"Per me nulla esiste eccetto il presente. Ora, esperienza, consapevolezza, realtà. Il passato non è più e il futuro non è ancora". Questa affermazione racchiude l'essenza della Terapia della Gestalt, un approccio psicoterapeutico che pone un'enfasi profonda sull'importanza di "stare nel qui ed ora". In questo spazio protetto, il paziente è invitato a sperimentare, ad abbandonare ogni distrazione e a connettersi pienamente con la propria realtà interiore ed esteriore.

Il Valore del "Qui ed Ora" nella Terapia
La Teoria della Gestalt, applicata al contesto psicoterapeutico, si rivela uno strumento potente per promuovere la consapevolezza. L'invito a rimanere ancorati al momento presente non è una mera tecnica, ma una porta d'accesso a un'esperienza più autentica del sé e del mondo circostante. È in questo "ora" che il paziente può veramente sperimentare, lasciando che le emozioni e i pensieri emergano senza giudizio o interpretazione. L'abbandono di ogni altra attività, se non quella dello sperimentare, permette di concentrare tutte le energie sull'esperienza presente, favorendo un contatto più profondo con se stessi.
Consapevolezza e l'Esperienza del Nulla
Un aspetto cruciale della terapia Gestalt è l'attenzione ai contenuti della consapevolezza che affiorano. Questi possono condurre a un soddisfacente contatto con la realtà o, al contrario, a un intenso disagio. Diventando più consapevoli di ciò che popola la nostra mente, possiamo giungere a vivere, forse per la prima volta, l'esperienza del "nulla". Questo "nulla" non è un vuoto assoluto, ma un ponte tra l'evitamento e il contatto, una sorta di riconoscimento del fatto che "non è abbastanza" in termini di piena espressione o soddisfazione. Il nulla acquista significato solo quando viene visto non come una mancanza, ma come uno sfondo su cui la figura - l'esperienza presente - può emergere con maggiore chiarezza.
Tecniche Espressive e la Rivelazione del Sé
Le tecniche espressive, nella Gestalt, sono concepite come mezzi per rivelare la vera essenza dell'individuo. Il terapeuta, attraverso queste tecniche, scoraggia nel paziente ciò che non è autentico, puntando a far emergere la genuina espressione della persona. Perls definiva questo processo come un "gioco della scienza", che implica offrire informazioni, ricercare spiegazioni causali e discutere temi filosofici o morali. Tuttavia, queste attività, spesso definite "chiacchiere" in terapia, sono considerate non sostanziali e devono essere superate quando messe a confronto con l'esperienza diretta.

Spesso, le spiegazioni intellettuali vengono utilizzate come meccanismo di evitamento, un modo per eludere ciò che viene richiesto esperienzialmente. Sebbene sia importante che il terapeuta non trascuri il bisogno del paziente di comprendere a livello intellettuale ciò che accade in seduta, la Gestalt privilegia la non-interpretazione. Questo approccio non-interpretativo è un pilastro fondamentale, poiché l'obiettivo primario è la consapevolezza, non la mera comprensione intellettuale.
La Trappola della Comprensione Intellettuale
La comprensione intellettuale, secondo la Gestalt, può diventare una trappola, sostituendo l'esperienza diretta con una concettualizzazione astratta. È per questo che al paziente viene esplicitamente richiesto di evitare auto-interpretazioni e di non sollecitare interpretazioni dal terapeuta. Quando un paziente si dedica a spiegare o a cercare spiegazioni, ciò può indicare un tentativo di evitare un'esperienza scomoda, un desiderio di dimostrare intelligenza a scapito della condivisione autentica, o una mancanza di fiducia nel terapeuta o nel metodo terapeutico.
Il terapeuta esperto è in grado di cogliere il mancato rispetto di questa regola come un segnale prezioso. Esso indica i momenti critici del paziente, quelli che egli evita di affrontare direttamente, preferendo parlarne "intorno". Il compito del terapeuta è proprio quello di individuare, all'interno dell'esperienza del paziente, questi momenti cruciali che necessitano di essere portati alla luce. La "regola del non intorno" (non girare intorno al problema) si dimostra efficace sia nella terapia individuale che in quella di gruppo.
