La violenza contro le donne, e in particolare la violenza domestica, rappresenta un fenomeno multiforme e complesso, la cui conoscenza è essenziale per lo sviluppo di politiche di contrasto efficaci e per la costruzione di un sistema di monitoraggio adeguato. Questi fenomeni sono profondamente radicati nella cultura di genere, rendendo necessario un'attenta analisi dei modelli stereotipati legati ai ruoli attribuiti a donne e uomini, nonché dell'immagine sociale della violenza stessa. La comprensione di queste dinamiche è cruciale per identificare le cause sottostanti della violenza e monitorarne l'evoluzione nel tempo, con l'obiettivo di valutare, almeno parzialmente, l'impatto delle politiche di prevenzione in termini di cambiamento culturale nella popolazione.
Stereotipi di Genere e la loro Diffusione
Gli stereotipi sui ruoli di genere più comunemente riscontrati evidenziano una persistente differenziazione nelle aspettative sociali. Tra questi, spiccano convinzioni quali "per l'uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro" (32,5%), "gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche" (31,5%), e "è l'uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia" (27,9%). È allarmante constatare come il 58,8% della popolazione, indipendentemente dal genere, si riconosca in questi stereotipi. La loro diffusione è ulteriormente accentuata dall'età, con il 65,7% dei soggetti tra i 60 e i 74 anni che li condivide, rispetto al 45,3% dei giovani, e una maggiore prevalenza tra le persone con livelli di istruzione più bassi.

Le Cause Percepite della Violenza Maschile
Alla domanda sulle ragioni per cui alcuni uomini agiscono con violenza nei confronti delle proprie compagne o mogli, emergono risposte che delineano un quadro preoccupante. Il 77,7% degli intervistati attribuisce la causa alla percezione delle donne come oggetti di proprietà, un dato ancora più marcato tra le donne (84,9%) rispetto agli uomini (70,4%). Un ulteriore 75,5% indica l'abuso di sostanze stupefacenti o alcol come fattore scatenante, mentre un'altrettanto elevata percentuale (75%) cita il bisogno maschile di sentirsi superiori alla propria partner.
Il 63,7% della popolazione individua nelle esperienze violente vissute durante l'infanzia una causa primaria, mentre il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l'emancipazione femminile. Meno frequentemente, ma comunque presente, è l'associazione tra violenza e motivi religiosi (33,8%).
La Colpevolizzazione della Vittima e la Violenza Sessuale
Persiste un radicato pregiudizio che tende ad addebitare alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Sorprendentemente, il 39,3% della popolazione ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo desidera, una percezione che minimizza la gravità della coercizione. Anche la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il proprio abbigliamento è elevata (23,9%). Ulteriori dati indicano che per il 10,3% della popolazione le accuse di violenza sessuale sono spesso false (con una maggiore incidenza tra gli uomini, 12,7%, rispetto alle donne, 7,9%). Per il 7,2%, "di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì", mentre per il 6,2% "le donne serie non vengono violentate".
Il Ruolo dei Media nella Costruzione delle Rappresentazioni Sociali
Le rappresentazioni dei fenomeni sociali rivestono un'importanza primaria, poiché modellano la nostra percezione della realtà e costituiscono il referente delle nostre esperienze soggettive, fornendo il contesto in cui elaboriamo la costruzione simbolica e valoriale del nostro mondo sociale. Le rappresentazioni del maschile e del femminile, in particolare, sembrano essere strettamente connesse all'incidenza della violenza di genere, come evidenziato da numerose convenzioni internazionali volte a contrastarla, dalla CEDAW del 1979 alla Convenzione di Istanbul del 2011. Una visione stereotipata dei generi, unita all'attribuzione rigida di ruoli complementari e gerarchici, corrisponde ancora oggi a una svalutazione del femminile.

