riflessione sulle nostre vite, e questo è un prerequisito per la creazione artistica“. Inoltre, la sensazione di non essere abbastanza bravi ispira alcune persone a fare più di altri.
Lo studio sul legame tra creatività e depressione, invece, ha trovato dei risultati più interessanti. Nel 2009 è infatti arrivata la prova scientifica di un’effettiva correlazione tra creatività artistica e patologie mentali, grazie a uno studio condotto dallo psichiatra ungherese Szabolcs Kèri presso la Semmelweis University di Budapest. La ricerca si è incentrata su un’indagine genetica riguardante un gene associato alla malattia mentale, in grado, allo stesso tempo, di incoraggiare anche la creatività. Il gene in comune tra queste due tendenze comportamentali così differenti è chiamato neurotropina 1 (neuregulin 1) ed è disponibile anche nelle varianti C e T. Quando un soggetto presenta la variante T su entrambe le copie cromosomiche, è più probabile che possa rivelarsi suscettibile alla malattia mentale.
Le Vittime della Depressione nel Mondo dello Spettacolo
In base ai risultati dello studio sopracitato, non dovrebbe sorprendere il numero di artisti che hanno apertamente dichiarato di soffrire di disturbi depressivi. Naturalmente questa malattia è presente anche tra le persone che conducono vite lontane dai riflettori e in questo caso le cause più comuni della depressione e dell’ansia sono il ritmo quotidiano, lo stress lavorativo, i problemi amorosi e quelli legati alla famiglia. La risposta è tanto semplice quanto insolita: il successo. La pressione che deriva dalla consapevolezza di dover vivere costantemente sotto i riflettori diventa un peso difficile da reggere, così come l’ansia di lavorare costantemente in modo da non perdere il successo guadagnato.
Sono questi i due elementi che trascinano gli artisti in un tunnel stretto, oscuro e opprimente. Alcuni di loro lo hanno tenuto nascosto fino alla fine - come Kurt Cobain (che però ha lasciato una famosa lettera che lo spiegava nel dettaglio), Chester Bennington e Robin Williams, per l’appunto - ma altri hanno avuto il coraggio di parlarne: Halsey e Justin Bieber ne hanno parlato principalmente attraverso la loro musica e dei post sui social, mentre gli attori Chris Wood, Jim Carrey, Angelina Jolie e Kristen Bell hanno arricchito il dibattito sulla questione anche attraverso una serie di interviste. La presa di parola da parte di queste star è fondamentale per l’aumento della sensibilizzazione sul tema della depressione. La loro testimonianza è infatti in grado di renderli più “umani”, in quanto presenta lo sconforto e il senso di vuoto come sentimenti condivisi che possono potenzialmente interessare qualunque individuo, sia esso un comune cittadino con il classico lavoro d'ufficio, un disoccupato oppure un divo di Hollywood impegnato nelle sue tournée mondiali.
Perciò, come dimostrano le storie di tantissimi personaggi del mondo dello spettacolo, la depressione può germogliare anche in una villa con la piscina in compagnia della propria famiglia o in mezzo a una folla di fan devoti. Ciò avviene perché si tratta di una malattia mentale in cui la razionalità viene meno, l’individuo non ha alcun controllo sulla direzione dei propri pensieri e finisce in un limbo di disperazione, insoddisfazione, solitudine e tristezza. Infine, avere la possibilità di conoscere la malattia attraverso le parole di chi ci ha convissuto (o ci convive, con l’aiuto di terapie psicoterapeutiche e/o farmacologiche) è cruciale anche per un altro motivo: poiché rassicura sull’esistenza di una via d’uscita. Le testimonianze sono barlumi di speranza e fonti di conoscenza diretta di cui le persone comuni hanno bisogno, siano esse estranee al dolore in questione o sfortunatamente compagne delle star che ne diventano i portavoce.
Da questo punto di vista, l’esperienza delle star può fare una vera e propria differenza, in quanto, citando le parole dell’attore Jim Carrey, è possibile capire che la depressione non è una condizione eterna e immutabile, ma funziona “come la pioggia”: a volte può ripresentarsi e bagnarci, ma con il tempo le si può impedire di sommergerci.