Il Doverismo: Un Ostacolo all'Essere Autentico
Il "doverismo" rappresenta un uso improprio della vita emotiva, un modo in cui ci diciamo e diciamo agli altri come "dovremmo" essere. Questa internalizzazione di obblighi e aspettative è un altro cammino che ci allontana dalla sperimentazione del nostro essere autentico. Il dovere vissuto come obbligo è un esempio di rifiuto della responsabilità personale. I doveri, in questo senso, diventano una forma di controllo imposto, un tentativo di conformarsi a modelli prestabiliti.
La valutazione, sia di sé che degli altri, allontana dall'esperienza diretta. Quando valutiamo, cerchiamo di adattare l'esperienza a un modello preesistente, preso in prestito dal passato o proiettato nel futuro. In questo processo, manca la scoperta autentica, vi è solo un marchio di approvazione basato sull'uniformità. La "non-valutazione", invece, ci porta al semplice riconoscimento dell'esperienza, senza giustificazioni o critiche. Questa è una regola difficile da attuare, forse più del "non pensare", poiché richiede prima di tutto la consapevolezza di stare valutando e di come tale valutazione avvenga.
Gestalticamente parlando, è fondamentale imparare a vivere l'esperienza senza l'interferenza costante del "Cane di sopra" - quella voce interiore critica e giudicante. Quando riusciamo a disattivarla, le cose appaiono semplicemente per quello che sono; ogni cosa offre il suo meglio e si presenta come il più perfetto esempio di sé. Ciò che spesso chiamiamo "esperienza" è in realtà rappresentato da sentimenti spiacevoli derivanti dalla frustrazione delle nostre aspettative, piuttosto che dalla consapevolezza di ciò che potremmo trarne. In questi casi, non si vive l'esperienza di qualcosa, ma l'esperienza del nulla, un vuoto generato dall'incapacità di accogliere la realtà così com'è.
Sarebbe auspicabile riuscire ad abbandonare temporaneamente, anche nella vita quotidiana, questo atteggiamento da giudici nei confronti della realtà e della propria realtà interiore. In questo modo, potremmo scoprire sentimenti insospettati, tenuti nascosti dal semplicistico meccanismo di accettazione-rifiuto. Uno dei traguardi più significativi della terapia Gestalt è proprio quello di riuscire a vivere appieno nel presente, in modo che nessun modello del passato possa offuscare la piena consapevolezza. Si tratta di essere così pienamente ciò che si è, che nessun senso del dovere possa turbare la propria personalità. Il terapeuta sostiene e guida il paziente nel valutare realisticamente dove si trova, nel "qui ed ora", in termini di scopi e ideali, ma questo è possibile solo quando la propria autostima non è influenzata da meccanismi di autopunizione o da difese che vi si contrappongono.
Manipolazione: Evitare l'Esperienza attraverso l'Azione
La manipolazione si inserisce nel campo dell'azione. Come il pensare e il sentire, anche l'agire può diventare un mezzo per evitare l'esperienza autentica. Molte azioni quotidiane sono dirette a minimizzare il disagio, a evitare stati interiori che non siamo ancora pronti ad accettare. Si potrebbe affermare che la maggior parte delle nostre azioni serve a evitare l'esperienza, poiché le esperienze sono spesso motivate da una carenza, da un desiderio di porre fine all'insoddisfazione.
La nozione di evitamento, per il gestaltista, si riferisce principalmente all'evitamento della consapevolezza. Tuttavia, esistono azioni non solo volte a evitare l'esperienza, ma anche azioni che ne derivano e la esprimono, rivelandola piuttosto che nascondendola. Per verbalizzare l'esperienza del momento, dobbiamo essere aperti a ciò che essa porta, piuttosto che essere impegnati nell'elaborazione di un nostro programma predefinito. L'azione, in contrapposizione alla manipolazione di sé e degli altri, viene sperimentata come un flusso influente dall'interno.
