Il Gioco Terapeutico: Un Ponte Verso il Benessere Infantile

Il gioco, nel suo essere un'attività intrinsecamente umana, rappresenta un veicolo primario per l'apprendimento, l'esplorazione e lo sviluppo del bambino. Al di là della sua apparente semplicità, il gioco racchiude un potenziale trasformativo immenso, specialmente quando incanalato in un contesto terapeutico. La psicoterapia infantile che utilizza il gioco come strumento d'elezione, comunemente nota come Play Therapy, sfrutta questa intrinseca capacità del gioco per aiutare i bambini a navigare le complessità delle loro vite emotive e comportamentali.

Bambini che giocano insieme in una stanza colorata

Il Ruolo Fondamentale del Gioco nello Sviluppo Infantile

Nell'ambito dello sviluppo infantile, il gioco offre ai bambini l'opportunità di esercitare il controllo, esplorare il mondo circostante e sviluppare competenze sociali ed emotive. È attraverso il gioco che i bambini apprendono a gestire situazioni, anche quelle potenzialmente traumatiche, consolidano le loro conoscenze e abilità, sviluppano il linguaggio e potenziano la creatività. Il gioco non è un mero passatempo, ma un laboratorio esperienziale dove il bambino sperimenta, fallisce, impara e cresce. Jerome Bruner, uno dei più influenti psicologi dell'educazione del XX secolo, ha sottolineato l'importanza del gioco nel contesto dell'apprendimento e dello sviluppo cognitivo dei bambini. Bruner ha introdotto il concetto di “apprendimento attivo” per descrivere il modo in cui i bambini imparano attraverso l’attività ludica. Questa prospettiva mette in evidenza il ruolo centrale dell’interazione e dell’esperienza diretta nel processo di apprendimento. Un aspetto chiave del pensiero di Bruner è la teoria dell’apprendimento per scoperta. Egli sosteneva che i bambini apprendono meglio quando sono in grado di scoprire concetti e principi da soli, anziché ricevere informazioni in modo passivo. Il gioco offre l’ambiente ideale per questo tipo di apprendimento. Bruner ha anche evidenziato il ruolo fondamentale della narrativa nel gioco. I bambini spesso incorporano storie nei loro giochi, creando narrazioni e scenari. Queste narrazioni giocano un ruolo importante nello sviluppo delle abilità linguistiche e narrative dei bambini. Inoltre, Bruner ha sottolineato il potere della cultura e del contesto sociale nel gioco. L’attività ludica può essere influenzata dalla cultura in cui un bambino cresce e può riflettere le norme sociali e i valori della società circostante.

Meccanismi Terapeutici del Gioco

Nel contesto terapeutico, la Play Therapy sfrutta il potere del gioco per aiutare gli individui a superare difficoltà psicologiche e a raggiungere una maggiore consapevolezza emotiva. I partecipanti possono esprimere emozioni difficili da comunicare attraverso il linguaggio verbale. La funzione terapeutica del gioco si basa su diversi meccanismi. Uno di essi è l’abreazione, ovvero la scarica emozionale attraverso cui una persona si libera di un trauma passato, rimasto inconscio. In altre parole, i bambini rivivono le esperienze traumatiche attraverso il gioco, con la possibilità di guadagnare gradualmente controllo su tali esperienze. Un altro aspetto significativo del gioco è l’addestramento comportamentale, in cui si modellano comportamenti più adattivi. Il gioco offre anche uno spazio per la catarsi, in cui il rilascio emotivo può avvenire in modo sicuro attraverso il colpire o il piangere durante il gioco, permettendo di liberare tensioni accumulate. Il gioco, inoltre, promuove il pensiero creativo e la soluzione creativa dei problemi.

