L'ex Ospedale Psichiatrico di Volterra, un tempo conosciuto come il manicomio di Volterra, rappresenta un capitolo complesso e significativo nella storia della psichiatria italiana. Nata come istituzione per il ricovero di malati mentali, questa struttura ha attraversato diverse fasi evolutive, riflettendo i cambiamenti sociali, medici e legislativi del paese. La sua storia è intrisa di storie umane, di innovazioni terapeutiche, ma anche di periodi oscuri caratterizzati da condizioni difficili e da un approccio custodialistico.
La Nascita di un'Istituzione: Dalle Origini al Manicomio Villaggio
Le radici dell'Ospedale Psichiatrico di Volterra affondano nel XIX secolo, quando la provincia di Pisa faceva fronte alla crescente necessità di strutture per accogliere i propri malati mentali, inviati principalmente all'ospedale di San Niccolò di Siena. Per arginare il sovraffollamento, la direzione del San Niccolò aumentò la retta giornaliera, spingendo la Congregazione di Carità di Volterra, guidata dal cavaliere Aurelio Caioli dal 1887, a cercare soluzioni alternative.
Inizialmente, nel 1889, la sezione anziani fu trasferita dall'ex convento di S. Girolamo all'attuale ospizio di Santa Chiara per far spazio all'aumento dei ricoverati nella sezione dementi. L'anno successivo, la Congregazione dovette affittare la villa di Papignano per ospitare ulteriormente i pazienti. Nel 1897, la sezione dementi divenne ufficialmente "Asilo Dementi". Già nel 1896, Caioli aveva incaricato l'ingegner Filippo Allegri di progettare un vero e proprio manicomio, concepito per accogliere pazienti non solo dalla provincia di Pisa ma anche da quelle limitrofe. Tra il 1896 e il 1897 venne costruito il padiglione "Krafft-Ebing", successivamente rinominato "Scabia", capace di oltre 200 posti letto. Questa nuova struttura portò a un aumento della popolazione dell'Asilo Dementi, dai 130 del 1898 ai 282 del 1900. Tuttavia, l'anno seguente le presenze diminuirono a causa di disaccordi con l'Amministrazione pisana, che riteneva inopportuno costruire il manicomio lontano dal capoluogo e dall'Università, preferendo un sito a Calci.

La svolta decisiva avvenne nell'aprile del 1900, quando la Congregazione di Carità affidò l'incarico di psichiatra all'Asilo Dementi a Luigi Scabia, che fu anche nominato Direttore. Scabia, con una visione innovativa, iniziò a tessere contatti con diverse Amministrazioni provinciali per accogliere pazienti da tutta Italia, permettendo un significativo ampliamento del complesso ospedaliero. Dal 1902 al 1910, circa il 22% delle ammissioni proveniva da Porto Maurizio. Nel 1931, i malati provenivano da province come Pisa, Livorno, La Spezia, Savona, Imperia, Viterbo, Nuoro, Rieti e Roma.
L'incremento dei ricoverati rese necessaria la costruzione di nuovi padiglioni. Scabia pose particolare attenzione alle esigenze di illuminazione e aerazione, fondamentali per le terapie che promuoveva. La disposizione degli edifici fu studiata per evitare la simmetria, creando un'atmosfera simile a quella di un villaggio, con strade interne che, sebbene non progettate per il traffico automobilistico, sono tuttora in uso. Tra il 1902 e il 1909, Scabia incaricò nuovamente l'ingegnere Filippo Allegri di redigere un piano di sviluppo edilizio. Il manicomio era inoltre dotato di un proprio acquedotto. I risultati dei primi dieci anni di lavoro furono documentati dallo stesso Scabia nella pubblicazione "Il frenocomio di San Girolamo in Volterra" del 1910.
L'Era di Scabia: Ergoterapia e il Concetto di "Manicomio Aperto"
Luigi Scabia, figura centrale nella storia dell'istituto, fu messo d'autorità in pensione e sfrattato dalla sua residenza nel maggio 1934, a seguito di una modifica dello statuto interno che abbassava l'età di pensionamento. Scabia diede contributi originali alle pratiche di ergoterapia e "no-restraint" (assenza di contenzione). L'ergoterapia, o terapia del lavoro, mirava alla guarigione o alla stabilizzazione della malattia attraverso lo svolgimento di attività pratiche. Scabia aspirava a sviluppare il concetto di villaggio autonomo, dove i pazienti non si sentissero reclusi, ma parte di una comunità estesa.

