La capacità di comprendere e interpretare gli stati mentali, propri e altrui, rappresenta una pietra miliare nello sviluppo umano e nelle interazioni sociali. Questo complesso processo, noto come mentalizzazione, è al centro di un crescente interesse nel campo delle scienze psicologiche, con implicazioni significative per la comprensione della psicopatologia e lo sviluppo di trattamenti terapeutici mirati. La mentalizzazione non è un concetto monolitico, ma piuttosto un costrutto multidimensionale che affonda le sue radici in diverse discipline, dalla psicoanalisi alle neuroscienze, passando per la teoria dell'attaccamento e le scienze cognitive.
Cos'è la Mentalizzazione?
In termini generali, la mentalizzazione può essere definita come la capacità di interpretare il comportamento proprio e altrui come espressione di stati mentali intenzionali, quali desideri, bisogni, emozioni, credenze e ragioni. Come sottolineato da Bateman e Fonagy, mentalizzare significa essere in grado di «vedere sé stessi dall'esterno e gli altri dall'interno». Questo processo è fondamentale per dare un senso al mondo che ci circonda e per navigare le complesse dinamiche delle relazioni interpersonali.
Le persone vivono vite mentali molto sfaccettate, composte da diversi stati emozionali, epistemici e motivazionali che ne influenzano la visione del mondo ed il comportamento, e di conseguenza il modo originale con cui esse si relazionano nel mondo esterno. Se si considera l'importanza delle relazioni interpersonali per gli individui, si arriva facilmente alla conclusione che il vantaggio di "leggere" la mente, cioè essere in grado di farsi un'idea sufficiente di quali siano le credenze, conoscenze, desideri ed intenzioni di chi si ha di fronte, e di essere in grado di pensare come si appare all'esterno di riflesso, costituisce un vantaggio significativo. Il presupposto che fa da retroscena a questa abilità sono le domande che la persona si pone, e che trattano le tematiche riguardanti come essa è vista dagli altri e come gli altri fanno esperienza del mondo. Queste sono il tipo di domande alle quale il costrutto della mentalizzazione vuole rispondere.
Secondo gli autori, le persone mentalizzano con il fine di fornire una spiegazione ai comportamenti altrui, in quanto ritenuti influenzati da stati mentali. Sebbene non sempre alla portata della consapevolezza, desideri, credenze, pensieri e sentimenti rappresentano le premesse che danno significato alle azioni; ne consegue, quindi, che la comprensione dell'altro sia possibile grazie alla capacità di analizzare e riconoscere negli altri le circostanze nella quale avvengono le azioni, avere una conoscenza dei loro pattern comportamentali e di come essi interagiscono con le loro esperienze. Questo, viene considerato come un processo «sostanzialmente preconscio di rappresentazione mentale» a causa dell'impegno immaginativo che richiede l'arrivare ad una buona approssimazione di cosa stia pensando o provando la persona oggetto del mentalizzare, un processo che non può essere esclusivamente di origine cognitiva. Essere riflessivi verso cosa si sta provando comporta il vantaggio di permettere alla persona di scegliere di non rimanere incatenata ai vincoli imposti dal proprio passato familiare e culturale.

Radici Storiche e Sviluppo Concettuale
Il costrutto della mentalizzazione nasce dall'interesse di Fonagy e diversi suoi collaboratori per i progressi portati da Main nella ricerca della teoria dell'attaccamento, in particolar modo per quanto riguarda l'automonitoraggio del pensiero dell'adulto, e prendendo spunto dalla Teoria della Mente che ha permesso loro di allargare il punto di vista a tutti gli stati mentali, compresi quelli degli altri.