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Le Fasi dello Sviluppo del Gioco secondo Piaget

Jean Piaget, un pioniere nello studio dello sviluppo infantile, ha identificato diverse fasi evolutive del gioco che riflettono la maturazione cognitiva del bambino. Queste fasi non sono rigide divisioni, ma piuttosto indicatori di come il gioco si trasforma parallelamente allo sviluppo del pensiero:

  • Gioco senso-motorio (o di esercizio): Questa è la forma iniziale di gioco nei primi anni di vita. Qui, i bambini si impegnano in attività motorie e sensoriali, come afferrare, gettare, o manipolare oggetti. L'obiettivo primario è l'esplorazione del mondo attraverso i sensi e il movimento, acquisendo familiarità con le proprie capacità corporee e con le proprietà degli oggetti.
  • Gioco Simbolico: Questa fase emerge tipicamente verso i 18 mesi di età. I bambini iniziano a vedere gli oggetti come simboli di cose diverse, esercitando la loro capacità immaginativa. Ad esempio, un bambino potrebbe usare un bastone come una spada per rappresentare un cavaliere, o una scatola come una macchina. Questo tipo di gioco è fondamentale per lo sviluppo del pensiero astratto e della capacità di rappresentazione.
  • Gioco Sociale: Verso i 3 o 4 anni, i bambini iniziano a sperimentare giochi che prevedono l'interazione con gli altri bambini e spesso seguono regole concordate. Questi giochi possono includere giochi di ruolo, giochi da tavolo semplici, o attività collaborative. Il gioco sociale è cruciale per lo sviluppo delle competenze sociali, della cooperazione, della negoziazione e della comprensione delle norme sociali.

Queste tre fasi del gioco di Piaget riflettono come il gioco sia molto più di un semplice divertimento; è un processo evolutivo che accompagna la crescita cognitiva ed emotiva del bambino.

La Play Therapy Cognitivo-Comportamentale (CBPT)

La Play Therapy Cognitivo-Comportamentale (CBPT), in origine Cognitive Behavioral Play Therapy, rappresenta un intervento terapeutico specificamente pensato per l'età evolutiva, rivolto a bambini in età prescolare e scolare (indicativamente dai 3 agli 8 anni). I suoi esordi risalgono al 1993, grazie al lavoro pionieristico di Susan M. Knell, psicologa clinica e psicoterapeuta dell'età evolutiva. Knell ha sapientemente integrato gli approcci cognitivo-comportamentali di Albert Ellis (1971), Aaron Beck (1979) e Albert Bandura (1977), adattandoli all'universo infantile attraverso l'uso del gioco.

Secondo Knell, la terapia cognitiva, pur basata su principi teorici solidi, poteva essere resa accessibile anche ai bambini piccoli se presentata in un modo che fosse altamente comprensibile e coinvolgente per loro. L'uso di strumenti come puppets (pupazzi), animali peluche, libri illustrati e altri giochi ha permesso di modellare le strategie cognitive dei bambini, facilitando al contempo cambiamenti comportamentali, in linea con quanto sostenuto da Bandura (1969) riguardo all'apprendimento tramite modelli.

Nella prospettiva della CBPT, questi modelli (come i puppets) possono commettere "errori" lungo il percorso, permettendo al bambino di osservare e apprendere nuovi comportamenti e strategie di coping. Il modello può verbalizzare abilità di problem-solving o soluzioni a problemi che rispecchiano le difficoltà del bambino, offrendo così un esempio concreto e guidato. La CBPT integra quindi i poteri terapeutici del gioco (Schaefer, 1999) con l'obiettivo primario di offrire un intervento appropriato allo sviluppo del bambino. Knell (1993a) e successivamente Geraci (2022a) hanno riconosciuto che la terapia con i bambini può beneficiare di tutti quei fattori curativi insiti nel gioco, che lo rendono un agente efficace per il cambiamento (Russ, 2003). Una maggiore comprensione di questi meccanismi consente al clinico di applicarli in modo più mirato per soddisfare le esigenze specifiche di ogni caso (Schaefer, 1999).

