L'Uscita dall'Analisi: Percorsi e Trasformazioni nel Campo Psicoanalitico

L'espressione francese "L'uscita è da questa parte" evoca un percorso da seguire, un orientamento che può condurre sia alla comprensione che alla separazione. Essa risuona come una decisione, talvolta soggetta a ripensamenti, e trova la sua eco visiva nelle indicazioni teatrali: "Uscita degli artisti!". Questo è l'esito agognato da molti, specialmente dopo che un'analisi ha visto risuonare le dissonanze e le armonie dell'inconscio, suonate in un duetto a più riprese. Nel contesto milanese, la nostra riflessione si focalizza sulle diverse modalità di uscita dall'analisi, un processo in cui il transfert, giunto al suo culmine, apre a ciascun analizzando la via per concludere il proprio percorso, ognuno a suo modo.

Uscita da un labirinto

Tuttavia, questo "uscita" può facilmente condurre in un labirinto, dove il rischio di perdersi è concreto. La psicoanalisi, nella sua essenza, offre la possibilità di elaborare una risposta singolare per ciascun individuo, andando talvolta oltre la mera risoluzione del sintomo. È qui che si annida la questione del cambiamento in psicoanalisi. È fondamentale distinguere ciò che cambia per un soggetto da ciò che cambia un soggetto. Arrivando al nocciolo della questione, si può affermare che ciò che realmente cambia un soggetto è l'atto dell'analista, un intervento che, nel corso di un'analisi, apre a una trasformazione profonda, spesso culminante nella procedura della passe. In questo senso, la psicoanalisi "in intensione" mantiene il suo scopo: condurre un'analisi al suo termine e, quando possibile, alla passe.

Non tutte le analisi, tuttavia, raggiungono questa meta. Le ragioni sono molteplici e complesse. Esistono "fini di analisi" che non rappresentano una vera conclusione, ma che, ciononostante, hanno permesso all'analizzando di raggiungere cambiamenti soddisfacenti. In questi casi, l'analista può riconoscere il percorso compiuto e l'efficacia della cura.

Altre volte, si assiste a interruzioni dell'analisi. Sebbene pongano fine al trattamento, queste interruzioni non possono essere equiparate a vere e proprie conclusioni. Possono verificarsi in diverse circostanze:

  • Immediatamente dopo il raggiungimento di un effetto terapeutico: L'analizzando, soddisfatto del sollievo ottenuto, può decidere di non proseguire oltre.
  • Dopo un acting-out: Comportamenti impulsivi da parte dell'analizzante o dell'analista, che segnalano un rifiuto di proseguire o un non volere saperne più nulla.
  • Per ragioni che sfuggono alla logica della cura: Giustificazioni apparentemente valide, ma che, in ultima analisi, non rientrano nella struttura di un percorso analitico.

Come sottolinea J.-A. Miller, "è però difficile dire che ogni analisi non compiuta sia interrotta". Il destino di un'analisi, infatti, dipende anche dall'analista stesso, dalla profondità della sua propria analisi e dalla sua capacità di gestire la resistenza, che Lacan identificava come "la resistenza dell'analista".

A volte, i soggetti si rivolgono all'analisi dopo aver superato un momento sintomatico acuto. Di comune accordo con il proprio analista, convengono che il trattamento ha avuto un effetto sufficiente sul loro malessere. Tuttavia, anche in assenza di chiari segni di malattia, il soggetto può ancora dichiarare: "sto meglio, e sebbene abbia tutto per essere felice, non lo sono". Questo stato di insoddisfazione profonda può rivelare un blocco a livello del desiderio, per il quale, come è noto, non esistono "farmaci".

Nell'epoca attuale, dove "ciò che trionfa sulla scena del mondo […] è la terapeutica", gli psicoanalisti possono essere tentati di considerare gli effetti immediati, talvolta inattesi, dei loro interventi - come la risoluzione di una conversione o il miglioramento dell'umore - come traguardi terapeutici definitivi, spingendoli a un'interpretazione incessante. È contro questo "furor sanandi" degli psicoanalisti che Freud metteva in guardia, e che Lacan riprende in "Varianti della cura tipo".

Statua di Freud e Lacan

A Yale, nel 1975, Lacan affermava che "Quando l'analizzante è felice di vivere, è abbastanza". La vera difficoltà, come Lacan ben sapeva, risiede nel determinare quando un analizzando sia effettivamente "felice".