Per Perls, era fondamentale stabilire la regola della non-manipolazione, richiedendo autenticità ai pazienti. Le manifestazioni di manipolazione che una persona dirige prevalentemente verso se stessa possono essere più difficili da individuare rispetto a quelle presenti nei giochi interpersonali. In questi ultimi, il terapeuta può cogliere le richieste implicite o le lusinghe del paziente volte a limitare la sua libertà. Al contrario, l'automanipolazione è forse il fattore principale che distingue l'autentica pratica del continuum di consapevolezza dall'inganno.
La psicoterapia della Gestalt con le coppie | Margherita Spagnuolo Lobb | TEDxCortina
Domande e Risposte: Strumenti di Manipolazione o di Contatto?
Le domande giocano un ruolo significativo nelle sedute di gruppo, ma spesso costituiscono un metodo diplomatico per rivelare il punto di vista di chi interroga. Una domanda è una forma di manipolazione volta a sollecitare una risposta, e non esprime l'esperienza di chi la pone. Chi interroga ha bisogno di una risposta per evitare meglio l'esperienza da cui la domanda stessa origina. Le domande non solo mascherano l'esperienza di chi interroga, ma condizionano la persona a cui sono rivolte a rispondere, soddisfacendo il bisogno manipolativo del richiedente. Deviano inoltre il contenuto dell'interazione del gruppo da ciò che è terapeuticamente funzionale. La regola di non fare domande può aumentare la quantità di esperienze condivise nel gruppo.
Molte risposte, a loro volta, sostengono passivamente il gioco della manipolazione altrui e non servono a nessuno: né a chi risponde, né al gruppo che ascolta, né a chi interroga, se la domanda era falsa ed espressione di evitamento.
Chiedere il Permesso e le Richieste: Responsabilità e Apertura
Chiedere il permesso, sia implicitamente che esplicitamente, va sempre ponderato e spiegato. Richiedere un'approvazione riguardo un'azione che si intende compiere è una manipolazione della situazione, poiché si delega ad altri la responsabilità della propria azione. In questo modo, l'individuo evita la possibile impasse di una decisione.
Una richiesta è qualcosa di più della semplice espressione di un bisogno. Durante l'atto del richiedere, spesso non siamo in grado di lasciare che gli altri siano se stessi, né siamo aperti verso di loro. Il non riuscire a permettere agli altri di essere se stessi si misura nella misura in cui ci consentiamo di reagire ad essi per quello che sono, o di sperimentare l'impatto del loro modo di essere. Il desiderio che gli altri facciano o smettano di fare qualcosa è proporzionale alla precarietà del proprio equilibrio, che ci fa sentire a nostro agio solo in un ambiente "giusto", dove non vengano toccati i "pulsanti del dolore".
Anche in questo caso, in seduta è fondamentale insistere con il paziente sulla regola di esprimere esperienze, dando voce a desideri e disagi, ed omettendo invece imperativi positivi o negativi.
Massimizzazione dell'Espressione: Dare Voce al Sé Autentico
Esagerare l'espressione di un impulso è un approccio efficace per ampliare la consapevolezza. Siamo consapevoli del "Sé" soprattutto attraverso l'espressione; la nozione di ciò che si è è condizionata da ciò che non abbiamo e da ciò che abbiamo fatto. Utilizzando queste tecniche, il terapeuta invita il paziente ad esprimersi, stimolando così ciò che egli è.
Esprimersi e realizzarsi dovrebbe essere un processo naturale. Purtroppo, nella vita di tutti i giorni, le persone sperimentano vissuti di angoscia e dolore che le portano ad imparare a manipolare il mondo attraverso "strategie", piuttosto che rischiare di aprirsi ad esso. Questo è stato, senza dubbio, un comportamento funzionale e necessario in una specifica fase della vita, ma che, successivamente, è stato attuato sempre più spesso, diventando disfunzionale. Si ritiene comunemente che gran parte del comportamento corrente di un individuo sia fluido, ma un'analisi approfondita rivela come, attraverso il comportamento, si tenda ad evitare il contatto e a reprimere l'espressione.
