Nel 1970, negli Stati Uniti, emerse una figura sociale peculiare, definita per la prima volta dal giornalista Tom Wolfe: i "radical-chic". Questi individui rappresentavano una casta di ricchi borghesi che, per moda o per noia, sostenevano apertamente le posizioni del marxismo-leninismo. L'espressione "rivoluzionari da salotto", o "sinistra al caviale", catturava l'essenza di questa élite, caratterizzata da un apparente impegno ideologico radicale che contrastava nettamente con il loro status socio-economico privilegiato. Oggi, questi stessi attori sociali, o i loro eredi ideologici, costituiscono quella che viene descritta come la più influente lobby ideologica dell'Occidente. La loro pervasività si estende ai media, alle università, alla magistratura e ai gangli vitali dello Stato. Essi non si limitano a influenzare, ma orientano il linguaggio, emettono sentenze morali e stilano i pressanti "speech codes" del "politicamente corretto", delineando i confini del dibattito pubblico e sociale.

Il loro credo, che si è evoluto in un verbo laico del globalismo, si fonda su una narrazione sradicante e liberal della "società aperta". Questa visione è intrinsecamente tesa a distruggere ogni forma di identità preesistente, sia essa culturale, nazionale, familiare o individuale, in nome di una presunta uguaglianza che, secondo questa analisi, trova riscontro nelle esigenze predatorie del mercato globale. Le manifestazioni di questo processo sono molteplici e pervasive: dal cosmopolitismo "no border" all'immigrazionismo multiculturale, dal progressismo individualista alle rivendicazioni LGBT, dalle teorie "gender fluid" alla destrutturazione della famiglia tradizionale. A ciò si aggiungono la furia iconoclasta della "cancel culture", volta a cancellare o delegittimare figure e opere considerate non conformi, e la riconfigurazione socio-economica promossa dal "grande reset", con la sua enfasi sulla trasformazione digitale e "green". Questo complesso processo di sovversione, secondo l'analisi, coinvolge sia le frange militanti della sinistra radicale sia le grandi multinazionali, creando un'alleanza di interessi apparentemente eterogenea ma convergente in un progetto di trasformazione sociale radicale.
Ma chi sono realmente questi soggetti? Cosa si cela dietro le scomuniche del loro "pensiero unico"? Attingendo alla storia, all'attualità politica e, in particolare, alla psicologia, si tenta di tracciarne un profilo inedito, capace di unire l'invettiva critica con uno studio scientifico, sebbene fortemente orientato. Il libro "Psicopatologia del radical chic. Narcisismo, livore e superiorità morale nella sinistra progressista" di Roberto Giacomelli si propone proprio di indagare questi aspetti. Giacomelli, in qualità di psicanalista, cerca di capire per classificare e, potenzialmente, "curare" questo fenomeno. La lettura, in quest'ottica, dovrebbe quasi configurarsi come una terapia: una volta compreso il "male", si argomenta, esso può essere isolato e affrontato.
Le Origini Storiche del Concetto: Da Tom Wolfe al Nuovo Millennio
Il termine "radical chic" è stato coniato nel 1970 da Tom Wolfe, uno scrittore americano noto per il suo stile acuto e la sua profonda conoscenza dell'alta società newyorkese. Wolfe utilizzò questa espressione per descrivere una specifica casta sociale: i ricchi borghesi che, per moda o per un senso di noia esistenziale, abbracciavano e sostenevano apertamente le posizioni del marxismo-leninismo. L'esempio emblematico fornito da Wolfe descriveva un elegante rinfresco organizzato a casa di un direttore d'orchestra di grande fama e ricchezza, con lo scopo di sostenere i rivoluzionari del movimento delle "Pantere nere". In quell'occasione, figure come anarchici, proletari, afroamericani, marxisti, leninisti e fautori del "potere nero" si mescolavano con i privilegiati dell'alta borghesia bianca, in un'ambientazione surreale fatta di camerieri in livrea e flûte di champagne, elementi che stridevano con la retorica rivoluzionaria.

Questo scenario iniziale evidenziava una dicotomia fondamentale: l'adesione a ideali rivoluzionari da parte di chi godeva dei massimi benefici del sistema capitalista che dicevano di voler abbattere. L'elemento della "moda" o della "noia" suggerisce una motivazione superficiale, un desiderio di distinguersi o di trovare un senso in ideali radicali senza affrontare le vere privazioni o i rischi associati a tali posizioni. Questi "rivoluzionari da salotto" rappresentavano un paradosso vivente, un sintomo di una certa élite culturale e intellettuale che cercava un'espressione radicale della propria insoddisfazione, spesso disconnessa dalla realtà concreta delle classi sociali che affermavano di voler rappresentare.