Puppets utilizzati in una sessione di terapia infantile

I "Poteri Terapeutici del Gioco"

Charles Schaefer (1993) è stato uno dei primi a definire i "poteri terapeutici del gioco" come quei "fattori che esercitano un effetto benefico nel cliente, nel senso che determinano una diminuzione dei sintomi o un aumento del comportamento desiderato". Il gioco, in questo senso, è utilizzato in terapia come mezzo per aiutare i bambini ad affrontare problemi emotivi e comportamentali. Nell'ambiente sicuro ed emotivamente favorevole di una stanza dei giochi (playroom), il bambino può mettere in scena le proprie preoccupazioni e problemi, che può "giocare" con il terapeuta, sentendosi ascoltato e compreso.

L'uso del gioco aiuta a stabilire una relazione terapeutica solida con i bambini. La presenza di giocattoli e materiali di gioco nella stanza invia un messaggio potente al bambino: quello spazio e quel tempo sono dedicati a lui, sono diversi da tutti gli altri. Indica al bambino che gli viene concesso il permesso di essere bambino, di sentirsi libero di essere pienamente sé stesso (Landreth, 1983). I giocattoli diventano le parole del bambino e interpretano il suo linguaggio (Landreth, 1991), che il terapeuta, in un tempo di gioco non strutturato, "riflette" al bambino per favorire una maggiore comprensione.

La tecnica del modeling, come concettualizzata da Knell, ha dimostrato la sua efficacia in bambini con diverse difficoltà, tra cui:

  • Mutismo selettivo (Knell, 1993b)
  • Encopresi (Knell, 1990)
  • Ansia da separazione (Knell, 1999)
  • Disturbi d'ansia (Knell, 2000; Knell & Dasari, 2006)
  • Comportamento aggressivo (Knell, 2000)

L'efficacia di questo approccio è stata ulteriormente documentata in casi di bambini con disturbi del sonno, bambini che vivono la separazione dei genitori (Knell, 1993b), e in contesti di abusi sessuali (Knell & Ruma, 1996, 2003).

Adattare la CBT all'Età Evolutiva: La Sfida e la Soluzione del Gioco

Una delle maggiori sfide nello sviluppo e nell'evoluzione della terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è sempre stata quella di trovare il modo di adattarla all'età evolutiva. Adattare la CBT alle caratteristiche dell'età evolutiva comporta l'inevitabile modificazione delle metodologie della terapia cognitiva standard, pur mantenendo saldo il suo fondamento teorico. La CBT fondata sul funzionamento adulto può essere adattata sui bambini, ma è necessario non dimenticare che essi non hanno ancora maturato un sufficiente sviluppo cognitivo per beneficiare delle tecniche CBT tradizionali. Nella fase pre-operatoria dello sviluppo del bambino, infatti, il pensiero è di natura egocentrica, concreta e irrazionale, e il linguaggio non risulta ancora pienamente sviluppato.

Attraverso la Play Therapy Cognitivo-Comportamentale, i dati di letteratura hanno dimostrato che questo è possibile utilizzando tecniche CBT mediate da interventi esperienziali basati sul gioco (Knell, 1993a, 1994, 1997, 1998, 1999; Knell & Moore, 1990; Knell & Ruma, 1996, 2003; Knell & Dasari, 2006). Infatti, per i bambini, il gioco è un mezzo di comunicazione naturale e appropriato allo sviluppo. Per questo, i bambini usano i giocattoli come parole e il gioco come linguaggio.

Tecniche Chiave nella CBPT

La tecnica CBT centrale nell'intervento della Play Therapy Cognitivo Comportamentale è il modeling. Questa tecnica espone il bambino a qualcuno o qualcosa che funge da modello e dimostra il comportamento da apprendere, rinforzare o ridurre, nonché le strategie di fronteggiamento adattive (Bandura, 1977; Zimmerman e Lanaro, 1974). Nello specifico, può essere applicato attraverso vari strumenti come l'uso di puppets, libri terapeutici, arti espressive, film, ecc. Ad esempio, un puppet può verbalizzare le capacità di soluzione dei problemi: il terapeuta parla ad alta voce a ogni passo, fornendo così uno stimolo uditivo e un esempio concreto per il bambino che osserva. Allo stesso tempo, il terapeuta può commentare ad alta voce e affrontare i problemi sollevati dal puppet.

