La lobotomia, nota anche come leucotomia, rappresenta uno dei capitoli più oscuri e dibattuti della storia della medicina, un intervento neurochirurgico che mirava a trattare disturbi psichiatrici attraverso la distruzione selettiva delle connessioni nel lobo prefrontale del cervello. Questa pratica, nata da un'idea che affascinava i medici dell'epoca, ha lasciato un'eredità complessa, suscitando interrogativi etici e scientifici che risuonano ancora oggi.
Le Origini di un'Idea Audace
L'idea alla base della lobotomia affondava le sue radici nella convinzione che comportamenti ossessivi, intrattabilità o allucinazioni fossero provocati da un eccesso di impulsi emotivi che raggiungevano i lobi frontali dal talamo. Già nel 1880, lo psichiatra svizzero Gottlieb Burckhardt iniziò i primi esperimenti di lobotomia, intervenendo su sei pazienti internati in un ospedale psichiatrico. Creò delle aperture nel cranio ed estrasse parti dei lobi frontali. Un paziente morì poco dopo l'operazione, un altro si suicidò, due non mostrarono cambiamenti significativi, mentre gli altri due manifestarono comportamenti alterati, diventando "più silenziosi". Questi primi tentativi, pur poco incoraggianti, aprirono la strada a future ricerche.
Un anno cruciale fu il 1935. A Londra, durante un simposio sui lobi frontali, furono presentati due scimpanzé che, a seguito di procedure sui loro lobi prefrontali, apparivano notevolmente più mansueti. Contemporaneamente, negli Stati Uniti, i neuroscienziati John Fulton e Carlyle Jacobsen avevano eseguito procedure di lobotomia su scimpanzé, osservando una marcata sedazione e una maggiore docilità negli animali. L'ablazione dei lobi prefrontali negli scimpanzé determinava una vistosa sedazione, rendendo l’animale molto docile.
Ispirato da questi esperimenti, il neurologo portoghese António Egas Moniz, nel 1935, eseguì la prima lobotomia umana. Moniz era convinto che nelle persone affette da schizofrenia, disturbo bipolare, ansia e depressione, le idee morbose dominassero l’attività psichica saldando delle connessioni stabili a livello neurale. La sua tecnica iniziale prevedeva la trapanazione del cranio in vari punti e la distruzione della sostanza bianca dei lobi frontali mediante iniezioni di alcol etilico puro. L'alcol aveva lo scopo di disgregare i collegamenti tra l'area prefrontale del cervello e il talamo, considerato il centro di associazione tra aree cerebrali diverse. La prima operazione fu considerata un successo, in quanto sembrava ridurre i sintomi di paranoia e di ansietà gravi di cui il paziente soffriva. Moniz continuò a operare, arrivando a trattare circa 40 pazienti in due anni.

La Diffusione e l'Evoluzione della Tecnica
Il lavoro di Moniz, nonostante l'iniziale perplessità della comunità medica, spinse numerosi medici ad adottare la procedura. Il neurologo portoghese, per la quale ha condiviso il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina nel 1949, valutò questo trattamento come un successo per pazienti affetti da condizioni come la depressione, la schizofrenia, attacchi di panico e maniacali. Le prime procedure venivano effettuate praticando un buco nel cranio e iniettando etanolo nel cervello per distruggere le fibre che collegano il lobo frontale ad altre parti del cervello. Più tardi, Moniz introdusse uno strumento chirurgico chiamato leucotomo, composto di un tre quarti a punta smussata che, quando viene ruotato, crea una lesione circolare nel cervello. Medici italiani e americani furono tra i primi ad adottare la lobotomia.
Il merito di aver evitato al lavoro di Moniz la stessa fine toccata ai precedenti esperimenti di Burckhardt spetta a W. Freeman che, assieme a J. Watts, compì il primo intervento psicochirurgico negli Stati Uniti, il 14 settembre del 1936. I neurologi americani Walter Freeman e James Watts modificarono la procedura di Moniz nel 1936. Freeman preferiva usare il termine "lobotomia" perché comprendeva non solo la distruzione delle vie nervose nella sostanza bianca, ma anche la distruzione di alcune cellule neurali nei lobi frontali.