La massimizzazione dell'espressione, una tecnica definita "universale", richiede di fornire al paziente situazioni non strutturate, affinché sia lui a determinare le proprie regole e ad essere responsabile delle sue azioni. L'assenza di struttura stimola la creatività. Il compito del terapeuta è rendere il paziente consapevole delle sue decisioni, aiutandolo a realizzare che è lui a scegliere e, di conseguenza, è lui il responsabile. Il paziente deve affrontare la sfida della sua libertà.
Lo scopo dell'assenza di struttura è offrire al paziente un vuoto da riempire con la sua espressione, oppure fargli riconoscere la sua incapacità di farlo, prendendo consapevolezza dei propri conflitti interni e della loro natura. È essenziale porre attenzione al vuoto, dandogli forma e riconoscendolo come ricco di energia e dialoghi interni. Il vuoto deve essere inserito in una posizione di "figura", mentre i contenuti resteranno sullo sfondo. Il paziente va sollecitato direttamente ad esprimere, momento dopo momento, ciò che sperimenta, sia con parole che con azioni. È quindi possibile chiedergli di "dar voce", mettendo una parola al posto di un verso, oppure trasformare il linguaggio sostituendo le parole con i versi.
All'interno di una seduta di gruppo, è possibile attuare due tecniche volte a superare l'inibizione dell'espressione individuale o le carenze di espressione nel campo interpersonale.
1. Prescrizioni Individuali (Applicazione Individuale)
Queste si basano sulle sensazioni e percezioni del terapeuta riguardo a ciò che il paziente evita nella vita e nel suo comportamento. Il terapeuta deve aiutarlo ad esprimere quegli aspetti di sé che sta reprimendo, sostenendolo ad assumersi la responsabilità di ciò che è e, quindi, a diventare completo. Perls puntava sul "principio dell'inversione", ossia chiedeva al paziente di spostare il proprio punto di vista, scegliendo di vedere in figura ciò che finora si era visto come sfondo.
2. Completare l'Espressione
Ogni persona esprime se stessa fino a un certo punto. Il compito del terapeuta è riconoscere i momenti di vera espressione e cercare di intensificarla.
- Semplice Ripetizione: Intensificare nel paziente la consapevolezza di un'azione o di un'affermazione, chiedendogli di ripeterla.
- Esagerazioni e Sviluppo: Amplificare gesti, suoni, azioni, ripetendoli più volte.
- Esplicitazione o Traduzione: Tradurre in parole un'espressione verbale, sollecitando il paziente a rendere esplicito un contenuto che era prima implicito.
- Identificazione e Recitazione: Dare voce ai pensieri, non ai movimenti. A livello interiore, la recitazione comporta un processo d'identificazione con la parte che si interpreta. Questo può essere difficile quando il paziente deve identificarsi con le sue parti spiacevoli, ma offre l'occasione di acquisire responsabilità verso se stesso, comprese le sue parti più sgradite.
Attraverso queste tecniche, si accorcia la distanza tra l'io e i suoi processi, avvicinandosi sempre più alla consapevolezza.
Incongruenze tra Verbale e Non Verbale: Segnali di Profondità
È importante utilizzare in seduta le possibili incongruenze tra il verbale e il non verbale che possono emergere. Il terapeuta non deve soffermarsi solo su un indizio particolare, ma a volte può risultare utile comprendere il comportamento complessivo del paziente e rimandarglielo.
- Minimizzazione: Rendere la comunicazione più fluida eliminando le incongruenze (es. "ma", "forse", "può darsi"). Un modo è sostituire il "ma" con "e". Il "ma" viene introdotto per squalificare o invalidare una dichiarazione, rappresentando il riflesso udibile di un conflitto.
- Spersonalizzazione: Utilizzare locuzioni impersonali o indefinite al posto di un contenuto specifico.
- Retroflessione: Un caso di espressione indiretta. In terapia Gestalt, si dirige all'esterno un impulso che, invece di rivolgersi all'oggetto previsto, è stato deviato per ritornare all'agente iniziale. Perls definiva retroflessione il comportamento tramite il quale la persona "fa a sé ciò che vorrebbe fare agli altri", incanalando l'energia verso sé stessa.

