Pierre Janet, la Psicoanalisi Italo-Francese e la Ricerca dell'Ignoto

La traiettoria intellettuale che ha condotto alla stesura del mio ultimo libro, "Nondimanco. Machiavelli, Pascal", pubblicato da Adelphi, è stata un percorso lungo e tortuoso, segnato da un intreccio costante tra il caso e i "casi" intesi come generi letterari e ambiti di indagine. Questa lezione partirà proprio dal titolo che ho scelto per esplorare questa complessa relazione, un legame che affonda le sue radici nel verbo latino "cadere", da cui deriva il termine "casualità", e che in italiano presenta un'omonimia con il "caso" letterario e clinico, assente in altre lingue come l'inglese ("Chance and Cases"), il francese ("Le hasard et les cas"), il tedesco ("Der Zufall und die Fälle") o lo spagnolo ("La casualidad y los casos"). Sia la casualità che i casi sono stati, come vedremo, decisivi nel mio percorso di ricerca. Carlo Dionisotti, il grande storico della letteratura italiana, scrisse una volta: "Per mero caso, ossia per la norma che presiede alla ricerca dell'ignoto". Questa osservazione perentoria solleva interrogativi fondamentali: il caso può essere prodotto? Se sì, come? E in che misura si intreccia con il caso in quanto genere letterario?

Il concetto di caso nella ricerca

Le Origini della Ricerca: Dalla Stregoneria alla Lotta di Classe

Il mio primo libro, "I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento", vide la luce presso Einaudi nel 1966. La traduzione inglese, pubblicata nel 1983 con un'introduzione di Eric Hobsbawm, fu seguita da una nuova prefazione richiesta nel 2013 dalla Johns Hopkins University Press. Il mio interesse per la storia affonda le radici in un momento preciso: un giorno del 1959, all'età di vent'anni, mentre ero alunno della Scuola Normale di Pisa. In quel frangente, presi tre decisioni fondamentali: imparare il mestiere dello storico, studiare i processi di stregoneria e, soprattutto, farlo per recuperare le voci e gli atteggiamenti delle donne e degli uomini accusati di stregoneria.

A spingermi verso il mestiere dello storico furono i libri di Marc Bloch. Lo studio dei processi di stregoneria, di cui all'epoca sapevo poco, fu influenzato dalle riflessioni sulle classi subalterne maturate nelle carceri fasciste da Antonio Gramsci, e da due opere pubblicate nell'immediato dopoguerra: "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi e "Il mondo magico" di Ernesto de Martino. Inizialmente, formulai un'ipotesi: che la stregoneria potesse essere interpretata come una forma elementare di lotta di classe. Un'ipotesi ingenua, comprensibile per uno studente italiano di sinistra alla fine degli anni '50, ispirata sia da Gramsci che dalla visione romantica di Michelet della strega come incarnazione della rivolta.

Chiara Signorini: Un Caso che Evoca la Pietà Popolare

La lettura dei documenti dell'Inquisizione conservati nell'Archivio di Stato di Modena, grazie alla guida del mio maestro Delio Cantimori, mi condusse a imbattermi in quello che divenne il tema della mia prima pubblicazione: il processo celebrato nel 1519 contro Chiara Signorini, una contadina accusata di aver lanciato un malefizio contro la padrona che l'aveva cacciata dalla sua proprietà. Di fronte a quella che mi parve una conferma della mia ipotesi iniziale, provai un senso di delusione: l'ipotesi si rivelava troppo semplice.

Tuttavia, dal processo emergeva qualcosa di più profondo, che evocai nel titolo del mio saggio: "Stregoneria e pietà popolare". Chiara Signorini aveva raccontato all'inquisitore che a spingerla a lanciare il malefizio era stata la Vergine, apparsale "bella, rubiconda e giovane". L'inquisitore, il domenicano Bartolomeo Spina, autore di un trattato sulla stregoneria in latino, riuscì a costringere Chiara, anche tramite tortura, a confessare che a comparirle fosse stato il diavolo. Nonostante ciò, Chiara resistette alle pressioni dell'inquisitore su un punto cruciale: negò ostinatamente di aver partecipato al sabba, il raduno notturno delle streghe. La sua resistenza, il suo scarto culturale rispetto all'inquisitore, fu ciò che inizialmente mi sembrò "esemplare", un concetto che Thomas Kuhn avrebbe poi reso celebre con la sua nozione di "paradigma" nel 1962, un anno dopo la pubblicazione del mio saggio. Presentare come esemplare una scoperta dovuta al caso significava avanzare un'ipotesi arrischiata, una vera e propria scommessa. Ma cosa mi aveva indotto a trasformare un processo in un caso? A questa domanda non sono ancora in grado di rispondere con certezza.