Alla fine dell'analisi, emerge un reale, un nucleo irriducibile e singolare per ciascuno, che resiste a ogni connessione. Questo reale, tuttavia, non si traduce in un'identificazione. L'atto analitico, la fine dell'analisi e la passe possono essere interrogati a partire dal parlessere, il corpo parlante, e da questo reale residuo che si manifesta alla fine del percorso. Il reale è l'"ultimo torsolo" che si incontra, qualcosa che andrebbe detto, "ben detto". Paradossalmente, questo "ben dire" può realizzarsi solo attraverso un "mal dire", un continuo lavoro di "dirlo meglio". È fondamentale distinguere questo reale dall'"indicibile"; ciò che è impossibile da dire non è necessariamente "indicibile".

Il compito dell'Analista della Scuola (AE) è proprio quello di confrontarsi con questo reale, di esercitarsi nel tentativo di dirlo, di capire "come ci si arrangia, come se la cava con questo 'è così' della fine". Come osserva J.-A. Miller, "l'evento di passe è il dire di uno solo, l'Analista della Scuola (AE)…", e l'analista della scuola deve dimostrare il suo "saperci-fare con il reale, […] il suo saper dire, il suo saperlo ben-dire…".

Con Lacan, è necessario comprendere che, anche se la fine dell'analisi può essere segnata da una passe, l'inconscio non viene mai completamente esaurito. Si sarà sempre "concluso di traverso", rendendo necessario un nuovo inizio. "Ricomincio, perché ho creduto di poter finire", diceva Lacan. Sembra dunque che dopo la fine dell'analisi, dopo la passe, quando si credeva di aver "passato" oltre, si apra un nuovo capitolo. Il punto di arrivo non è mai definitivo.

La Politica della Psicoanalisi e la Ricerca della Felicità

Le lezioni di Lacan sull'etica della psicoanalisi, tenute nell'estate del 1960, affrontano questioni di straordinaria attualità, riguardanti la politica della disciplina e gli obiettivi intrinseci dell'esperienza psicoanalitica. Se la psicoanalisi mira a migliorare la condizione del soggetto, è cruciale interrogarsi su cosa significhi "miglioramento" e, in particolare, sulla nozione di "guarigione" quando traslata dal campo medico a quello psicoanalitico.

Da cosa desidera guarire il paziente che intraprende un'analisi? Ridurre questa domanda alla sola risoluzione di un sintomo sarebbe limitativo. Un paziente, pur vedendo scomparire un sintomo invalidante come lo svenimento in pubblico, potrebbe continuare a esprimere un profondo senso di insoddisfazione esistenziale, lamentando l'assenza di una felicità che la psicoanalisi, nella sua pratica attuale, sembra incapace di offrire.

Come raggiungere la felicità - Umberto Galimberti

Questo solleva la questione centrale posta da Lacan: quella della felicità. Sebbene sia impossibile per la psicoanalisi garantire la felicità, essa può svelare le antinomie intrinseche a questo concetto. In contrasto con questa prospettiva, i politici contemporanei spesso si prefiggono l'obiettivo di offrire la felicità alle popolazioni. Questa ambizione, già presente durante la Rivoluzione Francese e ripresa in progetti moderni come quello di Richard Layard, mira a massimizzare la felicità per il maggior numero. Tuttavia, tali approcci, spesso utilitaristici, tendono a misurare la felicità in termini oggettivi e misurabili, trascurando la sua dimensione soggettiva e complessa.

Lacan, invece, collega la felicità alla politica, definendola una peculiarità della condizione moderna. A differenza della concezione aristotelica, dove la felicità risiede nell'esercizio della virtù e nell'eccellenza delle proprie capacità, la felicità moderna è spesso percepita come qualcosa che può essere accordato, ricevuto passivamente dai governi. L'assioma contemporaneo, secondo cui non può esservi soddisfazione per uno senza che vi sia per tutti, appare sempre più messo in discussione in un mondo segnato da crescenti disuguaglianze sociali.

L'analista si trova quindi a ricevere la domanda di felicità, una domanda a cui non può sottrarsi. Sebbene la psicoanalisi classica si concentrasse sulla maturità genitale e sull'adattamento sociale, occultando il "disagio della civiltà" freudiano dietro un velo di conformismo, l'analista lacaniano è chiamato a confrontarsi con la domanda di felicità.

La risposta alla domanda di felicità, per Lacan, non risiede nell'acquisizione di un "Bene" supremo, ma nell'accettazione dell'Ate, la condanna o la sventura che attraversa le generazioni. Questo non implica una visione catastrofica, ma piuttosto l'invito ad accettare la mancanza intrinseca alla condizione umana. L'obiettivo non è il Summum Bonum, ma l'accettazione del proprio "segno di stirpe", che nel successivo insegnamento lacaniano potrebbe essere interpretato come un segno di godimento.