Il Global Media Monitoring Project (GMMP) offre un quadro illuminante delle rappresentazioni visive di genere nei media. Questo progetto di ricerca, che analizza quinquennalmente le rappresentazioni di genere nei mezzi di informazione dal 1995, mette in luce una persistente staticità e radicamento di stereotipi nella nostra società. Continuano a essere prevalentemente gli uomini a fare notizia, sia sui media tradizionali (stampa, radio, televisione) sia online. Nella giornata campione monitorata, le donne costituiscono solo il 21% dei soggetti di cui si parla nei primi e il 27% nei secondi. Gli uomini, invece, dominano le notizie di economia e politica, rappresentando in 8 casi su 10 gli "esperti" che spiegano e approfondiscono gli argomenti.
Queste rappresentazioni stereotipate contribuiscono a rafforzare l'idea di una marginalità femminile nella sfera pubblica a favore di una sua centralità in quella privata, alimentando un immaginario di genere regressivo. Questo immaginario trova fondamento nella naturalizzazione e nel determinismo biologico rigidamente binario, che eleva le differenze anatomiche tra uomini e donne a principio di organizzazione sociale macro e micro. Attribuiscono alle donne una disposizione naturale che suggerisce una scarsa propensione a perseguire uno sviluppo autonomo nella sfera pubblica.
La stessa chiave di lettura viene utilizzata dai media per giustificare la violenza di genere. La normalizzazione della violenza avviene attraverso una costruzione che declina in forme tautologiche la co-costitutività tra genere e violenza: l'uomo è violento perché è un maschio, ed è maschio proprio perché è violento. Egli è legittimato, addirittura costretto, a ricorrere alla violenza a causa del comportamento della propria partner che non si conforma ai suoi desideri o alle aspettative di genere, interpretate come disposizioni naturali. Disciplinare la partner diventa per lui l'occasione per ribadire la propria maschilità, per dimostrare di essere un "vero uomo".
La forma più tautologica in cui si manifesta il nesso tra maschilità e violenza nell'ordine discorsivo dei media è la naturalizzazione: la violenza maschile, a differenza di quella femminile, non necessita di spiegazioni né di autorizzazioni, essendo considerata una condotta normale per il genere maschile. La seconda configurazione in cui si iscrive la violenza maschile contro le donne è quella di tipo passionale. Questi dispositivi retorici costruiscono una visione romantica della violenza di genere che continua a dominare, alimentando la cultura dell'impunità. Naturalizzazione e romanticizzazione della violenza maschile contro le donne sono strategie funzionali alla protezione dell'ordine di genere contemporaneo, poiché permettono di celare il vero connubio tra violenza e genere, che risiede nei modelli di maschilità celebrati come ideali e desiderabili, nei modi normali e normati di essere uomini.
Stereotipi che creano immagini femminili e maschili come "naturalmente" ordinate in modo gerarchico e titolari di diritti diversi sono simili a quelle usate per giustificare la violenza maschile contro le donne, contribuendo a confondere i confini di questo fenomeno. Non si mettono sotto la lente di ingrandimento i modelli di genere stereotipati e discriminatori, proteggendo l'ordine di genere attraverso la retorica della naturalità della differenza tra i sessi. Per questo motivo, tra le linee di intervento dei piani antiviolenza è sempre previsto un riferimento diretto ad azioni volte a ridurre le rappresentazioni stereotipate dei generi.
In der Streitergasse | 20. Violenza di genere, il ruolo dei media
La Costruzione Sociale del Genere e le Sue Implicazioni
È ormai riconosciuto che la costruzione sociale del femminile e del maschile riveste un significato paradigmatico per la comprensione e l'interpretazione delle fenomenologie sociali. Il presente contributo intende riflettere sui processi di definizione e strutturazione del genere, sui relativi stereotipi e asimmetrie, nonché sull'immagine sociale della violenza. Al contempo, pone lo sguardo sul ruolo determinante dei media sia nel definire il genere, con annessi stereotipi, sia in merito all'importante e delicata questione della violenza maschile contro le donne, che negli ultimi anni ha assunto uno spazio decisamente maggiore rispetto al passato.
Strettamente connessa alla costruzione sociale delle identità e delle relazioni di genere, la violenza costituisce a tutti gli effetti una strategia della maschilità tesa a instaurare o a conservare un dominio all'interno di un rapporto fortemente gerarchico.