La vera diffusione di massa della lobotomia, tuttavia, è legata a Walter Freeman, che divenne una figura quasi superstar. Desideroso di rendere l'intervento più semplice, rapido ed economico, in modo da poterlo eseguire anche nelle cliniche psichiatriche che non disponevano di sale operatorie, Freeman ideò il metodo della lobotomia transorbitale. Questa tecnica, eseguita ambulatorialmente e in pochi minuti, prevedeva l'inserimento di uno strumento detto orbitoclasto (in sostanza, un sofisticato rompighiaccio) al di sotto delle palpebre, nella cavità orbitale. Un martelletto veniva usato per forare il sottile strato osseo penetrando per circa 5-7 cm nel lobo frontale. La punta dell'orbitoclasto veniva poi mossa lateralmente in modo da recidere la materia bianca.

Questa procedura rapida e in assenza di valide alternative terapeutiche portò a una crescita vertiginosa del numero di lobotomie negli Stati Uniti: da poche centinaia nei primi anni '40 fino a decine di migliaia alla fine del decennio. Lo stesso Freeman eseguì oltre 2900 lobotomie. La lobotomia divenne una sorta di procedura "miracolo", catturando l'attenzione dell'opinione pubblica e portando a una grande richiesta dell'operazione, a volte anche per persone con lievi disturbi del comportamento.
Gli Effetti Devastanti e il Declino
Nonostante l'entusiasmo iniziale e il conferimento del Premio Nobel a Moniz nel 1949, le critiche alla lobotomia iniziarono a farsi sentire fin dalla metà degli anni '40. Mentre una piccola percentuale di persone sembrava migliorare o rimanere invariata, per molte persone la lobotomia ebbe effetti devastanti sulla personalità, sull'iniziativa, sulle inibizioni, sull'empatia e sulla capacità di essere autosufficienti. "L'effetto collaterale principale a lungo termine è stato il malessere mentale", ha detto Lerner. Lerner disse inoltre che le persone non erano più in grado di vivere in modo indipendente e avevano perso le loro personalità. La maggior parte dei pazienti operati mostrava una riduzione dell'agitazione, ma molti evidenziavano effetti come apatia, passività, mancanza di iniziativa, scarsa concentrazione, incontinenza e una generalizzata riduzione della profondità e dell'intensità nelle risposte emozionali. Molti pazienti uscivano dall’operazione praticamente inabili.

Il lobo frontale, e in particolare la corteccia prefrontale, è oggi noto per essere implicato in funzioni mentali superiori quali la pianificazione di decisioni, l'espressione della personalità, il comportamento sociale e altre funzioni cognitive complesse. La parte ventrale dei lobi frontali (detta anche corteccia orbitofrontale), particolarmente interessata dall'intervento di leucotomia, è coinvolta nel comportamento emozionale, nella motivazione, nell'attribuzione di valore a cose, persone, eventi, nella valutazione del rischio e nel comportamento sociale. La lobotomia, recidere queste connessioni, portava inevitabilmente a profonde alterazioni di queste funzioni.
La pratica cominciò a essere accantonata a metà degli anni '50, poiché gli scienziati svilupparono farmaci antipsicotici e antidepressivi che erano molto più efficaci e meno invasivi. La clorpromazina, ad esempio, si rivelò un farmaco rivoluzionario nel trattamento della schizofrenia. L'introduzione di queste terapie farmacologiche segnò il lento ed inesorabile declino della lobotomia. Al giorno d'oggi, infatti, la malattia mentale viene trattata principalmente con farmaci, affiancati da approcci psicoterapeutici.
Gli istituti come i manicomi hanno svolto un ruolo fondamentale nella diffusione della lobotomia. All'epoca c'erano centinaia di migliaia di ospedali psichiatrici e manicomi, sovraffollati e caotici. Eseguendo la lobotomia sui pazienti indisciplinati, i medici potevano mantenere il controllo sull'istituzione, ha detto Lerner. Questo è esattamente ciò che accade nel romanzo e nel film "Qualcuno volò sul nido del cuculo", il cui protagonista Randall Patrick McMurphy, un uomo sconcertante ma sano che vive in un ospedale psichico, è sottoposto a una lobotomia che lo lascia muto e assente.
La lobotomia evoca spesso l’immagine di una pratica medica brutale e disumana, e la fiction cinematografica l'ha dipinta come un’operazione dagli esiti devastanti e irreversibili in film come "Qualcuno volò sul nido del cuculo", "Shutter Island", "La vera storia di Jack lo Squartatore" e "ESP - Fenomeni Paranormali".