Eliminato il "Bene celeste", restano i beni terreni. Lacan distingue nettamente tra l'amministrazione dei beni - legata alla sfera degli "agi borghesi" - e il piano del desiderio. La tendenza a universalizzare un ordine basato sull'amministrazione dei beni, come avviene nel mercato odierno, rischia di amputare il rapporto dell'uomo con il suo desiderio, riducendolo a una mortificazione.

Il Reale, il Sintomo e il Corpo Parlante nella Psicoanalisi Lacaniana

La psicoanalisi lacaniana si occupa del reale, un concetto che va oltre la mera interpretazione linguistica e si focalizza sul corpo pulsionale. Il reale, in questa prospettiva, non è un dato immutabile, ma una condizione da conquistare, intessuta dalla lotta tra il simbolico e il corpo. Questo percorso, esplorato attraverso le forme che il reale assume nelle nostre esistenze, parte dal simbolico per giungere al reale del corpo.

Il corpo umano come rete complessa

Lacan è diventato una figura centrale nel dibattito culturale e accademico, in parte grazie alla sua capacità di rendere accessibili concetti complessi. Tre vettori principali definiscono la sua opera:

  1. La critica dell'Io e dell'Alterità: Lacan ha dimostrato come l'Io sia una presunzione e come l'Altro, inteso come alterità o differenza, possa rivelarsi un'impostura.
  2. La materialità dell'inconscio nel fuori senso: L'inconscio, inteso come la sede della vita per la psicoanalisi, risiede nel "fuori senso". La pratica clinica lacaniana si focalizza sulla necessità per ogni analizzando di stabilire un rapporto singolare con questo fuori senso.
  3. L'intreccio tra linguaggio e pulsione: Il legame tra linguaggio e pulsione, tra simbolico e corpo, tra significante e godimento, non è dialettico. È il linguaggio stesso a essere degradato, ridotto a rumore, in un tempo che risuona di questi vettori attraverso l'orrore e il rifiuto.

Il titolo "Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale" trae origine da un passaggio del Seminario XXIII, dove Lacan definisce il reale come la sua risposta sintomatica, la sua scoperta imposta. Il libro si propone di esplorare questa connessione, superando la concezione classica del sintomo come manifestazione di una malattia.

Per Lacan, il sintomo è una risposta a una causa, non una conseguenza. La causa non è un evento passato, ma una "discontinuità in atto", una distorsione permanente nella vita del soggetto. Il sintomo è il modo fisso in cui ciascuno risponde a questa discontinuità, un tentativo di difesa volto a incapsularla. L'analisi mira a operare una torsione del sintomo, trasformandolo nel modo in cui il soggetto acconsente a essere causato dalla discontinuità, diventando così un sinthomo.

L'immagine di copertina, un fotogramma di Mario Schifano con Carmelo Bene, allude a diversi aspetti: l'amore per Carmelo Bene, la sua frequentazione rigorosa del fuori senso, e il celebre aforisma lacaniano "non c'è rapporto sessuale". Quest'ultimo, se interpretato in termini affermativi, non indica una mancanza, ma l'affermazione di un godimento puro che causa ogni rapporto.

Il reale, concetto di moda in vari ambiti, assume un significato specifico in Lacan. Non si tratta del "ritorno all'economia reale" o del "nuovo realismo" filosofico. Per Lacan, il reale è inizialmente inteso attraverso il simbolico come "l'impossibile". Successivamente, Lacan cerca di maneggiare il reale "in sé", attraverso l'incidenza della lalangue sul vivente. La riflessione di Lacan sul reale si distingue nettamente da quella di pensatori come Maurizio Ferraris, che si concentrano sugli accadimenti e sulla distinzione tra fatti e interpretazioni. Inoltre, il reale lacaniano è legato al corpo come luogo di godimento.

Le psicoterapie, secondo questa prospettiva, sono criticate per la loro incapacità di incontrare il reale. Mentre le psicoterapie mirano a dare senso al fuori senso, rendendole forme moderne di religione, la psicoanalisi lacaniana punta a frequentare e installarsi nel fuori senso. La differenza fondamentale risiede nell'etica: trattare il reale è l'etica della psicoanalisi; evitarlo è la morale della psicoterapia.

Il primo incontro con il reale, nel libro, è quello del trauma. Il trauma non è un evento che accade a qualcuno, ma il fatto stesso di venire al mondo, l'incidenza della lalangue sul vivente. Il trauma è una scissione sempre in atto, di cui il soggetto è solo un tentativo di risposta. L'analisi permette di separare il trauma in sé dalle sue manifestazioni empiriche e fantasmatiche, stabilendo un nuovo rapporto con esso.