Nel 1933, fu persino istituita una moneta interna per i ricoverati lavoratori, con 70.988 esemplari coniati. I pazienti venivano impiegati in lavori edili, agricoli, nelle officine, nella lavanderia e in scavi archeologici. L'ergoterapia generò un'attività economica e produttiva di notevole consistenza, sebbene non priva di ambiguità legate al rischio di sfruttamento della manodopera. Scabia stesso, in uno scritto del 1933, delineò le linee guida della terapia del lavoro, sottolineando come il lavoro potesse portare all'elevazione morale e al recupero della dignità umana. Egli sosteneva che l'istituto era sorto grazie all'applicazione di questo metodo di utilizzazione del malato di mente in ogni ramo del lavoro, con l'obiettivo di preparare il paziente al reinserimento sociale.
Questo approccio portò allo sviluppo del "manicomio aperto", teorizzato dalla dottrina dell'"open door", dove i pazienti non erano trattenuti con la forza. L'Ospedale Psichiatrico di Volterra non ebbe mai una recinzione per separare "l'interno" dall'"esterno"; il cancello era spesso aperto, le strade comunali e provinciali attraversavano l'istituto, e i contatti tra i malati e il mondo esterno erano frequenti. Ai pazienti venivano assegnate mansioni in base alle loro capacità, includendo anche lavori intellettuali. La scelta di una sede appena fuori le mura cittadine, a circa un chilometro dal centro, era funzionale a questo modello. Scabia, rispondendo alle critiche di imprenditorialità, ribadì che l'organizzazione del lavoro aveva uno scopo strettamente medico e che solo lo psichiatra era qualificato a organizzarlo.
Dalla Guerra alla Legge Basaglia: Trasformazioni e Riforme
I successori di Scabia proseguirono, in parte, le sue indicazioni. Gli anni della guerra segnarono un periodo difficile, con un drastico calo dei ricoverati: dai 4.794 del 1939 si scese a circa 2.000 nel 1946. Nel dopoguerra, si susseguirono amministrazioni straordinarie e, nel 1948, fu nominato un commissario prefettizio, Pintor Mameli, che propose la creazione di una sezione per la rieducazione dei minorenni con indirizzo medico-psicopedagogico, utilizzando i padiglioni Bianchi e Chiarugi.
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Un aspetto peculiare della storia dell'istituto fu il coinvolgimento dei ricoverati in attività archeologiche. Nel 1950, il Professor Umberto Sarteschi, allora direttore, mise a disposizione pazienti per gli scavi a Vallebona, dove erano riemersi ruderi romani identificati come il teatro romano di Volterra. Questa iniziativa, sostenuta dal presidente dell'Amministrazione ospedaliera Giulio Topi e dal Museo Guarnacci, permise di portare alla luce importanti resti archeologici, contribuendo anche all'economia locale e offrendo ai pazienti una forma di occupazione e coinvolgimento.
Fino al 1963, all'interno dell'Ospedale Psichiatrico di Volterra veniva applicata senza riserve la legge n. 36 del 14 febbraio 1904, che prevedeva un rigido custodialismo. Nonostante le pratiche di "no-restraint" ed ergoterapia, il regime poliziesco e la struttura organizzativa gerarchica si rafforzarono. Dal 1963, iniziarono i primi passi verso una trasformazione sociale, con lo sviluppo di idee riformiste e pratiche anti-istituzionali. Nel 1973, venne presentata una relazione che gettava le basi per una nuova gestione organizzativa e terapeutica di tipo comunitario. L'operazione culturale "Volterra '73", patrocinata dal comune, coinvolse artisti italiani e stranieri in interventi all'interno dell'istituzione, con l'obiettivo di rompere la rigidità esistente.
Alla fine del 1973, attraverso un accordo politico, si posero le basi per il superamento dell'Ospedale Psichiatrico con la realizzazione di una comunità terapeutica. Nonostante l'opposizione di alcuni medici, i Comitati di gestione iniziarono a svolgere le loro funzioni, promuovendo il dialogo con il territorio e favorendo le attività socio-culturali. Un tentativo di cambiamento fu il progetto del "Centro di sperimentazione di Pontedera", che prevedeva la convivenza all'interno dell'ospedale per creare un ritmo di vita al di fuori delle regole istituzionali, ma l'esperimento fallì a causa delle rigidità del vecchio modello.
La zonizzazione, un'altra innovazione, prevedeva la sistemazione degli assistiti in diverse divisioni psichiatriche in base alla loro area territoriale di provenienza, per favorire il reinserimento e impostare programmi di prevenzione della malattia mentale. La legge n. 180 del 1978, la legge Basaglia, rappresentò per l'Ospedale Psichiatrico di Volterra un riconoscimento delle pratiche alternative sperimentate.
La Deistituzionalizzazione e l'Eredità del Passato
La fase di deistituzionalizzazione presentò sfide significative. I pazienti, dopo lunghi periodi di internamento, avevano difficoltà a reintegrarsi nella società, e alcuni cittadini si opponevano alla loro dimissione. Per facilitare il reinserimento graduale, nacquero gli "ospiti", ex-ricoverati che alloggiavano in strutture all'interno dell'Ospedale Psichiatrico, come case-famiglia. Nel 1977, erano ancora ricoverati 630 degenti, di cui 530 vivevano all'interno dell'ospedale e 100 erano gli "ospiti".

L'eredità dell'ex Ospedale Psichiatrico di Volterra è complessa. La struttura è oggi oggetto di interesse per il suo valore storico e per le storie che custodisce. I graffiti di Fernando Nannetti sul Padiglione Ferri, realizzati con la fibbia del panciotto, rappresentano una testimonianza artistica e umana di dolore, solitudine e creatività, conosciuti come "graffito di NOF4". Questi graffiti sono considerati un'importante opera d'arte involontaria.
Il luogo è avvolto da un'aura di mistero, alimentata da leggende e storie di fantasmi, che attraggono esploratori urbani e fotografi. La città di Volterra, un tempo identificata anche come la città dei "matti", porta ancora il segno di questa storia. La chiusura definitiva dell'Ospedale Psichiatrico avvenne il 31 dicembre 1996, in linea con la legge 724/1994. A Volterra, il percorso di chiusura fu anticipatorio e partecipato, con l'attivazione dei Comitati di gestione e della zonizzazione.
L'ex Ospedale Psichiatrico di Volterra non è solo un luogo fisico, ma un simbolo di un'epoca e di un'evoluzione nel trattamento della salute mentale. La sua storia offre spunti di riflessione sull'importanza di un approccio umano e integrato, sulla valorizzazione del lavoro come strumento terapeutico e sulla necessità di abbattere i pregiudizi legati alla malattia mentale. Il legame tra arte e salute mentale, evidente nei graffiti di Nannetti, continua a essere esplorato, dimostrando come forme espressive possano giocare un ruolo significativo nella comprensione e nella cura dei disturbi psichici.
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