L'Estetica del Corpo e la Risonanza Emotiva
L'intervista tra Margherita Spagnuolo Lobb e Umberto Galimberti tocca temi cruciali della clinica contemporanea, integrando gli stimoli gestaltici con una prospettiva filosofica junghiana. Si evidenzia come lo psicoterapeuta, come un artista, debba conoscere le proprie possibilità e gli strumenti di lavoro, possedendo una fede particolare. È fondamentale che sia consapevole della propria "follia", avendola attraversata, per poter riconoscere quella dell'altro; che sia consapevole dei propri dolori per vedere quelli altrui; che possa sentire il proprio corpo per sostenere la sensibilità dell'altro.
Spagnuolo Lobb sottolinea l'importanza di "stare con i sensi", ovvero con l'esperienza piena della sensorialità, come via per giungere, attraverso la fiducia nell'autoregolazione, a un adattamento creativo. Questo significa fare la cosa migliore in una data situazione, per sé e per l'altro. "Stare con i sensi" significa sentire se stessi e intuire l'altro, stare con l'altro.
Galimberti collega la "mancanza di risonanza emotiva" all'assenza di neuroni specchio, che limiterebbe la nostra capacità di comprensione empatica dell'altro. L'estetica, intesa come sensorialità, viene traslata all'estetica come bellezza. Le giovani generazioni, guardandosi allo specchio in uno stato di immobilità e non immersione nel mondo, vedono il particolare ma non la totalità, perdendo la percezione del proprio corpo.
Il Dolore come Esperienza Integrata
La tendenza all'oggettivazione o desensibilizzazione del corpo può essere collegata alla visione del dolore che integra la cultura greca. In questa prospettiva, il senso di una vita vissuta alla ricerca dell'armonia tra vita e dolore, con un'integrazione avvenuta nell'arco della vita terrena, contribuiva a un senso di integrità ricercato nel "qui e ora", piuttosto che posticipato a una vita ultraterrena, come invece propugnato dalla cultura giudaico-cristiana. Terapeuti e pazienti devono fare i conti con la vita e il dolore, e con la possibilità di integrarli.
Essere Se Stessi: La Base della Fiducia e della Comprensione
Essere se stessi costituisce un solido luogo d'identità. La fiducia nelle relazioni nasce dalla coerenza del proprio essere. All'interno della relazione terapeutica, il primo sforzo del terapeuta dovrebbe essere quello di entrare nella visione del mondo dell'altro, modificando anche radicalmente il linguaggio. Galimberti cita l'esempio di aver parlato "religiosamente" con una suora, adattando il linguaggio alle sue metafore e al suo universo di riferimento.
Comprendere, in questo senso, significa captare empaticamente il nucleo, il "nucleo delirante" nel caso patologico. Una volta catturato questo nucleo, tutte le manifestazioni ritornano come un teorema. Anche in ambito non patologico, si comprende se si coglie il nucleo da cui si diparte la visione del mondo dell'altro. Noi non abitiamo il mondo, ma la visione che abbiamo del mondo. Il compito terapeutico è discernere se la sofferenza deriva dalle cose che accadono nel mondo o dall'interpretazione che se ne dà. In terapia, si allarga la visione del mondo.
Psicoterapia Online con i Bambini in Tempo di Crisi
La pandemia da COVID-19 ha imposto una riflessione sull'adattamento della psicoterapia, in particolare quella rivolta ai bambini. Il modello di Violet Oaklander, adattato alle sedute virtuali, si concentra sul rafforzamento del senso di sé e della resilienza dei bambini. È fondamentale spiegare ai bambini cosa sta succedendo con termini appropriati al loro livello di sviluppo, assicurandosi che le informazioni siano direttamente applicabili alla loro salute e sicurezza.

Le limitazioni fisiche delle sedute virtuali creano difficoltà nel "contatto", inteso come la capacità del cliente di essere presente e di connettersi con sé stesso e con l'altro. La partecipazione di un genitore può aumentare il livello di attenzione del bambino.