Un altro incontro cruciale è quello dello sguardo. Non si tratta della sorveglianza tecnologica, ma di uno sguardo interno. L'oggetto sguardo è un taglio nel campo visivo, una spaccatura che presenifica il reale nel simbolico.

I Fondamenti Etici della Psicoanalisi Lacaniana

L'etica della psicoanalisi lacaniana, esplorata a partire dagli anni '50, si distingue nettamente dalle concezioni teleologiche del "sommo Bene" o da approcci utilitaristici volti al successo individuale o alla felicità. Lacan stesso sottolineava come l'analisi non sfoci in un'etica individualista e come l'uso della psicoanalisi per ottenere successo o "happiness" rappresenti una deviazione dall'insegnamento freudiano, che invece metteva in luce il disagio della civiltà.

L'etica lacaniana si concentra sul desiderio inconscio, il suo intreccio con la Legge e il simbolico, e il suo rapporto con il godimento, inteso come ciò che va oltre il principio di piacere freudiano. A differenza delle psicoterapie, che si basano sull'incidenza della parola dell'Altro e sull'identificazione con un modello, l'analista lacaniano "si rifiuta di essere il padrone".

Bilancia della giustizia con simboli psicoanalitici

L'analista non propone nuove identificazioni, ma aiuta il paziente a liberarsi da quelle alienanti che generano sintomi. L'obiettivo freudiano "Wo Es war, soll Ich werden" (Dove era l'Es, deve diventare l'Io), nella lettura lacaniana, implica la distinzione tra l'Io cosciente e l'Io dell'inconscio, promuovendo la soggettivazione del proprio essere. L'analisi funziona "per via di levare", aiutando a far cadere identificazioni e credenze, piuttosto che aggiungere senso. L'analista non può promettere felicità o armonia, ma può chiarire il desiderio del soggetto e aiutarlo a decifrare ciò che insiste nella sua esistenza.

Il desiderio inconscio, incomprensibile al soggetto stesso, si manifesta nelle formazioni dell'inconscio e nel modo di relazionarsi all'Altro. Ciò che insiste, invece, è il sintomo, un elemento ripetitivo da cui il paziente fatica a liberarsi. L'analista adatta gli effetti analitici alla capacità del soggetto di sopportarli, riconoscendo che "non c'è clinica senza etica".

Il Seminario VII di Lacan, "L'etica della psicoanalisi", e le conferenze tenute nel 1960, evidenziano come l'analista non debba giudicare le vite degli analizzanti né esprimere i propri sentimenti, in contrasto con alcune pratiche post-freudiane che utilizzano il controtransfert. L'analista incarna piuttosto il posto dell'oggetto, intervenendo per punteggiare e sottolineare il dire del paziente.

Lacan osserva il carattere "zoppicante" dell'esistenza umana, segnata dalla perdita di occasioni, dall'incanto di miraggi immaginari e dall'incapacità di raggiungere il proprio desiderio. La psicologia moderna, con i suoi test e le sue valutazioni, può favorire il conformismo, ma non intacca l'impotenza dell'uomo contemporaneo nel realizzare il proprio desiderio, acuendo l'angoscia e riducendo la "chance inventiva".

Il desiderio umano, scoperto da Freud come pulsione, è intrinsecamente legato a un'insoddisfazione che alimenta se stessa. Non è un semplice rapporto con l'oggetto, ma una dimensione essenziale del godimento. Il desiderio tesse la trama del discorso e delle immagini oniriche, strutturato come un linguaggio, muovendosi attraverso metonimia e metafora. L'inconscio, come un flusso di significanti, si insinua nel discorso concreto e nella retorica dei comportamenti.

Il desiderio inconscio mette in primo piano la questione etica della psicoanalisi, poiché dipende fondamentalmente dal desiderio dell'Altro. La dipendenza primordiale del soggetto rispetto al desiderio dell'Altro modella la sua domanda e la sua struttura. L'analisi, pertanto, non mira a soddisfare il bisogno, ma a confrontarsi con la complessità del desiderio, riconoscendo che "il soggetto gode di desiderare".

L'essenza dell'analisi risiede nel confrontarsi con il reale, con l'impossibile e con il trauma intrinseco all'esistenza. La psicoanalisi lacaniana offre un percorso unico, volto non alla promessa di felicità, ma alla radicale accettazione della propria condizione e alla possibilità di un nuovo modo di "ben dire" il proprio reale.

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