Rappresentazione di un processo di stregoneria

Sherlock Holmes, Sigmund Freud e la Profondità del Caso

Alla fine degli anni '50, quando iniziai a lavorare sui processi di stregoneria, la parola "casi" evocava per me due nomi: Sherlock Holmes e Sigmund Freud. Avevo letto, in traduzione, i racconti di Conan Doyle e i casi clinici di Freud. L'idea che un caso, analizzato in profondità, possa rivelare sfumature che una trattazione di carattere generale non sarebbe in grado di cogliere, mi aveva profondamente colpito. Racconti, romanzi, psicoanalisi, critica letteraria: mi sono avvicinato alla ricerca storica muovendo da generi e forme di conoscenza molto vari, in cui il caso giocava un ruolo importante. Rispetto alla storia come disciplina, un termine dalle sfumature coercitive che non mi è mai piaciuto, mi sono sentito per molto tempo in una posizione marginale: una sensazione tutt'altro che sgradevole, e forse non del tutto infondata.

Ciò che mi era sembrato esemplare nel processo di Chiara Signorini era lo scarto tra la cultura dell'inquisitore e quella della contadina. Oggi questo appare ovvio, e lo era negli anni '60, ma principalmente per gli antropologi. La mia prospettiva era diversa. Dal caso di Chiara Signorini mi parevano emergere frammenti preziosi di quella che Gramsci aveva definito "cultura delle classi subalterne", un'indicazione vaga ma stimolante.

La "Roulette Veneziana" e la Scoperta dei Benandanti

Nell'autunno del 1962, decisi di estendere la mia ricerca agli archivi italiani contenenti fondi inquisitoriali. Non avevo un'ipotesi di ricerca chiara, ma ero consapevole che l'idea ingenua della stregoneria come forma elementare di lotta di classe era tramontata. La prima tappa del mio viaggio fu Venezia, dove nell'Archivio di Stato, il fondo Sant'Uffizio custodisce circa 150 buste, ognuna contenente decine di processi. Un mare di documenti. L'unico appiglio era un inventario manoscritto ottocentesco, che elencava per ogni processo i nomi degli imputati, la data e una descrizione sommaria del contenuto: "eresia", "magia", "superstizioni", "bestemmie".

Decisi di adottare una strategia che molti anni dopo avrei definito "roulette veneziana": ogni mattina chiedevo di consultare tre o quattro buste a caso, basandomi sulle indicazioni generiche dell'inventario. Dopo molti giorni, mi imbattei in un documento assolutamente inaspettato: l'interrogatorio, svoltosi nel 1591, di un giovane bovaro di Latisana, Menichino della Nota. All'inquisitore che gli chiedeva se fosse un benandante (un termine a me sconosciuto), Menichino rispose che, essendo nato con la camicia, era costretto a recarsi "in spirito", tre volte all'anno, con gli altri benandanti, nel prato di Giosafatte, per battersi contro streghe e stregoni. I benandanti erano armati di rami di finocchio, le streghe e gli stregoni di mazze di sorgo.

La lettura di questo documento, composto da poche pagine, mi procurò un'emozione così forte da dover abbandonare la sala di studio. Uscii a fumare una sigaretta dopo l'altra, immerso in una profonda riflessione. Mi pareva di aver fatto una grande scoperta. Lasciando Venezia per Udine, seconda tappa del mio giro archivistico, pensavo che il caso di Menichino fosse isolato e non sospettavo la rilevanza della sua origine. A Udine, scoprii nell'archivio arcivescovile una quantità di processi inquisitoriali celebrati contro benandanti, uomini e donne. Nell'arco di cinquant'anni, tra la fine del '500 e la metà del '600, gli inquisitori avevano cercato di trasformare le battaglie dei benandanti per la fertilità in una versione del sabba diabolico. Per il Friuli, si può affermare con sicurezza che la stregoneria diabolica si diffuse come deformazione di un precedente culto agrario.

