Il volume "Quale ricerca per la psicoanalisi?", curato da Vincenzo Bonaminio e Paolo Fabozzi, affronta uno dei temi più dibattuti e cruciali nel panorama della psicoanalisi contemporanea: il ruolo e la validità della ricerca empirica nel contesto della teoria e della pratica psicoanalitica. Il libro raccoglie contributi di autorevoli studiosi che esplorano le complesse intersezioni tra l'osservazione clinica, i modelli teorici e i dati provenienti da indagini sperimentali, in particolare dall'ambito dell'"Infant Research".

Introduzione: Il Bambino e l'Acqua Sporca
Nell'introduzione intitolata "Il bambino e l'acqua sporca", Vincenzo Bonaminio e Paolo Fabozzi delineano il contesto del dibattito. Sottolineano come l'Infant Research, ovvero la ricerca sullo sviluppo infantile precoce, emersa dagli anni '70, abbia formulato osservazioni e critiche significative sia riguardo alle proposizioni teoriche e cliniche della psicoanalisi, sia in merito alle sue metodologie. La peculiarità di questa ricerca risiede nel suo essere nata originariamente dalla psicoanalisi stessa, per poi distaccarsene, talvolta fino a contrapporsi ad essa. L'Infant Research solleva l'esigenza per la psicoanalisi di adottare modelli concettuali ed operativi coerenti con l'evidenza empirica prodotta dalla ricerca, mettendo in discussione concetti come il narcisismo, l'onnipotenza infantile e l'autismo primario, che sembrano non aderire alle scoperte empiriche. Bonaminio e Fabozzi, entrambi ricercatori e psicoanalisti della Società Psicoanalitica Italiana, hanno selezionato per questo volume i lavori più recenti e qualificati degli autori maggiormente coinvolti in questa dialettica, presentando un quadro dello stato attuale del confronto.
La Rilevanza dei Dati Sperimentali per la Ricerca Psicoanalitica
Il volume esplora in profondità la tensione tra la natura intrinsecamente interpretativa e soggettiva della psicoanalisi e la richiesta di rigore scientifico e validazione empirica proveniente da altri campi di ricerca. André Green, in diversi contributi, affronta la complessità di questa relazione. Egli discute la necessità di considerare la rilevanza dei dati sperimentali, pur riconoscendo le specificità del metodo psicoanalitico. Green si interroga su cosa non sia oggetto di accordo all'interno della ricerca psicoanalitica stessa, evidenziando le diverse prospettive epistemologiche e metodologiche.
Robert S. Wallerstein, figura centrale in questo dibattito, pone interrogativi fondamentali sull'approccio alla ricerca in psicoanalisi. Egli si chiede "Quale ricerca per la psicoanalisi?" e discute la necessità di rendere i dati fondamentali della psicoanalisi disponibili per uno studio scientifico, affrontando i problemi legati alla loro riduzione, ordinamento e sintesi. Wallerstein solleva anche questioni extra-scientifiche, come la sociologia della ricerca clinica, riconoscendo che il contesto in cui la ricerca si svolge influenza inevitabilmente i suoi risultati.