Il congedo dal comunismo storico, secondo l'analisi, fu fatto in fretta. Non appena le istanze del comunismo reale si mostrarono nelle loro contraddizioni e fallimenti, questi individui sembrarono quasi dimenticare i loro vecchi ideali, trasferendo le loro energie verso nuove forme di impegno progressista. Non c'era tempo per rielaborare profondamente le proprie convinzioni; era sufficiente "arredare le stanze vuote" con nuove narrazioni. Questo portò a un riposizionamento verso il Partito Democratico americano, con tutti i suoi "tic" e le sue caratteristiche distintive, che vennero poi importate e adattate nei contesti europei. Il risultato è un'ideologia che, pur proclamando tolleranza e apertura, tende a manifestare una notevole intolleranza verso il dissenso.
Caratteristiche Psicologiche e Comportamentali del "Radical Chic" Contemporaneo
Il profilo del "radical chic" contemporaneo, secondo le analisi critiche, presenta diverse caratteristiche psicologiche e comportamentali distintive. Una delle più evidenti è la tendenza a ritenere di avere sempre ragione, mentre gli altri sono considerati intrinsecamente in torto e, di conseguenza, dovrebbero tacere e ascoltare in "disciplinato silenzio". Il ruolo del dissenso, in questa prospettiva, non è visto come un contributo legittimo al dibattito, ma come un'occasione per "accorgersi dei propri errori". Chiunque esprima un'opinione divergente, chi dissente, chi protesta o semplicemente non si adegua alle norme del pensiero dominante, rischia di essere "letteralmente estromesso dal consesso civile: emarginato, licenziato, esautorato di ogni diritto di replica". Questa dinamica crea un ambiente in cui la paura della censura e dell'ostracismo sociale diventa un potente deterrente alla libera espressione.

Un aspetto cruciale di questa "psicopatologia" è il "pesante rimosso", ovvero la tendenza a ignorare o minimizzare le atrocità commesse in nome di ideologie radicali nel passato. I gulag sovietici, i laogai cinesi, le purghe staliniane, la Rivoluzione Culturale maoista, il genocidio cambogiano e innumerevoli altri crimini contro l'umanità vengono puntualmente derubricati a "banali incidenti di percorso" o a conseguenze inevitabili di processi storici complessi, piuttosto che a manifestazioni dirette di ideologie fallimentari e disumane. Questa incapacità o riluttanza a elaborare il trauma storico impedisce, secondo l'analisi psicologica, un corretto funzionamento psichico.
La mancata elaborazione del trauma blocca le emozioni, compromettendo il buon funzionamento psichico e provocando disturbi d'ansia, depressione maggiore e disturbo da shock postraumatico. I sintomi fisici ricorrenti includono la riduzione dell'affettività, sentimenti di distacco ed estraneità, e soprattutto una tendenza al senso di colpa. Questo senso di colpa può essere interpretato come una reazione inconscia ai propri privilegi immeritati, un tentativo di espiazione attraverso l'adesione a ideologie radicali che promettono un riscatto sociale e morale.
Un'altra figura caratteristica del mondo progressista, spesso osservata nelle trasmissioni televisive dedicate alle tematiche politiche e sociali, è l'opinionista proveniente dal mondo dello spettacolo. Attori o cantanti, spesso sul viale del tramonto, si trasformano magicamente in intellettuali, senza che siano evidenti particolari esperienze politiche o studi teorici che giustifichino tale transizione. Avendo trascorso tutta la vita sui palcoscenici, queste figure sembrano trasferire la loro "recita" dalla finzione scenica alla vita quotidiana, senza una reale maturazione o presa di coscienza. Ex bellezze sfiorite, menestrelli conformisti, attori sedicenti impegnati e divi decaduti costituiscono una "triste umanità senz'arte né parte" che si ricicla nel circuito mediatico.
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Questi personaggi, quando invecchiano, passano senza esitazione dalle riviste di pettegolezzi al dibattito sociologico, mantenendo spesso un disturbo di personalità istrionico che li ha sempre afflitti. La loro "bella presenza" e la loro posizione prona al pensiero "politicamente corretto" li rendono ospiti graditi e di sicuro effetto scenico, al di là del contributo effettivo che spesso si riduce ad attacchi polemici basati sull'emotività piuttosto che su solide argomentazioni. I loro interventi, spesso privi di contenuto sostanziale, scadono nella critica moralistica di chi esprime opinioni scomode. Le accuse, prevedibili e ricorrenti, sono quelle di razzismo, xenofobia, disumanità e ogni altra possibile nefandezza.