Tuttavia, Jurist propone una punto di vista genealogico che trova le radici della mentalizzazione in un numero di ambiti più ampio, abbracciando in particolare gli studi della psicosomatica francese degli anni '50, un approccio basato sull'identificazione tra malattie mentali e corporee e che si focalizzava sul fallimenti del mentalizzare, ed una serie di contributi provenienti dalle scienze cognitive, che tuttavia sono state concepite in un contesto che appare lontano da quello psicoanalitico in quanto più interessate ai processi di pensiero. Avendo origini tanto differenti, il costrutto risulta quindi un concetto ombrello, che raccoglie in sé intuizioni provenienti da diversi ambiti di ricerca che vanno a comporre una teoria coerente ed integrata.
La teorizzazione dietro il costrutto ha attraversato diverse fasi di concettualizzazione, anche grazie al contributo delle neuroscienze, che l'hanno portata a superare l'iniziale concezione unidimensionale per approdare invece ad una multidimensionale. Quest'ultima è basata su quattro polarità differenti, atti a descrivere diversi aspetti coinvolti nella lettura degli stati mentali: sé/altro, automatica/controllata, interna/esterna e cognitiva/affettiva.
Una delle prime formulazioni di Fonagy intendeva la mentalizzazione come "la capacità di concepire stati mentali inconsci e consci in se stessi e negli altri". Alla base di queste radici vi sarebbe il tentativo di Fonagy di sintetizzare l'idea psicoanalitica della "simbolizzazione" col concetto filosofico e scientifico della "teoria della mente" (ToM). Un punto che per gli autori differenzia la mentalizzazione dalle sue radici, come la teoria della mente, è l'aver ancorato il costrutto ad un modello di sviluppo, entro una cornice teorica solida, come quella della teoria dell'attaccamento di Bowlby. Un buono sviluppo individuale del bambino si baserebbe sulle capacità di mirroring (rispecchiamento) da parte del caregiver degli stati mentali del bambino stesso, in una modalità però contraddistinta dall’essere rimarcata, cioè “enfatizzata” (come il motherese ad esempio), e contingente, ovvero centrata e attinente agli stati mentali esperiti dal bambino. Tale restituzione consentirebbe al bambino di percepirsi come entità pensante, cioè dotata di propri stati mentali e di mentalizzarli, regolando e modulando i propri affetti e angosce.

Dimensioni della Mentalizzazione
Bateman e Fonagy hanno identificato tre dimensioni principali che caratterizzano il processo di mentalizzazione:
- Modalità di funzionamento: Implicita ed esplicita. La mentalizzazione implicita si riferisce alla capacità di comprendere gli stati mentali in modo automatico e non intenzionale, mentre la mentalizzazione esplicita richiede uno sforzo cognitivo consapevole.
- Oggetti della mentalizzazione: Il Sé e l'Altro. Questa dimensione si riferisce alla capacità di mentalizzare i propri stati mentali così come quelli delle altre persone.
- Aspetti coinvolti: Cognitivo e Affettivo. La mentalizzazione coinvolge sia la comprensione razionale e logica degli stati mentali (cognitivo), sia la capacità di percepire e comprendere le emozioni associate (affettivo).
Queste dimensioni si intersecano, dando origine a diverse sfaccettature del processo mentalizzante. Ad esempio, una persona può avere una buona comprensione cognitiva dei propri stati d'animo (aspetti cognitivi e sé), ma avere difficoltà a esprimerli verbalmente (mentalizzazione esplicita).
Mentalizzazione e Psicopatologia
Un deficit nella capacità di mentalizzare è stato associato a una vasta gamma di disturbi psicopatologici, in particolare ai disturbi di personalità, come il disturbo borderline di personalità (BPD). Nei pazienti con BPD, la mentalizzazione può essere destabilizzata o danneggiata attraverso diversi meccanismi: inizialmente come deficit, poi come difesa, e infine come un deragliamento a causa dell'attaccamento disregolato.
