La questione della verità, da sempre centrale nel dibattito filosofico, si intreccia in modo profondo e complesso con il campo della psicoanalisi, aprendo scenari inediti di indagine interdisciplinare. Il volume curato da Renata Rizzitelli e Maria Naccari Carlizzi, intitolato "Verità psichica, psicoanalisi, senso di giustizia", emerge come un punto di convergenza cruciale in questo dialogo, esplorando le molteplici sfaccettature della verità attraverso le lenti della filosofia heideggeriana e della pratica psicoanalitica. Questo approccio, che si propone di superare le tradizionali delimitazioni disciplinari, offre una prospettiva illuminante sulla natura sfuggente e multiforme della verità, sia essa intesa come corrispondenza tra giudizio e realtà, come disvelamento dell'essere, o come un processo dinamico e soggettivo.

L'Essenza della Verità: Dal Significante al Reale
La psicoanalisi, in particolare nella sua evoluzione lacaniana, ha posto l'angoscia al centro della sua riflessione, elevandola a "via privilegiata per accedere al reale". Per Jacques Lacan, l'angoscia non è un mero sintomo di disagio, ma un varco che conduce al di là della rete dei significanti, permettendo di cogliere quel "resto" inafferrabile che egli definisce "oggetto a". Questo oggetto, lungi dall'essere l'appagamento del desiderio, ne è piuttosto la causa originaria, un nucleo pulsionale che sfugge a ogni definizione compiuta. Il passaggio attraverso l'angoscia trasforma la percezione dell'oggetto, spostando l'attenzione da ciò che sembra soddisfare il desiderio a quell'oggetto "altro", intrinsecamente legato alla sua genesi.
Le manifestazioni di questo "oggetto a" erano già state delineate da Sigmund Freud nelle sue analisi dell'oggetto orale e anale. Lacan, tuttavia, arricchisce ulteriormente questo quadro introducendo lo sguardo e la voce come dimensioni fondamentali dell'oggetto, e precisando la natura del fallo, inteso non come organo anatomico, ma come oggetto simbolico di mancanza e desiderio. In questo contesto, emerge una nuova lettura della sessualità, sia maschile che femminile, caratterizzata da una profonda interdipendenza nel gioco del desiderio. La potenza del desiderio femminile, in particolare, viene posta in relazione alla sua capacità di generare angoscia nell'uomo, il cui fantasma si nutre dell'idea di una donna come puro oggetto permanente di godimento. Allo stesso modo, la donna è angosciata da un "vero desiderio dell'uomo", un desiderio che la trascende e la interpella nella sua stessa identità.
Heidegger e la Verità come Aletheia
Parallelamente, il pensiero di Martin Heidegger offre un'ulteriore prospettiva sulla natura della verità, distanziandosi dalla concezione tradizionale di corrispondenza tra enunciato e realtà. La sua storica lezione del 1930, "Sull'essenza della verità", segna un passaggio cruciale nel suo percorso filosofico, spostando l'attenzione dall'essere dell'uomo (Dasein) all'evento di disvelamento (Aletheia) che coinvolge l'Essere stesso. In questo senso, la verità non è una proprietà del giudizio, ma un processo di apertura, un emergere dell'ente dal suo nascondimento.

Heidegger, già in "Essere e tempo" (1927), aveva messo in discussione la concezione kantiana della verità come corrispondenza, introducendo l'idea che la verità sia legata alla modalità d'essere dell'uomo nel mondo. La verità, quindi, non è qualcosa di statico e oggettivo, ma un processo dinamico, un "evento" in cui l'Essere si manifesta e si ritrae. Questa concezione della verità come disvelamento trova eco nel modo in cui la psicoanalisi indaga i processi psichici, dove la "verità" non è un dato immutabile, ma qualcosa che emerge gradualmente attraverso il lavoro analitico, attraverso l'interpretazione dei sogni, delle associazioni libere e delle resistenze.
Il Volume di Rizzitelli e Naccari Carlizzi: Un Ponte tra Discipline
Il volume "Verità psichica, psicoanalisi, senso di giustizia", curato da Rizzitelli e Naccari Carlizzi, si inserisce con forza in questo fertile terreno di convergenza. Le curatrici, forti della loro lunga esperienza come coordinatrici nazionali della Commissione Psicoanalisi e Giustizia della Società Psicoanalitica Italiana, propongono un'indagine che abbraccia un "campo molto più vasto" (Freud, 1919), un orizzonte interdisciplinare e transdisciplinare. L'obiettivo dichiarato è quello di "sottoporre ad approfondimento i procedimenti attraverso cui si può pervenire alla verità in psicoanalisi e nella giustizia".