L'egocentrismo infantile può portare i bambini a ritenersi responsabili delle disgrazie. È cruciale comunicare loro che non è colpa loro e incoraggiare i genitori a fare lo stesso. Durante la crisi, è necessario ristrutturare il lavoro terapeutico, dando priorità alle prime necessità e aiutando la famiglia a formulare un piano operativo.
Gestire le Reazioni alla Crisi
La risposta appropriata a un momento di crisi può significare mettere da parte, "solo per adesso", l'obiettivo terapeutico del problema manifesto, per concentrarsi sulla gestione delle nuove problematiche causate dalla situazione corrente. Le reazioni alla crisi, come ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, depressione, rifiuto della realtà o rabbia, vanno tutte validate, poiché ognuno è sotto stress.
I bambini manifestano i loro bisogni attraverso il loro comportamento durante periodi traumatici. Valutare le loro risposte individuali in base ai bisogni consente di fornire approcci più specifici. I genitori, spesso in difficoltà emotiva, necessitano di istruzioni su come gestire le manifestazioni di preoccupazione dei figli, ad esempio attraverso sedute a tempo dedicate all'esternazione delle difficoltà.
Risposte terapeutiche specifiche vengono delineate per gli stati d'ansia (riconoscere la preoccupazione, programmare sedute sui motivi di preoccupazione, permettere l'espressione dell'aggressività), i disturbi ossessivo-compulsivi (riconoscere la necessità di igiene, ripassare le linee guida, rassicurare), la depressione (prioritizzare il trattamento dell'immediato, programmare sedute sulla tristezza e sulla rabbia, mantenere una routine), il rifiuto della realtà (riconoscere che è una forma di resistenza, seguire le linee guida senza eccessive spiegazioni) e la rabbia (riconoscere la rabbia come emozione legittima, programmare sedute di sfogo, stilare una lista di azioni permesse).
Limiti, Routine e Polarità nella Terapia Infantile
Stabilire limiti e confini appropriati aiuta i bambini a sentirsi più sicuri. Incoraggiare le famiglie a mettere per iscritto il programma della routine della casa, includendo aspetti importanti per lo sviluppo come l'alimentazione sana, l'attività fisica, i compiti, il tempo in famiglia e le attività divertenti.
L'utilizzo delle polarità, ovvero l'equilibrio tra sentimenti negativi e ricordi di momenti felici, può facilitare l'espressione delle emozioni e ridurre lo stress, aiutando a cambiare la prospettiva.
Suggerimenti per Sedute Telefoniche o Online
Non bisogna lasciarsi spaventare dal formato virtuale. La preparazione è cruciale: procurarsi materiali, assicurare uno spazio privato e tranquillo. Durante la seduta, è importante modulare l'attività, prevedendo alternative per mantenere l'interesse del bambino e preparandosi ad accorciare la durata della seduta se necessario. Concludere con una nota positiva, sottolineando i risultati ottenuti, è fondamentale. Includere i genitori, se possono aiutare con le "transizioni", arricchisce ulteriormente il processo.
Il Corpo come Testimonianza e Processo di Guarigione
La Psicologia della Gestalt, con la sua visione olistica, considera mente e corpo come parti integrate di un'unica realtà, in un processo di rinnovamento continuo. La psicoterapia mira a facilitare l'esperienza di sé come unità, promuovendo la consapevolezza e l'integrazione di dimensioni conflittuali. Nel corpo è scritta la storia delle persone, e in esso si costruisce l'esperienza psicofisica di unità e relazione.
L'organismo si muove e interagisce con l'ambiente come totalità, seguendo l'emergere dei bisogni. Ogni stimolo, interno o esterno, costituisce un'alterazione dell'equilibrio di base, che si autoregola finché la persona sente e riconosce i propri bisogni. Quando questo processo è ostacolato, si creano situazioni di malessere. L'intervento psicoterapeutico tenta di ripristinare un contatto creativo con l'ambiente quando l'autoregolazione fallisce.
Il movimento inibito, contrastato da forze opposte, può cronicizzarsi nel corpo sotto forma di tensione. Dare la possibilità di esprimersi significa facilitare il dialogo tra le parti, dando voce alle polarità non espresse. La trasformazione della tensione in espressione favorisce la riappropriazione consapevole di parti di sé precedentemente ignorate o conflittuali, creando un nuovo equilibrio e aprendo a nuove modalità di contatto con l'ambiente.