La Violenza di Genere nel Contesto Giuridico e Sociale
Il volume "Donna faber" di E. Abbatecola (2023) inquadra sistematicamente i reati di genere come una vera e propria parte speciale del diritto, con un bene giuridico proprio da individuarsi nel diritto di autodeterminarsi rispetto al proprio genere, senza subire costrizioni né a livello sociale né nella sfera delle relazioni private. L'identità di genere viene definita come il modo in cui una persona percepisce ed esprime la propria appartenenza a un genere, ovvero il modo in cui si percepisce in quanto "maschio" o "femmina". Il "ruolo di genere", invece, si riferisce ai comportamenti, alle attitudini e ai tratti della personalità che una società, in una determinata cultura e momento storico, definisce come "maschili" o "femminili".
Il concetto di violenza di genere è entrato nel sistema giuridico italiano spinto dalle aperture dell'ambiente accademico nazionale alla prospettiva giuridica degli studi di genere e dall'impulso delle fonti sovranazionali del diritto euro-unitario. La Convenzione di Lanzarote del Consiglio d'Europa (2007) e la Direttiva n. 2012/29/UE hanno pienamente recepito la definizione di "genere". Questi strumenti hanno consolidato, almeno in via interpretativa, le nozioni di "genere" e "violenza di genere", trovando autorevole riconoscimento nella sentenza della Corte di cassazione n. 10959 del 2016.
Caratteristiche della Violenza nell'Intimità
La violenza nell'ambito della coppia e della famiglia pone due persone in una posizione di stretta vicinanza fisica e psicologica, nella quale può verificarsi il passaggio a una situazione di violenza. L'autore delinea efficacemente le tappe di questo passaggio, come desunte dall'analisi di casi giudiziari: dal primo atto di violenza, che lascia la vittima in una situazione di confusione, si passa alla fase di "luna di miele" che segue alla condotta resipiscente dell'autore. Al secondo gesto di violenza, solitamente di intensità maggiore, segue una nuova "luna di miele", e così via, fino a quando queste fasi si riducono fino a scomparire, a seguito del consolidarsi della situazione di violenza che diventa "oppressione situazionale" senza soluzione di continuità.

Così delineata la nozione di violenza di genere, si individua la categoria unitaria dei reati di genere, caratterizzata da una coerenza e sistematicità della produzione normativa che li riguarda. La base normativa di tale categoria unitaria è individuata in almeno tre riferimenti normativi: gli articoli 351 comma 1-ter e 392 comma 1-bis cpp (come riformati dal d.lgs n. 212 del 2015) e l'art. 132-bis d.att. (come modificato dal dl n. 93 del 2013). Tra i delitti relazionali di maltrattamenti (articolo 572) e atti persecutori (articolo 612-bis), e i delitti di sfruttamento della prostituzione (legge n. 2).
Evoluzione Legislativa e Tutela delle Vittime
La legge n. 117/2014 (di conversione del dl 92/2014) ha ampliato l'azione repressiva, escludendo il divieto di applicare la custodia cautelare in carcere ai reati di maltrattamenti in famiglia e di atti persecutori. La legge 119 del 2013 ("legge sul femminicidio") ha ampliato i diritti partecipativi della vittima, stabilendo l'obbligatorietà della notifica alla persona offesa della richiesta di archiviazione del PM, con un termine di venti giorni per l'opposizione.
Il d.lgs n. 22 del 2015, attuativo della direttiva 2012/29/UE ("direttiva vittime"), ha potenziato gli strumenti di assistenza e protezione delle vittime, garantendo servizi gratuiti di interpretariato e traduzione degli atti essenziali. Riconoscendo alla vittima dei reati di violenza di genere uno stato di particolare vulnerabilità, il decreto modifica la disciplina dell'incidente probatorio e della prova testimoniale attraverso modalità protette.
Le disposizioni del cosiddetto "Codice rosso" (legge del 19 luglio 2019 n. 69) hanno inasprito le pene per reati come maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale, e introdotto nuove fattispecie di reato come la deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite (revenge porn) e la costrizione o induzione al matrimonio. La legge introduce inoltre un'aggravante speciale per i maltrattamenti (art. 572, comma 2 cp) e subordina la sospensione condizionale della pena alla partecipazione a percorsi di recupero presso enti specializzati.