Mirella Galeota, nell'introduzione, cita Pirandello per sottolineare come la Verità non sia un concetto statico, ma un processo di ricerca e disvelamento, intrinsecamente legato all'idea socratica di consapevolezza di sé. Questo concetto limite trova spazio anche in Freud, come evidenziato da Anna Nicolò nel suo capitolo. Nicolò riprende la lezione magistrale di Freud del 1906, "Diagnostica del fatto in psicoanalisi", in cui il fondatore della psicoanalisi afferma audacemente l'identità tra il compito del terapeuta e quello del giudice istruttore, sottolineando come le idee spontanee delle persone dipendano dalla loro relazione con il segreto e il complesso.
Verità Narrativa vs. Verità Storica: La Complessità del Passato
Martin Cabré, nel suo capitolo "La verità psichica e il lavoro dell’analista in seduta", si rifà a Freud e al suo testo "Costruzioni nell’analisi" (1937), evidenziando la complessità del rapporto tra verità narrativa e verità storica. Cabré osserva come, nel mondo postmoderno, caratterizzato da globalizzazione e nuove tecnologie, i valori di certezza e trasparenza siano stati sostituiti da caos e incertezza. La psicoanalisi, fin dai suoi albori, ha considerato il "fatto storico" non in una prospettiva strettamente fattuale, ma in un'oscillazione continua tra storia e racconto. Questo punto è portato al suo culmine nella teorizzazione bioniana, che estende la riflessione anche a pensieri non ancora pensati, ovvero mai accaduti.
Renata Rizzitelli, nel suo contributo "Quando la distruttività prende il sopravvento: rabbia, rancore, vendicatività e accesso alla verità", amplia questi temi, richiamando la citazione di Kant sulla relazione tra Verità e rappresentazione. Rizzitelli sottolinea come, in psicoanalisi, la "verità" indichi primariamente la verità emotiva, non tanto un dato "reale" oggettivo, ma un'emozionalità che può offuscare la capacità della coscienza di essere oggettiva. Sentimenti come rabbia e vendicatività possono ottenebrare la mente, incrinando la dialettica verità/realtà e l'equilibrio narcisistico del soggetto. L'analisi del romanzo "Cime Tempestose" da parte di Rizzitelli evidenzia come la distorsione e la scissione siano strumenti per ristabilire un ordine attraverso la vendetta, mostrando come il distacco dalla realtà possa diventare grave in tali circostanze.
Pluralità delle Verità: Dalla Legge alla Soggettività
Maria Naccari Carlizzi, nel suo capitolo "Giustizia interna e verità soggettiva", prosegue nell'avvicinamento tra "verità legale" e "verità soggettiva". Sebbene questi mondi appaiano distanti, si incontrano frequentemente nel lavoro peritale degli psicoanalisti. Riprendendo il concetto di "capacità negativa" di Bion e i paradigmi della "psicoanalisi ontologica" di Ogden, Naccari Carlizzi afferma che in psicoanalisi possono coesistere più verità, co-create e generate dalla complessa interazione tra due menti al lavoro. La verità in psicoanalisi è quindi plurale, mai del tutto conoscibile, e intrinsecamente differente dalla "verità" ricercata nel Tribunale.
Daniela Scotto di Fasano, con il suo capitolo "Sindrome di Medea. Colpa, perdono, espiazione. Quale giustizia? Quale verità? Una riflessione psicoanalitica", affronta il tema nel contesto dell'esperienza della maternità. La Sindrome di Medea, che descrive l'uso del potere generativo come strumento di oppressione dei figli, viene analizzata alla luce delle pressioni sociali contemporanee che richiedono sempre più prestazioni lavorative, allontanando le future madri dall'investimento affettivo verso la prole. Questi fattori possono condurre a cortocircuiti psichici manifestati attraverso perversione e falsificazione, cancellando la dimensione affettiva fondamentale della genitorialità.
L'Analisi degli Adolescenti e la Giustizia Minorile
Gli ultimi tre capitoli, firmati da Cristina Saottini, Noè Lo Iacono e Loredana Palaziol, esplorano il rapporto tra psicoanalisi e ambito giudiziario, con un focus particolare sulla giustizia minorile. Saottini, con la sua esperienza come Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori di Milano e psicoanalista, discute il delicato lavoro di ricostruzione dei legami affettivi interrotti negli adolescenti antisociali e devianti. Il testo affronta un argomento vasto, lasciando al lettore un senso di apertura e insaturità, suggerendo che "c'è sempre qualcosa che attende di essere svelato" della Verità. In psicoanalisi, così come in ambito giuridico, la Verità è un concetto limite, un processo di apertura e costruzione di senso, un'ermeneutica continua che mai raggiunge un fondamento ultimo.