Il rinforzo positivo viene utilizzato specificando un comportamento target, determinando un rinforzo e rendendo il rinforzo contingente al verificarsi del comportamento target. Nella Play Therapy Cognitivo-Comportamentale, il rinforzo positivo spesso include rinforzi sociali (una lode) o rinforzi materiali (adesivi), e può essere diretto o indiretto. Molte volte il rinforzo positivo viene utilizzato nelle arti espressive per incrementare i livelli di autostima di bambini che vivono situazioni in cui si sentono impotenti, in modo da aiutarli a ripristinare un senso di accettazione, controllo e realizzazione.

La psicoeducazione consiste nel fornire al bambino informazioni sul suo disturbo e prevede la normalizzazione dei sintomi e la spiegazione del modello CBT. Nella Play Therapy Cognitivo-Comportamentale, la psicoeducazione viene adattata al livello di sviluppo dei bambini attraverso principalmente l'uso del modeling e della biblioterapia. Attraverso il modeling, il bambino osserva il terapeuta che insegna a un puppet: (a) quali sono le sue difficoltà e (b) quali sono i pensieri che influenzano i suoi sentimenti e il suo comportamento.

Un'altra tecnica molto usata è la soluzione dei problemi (problem solving). Questa è una tecnica sistematica che consente di identificare modalità attive di fronteggiamento e di testare i possibili risultati che ne conseguono. Anche in questo caso, attraverso l'uso di puppets, dello storytelling terapeutico o attività ludiche strutturate, il terapeuta ha la possibilità di presentare al bambino i cinque passaggi del problem-solving. Ad esempio, la lettura di una storia che spiega l'importanza di: (1) identificare il problema specifico e l'obiettivo desiderato; (2) riflettere sulle possibili strategie per raggiungere l'obiettivo; (3) valutare i pro e i contro di ogni strategia; (4) attuare la strategia preferita; e (5) valutare i risultati.

È fondamentale che i giochi siano visibili e facilmente accessibili al bambino. Deve essere curato l'aspetto della "prevedibilità", con i giochi tenuti sempre nello stesso posto in modo che il bambino sappia dove si trovino da una sessione all'altra.

L'Equilibrio tra Struttura e Spontaneità

Nella Play Therapy Cognitivo-Comportamentale è fondamentale l'equilibrio tra attività strutturate e orientate agli obiettivi e attività non strutturate durante le quali è possibile osservare la spontaneità del bambino. I momenti non strutturati e spontanei sono fondamentali perché consentono al terapeuta di sintonizzarsi sui bisogni del bambino, favorendo un ambiente sicuro e di accettazione che possa rafforzare il senso di padronanza del bambino, e al tempo stesso ottenere molte informazioni cliniche. Infatti, il bambino esprime i propri bisogni attraverso il gioco e il terapeuta, nel riconoscerli, fornisce uno spazio espressivo senza intervenire o interpretare, ma accettandolo e riconoscendo il "prezioso" momento di comunicazione. Grazie a questo spazio, il terapeuta, attraverso i momenti strutturati, può pianificare un intervento che prevede l'insegnamento di comportamenti e strategie più adattivi attraverso le tecniche cognitive e comportamentali mediate dal gioco. L'equilibrio tra i momenti strutturati e non strutturati è regolato dall'abilità di "seamless", ovvero la capacità di entrare ed uscire dal gioco strutturato e non strutturato nel modo più fluido possibile insieme al bambino.

In alcuni casi, la terapia può avvenire al di fuori della stanza dei giochi, in particolare quando i bambini presentano ansie o fobie specifiche, per cui è necessario un trattamento "in vivo". In questo caso, vengono selezionati materiali di arti espressive in base alle esigenze dei bambini per consentire l'esposizione graduale e la desensibilizzazione sistematica nel trattare vissuti carichi di emozioni.

