L'avvento dei social media ha profondamente trasformato il modo in cui le persone comunicano e interagiscono, estendendo la propria influenza anche alla sfera professionale, inclusa quella della psicologia. Se da un lato queste piattaforme offrono inedite opportunità di connessione, divulgazione e interazione, dall'altro presentano sfide significative legate alla privacy, all'etica professionale e alla corretta interpretazione dei concetti psicologici. Comprendere queste dinamiche è fondamentale per gli psicologi che desiderano navigare in questo spazio digitale in modo efficace e responsabile.

La Natura dei Social Media e il Contrasto con la Psicoterapia
Spesso, gli individui non riflettono attentamente prima di condividere informazioni personali online. Gli utenti comunicano virtualmente dettagli intimi con poche inibizioni, come evidenziato dalla ricerca di David Rosenblum (2006). Il contrasto tra la psicoterapia tradizionale e l'ambiente dei social network non potrebbe essere più marcato. La maggior parte delle interazioni psicoterapeutiche sono intrinsecamente private, confidenziali e protette, mentre la maggior parte delle interazioni sui social media vengono trasmesse a un pubblico più ampio o a una rete di amici. Questa differenza fondamentale nella natura della comunicazione impone una riflessione profonda sull'uso che i professionisti della salute mentale fanno di questi strumenti.
I dati suggeriscono differenze significative legate all'età nell'utilizzo dei social network: i giovani li impiegano in modo predominante, con un tasso di utilizzo dell'83% tra gli adulti di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Simili differenze di età si riscontrano anche nelle attività svolte dagli psicologi. I social network possono essere concettualizzati come un "piccolo mondo online", analogo a piccole comunità. Sebbene gli scenari siano notevolmente diversi, esistono somiglianze importanti. Entrambi sono caratterizzati da un pervasivo contatto accidentale e da inevitabili relazioni multiple.

Gestione dei Confini e Presenza Online dello Psicologo
È generalmente importante che gli psicologi riconoscano che la loro attività "privata" sui social network può intersecarsi con la loro competenza professionale. In una ricerca condotta da Zur et al., purtroppo, la scoperta di informazioni personali sullo psicologo è quasi inevitabile (Zur, 2008). Spesso sono proprio i clienti a desiderare di saperne di più sui loro terapeuti e a ricercare informazioni online. Ogni professionista psicologo dovrebbe determinare quanto sia privata l'area del social network che utilizza. Molti non si rendono conto di quanto siano insicuri i propri dati personali online. Le problematiche etiche verificatesi in piccole comunità offrono una comprensione dei problemi che si manifestano anche online. Gli studiosi hanno descritto alcune di queste problematiche, come la sovrapposizione tra rapporti sociali, professionali e relazionali che coinvolgono la famiglia dello psicologo e le relazioni che coinvolgono i clienti dello psicologo con gli altri clienti.
Sebbene i social network offrano modi significativi per connettersi con familiari e amici, gli psicologi devono assicurarsi di utilizzarli in modo appropriato per salvaguardare la reputazione della pratica psicologica. È particolarmente importante stabilire limiti appropriati con i clienti. È sicuramente utile per gli psicologi separare i profili professionali da quelli personali, avendo di fatto due profili: uno "privato" per familiari e amici e uno pubblico dove sono presenti solo informazioni professionali. Infine, la discussione di casi clinici online deve essere affrontata con estrema cautela, apportando opportune modifiche per tutelare la privacy del paziente.
Sviluppo di Competenze Tecnologiche e Consapevolezza Digitale
Privacy sui social ai tempi del GDPR
Allo stesso modo in cui è necessario che gli psicologi comprendano il contesto culturale in cui vivono e lavorano, devono anche capire la natura e la tecnologia necessaria dei social network. In primo luogo, sarebbe saggio per gli psicologi essere consapevoli di ciò che i clienti possono vedere online sul loro conto. Un modo per farlo è cercare periodicamente il proprio nome sui motori di ricerca per determinare ciò che i clienti potrebbero trovare, o impostare Google Alert per sapere immediatamente quando il proprio nome viene menzionato in una nuova pubblicazione su internet.