Questi opinionisti difendono con altezzosità ciò che è indifendibile, giustificando provvedimenti liberticidi e anticostituzionali che dovrebbero "assicurare la salute del popolo". Sostengono politiche immigrazioniste sciagurate che, secondo questa prospettiva, nuocciono sia ai clandestini deportati sia agli autoctoni più poveri, i quali si vedono privati delle poche risorse che possiedono da altri disperati più poveri di loro. Questi "improbabili personaggi", dall'alto dei loro attici, dispensano lezioni morali a chi difende i propri diritti, ammonendo chi vive in piccoli appartamenti a non uscire di casa, a non lavorare, a non vivere, perché "bisogna essere responsabili".
Il Credo Globalista e la Distruzione delle Identità
Il credo che informa l'azione dei "radical chic" contemporanei è diventato il verbo laico del globalismo. Questo si fonda sulla narrazione sradicante e liberal della "società aperta", un concetto che, nella sua interpretazione critica, è intrinsecamente teso a distruggere ogni residua forma di identità. La meta è una presunta uguaglianza universale che, tuttavia, si allinea perfettamente con le esigenze predatorie del mercato globale. Le aree in cui questa distruzione identitaria si manifesta sono molteplici e interconnesse:
- Cosmopolitismo "no border" e immigrazionismo multiculturale: L'abolizione dei confini nazionali e la promozione di un multiculturalismo senza limiti vengono visti come strumenti per erodere l'identità nazionale e culturale, creando società frammentate e più facilmente manipolabili.
- Progressismo individualista e rivendicazioni LGBT: L'enfasi sull'individuo e sulle sue scelte, spesso promossa attraverso le rivendicazioni dei diritti LGBT, viene interpretata come una strategia per disintegrare le strutture sociali tradizionali, in particolare la famiglia.
- Teorie "gender fluid" e destrutturazione della famiglia: Le teorie che mettono in discussione la dualità di genere e promuovono la fluidità di identità sessuale sono viste come un attacco diretto ai ruoli di genere tradizionali e alla struttura familiare basata sulla coppia uomo-donna.
- Furia iconoclasta della "cancel culture": La tendenza a cancellare o delegittimare figure storiche, opere d'arte o espressioni culturali considerate problematiche o non conformi alle sensibilità contemporanee, mira a riscrivere la storia e a imporre una nuova ortodossia culturale.
- Riconfigurazione "green" e digitale del "grande reset": L'agenda del "grande reset", con la sua enfasi sulla transizione ecologica e digitale, viene vista come un'ulteriore fase di questo processo di sradicamento, che mira a trasformare radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e interagiamo, potenzialmente a scapito delle libertà individuali e delle identità locali.
Il superamento dei popoli, delle tradizioni, delle spiritualità e delle civiltà è, in questa visione, l'obiettivo finale di questo progetto. L'idea è quella di creare un'umanità omogeneizzata, priva di radici e identità storiche, più facilmente governabile e integrabile in un sistema globale dominato da élite tecnocratiche e finanziarie.
Il Profilo Psicologico: Arroganza, Isteria e Dissimulazione
Roberto Giacomelli, nella sua analisi, giunge a una conclusione "impietosa" riguardo ai tratti distintivi dei "radical chic" contemporanei. Secondo la sua prospettiva, arroganza, isteria, dissimulazione, inganno e manipolazione sono i loro tratti distintivi. Questi individui vengono descritti come:
- Masochisti: Che amano sottomettersi a "carnefici immaginari", proiettando su di essi le proprie ansie e frustrazioni.
- Nevrotici: In preda a sensi di colpa per i loro immeritati privilegi, cercano un riscatto morale attraverso l'adesione a ideologie radicali.
- Odiatori seriali: Che invidiano e denigrano le vite altrui, specialmente quelle di coloro che non condividono le loro posizioni o che sembrano godere di una felicità o stabilità che a loro manca.
- Menti deboli: Che proiettano sul prossimo le proprie paranoie, i propri disagi e le proprie paure, attribuendo agli altri le proprie mancanze e i propri conflitti interiori.
Questa visione psicopatologica dipinge un quadro di individui profondamente insoddisfatti e disfunzionali, la cui adesione a ideologie radicali non nasce da una sincera preoccupazione per il benessere altrui, ma da profonde nevrosi e insicurezze personali. La loro influenza pervasiva nei media, nelle università e nelle istituzioni viene vista come una manifestazione di questa disfunzionalità, un tentativo di imporre la propria visione distorta del mondo agli altri e di ottenere un riconoscimento e un potere che altrimenti non avrebbero.
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La "sinistra al caviale", dunque, non è solo un'etichetta dispregiativa, ma, secondo questa analisi, descrive una realtà psicologica complessa e potenzialmente dannosa per la coesione sociale e la libertà di pensiero. L'analisi si propone di smascherare questa facciata ideologica per rivelare le motivazioni più profonde e, forse, patologiche che la animano, invitando a una riflessione critica sulla natura del potere, dell'ideologia e della psicologia umana nell'era del globalismo.
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