Una cassetta della sabbia con miniature disposte in un paesaggio

La Terapia con il "Gioco della Sabbia" (Sand Play Therapy)

La terapia con il "Gioco della Sabbia" (Sand Play Therapy) è un metodo psicoterapeutico che affonda le sue radici nel pensiero e nella pratica junghiana, originariamente applicato alla psicoterapia dei bambini ma poi esteso anche agli adulti. Questo metodo si basa sull'utilizzo di una vasta collezione di oggetti in miniatura, ordinati secondo varie categorie (esseri umani, animali, case, mezzi di trasporto, alberi, ecc.) e disposti su scaffalature in una stanza dedicata. Questi oggetti vengono utilizzati dal paziente all'interno di apposite cassette, di dimensioni stabilite (cm. 57x72x7), aventi il fondo blu e contenenti sabbia.

Il filo conduttore di questa forma di terapia è il concetto di "spazio libero" e allo stesso tempo "protetto" (Kalff, 1966), riconducibile al termine alchemico di temenos, un luogo dove possono essere riunite tutte le parti scisse della personalità e dove si possono sperimentare nuove possibilità e scoprire una nuova dimensione di sé. Tra i numerosi oggetti presenti nella stanza, il paziente sceglie quelli che costituiscono delle immagini significative e che rappresentano, in quel momento, "il linguaggio" della sofferenza psichica, inesprimibile verbalmente. Il "quadro di sabbia" che ne scaturisce è una sintesi di interno ed esterno, di psichico soggettivo e di psichico oggettivo, cioè di personale e di archetipico (Kalff, 1966; Montecchi, 1993).

Il metodo del "gioco della sabbia" si è dimostrato un mezzo molto valido per il trattamento analitico di bambini, adolescenti ed anche adulti, specialmente in una prima fase in cui prevale il pensiero concreto e la capacità simbolica è carente. Successivamente, quando questa capacità viene recuperata, i "quadri di sabbia" possono essere integrati con l'analisi verbale.

Nella terapia con il "gioco della sabbia", pur esistendo una relazione terapeuta-paziente attenta e accettante, questa viene sfumata e le resistenze e le difficoltà sono smorzate e canalizzate sulla sabbiera. Prima ancora di trovare il terapeuta di fronte a sé, il/la paziente trova la sabbiera; i fenomeni transferali e le resistenze, più che essere diretti al terapeuta, sono espressi e rappresentati nella sabbiera. Il carrello della sabbia funge da contenitore del rapporto paziente-terapeuta che potrebbe essere percepito come pericoloso. La sabbiera offre appunto quest'opportunità fungendo da temenos, da spazio libero, protettivo e contenitivo, in cui il paziente ha la possibilità di entrare in contatto con se stesso. Anche il contratto terapeutico, in quanto "terzo spazio", "libero e protetto" (Kalff, 1966), trova nella cassetta della sabbia la sua rappresentazione concretamente visibile. L'attività di "gioco" deve essere contenuta dallo spazio fisico della sabbiera e da una struttura che ne definisca i confini di luogo e di tempo, confini che hanno una funzione delimitante e protettiva. Ma lo "spazio libero e protetto" è anche la metafora della vita per il cui godimento e piacere è necessario imparare e tollerare il limite e la rinuncia all'illimitatezza.

L'uso del gioco permette alla paziente di contattare aree psichiche molto arcaiche e di entrare in contatto con il "piacere". Veicolato dalla sensorialità attivata dalla sabbia, attraverso il "gioco della sabbia", questo piacere la paziente può gestirlo da sola. Ciò innesca un feedback positivo: il sentirsi rassicurati permette di tollerare meglio la relazione, e questa aumentata tolleranza nei confronti di un rapporto significativo, come è quello terapeutico, accresce anche il grado di rassicurazione sperimentato.