Jim Carrey: La Depressione come Pioggia Passeggera
Oggi, 17 gennaio 2024, Jim Carrey compie 62 anni. Una delle prime uscite pubbliche di Jim Carrey sulla depressione risale al novembre 2004, quando in “60 Minutes“, programma della CBS, ha confessato di aver assunto del Prozac per un lungo periodo: “Può avermi tenuto fuori pericolo per un po’, ma la gente rimane su di esso per sempre. Ho dovuto smettere a un certo punto perché ho capito che andava tutto bene”. “Ci sono cime, ci sono valli - aggiunse -. Ma sono tutte intagliate e levigate, e si sente come un basso livello di disperazione in cui vivi. Dove non hai nessuna risposta, ma vivi bene. E puoi sorridere in ufficio. Ma è un basso livello di disperazione”. Nonostante ciò, nel novembre del 2017 l’attore rilasciò un’intervista per iNews con la quale specificò che i tempi bui erano ormai passati: “A questo punto, non ho la depressione. Non c’è un’esperienza di depressione. L’ho avuto per anni, ma ora, quando arriva la pioggia, piove, ma non rimane. Vista l’enorme fama, le parole di Jim Carrey risuonarono in tutto il mondo, arrivando anche in Italia, tant’è che nel 2020 il Corriere della Sera diede spazio alla sua testimonianza in fatto di depressione: “Ne ho sofferto per anni e sono sempre stato onesto perché non è più la mia compagna costante, come un tempo. La depressione è una malattia mentale e condiziona la vita di qualsiasi individuo, indipendentemente dal proprio status sociale. Non va confusa con il Disturbo Depressivo Maggiore e, dopo l’ansia, è il disturbo mentale più comune. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2030 sarà la patologia più diffusa”.
L'Esperienza di Maurizio Ferrini: Dalle Gaffe alla Rinascita
Maurizio Ferrini ha iniziato la sua intervista a Verissimo raccontando quanto siano state serene la sua infanzia e la sua adolescenza: «La mia giovinezza è stata idilliaca. I miei genitori mi hanno sempre ascoltato, in famiglia c'erano sì, dei battibecchi, ma nulla di che, loro si aiutavano e, in casa, c'era un'armonia gigantesca. Io sognavo di fare tre cose: il grafico, studiare lingue e recitare. Iniziai negli anni '80 e non fu sempre facile perché, all'inizio, io avevo successo solo in provincia e non in città». L'attore, poi, raccontò il periodo buio: «Cominciai a ricevere anche tanti no e io non capivo che non era una cosa personale ma un "no" al progetto. Il telefono non suonò più e io facevo gaffe a iosa perché per mantenere la mia "integrità" di personaggio rifiutai anche "Vacanze di Natale". Io rifiutavo le offerte e loro non mi cercavano più. Tanti amici mi aiutarono a uscire da quel periodo buio anche aiutandomi economicamente. Mi misi, addirittura, a fare gli oroscopi a pagamento. Ero depresso perché non lavoravo e, quindi, mi abbattevo ma devo dire che le ho provate tutte, andavo in cerca di lavoro. Dopo il periodo buio sono arrivate tante offerte, tra cui quella di Fabio Fazio per la "Signora Coriandoli"».
Michele Morrone: La Depressione Post-Separazione e la Critica al Cinema Italiano
Da Bitonto a Hollywood. Michele Morrone si racconta e ripercorre la sua vita e la sua carriera in una intervista a Belve, nella terza puntata del programma di Francesca Fagnani su Rai 2. L’attore rivela di aver passato “un momento di depressione profonda” dopo la fine della relazione con l’ex moglie, arrivando una volta quasi al coma etilico. “In qualche modo - racconta - devi poter anestetizzare il dolore e io l’ho fatto con il metodo più economico, distruttivo, che mi ha portato a bere tantissimo”. “Prendevo una bottiglia di vino e mi ubriacavo. Morrone non lesina poi stoccate al sistema cinema italiano: “Non mi sono mai immaginato nel circoletto italiano“. Secondo Morrone agli attori italiani manca l’umiltà delle star hollywoodiane, che “hanno gli Oscar mica i David”. “A me del David di Donatello non me ne frega niente”, aggiunge l’attore.
Le pozioni d’amore: Morrone rivela anche di aver frequentato per oltre un anno una ragazza che a sua insaputa gli faceva bere delle “pozioni d’amore con fiori secchi“. “Ci sono state delle situazioni - racconta - in cui per un lungo periodo non ragionavo più bene e mi sono accorto che mi dava delle cose a mia insaputa”.
Angelo Andrea Vegliante, da diversi anni realizza articoli, inchieste e videostorie nel campo della disabilità, con uno sguardo diretto sul concetto che prima viene la persona e poi la sua disabilità. Grazie alla sua esperienza nel mondo associazionistico italiano e internazionale, Angelo Andrea Vegliante ha potuto allargare le proprie competenze, ottenendo capacità eclettiche che gli permettono di spaziare tra giornalismo, videogiornalismo e speakeraggio radiofonico. La sua impronta stilistica è da sempre al servizio dei temi sociali: si fa portavoce delle fasce più deboli della società, spinto dall'irrefrenabile curiosità.
La testimonianza di queste figure pubbliche, pur nella loro diversità, ci ricorda che la lotta contro la depressione è una battaglia universale. La vulnerabilità espressa sul palcoscenico e nelle interviste diventa uno specchio delle fragilità umane, invitando a una maggiore comprensione e empatia. La recitazione, in questo contesto, si configura non solo come un mestiere, ma come un potente strumento di espressione, catarsi e, talvolta, di salvezza.