Le nuove disposizioni processuali mirano a rendere più celere ed efficace l'indagine preliminare nei procedimenti per reati di genere, implementando la corsia preferenziale già prevista dall'art. 132-bis delle disposizioni di attuazione al cod. proc. La polizia giudiziaria ha l'obbligo di trasmissione immediata della notizia di reato, e il pubblico ministero quello di assumere informazioni dalla persona offesa entro tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato. L'unica norma che presta attenzione all'aspetto educativo è quella relativa alla subordinazione della sospensione condizionale della pena alla partecipazione a corsi di recupero.
Prospettive Sociologiche e Psicologiche sulla Violenza
La prospettiva sociologica, come evidenziato nel volume di Fabrizio Filice, è indispensabile per trattare adeguatamente i reati di genere. Si tratta di una condizione psicologica che affonda le radici nell'idea del genere maschile quale dominante, chiamato ad agire sul genere subordinato esercitando coazione. Questo impedisce all'uomo di percepire la donna quale "altro da sé", quale soggetto autonomo dalla sua potestà, protezione o area di consenso.

Dinamiche Processuali e Tutela della Vittima
La tutela della vittima nella fase della richiesta di archiviazione e del controllo del Gip sull'esercizio dell'azione penale non può prescindere da un'adeguata valutazione delle dinamiche della violenza di genere. L'autore solleva l'attenzione su motivazioni di archiviazione frequenti ma complesse da valutare, come l'infondatezza sopravvenuta della notizia di reato a seguito della ritrattazione della vittima e l'accertata conflittualità del rapporto di coppia.
In caso di ritrattazione, la difficoltà sussiste nella verifica delle condizioni in cui è maturato il ripensamento della persona offesa, che potrebbe essere avvenuto nella "luna di miele" post-violenza. Si dovrà verificare se la vittima sia stata debitamente informata delle effettive possibilità di tutela. In caso di conflittualità accertata, la difficoltà sarà discernere il "buon conflitto", fisiologico in un rapporto di coppia, dal "dominio del conflitto" da parte del soggetto maltrattante, che intende annullare la resistenza della vittima con condotte vessatorie e prevaricatrici. Non si può prescindere dalla conoscenza delle dinamiche tipiche di questa forma di violenza.
Analogo discorso vale per l'esame della persona offesa in questi reati. Le fonti sovranazionali, come la "direttiva vittime", indicano agli Stati di porre in essere tutte le misure necessarie affinché la persona offesa prenda parte al processo senza subire conseguenze negative dalla sua testimonianza. La necessità di evitare la "vittimizzazione della vittima" non può prescindere da tecniche di esame caratterizzate da un "approccio non giudicante", in cui la persona offesa non si senta giudicata e sia libera di esprimere il suo racconto.
Sentenze Giudiziarie e la "Logica Punitiva"
La "sentenza sui jeans" del 1999, con cui la Cassazione annullò la condanna per violenza sessuale, fece molto discutere. Nel 2006, un'altra sentenza della Cassazione (Sez. 3, Sentenza n. 6329) stabilì che violentare una donna non più vergine poteva portare a una condanna più lieve.
Nella sentenza della Corte di assise di appello di Bologna n. 29/2018 sul femminicidio di Olga Matei, la Corte concesse le attenuanti generiche all'imputato, ritenendo che l'azione omicidiaria fosse stata cagionata da un "moto di gelosia" privo di fondamento e non motivato da un sentimento di attaccamento profondo, ma piuttosto da un "intento meramente punitivo" nei confronti di una donna poco sensibile alle sue fragilità. La Corte ritenne che questa "tempesta emotiva e passionale" fosse idonea a incidere sulla misura della responsabilità penale.
Nella sentenza del Tribunale di Genova del 17 dicembre 2018 sul femminicidio di Angela Coello Reyes, furono parimenti riconosciute le attenuanti generiche. La sentenza indicava che l'impulso omicidiario era scaturito da un "sentimento molto forte ed improvviso", un misto di rabbia, disperazione, delusione e risentimento, acuito da alcol, stanchezza e dal "comportamento ambiguo della vittima". Pur riconoscendo che l'imputato non aveva agito sotto spinta di provocazione, la Corte ritenne che il contesto si collocasse su un gradino più basso di gravità, meritando una pena meno severa.