Nell'incontro analitico, accettando di costituirsi in coppia con l'analista, il paziente, sotto la pressione delle proprie emozioni, più che parlare o rispondere a un "compito", tende ad "agire". Attraverso la rappresentazione scenica, il paziente, invece, descriverà, prima o poi, ciò che ha difficoltà ad esprimere, perché non può o non vuol dirlo, e contenuti indistinti, confusi possono trovare la chiarificazione attraverso una raffigurazione visibile. Chi lavora con la sabbia utilizza frequentemente l'affermazione di Jung (1957-58), il quale sostiene che "le mani, infatti, a volte, parlano più chiaramente delle parole". E le mani, infatti, a volte, parlano più chiaramente delle parole. Se è vero che le mani parlano, è anche vero che bisogna pure saperle ascoltare, con un ascolto che non è solo uditivo. All'interno della relazione, infatti, l'analista vive, condivide e ascolta ciò che le mani e la corporeità esprimono. Il rischio nel trattamento psicoterapico è di voler comprendere e sopravvalutare l'aspetto contenutistico e l'interpretazione intellettuale, sottraendone il carattere, essenzialmente simbolico: la raffigurazione ha bisogno della comprensione, e la comprensione della raffigurazione; e, per Jung, le due tendenze sono integrate nella "Funzione Trascendente", che permette un confronto paritario, evitando all'individuo di rimanere vittima degli svantaggi dell'unilateralità.

In questa operazione l'Io assume una funzione centrale di guida: di fronte alla cassetta della sabbia e davanti agli oggetti, esso guida lo sviluppo dell'immaginario: sceglie su quali immagini concentrarsi, in quale direzione orientarle, come manipolarle, come sceglierle e trasformarle. In tal modo, l'io si qualifica come emissario del Sé e come braccio operativo del Sé, ma alle pazienti con Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) dà la percezione di controllare il processo terapeutico.

L'uso che la paziente fa dello spazio della sabbiera riflette inoltre il vissuto e il rapporto con il proprio corpo e il contatto corporeo all'interno della relazione terapeutica. Viene riproposta l'antica esperienza di cure materne o l'esperienza avuta con la propria superficie corporea. L'esperienza della bocca attaccata al seno della madre e il contemporaneo contatto delle mani che afferrano il seno o che si aprono e chiudono dando il ritmo della suzione, sono antiche esperienze percettive tattili neonatali. La manipolazione della sabbia asciutta, fluida come l'acqua, abrasiva come il fuoco, o se bagnata modellabile come la terra, suscita molteplici sensazioni tattili, che si traducono per il paziente in un ritorno al materno e al contatto con gli elementi primordiali: il paziente si ritrova confrontato tanto con il volto archetipico del materno, quanto con il materno personale. L'obiettivo della terapia del corpo è quello di aiutare il paziente a creare un atteggiamento di accudimento verso il proprio corpo, a non usarlo come un campo di battaglia o come un mezzo per esprimere paure segrete, ma ad accettarlo come una sorgente di sensazioni e bisogni.

Un'altra esperienza del "gioco della sabbia" è che il quadro della sabbia diventa anche metafora del proprio rispecchiarsi: già dalla nascita, per tutto il primo anno di vita, all'interno della fitta rete di interscambi tra madre e bambino è presente una relazione oculare. Analogamente, la scena costruita nella sabbia diviene il rispecchiamento di sé della propria storia, riportando alla radice delle lesioni psichiche determinatesi nell'area del vedere e dell'essere visti che possono prodursi in età precocissima, in quell'arco spazio-temporale di vita dei zero-tre anni, che oscilla tra la fusionalità simbiotica e il rispecchiamento diadico. Il paziente durante il suo gioco fa un'esperienza insolita di un adulto che lo guarda, lo osserva empaticamente, e che poi insieme osservano il quadro. Durante l'osservazione condivisa accade qualcosa di importante: il paziente che osserva il suo quadro, osserva anche che il terapeuta osserva lui, che osserva il proprio quadro. Avviene qualcosa di analogo allo stadio dello specchio in cui il bambino, rispecchiandosi con la madre, si riconosce attraverso il riconoscimento della madre che lo guarda.