Divulgazione della Salute Mentale: Luci e Ombre del Web
L'utilizzo su larga scala delle varie comunità digitali, di pari passo con la diffusione e l'avanzamento della rete internet nel mondo, ha accorciato le distanze tra le persone. I vari ambiti professionali, tra cui quello della psicologia, ne hanno tratto giovamento attraverso la creazione di canali di scambio tra colleghi, che hanno dato vita con più facilità a incontri, progetti, canali scientifici e di divulgazione, favorendo sempre più una rete di comunicazione. Tutto ciò è avvenuto attraverso lo sviluppo di interessanti strategie comunicative che hanno coinvolto un pubblico sempre più interessato, preparato e consapevole. Anche società scientifiche hanno aperto pagine istituzionali sui vari social.
Cercando di affrontare sinteticamente gli aspetti positivi relativi ai temi della salute mentale, vi è stata in primo luogo la possibilità di trattare argomenti culturalmente considerati tabù in diverse società e culture. A supporto di ciò, hanno avuto un ruolo importante anche i numerosi coming out che personaggi dello sport e dello spettacolo hanno fatto proprio attraverso questi canali, dove hanno condiviso le proprie esperienze di difficoltà e sofferenza e il loro affrontarle in percorsi con professionisti. Non è infrequente che tali personaggi abbiano reso pubbliche, nel modo che loro ritenevano migliore, le proprie esperienze di difficoltà e psicoterapia. Ad esempio, in Italia abbiamo l'emblematico caso dei coniugi Chiara Ferragni e Fedez, che non hanno mai fatto segreto del proprio percorso di psicoterapia di coppia, arrivando a mostrare questa intimità in una serie dal nome "The Ferragnez". Una conseguenza di questo fenomeno è stata quella di portare le persone che utilizzano maggiormente queste piattaforme, ragazzi e ragazze appartenenti alla generazione Millennial e alla generazione Z, a una grande esposizione di questo genere di contenuti.
Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Come sappiamo, i social e il mondo digitale più in generale, non sempre ci mostrano un lato esclusivamente positivo (Ceron et al., 2014). Allo stesso modo in cui oggi, in modo semplice e accessibile, la buona pratica usufruisce di questo potente strumento, allo stesso modo può avere accesso anche la cattiva pratica. Uno dei fenomeni di cattiva pratica in grado di portare a conseguenze negative, spesso anche gravi, è dato dalla possibilità che informazioni non opportunamente verificate si diffondano: le cosiddette fake news. Può facilmente balzare all'occhio di chiunque la pericolosità della circolazione di tali notizie, tanto che anche il sito del Ministero della Salute ha tenuto a sottolineare quanto "Bufale e disinformazione sono molto pericolose quando riguardano la salute e spesso non è facile distinguerle tra milioni di informazioni" (Fake News, n.d.).
La psicologia e la psicoterapia sono discipline a statuto scientifico, questo significa che sono discipline in cui una qualsiasi informazione dovrebbe essere vagliata dalla letteratura scientifica o almeno da evidenze cliniche. Un esempio riguarda uno dei temi caldi dei social media, quello relativo al costrutto di narcisismo, che è proprio quello di cui abbiamo voluto occuparci in questo articolo, la cui idea nasce da un gruppo di professionisti presenti sui social che ritiene sempre più urgente una promozione di specifici principi volti alla tutela della professione e dell'utenza.
Criticità nella Divulgazione Online: Narcisismo e Diagnosi Improprie
La problematica che viene presentata, sicuramente sempre attuale e interessante, tratta il tema delle relazioni vissute con sofferenza e i possibili malesseri che ne derivano. Fin qui nulla di strano. Non è infrequente, infatti, per un clinico ricevere richieste legate a momenti di vita in cui una persona è da poco uscita o fa fatica ad uscire da una relazione che la mette a dura prova. Queste sono quelle che la "folk psychology", la psicologia pop o ingenua, definisce "relazioni tossiche". Un clinico, invece, in base alle circostanze, potrebbe definire tali dinamiche relazionali in diversi modi, ad esempio dipendenza affettiva.