Bateman e Fonagy descrivono come, nei casi di traumi subiti dal bambino, il tentativo di evitare di leggere gli stati mentali del caregiver come insensibili e pericolosi può portare il soggetto ad inibire la propria mentalizzazione, così da auto-proteggersi da forti sentimenti conflittuali che riguarderebbero sia sé che la figura di attaccamento. Inizialmente questa strategia per il soggetto sarà adattiva, ma nel successivo percorso evolutivo potrebbe compromettere lo sviluppo della sua capacità di mentalizzazione, fino a far maturare veri e propri deficit della mentalizzazione.
Oltre ai disturbi di personalità, la compromissione della mentalizzazione è stata osservata anche in altre condizioni psicopatologiche, come la depressione, i disturbi d'ansia, i disturbi alimentari e la schizofrenia. La difficoltà nel comprendere i propri stati mentali o quelli altrui può portare a problemi nelle relazioni interpersonali, a difficoltà nella regolazione emotiva e a comportamenti disfunzionali.
Salute mentale e la ricerca dell'equilibrio | Laura De Dilectis | TEDxLUISS
Strumenti di Valutazione della Mentalizzazione
La valutazione delle abilità metacognitive e della mentalizzazione è cruciale per identificare deficit e monitorare il progresso terapeutico. Esistono diversi strumenti e procedure per questo scopo.
La SVaM (Scala per la Valutazione della Metacognizione), attraverso l'analisi dei trascritti di sedute di psicoterapia, valuta le abilità metacognitive dei pazienti, individua eventuali deficit e ne monitora il funzionamento nel corso della psicoterapia. Le procedure di valutazione delle funzioni metacognitive sono suddivise in 3 categorie:
- Attività autoriflessiva: Comprende requisiti basici (descrivere la vita mentale nei suoi elementi basici), identificazione (componenti di stati mentali interni, cognitivi ed emotivi), relazione tra variabili (relazioni tra pensieri, emozioni, comportamenti e contesti), differenziazione (diverse categorie della rappresentazione) e integrazione (stati e contenuti mentali).
- Comprensione degli stati mentali altrui: Nasce dalla necessità di distinguere tra gli stati mentali propri ed altrui.
- Strategie di padroneggiamento (Mastery): Comprende requisiti basici, strategie di tipo comportamentale, strategie di tipo mentale e strategie che richiedono competenze metarappresentative.
Un altro strumento ampiamente utilizzato è la Reflective Function Scale (RF), che si applica a interviste semi-strutturate come l'Adult Attachment Interview (AAI). La Scala misura il grado di funzionamento riflessivo che viene rilevato attraverso l'inferenza di quattro "marker" di categorie di riflessività e della loro "qualità" nelle verbalizzazioni dei partecipanti. Questi indicatori si basano sulla presenza o meno di consapevolezza degli stati mentali, sugli sforzi espliciti di cogliere stati mentali sottesi ai comportamenti, sul riconoscimento degli aspetti evolutivi degli stati mentali, e sulla presenza di stati mentali del partecipante nei confronti dell'intervistatore. Per la valutazione, le domande sono divise in due tipologie: quelle che “consentono” di dimostrare capacità riflessive e quelle che le “richiedono” espressamente. Il punteggio prevede un range di assegnazione che va da -1 a +9, dunque da un FR negativa (-1) a eccezionale (9).
Altri strumenti includono la Mentalization Scale (MMS) e misure self-report e clinician-report, come l'Adult Attachment Questionnaire e la Personality Disorders Checklist.

Mentalizzazione e Trattamenti Terapeutici
L'interesse per la mentalizzazione ha portato allo sviluppo di specifici approcci terapeutici, il più noto dei quali è il Mentalization-Based Treatment (MBT). Originariamente sviluppato per pazienti con disturbo borderline di personalità, l'MBT si è dimostrato efficace nel migliorare la capacità di mentalizzazione, riducendo la sintomatologia e migliorando il funzionamento interpersonale.
L'MBT si concentra sull'aiutare i pazienti a comprendere i propri stati mentali e quelli altrui, a identificare i trigger che compromettono la mentalizzazione e a sviluppare strategie per mantenere un funzionamento mentalizzante più stabile.