Illustrazione del concetto di

Il Gioco come Espressione e Crescita

Il gioco, in sintesi, è intrinsecamente piacere, svago, creatività. Contrariamente a una cultura scientifica che tende a separare la serietà dal gioco, il gioco possiede un potere immenso di ristrutturazione personale e facilita il contatto sociale. Ha la stessa valenza di ripristino organico del sonno. Il gioco spontaneo è il pilota automatico della tranquillità esistenziale e il pronto soccorso della felicità ferita dalle cose della vita. La conciliazione tra vita e forma si raggiunge mediante il gioco. Esso consiste nell’arte di superare la necessità del mondo fisico ed accedere alla libertà creativa che plasma il mondo sensibile senza scopi meccanici. Grazie al gioco, l’uomo si concilia con la natura.

Il gioco non ha finalità esclusivamente estetiche, ma diviene mezzo educativo del bambino. Attraverso l’attività ludica il bambino costruisce l’edificio della sua vita. Nel gioco si liberano le attività motorie, sensoriali, linguistiche, socializzanti. Nel gioco il bambino esplica la sua più alta laboriosità. L’utilità ludica stimola e perfeziona le doti necessarie all’età adulta. Il gioco è strettamente connesso all’imitazione.

Nel gioco si manifestano i desideri e i conflitti che l’individuo tenta di sublimare mediante la trasposizione fantastica. Il bimbo si serve di oggetti e situazioni presi dal mondo reale per creare un mondo tutto suo, nel quale può ripetere le esperienze piacevoli ordinando ed alterando gli eventi come meglio preferisce. L’attività è condizione indispensabile per suscitare interesse. Nessun allievo sarà mai interessato ad un apprendimento se non a condizione di partecipare alla sua creazione. Il gioco libera il fanciullo dall’oppressione degli interventi intempestivi degli adulti. L’attività sensoriale si concilia nel gioco con l’attività pratica.

Il gioco è la manifestazione della socialità umana al suo grado più alto. Mediante il gioco l’uomo trascende il banale rapporto con la vita quotidiana, superando altresì la comunicazione banalizzante. Giocando, l’uomo contempera le inderogabili esigenze del suo stato con le attese della sua libera personalità creatrice.

Il gioco pone in atto delle libere associazioni che vengono interpretate come rappresentazione simbolica dei contenuti inconsci; ciò postula nel bambino l’esistenza di un complesso vissuto affettivo pre-edipico. Il bimbo durante il gioco esteriorizza i propri conflitti interiori attraverso un intenso transfert sui giocattoli e sull’analista. Nel gioco il bimbo esprime le potenzialità socializzanti già peraltro insite nel proprio mondo egoistico. Un bambino ha bisogno di un altro bambino e lo adopera per questa sua necessità personale.

Il gioco infantile risente dell’evoluzione mentale del bambino. Di volta in volta il gioco assume il senso di un’assimilazione, di un accomodamento, di un adattamento. I giochi di esercizio sono prevalentemente sensomotori, volti a padroneggiare il corpo e gli oggetti, ad esplorare l’ambiente. I giochi simbolici hanno la funzione di far assimilare al bimbo la realtà piegandola ai propri desideri.

Il Gioco Come Metafora e Simulazione

Emerge la riflessione che il gioco non possa essere definito in modo univoco, ma possa essere inquadrato solo attraverso metafore: “il gioco è come…”. La credibilità della realtà del gioco si ricava dalle scelte credibili della sua via indiretta. Ciò perché se noi diciamo che nell’analogia i fatti vengono resi diversi nella parte accessoria e identici nella parte principale, ci dobbiamo chiedere il perché una parte sia principale ed un’altra accessoria. Allora ci accorgiamo che il principale e l’accessorio sono relativi ad un qualcosa che sta succedendo in quel momento che si vuole trasmettere e non si riesce a trasmettere, ad un particolare punto di vista, ad uno scopo preciso che si ha bisogno di chiamare metaforico, simbolico, storico o meglio ancora analogico per poterlo capire e ricevere. Un concetto duale perché include un rapporto tra dover essere ed essere, cioè tra realtà esprimibile e caricatura della realtà.