Proseguendo, l'articolo in questione descrive questa dinamica in termini nefasti. Una persona rappresentata come disponibile, comprensiva, aperta al dialogo, insomma una persona "buona", incontra sulla sua strada una persona "predatrice", cieca ai bisogni altrui, estremamente egocentrica, insomma una persona "cattiva", definita impropriamente "narcisista". Lo scopo di quest'ultima è quello di "vampirizzare" le risorse energetiche dell'altro attraverso una serie di capacità manipolative che terranno il/la malcapitato/a in una relazione dalla quale uscire sarà quasi impossibile. La letteratura è praticamente piena di questi studi. Insomma, chi non desidererebbe vivere una relazione sana e appagante?
Punto primo, nessuno ha mai negato che la relazione con una persona affetta da disturbo narcisistico non possa essere dannosa per il proprio benessere e la propria qualità di vita. Difatti, il termine stesso di Disturbo di Personalità sottoscrive anche la descrizione di come gli aspetti funzionali di una persona, le sue capacità relazionali, il suo potenziale di maturazione nella vita e la capacità di perseguire obiettivi sani e realistici, siano elementi compromessi, in gradi più o meno diversi. L'incapacità di poter vivere relazioni appaganti e sane purtroppo rientra tra le problematiche. Questo, però, non è una prerogativa solo del disturbo narcisistico di personalità. Purtroppo le relazioni, per le persone affette da disturbo di personalità, sono circostanze dove l'intimità e la vicinanza richiamano con molta facilità dinamiche legate ad aspetti della propria sofferenza personale.
Nel leggere l'articolo in questione, invece, le cose sembrano presentate da un punto di vista differente che inquadra sostanzialmente due protagonisti. Ma dove risiede l'errore? Intanto iniziamo a chiederci per chi la fine di una storia non è collegata a una sofferenza. Per nessuno. Siamo mammiferi e quando le nostre relazioni significative si interrompono per qualche motivo, noi soffriamo, anche se chiudiamo la relazione per stare meglio. È innegabile che, se all'interno di tale relazione ci sono state delle dinamiche di svalutazione e di violenza, se ne esce con delle ferite. Premesso questo, tuttavia, è importante, alla conclusione di una relazione così devastante, porsi una domanda molto semplice, ma fondamentale: "Come ci sono finito/a?".
In effetti, essere vittime di maltrattamento e di svalutazione in una relazione è una tematica sicuramente importante, ma affermare che il problema reale sia la diagnosi di una terza persona è molto lontano da un piano terapeutico utile e reale. Da qui ci colleghiamo ad un altro aspetto centrale sollevato dall'articolo in questione. Non viene considerato minimamente il ruolo della persona descritta come "vittima" nella costruzione e nel mantenimento di una dinamica relazionale di sofferenza.
Un altro aspetto molto importante è quello della "diagnosi per procura". Ovvero il fatto che l'autore dell'articolo, utilizzando i racconti della "vittima", formulava impropriamente un termine diagnostico. È importante sottolineare che non è possibile dare una definizione diagnostica a una persona con la quale non si ha interagito in prima persona. A tal proposito, vogliamo citare la regola Goldwater, dell'American Psychiatric Association (APA), in cui si afferma che gli psichiatri non dovrebbero esprimere un'opinione professionale su personaggi pubblici che non hanno esaminato di persona e dai quali non hanno ottenuto il consenso per discutere della loro salute mentale in dichiarazioni pubbliche.
Ultima osservazione sulla diagnosi per procura, ma non meno importante, è che la descrizione del disturbo narcisistico viene estrapolata dai criteri presenti sul Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), ma il tutto viene infarcito da una serie di descrizioni e attribuzioni che non sono proprie della diagnosi del disturbo.
Oltre agli aspetti che abbiamo illustrato finora, è interessante notare che i diversi colleghi che hanno provato a commentare l'a-scientificità dell'articolo condiviso dal CNOP, sono stati assaliti da insulti, commenti svalutanti e addirittura minacce. Questo episodio pone il CNOP in una posizione scomoda. Difatti, una folta comunità di colleghi ha manifestato sui social il proprio dissenso in quanto non si è sentita rappresentata da una comunicazione che non rispetta la natura scientifica della psicologia stessa. Ciò che poi vogliamo dire avviandoci alla conclusione, è che noi psicologi possiamo dibattere, ma su idee scientifiche. Difatti, molti di noi sono iscritti a società scientifiche proprio per questo motivo.

Proposte per una Divulgazione Etica e Scientifica
Una prima proposta è quella di creare in Italia delle linee guida per un corretto utilizzo dei social media per gli psicologi. L'Ordine degli Psicologi del Lazio ha pubblicato un vademecum per i professionisti che utilizzano il web nella propria attività.