La Leggenda dei BENANDANTI

Il Caso Anomalistico e la Microstoria

Il caso di Menichino, trovato per caso, mi condusse alla scoperta di un dossier documentario ricchissimo e inesplorato. Col tempo, iniziai a vedere nei benandanti un caso anomalo rispetto al fenomeno più generale della persecuzione della stregoneria in Europa e fuori d'Europa. Solo gradualmente, attraverso una riflessione che dura ancora oggi, mi resi conto che il caso, inteso come genere che converge medicina, diritto e teologia, implica da un lato la generalizzazione e dall'altro la tensione tra norme e anomalie. Oggi rileggerei le mie osservazioni sul caso dei benandanti citando l'ossimoro, diventato famoso, di Edoardo Grendi: "eccezionale normale".

Il mio approccio alla microstoria è passato per il Friuli, attraverso i benandanti e poi attraverso Menocchio, protagonista de "Il formaggio e i vermi" - due casi anomali, rappresentati rispettivamente da un gruppo e da un individuo. Ma è passato anche attraverso "Giochi di pazienza", un libro scritto a quattro mani con il mio amico Adriano Prosperi nel 1975. Avevamo condotto un seminario all'Università di Bologna sul "Trattato utilissimo del beneficio di Cristo", il testo religioso più celebre del '500 italiano, e avevamo poi consegnato a un saggio i risultati della nostra ricerca. Nel libro, decidemmo di raccontare ciò che aveva reso possibili quei risultati: gli andirivieni, gli errori, i ripensamenti. Mi colpisce, in quel racconto, il riferimento continuo a libri trovati per caso, ad esempio grazie a un errore del catalogo dell'Archiginnasio durante uno spoglio a tappeto di tutte le schede riferite a un qualsiasi "Marco".

Scrivevamo in "Giochi di pazienza": "A ogni passo lo storico si trova a lottare con la tentazione irrazionale di confermare i presupposti da cui è partito, di trovare a ogni costo quello che sta cercando. Se fossero soltanto i presupposti ad agire, la ricerca tenderebbe sempre a confermarli (eventualmente a prezzo di qualche deformazione delle testimonianze). S'instaurerebbe in questo modo, tra presupposti e fonti, un circolo vizioso. Qui interviene il caso. Il presentarsi di una documentazione non prevista e non preordinata tende a scompigliare l’armonia (quasi) prestabilita tra presupposti e fonti. Ma il caso si può moltiplicare: l’afflusso della documentazione inaspettata si può sistematizzare. Lo spoglio, più o meno a tappeto, di cataloghi, repertori, bibliografie ha appunto questa funzione. A una fase centripeta della ricerca, dominata dal problema, e quindi tendente in ultima analisi a confermare i presupposti, segue (dovrebbe seguire) una fase centrifuga, caratterizzata dalla ricerca dell’ignoto. S’intende che nella realtà queste due fasi, quando esistono, s’intrecciano continuamente." Scrivevamo queste parole prima dell'avvento di Internet. "Giochi di pazienza" era un esperimento condotto su un esperimento: raccontava ciò che, nella ricerca storica, viene normalmente taciuto. Anche la microstoria è, o dovrebbe essere, caratterizzata da un approccio sperimentale alla ricerca storica e alla scrittura della storia. Il lettore non viene messo di fronte a una narrazione pura e semplice, bensì ad una narrazione che include una riflessione sul modo in cui è stata costruita.

La Revisione del Caso Freudiano: L'Uomo dei Lupi e i Benandanti

L'esperimento può anche aprire la strada alla revisione di un caso scritto da altri. È quello che ho cercato di fare, a metà degli anni '80, riesaminando uno dei casi più famosi di Freud, quello dell'uomo dei lupi. Il paziente, un russo, aveva raccontato a Freud di essere nato con la camicia, un particolare che Freud registrò senza coglierne l'importanza. Ora, nel folklore russo si dice che i bambini nati con la camicia sono destinati a diventare lupi mannari. Questo particolare mi fece immediatamente pensare ai racconti dei benandanti friulani, che, essendo nati con la camicia, erano costretti a battersi in spirito contro streghe e stregoni.

Non solo: nelle mie ricerche sui benandanti mi ero imbattuto in un caso decisamente anomalo: un processo della fine del '600 in cui un lupo mannaro baltico, soprannominato il "vecchio Thiess", dichiarò che, insieme agli altri lupi mannari, era solito combattere con le streghe per la fertilità dei raccolti. Riflettendo su queste analogie, avanzai l'ipotesi che il sogno infantile in cui il paziente di Freud aveva riconosciuto il punto di partenza della propria nevrosi - cinque lupi appollaiati su un albero che lo guardavano fissamente - fosse una sorta di sogno iniziatico indotto dai racconti della sua "njana" (babysitter).