André Green, rispondendo a Wallerstein, utilizza la metafora "Un po' di budino!" per sottolineare la necessità di una certa flessibilità e apertura nell'integrare diversi tipi di conoscenza. La sua riflessione "Scienza e fantascienza nella ricerca sull'infanzia" analizza criticamente il rapporto tra la psicoanalisi e la scienza, esplorando le "famiglie spirituali" della psicoanalisi e il modo in cui gli scritti psicoanalitici comunicano le loro idee. Green critica alcune idee di Daniel Stern, in particolare riguardo alla metapsicologia e alla ricerca empirica, proponendo una "metafora schiacciata" e una "metafora restaurata" per comprendere meglio la relazione tra teoria e osservazione. Egli discute anche il ruolo del sogno, l'osservazione "sufficientemente buona" e i concetti "fantasiosi", riflettendo sul passato e sul presente della disciplina e su un "mondo perduto per l'epistemologia psicoanalitica".
L'Infant Research: Critiche e Contributi
Peter H. Wolff, nel suo intervento "L'irrilevanza delle osservazioni infantili per la psicoanalisi", presenta una posizione provocatoria, sostenendo che le osservazioni infantili, sebbene utili in sé, potrebbero non essere direttamente rilevanti per la psicoanalisi. Wolff articola il suo pensiero attraverso diverse sezioni: "Lo stato soggettivo del bambino", "Strategie di ricerca eclettiche", "Considerazioni teoriche generali" e "Conclusioni". La sua posizione suscita reazioni e commenti da parte di diversi studiosi, tra cui Phyllis Tyson, Barnaby B. Barratt, Peter Fonagy, Joy D. Osofsky, Stephen Seligman, Theodore Shapiro e Arnold Wilson, i quali offrono una prospettiva più sfumata e integrata sulla rilevanza dell'Infant Research.
Daniel N. Stern, figura di spicco nell'Infant Research, nel suo contributo "La rilevanza della ricerca empirica sul bambino per la teoria e la pratica psicoanalitica", evidenzia le differenze epistemologiche tra l'approccio psicoanalitico e quello osservativo. Stern identifica alcune aree di possibile rilevanza indiretta e complementarità, pur precisando le differenze specifiche, non epistemologiche, tra i due approcci. Egli invita a considerare le diversità d'approccio e propone delle conclusioni che aprono a un dialogo costruttivo.
Barbara Fajardo, in "Condizioni per la rilevanza dell'infant research per la psicoanalisi clinica", esplora le prospettive epistemologiche che legano Freud all'osservazione empirica del bambino. Fajardo analizza la varietà delle prospettive epistemologiche nella psicoanalisi contemporanea e sostiene che l'Infant Research può fungere da ausilio per l'indagine clinica, illustrando il suo punto con un caso clinico e sottolineando l'importanza di "dare un posto al bambino nel processo clinico".
18. Daniel Stern e l'infant research
Aggiornamenti e Nuove Strutture Epistemiche
Robert S. Wallerstein, in un aggiornamento del 2000 alle sue riflessioni sulle questioni della ricerca psicoanalitica, riprende i temi trattati in precedenza, contestualizzandoli nel panorama scientifico e clinico più recente. Peter Fonagy, nel suo intervento "Riflessioni sulla ricerca psicoanalitica", affronta i problemi epistemici attuali della psicoanalisi, lo statuto logico della teoria nella pratica e propone una "nuova struttura epistemica per la psicoanalisi". Fonagy analizza i cambiamenti nell'atteggiamento verso la scienza, suggerendo un possibile superamento delle dicotomie tradizionali.
Anna Ursula Dreher, con "La ricerca concettuale in psicoanalisi", si concentra sulla congiunzione tra terapia e ricerca, sullo statuto scientifico della psicoanalisi contemporanea e sul rapporto tra l'empirico e il concettuale. Dreher distingue tra scienza come processo razionalizzato e scienza come processo storico e sociale, evidenziando l'importanza metodologica dei concetti e la necessità di progetti di ricerca concettuale autonomi, soprattutto nel contesto delle controversie metodologiche.
Joseph Sandler, nel suo contributo "Fantasia, difesa e mondo rappresentazionale", esplora concetti fondamentali della teoria psicoanalitica, offrendo spunti per la ricerca.
La Psicoanalisi: Un Campo di Indagine in Continua Evoluzione
Il volume "Quale ricerca per la psicoanalisi?" evidenzia come la psicoanalisi, pur con le sue specificità metodologiche, sia un campo di indagine in continua evoluzione, profondamente influenzato e stimolato dal confronto con la ricerca empirica. La lettura del libro consente di cogliere con chiarezza le questioni metodologiche inerenti alla relazione tra modelli teorici e clinici, il ruolo dei dati esterni alla situazione clinica nella trasformazione della disciplina, e il potenziale impatto dell'Infant Research sulla teoria e sulla pratica psicoanalitica.
Peter H. Wolff, in "Perché la psicoanalisi è ancora interessante?", articola tre prospettive fondamentali: la psicoanalisi come modalità di trattamento, come scienza naturale e come metodo. Questa riflessione finale invita a considerare la vitalità e la pertinenza della psicoanalisi nel contesto attuale, sottolineando la sua capacità di rinnovarsi e di dialogare con altre discipline.
Il libro, con la sua ricchezza di prospettive e la magistrale orchestrazione dei diversi contributi, offre al lettore un quadro vivido e affascinante dello stato dell'arte nel dibattito tra chi sostiene la rilevanza dei dati empirici e osservativi concernenti la prima infanzia e chi, al contrario, ne sottolinea le potenziali limitazioni o irrilevanze per la comprensione psicoanalitica. Ne emerge un vero e proprio "dialogo" in presa diretta tra i diversi autori, un confronto intellettuale stimolante che promette di plasmare il futuro della ricerca psicoanalitica.

La discussione attorno al controtransfert, analizzata in dettaglio in alcuni passaggi che richiamano i lavori di M. Klein, Winnicott e Bion, esemplifica ulteriormente la complessità e l'evoluzione del pensiero psicoanalitico. Le prime elaborazioni di Klein sulle reazioni dell'analista ai processi di identificazione proiettiva dei pazienti schizofrenici, pur non configurando una piena teorizzazione del controtransfert come strumento di conoscenza, aprono la strada a successive elaborazioni. Winnicott, con il suo modello dello sviluppo emozionale primario basato sull'analisi di pazienti psicotici adulti, pone le basi per una nuova comprensione delle relazioni tra l'inconscio del soggetto e quello dell'oggetto, introducendo elementi di differenziazione sostanziale rispetto alla Klein. L'analisi di questi passaggi storici evidenzia come la psicoanalisi abbia costantemente cercato di affinare i propri strumenti concettuali e metodologici, spesso stimolata dalle sfide poste dalla clinica e dall'incontro con dati provenienti da ambiti di ricerca diversi. La ricerca concettuale, come sottolineato da Dreher, diviene quindi fondamentale per permettere alla disciplina di evolvere e rimanere pertinente.