Bernardo Paoli, psicoterapeuta, docente e autore, sottolinea come i social abbiano aiutato a superare lo stigma legato alla psicoterapia, contribuendo a dare un'immagine dello psicologo più appetibile e vicina alla quotidianità. Il fatto che alcuni influencer abbiano iniziato a condividere con le proprie community il loro percorso terapeutico ha accelerato questo processo. Paoli raccoglie online una community, con cui interagisce, raccogliendo domande e diffondendo spunti di riflessione. "Scrivendo lunghi dialoghi terapeutici sui social, ho attirato l'attenzione di alcune case editrici come Giunti e Mondadori che mi hanno proposto di pubblicare con loro". Il suo impegno è aumentare nelle persone la capacità di fare autocritica, offrendo strumenti di riflessione e autoanalisi. Pensiamo ai casi in cui una persona è vittima di violenza psicologica e, leggendo i post degli psicologi sui social, inizia a mettere in dubbio il senso e la tollerabilità della propria relazione. Naturalmente, il problema è sempre la dose: anche un eccesso di analisi o di autocritica può portare al disequilibrio. Tutto ciò che diventa mainstream può finire per rappresentare una criticità. "Tutti sembrano avere problemi di autostima, o soffrono della sindrome dell'impostore, o ancora vedono comportamenti patologici dappertutto". Paoli ricorda che "dall'altra parte dello schermo non ci sono persone sprovvedute, incapaci di comprendere il contesto in cui una comunicazione viene fatta, ma persone che sanno interrogarsi e che comprendono la differenza tra un post e una seduta di psicoterapia". I social possono ampliare le potenzialità di un incontro con lo specialista: "I pazienti possono portare in seduta uno spunto di riflessione che hanno letto sui social. I miei ex pazienti leggono i contenuti che pubblico, riportando così alla memoria i temi di cui abbiamo discusso, continuando a fortificare la propria crescita personale". Paoli non è preoccupato dall'estrema sintesi cui è costretto sui social media, paragonando le comunicazioni brevi agli aforismi, "perle che rispondono a un'esigenza umana antichissima".
Francesca Picozzi, psicologa clinica e consulente sessuale, ammette la presenza di disinformazione, "accompagnata spesso da un'estremizzazione del proprio vissuto per cui la tristezza diventa depressione, la disattenzione diventa un disturbo dell'attenzione, gli sbalzi d'umore bipolarismo". La tendenza all'autodiagnosi, trattata anche nel suo libro "Parlarne aiuta", può essere interpretata come la necessità di dare un nome alla propria angoscia e insofferenza. Picozzi distingue tra contenuti ironici che rappresentano spaccati di realtà e contenuti informativi su aspetti come l'ansia, ma sottolinea sempre che "le risposte non si trovano sui social, ma nello studio, da un professionista".
Federica Mancuso, psicologa, ha preso posizione contro persone dalle dubbie competenze che propongono sui social risposte a quesiti esistenziali. "Spesso al centro ci sono temi delicati, complessi da affrontare, come narcisismo, personalità borderline e autostima. Se si spacchettano questi temi, se ne perde la complessità". La semplificazione dei concetti, pur necessaria per raggiungere più persone, rischia di portare a una banalizzazione e a un'iper-semplificazione. Mancuso stessa confessa una certa conflittualità nel proprio rapporto con i social, preferendo ora condividere spunti di riflessione da coltivare nel privato, piuttosto che fornire consigli o risposte pronte.
Lo psicoterapeuta Michele Spaccarotella afferma che "la psicologia ha beneficiato della possibilità di allargare il proprio raggio di 'ascoltatori', promuovendo una maggiore cultura della prevenzione e del benessere". Tuttavia, raccomanda di porsi domande cruciali prima di divulgare contenuti: "È utile per il pubblico quello che sto proponendo? Con questo contenuto sto apportando un contributo valido alla popolazione generale e alla comunità professionale? Come reagirebbe un mio utente/paziente alla visione di quello che sto pubblicando?".