536- La Lobotomia, terribile cura per paziente psichiatrici [Pillole di Storia]
Casi Emblematici e Riflessioni Etiche
Numerosi casi hanno contribuito a far conoscere gli effetti della lobotomia. Rosemary Kennedy, sorella di John Fitzgerald Kennedy, disabile dall'infanzia, all'età di 23 anni fu sottoposta a una lobotomia transorbitale per correggere il suo comportamento ribelle e i suoi sbalzi d'umore. Suo padre si lamentò con i medici degli umori della figlia e del suo interesse per i ragazzi. L'intervento, benché avesse avuto gli effetti desiderati in termini di sedazione, ridusse Rosemary a uno stadio cerebralmente infantile, la rese incontinente e la portò a trascorrere ore a fissare le pareti. Divenne una persona incapace di autosufficienza e fu reclusa in un istituto.
Un altro caso toccante è quello di Howard Dully, a cui venne praticata una lobotomia all'età di dodici anni perché la sua matrigna dichiarò di averne paura. Lo stesso Dully ha detto: «Mi sono sempre sentito diverso, mi chiedo se manca qualcosa nella mia anima. Non ho memoria dell’operazione e non ho mai avuto il coraggio per chiederlo alla mia famiglia».
Frances Farmer, attrice statunitense, venne considerata incapace di intendere e di volere e fu operata dopo anni di trattamenti psichiatrici. Josef Hassid, violinista prodigio nato in Polonia, fu sottoposto alla lobotomia in seguito alla diagnosi di schizofrenia.
Le critiche sulla lobotomia si intensificarono, portando a indagini e divieti. Nel 1977, il Congresso degli Stati Uniti creò la Commissione Nazionale per la Protezione dei Soggetti Umani della Ricerca Biomedica e Comportamentale (National Committee for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioral Research) che aveva il compito di indagare sui rapporti tra la psicochirurgia, incluse le tecniche della lobotomia, e la possibilità che fosse utilizzata per controllare le minoranze e restringere i diritti individuali, così come il fatto che potesse avere degli effetti eticamente non corretti. Crebbero le preoccupazioni sulla lobotomia, dato che in molte nazioni, come la Germania, il Giappone e molti stati americani, venne proibita. La lobotomia veniva all'epoca praticata legalmente in Finlandia, Svezia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, nel Regno Unito e in alcuni centri controllati negli Stati Uniti. Venne abbandonata quasi completamente all'inizio degli anni settanta, ma alcuni paesi hanno continuato ad applicarla su scala drasticamente ridotta anche negli anni ottanta.
Sebbene in molti attribuiscano l'invenzione della lobotomizzazione a Moniz e Freeman, il loro lavoro si basò in realtà su ricerche precedenti. Il lavoro di Moniz fu poi messo a punto dai neurologi americani Walter Freeman e James Watts. Anche nei loro casi, in una parte dei pazienti operati si riduceva l'agitazione, ma in moltissimi altri si verificava una profonda modifica delle risposte emozionali. Fino al 1951 negli Stati Uniti d'America furono effettuati circa 20 mila interventi, ma la procedura fu gradualmente abbandonata con l'entrata nel mercato di antipsicotici, antidepressivi e altri farmaci che risultavano molto efficaci nel trattare e alleviare le difficoltà e le sofferenze di pazienti con disturbo mentale.
Secondo Garlaschelli la lobotomia "oltre che a essere orripilante", si è "rivelata essere praticamente inutile". Secondo El-Hai, un'eredità che ci ha lasciato è quantomeno "l'intuizione che molte malattie psichiatriche abbiano cause organiche radicate nei meccanismi fisici e chimici del cervello".
Oggi, la lobotomia nella sua forma classica è stata vietata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'unica forma di lobotomia tuttora praticata è un intervento molto più mirato, eseguito su pazienti con epilessia del lobo frontale anteriore che non rispondono ai farmaci anticonvulsivanti, e viene detta leucotomia temporale anteriore. La lobotomia rimane un monito sulla fragilità del progresso scientifico e sull'importanza di un approccio etico e umano nella cura della salute mentale.
tags: #neuropsichiatro #leucotomia #feltre