La simulazione è un altro concetto basato su fattori incogniti. Essa è centrale per la comprensione del gioco e della sua declinazione psicologica. Possiamo vedere come l’elemento fondamentale di questo sentimento di realtà e quindi di ogni simulazione sia il senso del rapporto di un individuo col proprio mondo esterno. Ciò che è fuori di me, ha effetto su di me ed io ho effetto su quello che sta fuori di me: questo è segno che io sto adesso qui ed ora vivendo davvero una situazione reale. Ogni individuo “testa” questo sentimento di realtà lasciandosi influenzare ed influenzando: così si rinforza il sentimento di realtà.

È vero che, come Freud ha dimostrato nelle sue analisi della coazione a ripetere, il ricordo viene ripetuto infinite volte da coloro che hanno vissuto episodi traumatici sin tanto che per successive impercettibili modifiche esso non viene edulcorato, abbellito e reso con ciò una simulazione del passato. Le metafore, così come la coazione a ripetere, sono distorsioni del passato perché fanno in modo che esso ci parli non per quello che è, ma per quello che noi oggi vogliamo che sia. In questo senso esse sono simulazioni perché ci danno un sentimento di realtà elevata rispetto a cose che reali non sono.

È interessante notare come i bambini che giocano, simulando situazioni reali, allo scopo di prendere distanze da queste ultime, usano l’imperfetto. Per dire “tu fai la parte del dottore nel nostro gioco” dicono ” tu facevi il dottore” e così “tu mi visitavi” “tu facevi la regina e mettevi la corona”, ecc., in modo che l’uso dell’imperfetto aiuti la presa di una distanza ottimale capace di consentire la simulazione ludica ed un sentimento di realtà sul presente difficilmente realizzabile. I bambini usano l’imperfetto non il passato.

Erik H. Erikson spiega il gioco come una funzione dell’Io, un tentativo di sincronizzare i processi sociali e fisici della propria individualità, soprattutto quelle in cui l’individuo incontra delle difficoltà dal punto di vista della personalità. L’autore infatti ritiene che il gioco, o meglio il fine del gioco, sia quello di soddisfare in forma allucinatoria l’esigenza del controllo anche se in una piccola porzione dell’esistenza lavorativa.

Il Gioco nella Psicoanalisi Infantile

La Klein è giunta a codificare una tecnica di psicoterapia per bambini basata sul gioco. Però, le caratteristiche particolari della psicologia del bambino, indussero e permisero alla Klein di elaborare la tecnica dell’analisi del gioco. Inoltre il gioco permette al bambino di esprimersi anche attraverso azioni le quali, essendo più primitive del pensiero e della parola, costituiscono la parte prevalente del suo comportamento. La tecnica dell’analisi del gioco permette di accedere alle esperienze più profondamente rimosse del bambino e alle relative fissazioni. L’analisi del gioco infatti analizza la situazione di transfert e le resistenze, elimina le amnesie infantili e le conseguenze della rimozione rivelano i ricordi relativi alla scena primaria.

La Terapia della Gestalt e il Gioco

Dalle parole della fondatrice Violet Oaklander: “Ho sviluppato un modello terapeutico basato sui principi della terapia della Gestalt allo scopo di aiutare i terapeuti ad avere una guida nel loro lavoro“. Queste tecniche sono invece la massima essenza di un lavoro e spesso diventano ponti verso il sé profondo dei bambini e consentono un’espressione efficace e potente. Il modello infatti contempla una vastissima varietà di strumenti artistici a disposizione del terapeuta, tra i più usati: il disegno, le fantasie guidate, i burattini e i pupazzi, l’argilla, la vasca della sabbia, il collage, le carte proiettive.

Quando i bambini/ragazzi iniziano a conoscere e definire sé stessi attraverso le espressioni di desideri, bisogni, volontà, gusti, idee ed opinioni, migliorano l’auto supporto, che è un prerequisito necessario per l’espressione delle emozioni bloccate. L’obiettivo è di aiutare il bambino a sentirsi più felice nel mondo e a sviluppare un senso del sé più forte.

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