La Depressione: Un Messaggio da Ascoltare
La depressione è spesso vista come una disfunzione, un "male oscuro" da temere. Tuttavia, è uno dei disagi psicologici più diffusi e meno compresi, che insidia lentamente la voglia di vivere. La Gestalt considera la depressione come una condizione intimamente connessa alla storia personale. L'angoscia rivela l'esistenza di una realtà passata o presente non accettata. Affrontare questo disagio significa accogliere se stessi e la propria ferita per rinascere.
Stati depressivi possono derivare da perdite, cambiamenti significativi o da una mancanza antica e non consapevole, mai elaborata. In entrambi i casi, vi è difficoltà e rifiuto a vedere la realtà e l'illusione di evitare il dolore. La depressione può nascere da ferite antiche, come la sensazione di rifiuto infantile o la proiezione delle aspettative genitoriali sul figlio.
La famiglia, come strumento della cultura dominante, impone modelli e convenzioni sociali, negando l'individualità. La depressione emerge quando la vita condotta non è consona ai propri desideri. Si cerca l'amore come possibilità di guarigione dalle ferite antiche, ma questo amore fugace non può attecchire su un terreno sterile.
Il Dolore: Un'Esperienza Umana da Integrare
È difficile descrivere l'esperienza del dolore, poiché siamo più impegnati ad opporvisi che ad ascoltarlo. Temiamo che possa diventare distruttivo, vedendolo come una via di non ritorno. Rifiutando il dolore, rinunciamo a vivere una vita piena, preferendo il controllo sui sentimenti. Provare dolore è parte integrante dell'esperienza umana, come la nascita, la morte, la gioia, la rabbia e l'amore. Rifiutandolo, ci allontaniamo da noi stessi e dal centro della nostra esperienza.
La capacità di reggere dolore e frustrazione è alla base di un buon rapporto con se stessi e con il mondo, e si sviluppa nell'infanzia. Queste esperienze strutturano la stabilità e la sicurezza, permettendo di sostenere le emozioni come onde che, nel punto più basso, trovano la forza per risalire. La non accettazione del dolore ha una forza distruttiva. Paradossalmente, nel contatto con la sensazione di annientamento si può trovare l'aggancio con la nostra energia vitale.
La capacità di sopportare il dolore e tollerare la frustrazione senza sprofondare nell'angoscia rivela un imprinting di fiducia in se stessi. Le relazioni intime significative sono fondamentali, ma comportano il rischio di essere rifiutati.
Solitudine, Creatività e Senso della Vita
La solitudine, sebbene temuta, può offrire la possibilità di dare un nuovo senso all'esistenza e generare scelte creative. La creatività si nutre del ritiro in se stessi; una condizione di solitudine e inquietudine è fertile per il flusso creativo, a patto che la persona lo desideri. Essere creativi significa abbandonare gradualmente i condizionamenti esterni per cercare nuovi significati, rischiando di esporsi con le proprie immagini e punti di vista. Il senso di colpa per aver rinnegato vecchie convinzioni porta a un'esperienza di profonda apertura e trasformazione.
Dal vuoto fertile nasce il coraggio di muoversi verso il nuovo, senza l'illusione di raggiungere la perfezione, su una strada priva di indicazioni in cui l'unico compagno sicuro è il dubbio.
Il Vissuto del Dolore: Universale e Individuale
Il rapporto terapeutico inizia con l'ascolto del dolore del paziente. Il terapeuta si sintonizza sul livello emotivo, permettendo di familiarizzare con il malessere, riconoscerlo e temerlo meno. In questa fase, non si cercano soluzioni, ma si accompagna la persona ad avvicinare il disagio, a riconoscere il flusso dei pensieri negativi e a prendere contatto con la corporeità. L'espressione dell'aggressività repressa è un passaggio importante per recuperare energia vitale.