Odio, Passione e Conoscenza: Un Legame Sottile
Il volume collettaneo "La passione dell'odio. Il pozzo avvelenato", curato da M. Galeota e Renata Rizzitelli, si addentra nell'analisi dell'odio non solo come passione, ma come tipologia specifica di legame affettivo, una tensione distruttiva verso l'oggetto che, paradossalmente, promuove una spinta epistemofilica. Gli autori esaminano temi come la distruttività umana da prospettive storiche e filosofiche, evidenziando la necessità di mantenere una giusta distanza e un aplomb emotivo per conservare una tensione gnoseologico-psicoanalitica generativa di pensiero.
Luisa Masina, nell'introduzione, paragona il testo a una "falda acquifera" capace di rendere il terreno fecondo per il pensiero, anche quando si affronta un "pozzo avvelenato" come l'odio. L'odio, se messo in una giusta tensione gnoseologica, può diventare fonte di conoscenza. Il libro invita a considerare la relazione primaria come "luogo delle origini" dell'aporia umana, un luogo di conflitto e contraddizione creativa tra Conoscenza, Amore e Morte. Il conoscere umano, suggerisce il testo, è necessariamente fondato sull'affetto, sulla "passione", un concetto che Heidegger stesso esplora nell'analisi del Teeteto di Platone, dove la conoscenza è definita come legame emotivo-affettivo, in linea con il procedere della psicoanalisi.
La Filosofia di Heidegger e la Psicoanalisi: Un Dialogo Possibile
L'introduzione al pensiero di Martin Heidegger, come quella presentata da Günter Figal, mira a illuminare il percorso filosofico del pensatore tedesco in modo unitario e profondo, senza banalizzarne la portata. L'opera di Figal è un modello di interpretazione che coniuga consapevolezza teorica e rigore investigativo, proponendo un'andata "oltre Heidegger" insieme a Heidegger stesso.

Il volume "L'inconscio e la voce. Tra Lacan e Heidegger", curato da Jorge Aleman e Sergio Larriera, esplora specificamente i rapporti tra Lacan e Heidegger. Questo saggio esamina le complesse intersezioni tra i due pensatori, offrendo una lettura che mette in luce le potenziali sinergie e i punti di contatto tra la filosofia dell'essere e la psicoanalisi. La prefazione al volume sottolinea l'importanza di questo dialogo per la comprensione di concetti chiave come la pulsione e la sua dimensione ontologica.
Il confronto tra Heidegger e la psicoanalisi, come emerge da questi diversi contributi, rivela un terreno fertile per l'indagine filosofica e psicologica. La nozione heideggeriana di verità come "Aletheia", come disvelamento e apertura dell'essere, risuona con la pratica psicoanalitica di ricerca e svelamento del profondo. Allo stesso modo, la riflessione lacaniana sull'angoscia come accesso al reale e sulla natura dell'oggetto "a" può essere letta alla luce delle categorie heideggeriane che indagano l'Essere e la sua relazione con l'ente. Entrambe le discipline, sebbene con metodologie e linguaggi differenti, si confrontano con la complessità dell'esistenza umana, con la sua intrinseca problematicità e con la ricerca incessante di un senso che sfugge a definizioni univoche e definitive.
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