L'Ordine degli Psicologi del Lazio, nel suo vademecum, raccomanda di ridurre al minimo le informazioni relative alla vita personale, evitando l'esibizione di aspetti esteriori. Di fronte a proposte di tecniche per contrastare stati di malessere psicologico, l'Ordine è prudente: "Occorre in queste comunicazioni una estrema cautela. La psicologia è scienza-professione della complessità, e ogni generalizzazione rischia di finire con il banalizzare problemi che in realtà sono diversi da quel che appaiono a prima vista; diffondere iper-semplificazioni basate sul senso comune più che sulla conoscenza rigorosa del funzionamento della mente umana è sbagliato e controproducente".

Lo Psicologo come "Content Creator": Un Nuovo Ruolo Digitale?
La domanda se lo psicologo sia un "content creator" è complessa. Elisabetta Molteni, psicologa, affronta questa questione, sottolineando come i social media possano essere uno strumento per rendere lo psicologo più vicino ai cambiamenti vissuti dalle persone, senza snaturarsi. La sua missione è sostenere i colleghi psicologi nella costruzione della loro attività imprenditoriale. Lo psicologo, trasmettendo la sua disponibilità ad aiutare attraverso azioni comunicative, può essere considerato a tutti gli effetti un creatore di contenuti, che siano su piattaforme social o meno.
La creazione di contenuti digitali richiede una serie di competenze: conoscenza delle regole di comunicazione, storytelling, profonda conoscenza del proprio ambito, psicologia del marketing e sociale, comprensione del pubblico target, creatività e capacità di innovazione. La missione di un content creator è creare contenuti di valore, ovvero quelli che aggiungono qualcosa all'altro, che arricchiscono.
Molti psicologi si avvicinano ai social senza una conoscenza approfondita dello strumento, spesso mossi dal desiderio di essere d'aiuto, ma imparando per tentativi ed errori. La presenza online non è un obbligo, ma un'opportunità. Per essere professionisti del digitale, è necessario studiare molto e comprendere l'utilità dello stare online sia per sé stessi che per gli altri. La rete territoriale e il passaparola sono ancora utili, ma si affiancano a un lavoro di studio approfondito, esposizione personale attraverso la comunicazione e scambi tra professionisti.
Le obiezioni comuni includono la concentrazione esclusiva sulla pratica clinica, il timore di compromettere la professionalità, il rischio di una competizione non salutare e la mancanza di tempo o risorse. Tuttavia, l'uso dei social media può rendere la psicologia più accessibile, contribuire ad abbattere lo stigma e promuovere la consapevolezza della salute mentale. È fondamentale educare gli psicologi all'uso etico dei social media, fornendo formazione e risorse. Invece di competere, è possibile collaborare, creando una comunità online di psicologi che favorisca lo scambio di conoscenze e il supporto reciproco.
La psicologia è una scienza seria e non dovrebbe essere ridotta a contenuti per i social media. Attraverso queste piattaforme, è possibile tradurre il linguaggio accademico in un formato accessibile, promuovendo la consapevolezza della salute mentale e la comprensione della psicologia.
Il Futuro della Psicologia nell'Era Digitale
Il rapporto tra psicologi e social network è in continua evoluzione. La strutturazione della privacy, la distinzione tra profili personali e professionali, e la definizione chiara dei contenuti pubblicati sono passi fondamentali. È importante informare i clienti sulle modalità di uso dei social network da parte del professionista.
I social network offrono ai professionisti la possibilità di condurre efficaci operazioni di marketing per la propria attività, raggiungendo un'utenza vastissima. Il Personal Branding, ovvero la differenziazione attraverso l'identificazione e la diffusione della propria "value proposition" unica, è una strategia chiave. Uno dei benefici principali è la connessione con altri professionisti, facilitando il networking e la creazione di opportunità. La trasparenza, intesa come la fornitura di informazioni chiare e accessibili sull'attività professionale, è un altro punto cruciale.
La crescente visibilità dei social richiede regole chiare per tutelare sia il pubblico sia i professionisti. L'aggiornamento del Codice Deontologico per includere aspetti specifici sulla divulgazione online potrebbe essere un passo necessario. I social media offrono una straordinaria opportunità per diffondere una cultura del benessere mentale, ma richiedono grande attenzione, cautela e un costante impegno nella ricerca di un equilibrio tra l'esigenza di comunicare e la necessità di mantenere rigore scientifico ed etico.