Il dolore non è un malessere, bensì un'emozione, uno stimolo difensivo. Diventa un male da curare solo se compromette la lucidità mentale, la capacità relazionale e il progetto esistenziale. L'interpretazione del dolore e le modalità con cui si cerca di farvi fronte determinano se esso è sostenuto, elaborato, o subìto e rimosso. Il dolore, in particolare quello fisico intenso, può separare dagli altri, deprimere l'umore, mortificare e abbrutire, legandosi al senso di perdita di dignità.
Perché il dolore possa essere integrato nel progetto di vita, occorre trovare parole interne ed espressioni relazionali che lo rendano comprensibile, che diano senso alla vita nel dolore e che ristabiliscano il senso del vivere. Occorrono silenzi efficaci, nati dalla empatia e dalla compassione, dalla sincerità dei medici e dalla partecipazione emotiva. Riti collettivi, come la preghiera o l'intervento tecnico che allevia il dolore, possono favorire la condivisione.
Nella visione greca, il dolore è pathos, tragedia, contrasto di fronte all'ineluttabile. Per lo spirito tragico, il problema non è eliminarlo, ma contenerlo. La rappresentazione delle tragedie nell'antica Grecia costituiva una catarsi collettiva. La tradizione giudaico-cristiana introduce la sofferenza come esito della colpa, mezzo di espiazione e passaggio alla speranza. La cultura postilluminista, esaltando il pensiero logico, richiede autocontrollo delle emozioni e pudore, spingendo a vivere come monadi incapaci di contatti umani autentici.
Il dolore ha una doppia componente: sensoria (fisica, neurofisiologica, biochimica) e una legata al vissuto soggettivo. L'ansia, come anticipazione di eventi temuti, può essere alla base di questo vissuto e di atteggiamenti come aggressività, rabbia, scoraggiamento. A volte, prevale l'aspetto di segnale comunicativo e richiesta di aiuto, dovuta all'incapacità di dare parole ai propri conflitti.
Il dolore non è mai in assoluto negativo o permanente. Ridare significato alla vita, pur in presenza del dolore, significa evitare l'autoesclusione legata all'imbarazzo. È necessario trovare silenzi e parole efficaci, anziché comportamenti ripetitivi che intensificano il dolore.
La Relazione d'Aiuto nel Dolore
L'esperienza del dolore è universale e individuale. La solitudine della persona sofferente non è sempre fisica, ma un vissuto profondo di negazione del fondamento dell'esistenza. Esistere è co-esistere, in relazione con l'altro. La relazione si fonda sulla presenza, sull'"esserci" l'uno per l'altro in un dialogo co-costruito.
Il rapporto con le persone sofferenti rischia di ridursi a interazioni limitate. Una buona relazione tra operatori sanitari e persona sofferente non dipende solo dalle competenze professionali, ma dalla visione del mondo e dall'atteggiamento umano. La formazione alla comunicazione e alla relazione intersoggettiva evidenzia come l'altro sia un soggetto attivo nel proprio esistere, anche nella malattia.
Alleviare il dolore non è solo compito delle cure palliative, ma un intervento continuo nel processo terapeutico, che richiede un "lavoro interdisciplinare" basato su una relazione attiva tra professionisti disposti ad aiutare se stessi, la persona malata e i familiari di fronte al mistero della vita, della morte e della sofferenza. Occorrono persone con il coraggio di atti psichici creativi, competenti nell'aiutare a mettere in parole la "propria esperienza vissuta".
In una società che valorizza efficienza e successo, è necessario aiutare le persone a riacquistare la capacità di stare nel dolore e nella sofferenza senza martirio, rimanendo in contatto con sentimenti depressivi. Occorre imparare il gusto di sperimentare la vita in tutti i suoi aspetti, riappropriandosi di capacità elaborative che agevolano consapevolezza, integrazione e assunzione di responsabilità.
Angoscia, destabilizzazione e limite fanno parte del vivere umano. Solo la loro consapevolezza può portare a elaborare progetti di vita che trovino ragione d'essere nella loro incompiutezza. Solo così la morte, l'unico vero dolore, può non essere spaventosa per chi è in grado di dare senso e vivere con gioia la propria esistenza, anche se dolorosa o limitata.