Dalle motivazioni di tali sentenze emerge come gli imputati si siano sentiti rifiutati, traditi, illusi dalle loro compagne e abbiano reagito uccidendole. Tuttavia, gli stati emotivi e passionali che non si inseriscano in un quadro di infermità mentale sono ininfluenti ai fini dell'imputabilità (art. 90 cp), richiedendo un "quid pluris" per assumere rilievo.
Dati Globali e Locali sulla Violenza di Genere
La violenza di genere si riferisce a qualsiasi atto di violenza o discriminazione basato sul genere di una persona. Comprende violenza domestica, stupro, molestie sessuali, tratta di esseri umani, violenza basata sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere, nonché discriminazione sul lavoro e nelle relazioni interpersonali.
Manifestazioni e Vittime
La violenza di genere può essere fisica, psicologica, sessuale o economica e manifestarsi in famiglia, comunità, luogo di lavoro o online. Riguarda donne, uomini e persone con altre identità di genere, ma le donne e la comunità LGBTQI+ sono spesso le principali vittime, a causa dei diseguali livelli di potere e delle discriminazioni strutturali.

Nel 2022, circa 48.800 donne e ragazze nel mondo sono state uccise da partner intimi o familiari. A livello globale, circa 736 milioni di donne (quasi una su tre) sono state vittime di violenza fisica e/o sessuale da parte del partner e/o di altre persone. Questi numeri sono correlati a tassi più elevati di depressione, ansia, gravidanze non pianificate, infezioni sessualmente trasmissibili e HIV.
Secondo uno studio del 2022, a livello globale si stima che il 27% delle donne tra 15 e 49 anni abbia subito violenza fisica o sessuale da parte di un partner. Esistono variazioni regionali, con i paesi a basso reddito che segnalano una maggiore prevalenza.
Dati Epidemiologici in Europa e Italia
In Europa, circa il 33% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita (FRA, 2014). In Italia, i primi risultati dell’Indagine ISTAT 2025 indicano che il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale. Considerando le donne con partner, il 12,6% ha subìto violenza nell’ambito della coppia. Recenti rilevazioni mostrano un aumento delle violenze subite dalle giovani donne tra i 16 e i 24 anni e dalle studentesse, sebbene il dato medio generale rimanga stabile.
La Matrice Socioculturale della Violenza di Genere
La matrice socioculturale della violenza di genere si riferisce all'insieme di fattori sociali, culturali ed economici che contribuiscono a creare un contesto in cui la violenza può manifestarsi e persistere. Elementi chiave includono:
- Disuguaglianza di genere: Le disuguaglianze di potere, status e opportunità costituiscono un fattore centrale. Norme sociali che attribuiscono ruoli rigidi e stereotipati possono contribuire a una visione gerarchica dei sessi.
- Norme di mascolinità tossica: Concetti come la supremazia maschile, il controllo delle donne e la violenza come mezzo di affermazione di sé possono incoraggiare comportamenti violenti.
- Cultura dello stupro e dello sfruttamento sessuale: Una cultura che normalizza o giustifica lo stupro e lo sfruttamento sessuale contribuisce alla perpetuazione del fenomeno, alimentata da stereotipi di vittimizzazione e colpevolizzazione delle vittime.
- Fattori socio-economici: Povertà, insicurezza economica e accesso limitato all'istruzione e all'occupazione possono aumentare la vulnerabilità delle donne.
- Sistema legale e istituzionale: La mancanza di leggi efficaci e di sistemi giudiziari e forze dell'ordine adeguati può perpetuare l'impunità e scoraggiare le denunce.
Tipologie di Violenza di Genere
La violenza di genere si manifesta in molteplici forme, spesso intrecciate:
- Violenza fisica: Aggressioni, percosse, spintoni, morsi, ustioni. Il 20,2% delle donne italiane ha subito almeno una volta violenza fisica (ISTAT, 2023).