Il modello basato sulla mentalizzazione è stato esteso anche ad altre popolazioni:
- MBT-C (Mentalization-Based Treatment for Children): Adattato per bambini, con un focus sul ruolo dei genitori e dei caregiver nello sviluppo della mentalizzazione.
- MBT-A (Mentalization-Based Treatment for Adolescents): Affronta le sfide specifiche dell'adolescenza, come l'identità, le relazioni con i pari e l'autonomia, attraverso un approccio mentalizzante.
- "Minding the Baby": Un programma rivolto a neomamme che mira a migliorare la loro capacità di mentalizzare i bisogni del neonato e a promuovere un legame di attaccamento sicuro.

Connessioni con Altri Costrutti Psicologici
Il costrutto della mentalizzazione condivide aree di sovrapposizione con altri concetti psicologici, pur mantenendo la sua specificità.
- Mindfulness: Entrambi i costrutti enfatizzano la consapevolezza dell'esperienza presente e l'integrazione degli aspetti cognitivi e affettivi. Tuttavia, la mindfulness è più focalizzata sull'osservazione non giudicante del momento presente, mentre la mentalizzazione ha un orientamento temporale più ampio e si concentra sull'interpretazione degli stati mentali.
- Mente Psicologica (Psychological Mindedness): Questo costrutto si riferisce alla capacità di riflettere sul significato e la motivazione del comportamento, pensieri e sentimenti propri e altrui. La mentalizzazione e la mente psicologica si sovrappongono significativamente nell'enfasi posta sugli aspetti cognitivi ed emotivi e nell'interesse verso il funzionamento della mente. Tuttavia, la mente psicologica può operare a un livello più esplicitamente cognitivo e orientato al Sé.
- Empatia: L'empatia implica una reazione affettiva e una capacità cognitiva di immaginare la prospettiva altrui. Mentre entrambe implicano l'apprezzare gli stati mentali altrui, l'empatia aggiunge la condivisione e la preoccupazione, e il suo orientamento è più focalizzato sugli altri rispetto alla mentalizzazione, che è equamente distribuita tra Sé e l'Altro.
- Consapevolezza dell'Affetto: Questo costrutto riguarda la capacità di percepire, riflettere ed esprimere le esperienze affettive. La consapevolezza dell'affetto e la mentalizzazione condividono la rappresentazione, la consapevolezza e la comunicazione degli stati mentali affettivamente carichi e la loro regolazione. La mentalizzazione, tuttavia, integra questa comprensione affettiva in un quadro più ampio di interpretazione degli stati mentali intenzionali.

Sfide e Prospettive Future
Nonostante la crescente importanza e diffusione del costrutto di mentalizzazione, permangono sfide significative nella sua definizione e misurazione. L'ampio respiro del concetto rende critica la possibilità di identificarlo come un marker univoco per specifiche forme di psicopatologia. Le ampie oscillazioni della mentalizzazione durante il corso di un trattamento e la sua dipendenza dal contesto (contesto-dipendenza) sollevano dubbi sulla sua presunta centralità in disturbi come il BPD.
È fondamentale un continuo sforzo per delimitare e chiarire meglio il dominio concettuale della mentalizzazione, sia sul piano teorico che clinico. Questo permetterà di superare un atteggiamento scientificamente errato e controproducente di autoreferenzialità e di mancata verifica empirica, che porta a produrre ricerche senza un'adeguata riflessione sui costrutti sottostanti. La ricerca qualitativa e quantitativa continua a esplorare le diverse sfaccettature della mentalizzazione, cercando di integrare le intuizioni provenienti da vari ambiti di ricerca per costruire una teoria sempre più coerente e clinicamente utile. L'obiettivo è affinare la comprensione di come la capacità di "leggere" la mente, sia essa propria o altrui, influenzi la nostra esperienza del mondo e il nostro benessere psicologico.
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