Illustrazione dell'Uomo dei Lupi di Freud

La Dimensione Letteraria della Scrittura e l'Influenza di Pierre Janet

Conan Doyle era un narratore puro; Freud aveva messo il suo straordinario talento di scrittore al servizio di un progetto scientifico. Entrambi, come ho già detto, mi hanno mostrato la ricchezza del caso come genere letterario. Della dimensione letteraria di ciò che scrivo sono ben consapevole. Ho sempre sentito la scrittura come un'attività familiare, nel senso più letterale del termine: un'attività che mi lega, anche se in una dimensione diversa, a mia madre, Natalia Ginzburg. Da lei ho ricevuto, fin da quando ero bambino, l'impulso verso narrazioni d'ogni genere - da "Pinocchio", a "Delitto e castigo", alla "Metamorfosi" di Kafka. Le fiabe, i romanzi, i racconti nutrono la nostra immaginazione morale: partecipiamo alle emozioni di un burattino, di un assassino, di un insetto. Possiamo definire "studi di casi" le narrazioni che ci parlano di Pinocchio, di Raskolnikov, di Gregor Samsa? Dal punto di vista del genere letterario, certamente no. E tuttavia in quelle narrazioni ritroviamo un elemento che è al centro di ciò che chiamiamo letteratura: parlare di un frammento (magari minuscolo) della realtà come se si trattasse di un mondo, anzi del mondo.

Ma - o soprattutto se? - molto tempo fa mi resi conto che la norma non può prevedere tutte le anomalie, mentre ogni anomalia per definizione implica la norma. Di qui la ricchezza cognitiva delle anomalie.

Nel 1914, esattamente un secolo fa, Pierre Janet pubblicò nel «Journal de Psychologie Normale et Pathologique» lo scritto che costituisce il testo qui per la prima volta tradotto in italiano. Si tratta dell'intervento tenuto al Congresso di Medicina di Londra del 1913, nel quale Janet aveva rivendicato la primogenitura di una parte delle idee che Freud andava ascrivendo esclusivamente a se stesso. Lo psicologo francese lancia con prosa graffiante anche un monito contro un certo modo di gestire la "nuova scienza della psico-analisi", considerata un dogma intoccabile, tanto da indurre i suoi adepti a sferrare anatemi contro gli "eretici". I suoi studi sulla dissociazione e il trauma psicologico sono considerati fondamentali per la comprensione clinica di tali tematiche, ed hanno profondamente influenzato la nascita della psicologia dinamica.

Janet nacque a Parigi il 30 maggio 1859. Nel 1889 pubblicò la sua prima tesi di dottorato in filosofia, "L'Automatisme Psychologique", che divenne un testo classico per gli studi sul trauma e la dissociazione. Dal 1890 al 1898 diresse il Laboratorio di Psicologia Patologica della Salpêtrière. Nel 1903 fondò il "Journal de psychologie normale et pathologique". Nel 1913, infastidito dal comportamento di Freud nell'utilizzare alcuni concetti da lui elaborati, come quello di subconscio e di analisi psicologica senza riconoscerne la paternità, colse l'occasione della conferenza al Congresso di psicologia di Londra per rivendicare la primogenitura di diversi concetti e presentare un esame critico della psicoanalisi. Morì nel 1947. Fu tra i primi ad evidenziare come la sintomatologia psicopatologica possa essere un'espressione simbolica del materiale inconscio "dissociato" (quello che in seguito Sigmund Freud avrebbe definito come materiale rimosso), proponendo un approccio terapeutico definito "analisi psicologica".

La sua opera "La Psicoanalisi di Freud" del 1914, ripubblicata in italiano a cura di Maurilio Orbecchi, rappresenta un momento cruciale nel dibattito sulla nascita della psicoanalisi, evidenziando le tensioni e le rivendicazioni intellettuali dell'epoca. La sua critica alla dogmatizzazione della psicoanalisi, pur provenendo da un campo di ricerca affine, sottolinea l'importanza di un approccio critico e aperto alla revisione, un principio che ritengo fondamentale anche nella ricerca storica. La sua opera, insieme a quella di altri pionieri come Henri Ellenberger, ci ricorda quanto la comprensione dell'inconscio sia un campo in continua evoluzione, un terreno fertile per l'indagine del "caso" e delle sue molteplici sfaccettature.

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