- Violenza psicologica: Minacce, umiliazioni, isolamento, controllo, manipolazione emotiva. È la forma più diffusa, colpendo il 26,4% delle donne (ISTAT, 2023).
- Violenza sessuale: Atti sessuali non consensuali, stupro, molestie. Il 21% delle donne ha subito violenza sessuale almeno una volta nella vita (ISTAT, 2023).
- Violenza economica: Controllo delle risorse finanziarie, impedimento all'accesso al denaro o al lavoro. Il 4,6% delle donne italiane ha dichiarato di aver subito questa forma di violenza (ISTAT, 2023).
- Violenza online: Cyberstalking, revenge porn, minacce e molestie tramite internet o social media.
Queste forme di violenza possono coesistere e aggravarsi reciprocamente.
Il Ruolo della Donna nella Società Patriarcale
Nella società patriarcale, il ruolo della donna è storicamente caratterizzato da disuguaglianza di potere, limitazioni e discriminazioni. Alle donne viene assegnato un ruolo subordinato e stereotipato, con responsabilità tradizionali legate alla sfera domestica e alla cura. Ciò può limitare le opportunità di carriera e partecipazione pubblica. Viene spesso richiesta sottomissione e obbedienza, limitando l'autonomia e l'indipendenza. Le donne sono soggette a discriminazioni e violenze, alimentate da dinamiche di potere e norme culturali che giustificano o minimizzano tali comportamenti. L'accesso limitato all'istruzione e al lavoro compromette lo sviluppo personale e la partecipazione economica.
Tuttavia, il ruolo delle donne nella società sta cambiando, con progressi significativi verso l'uguaglianza di genere.
L'Uomo come Detentore del Potere
Nella visione patriarcale, l'uomo è considerato il capo della famiglia e della comunità, visto come naturalmente più forte e razionale, adatto a prendere decisioni importanti. Questo ruolo comporta il controllo sulle risorse economiche, politiche e sociali. Le donne, spesso viste come emotive e deboli, dipendono dagli uomini per protezione e guida, creando dinamiche di disuguaglianza e limitando la loro autonomia.
La visione patriarcale ha forti conseguenze negative anche per gli uomini, sottoposti a pressioni sociali per conformarsi a ideali di mascolinità basati su forza, controllo e dominanza, con la conseguente repressione delle emozioni.
Le donne sono svantaggiate in termini di opportunità e vengono spesso trattate come oggetti di proprietà. In alcune culture, forme di controllo o coercizione verso le proprie partner sono considerate accettabili, persino manifestazioni di "mascolinità". È fondamentale riconoscere che questa visione è una costruzione sociale e culturale.
La Violenza come Strumento di Controllo
La violenza rappresenta uno strumento di controllo e una delle manifestazioni più gravi delle dinamiche di potere presenti nella società patriarcale, finalizzata a mantenere e rafforzare la gerarchia di genere. Può essere trasmessa da una generazione all'altra a causa di dinamiche familiari e culturali. La violenza di genere si manifesta in diverse forme, attraverso atti finalizzati a sottomettere, intimidire e controllare le donne, causando danni fisici, emotivi e psicologici.
Porre fine all'accettazione della violenza di genere richiede misure legislative e politiche di protezione, educazione alla prevenzione, sostegno alle vittime e promozione di una cultura del rispetto. È fondamentale coinvolgere gli uomini nel processo di cambiamento, incoraggiandoli a sfidare gli stereotipi e a mettere in discussione i loro privilegi.
Il Ruolo del Sessismo Benevolo
Il sessismo benevolo si manifesta attraverso atteggiamenti paternalistici, protezionisti o complimenti basati sul genere, che, pur sembrando positivi, sottolineano la superiorità o inferiorità di un genere rispetto all'altro. Ad esempio, presumere che le donne siano più adatte a determinati ruoli perché considerate più empatiche o gentili, sottintende che debbano essere limitate a specifici ambiti o incapaci di affrontare sfide più impegnative. Il sessismo benevolo può anche manifestarsi attraverso complimenti che, pur apparentemente positivi, in realtà riducono la persona a stereotipi di genere.