L'Estetica del Vuoto: L'Arte come Organizzazione del Reale in Jacques Lacan

Jacques Lacan, figura centrale del pensiero psicoanalitico del XX secolo, non ha mai sviluppato una teoria estetica sistematica nel senso tradizionale del termine. Il suo interesse primario è sempre stato rivolto all'etica della psicoanalisi e alla sua pratica. Tuttavia, sebbene egli stesso tendesse a eludere le richieste di una "estetica lacaniana" compiuta, il suo insegnamento, in particolare attraverso i seminari, offre spunti significativi per comprendere il rapporto tra arte, inconscio e la dimensione del reale. Le cosiddette "tre estetiche di Lacan" non rappresentano teorie distinte e sequenziali, ma piuttosto tre modi complementari di interrogare la creazione artistica e il suo prodotto, ponendo l'arte in una relazione determinante con il reale, piuttosto che con il solo piano simbolico del linguaggio.

È fondamentale premettere che in Lacan l'interesse estetico non è mai disgiunto dall'etica della psicoanalisi e dalla sua pratica clinica. Le "tre estetiche" non mirano a fornire un discorso esaustivo sull'arte, ma piuttosto a indagare come, attraverso pratiche simboliche come l'arte, sia possibile isolare e incontrare la dimensione del reale, irriducibile al simbolico stesso. Queste prospettive non si escludono a vicenda, ma coesistono in una tensione costante, offrendo schemi interpretativi che richiedono un uso critico e flessibile.

La Prima Estetica: L'Arte come Organizzazione del Vuoto

La prima estetica lacaniana, delineata principalmente nel Seminario VII, "L'etica della psicoanalisi", definisce l'arte come "organizzazione del vuoto". Questa tesi segna una svolta radicale rispetto alle applicazioni psicoanalitiche tradizionali all'arte, che tendevano a interpretare l'opera come un sintomo o a ricondurla al fantasma dell'artista. Lacan, al contrario, si interroga su ciò che l'arte può insegnare alla psicoanalisi riguardo alla natura del suo stesso oggetto.

Scatole di fiammiferi di Jacques Prévert

L'arte, intesa come organizzazione del vuoto, si distanzia dall'omologia tra opera d'arte e retorica dell'inconscio, teorizzata da Lacan stesso negli anni Cinquanta. L'opera d'arte, pur essendo una trama significante, non è solo un'organizzazione di significanti, ma un'organizzazione significante di un'alterità radicale, extrasignificante. L'arte, in questa prospettiva, mostra una profonda affinità con l'esperienza psicoanalitica: entrambe non evitano né otturano il vuoto centrale della "Cosa" (Das Ding), ma piuttosto lo costeggiano e lo bordano. Questo approccio si oppone al "culto realistico della Cosa" presente in certa arte contemporanea, come la Body Art, che tende a esibire il reale osceno senza mediazioni simboliche.

La nozione lacaniana di "Das Ding" è cruciale. Non si riduce alla "cosa" empirica o al vuoto localizzato in un vaso, come nella metafora heideggeriana. La "Cosa" freudiana, ripresa da Lacan, è ciò che marca il limite della rappresentazione, la sua eccentricità irriducibile rispetto alle immagini e ai significanti. L'arte, in questa prima estetica, si configura come un prodotto della conoscenza tragica del caos, una pratica simbolica finalizzata a trattare l'eccesso ingovernabile del reale.

Mentre l'etica implica l'assunzione soggettiva del "kakon" (il male, la sofferenza) della Cosa, l'estetica si concentra sull'"organizzazione", la "circoscrizione" e la "velatura" della Cosa. Il trattamento estetico del reale passa attraverso la "sublimazione", intesa come modalità di differenziazione "di" e "da" Das Ding. La sublimazione, secondo la formula classica del Seminario VII, eleva l'oggetto alla dignità della Cosa. Questo non significa esibire o mostrare la Cosa direttamente, poiché un'eccessiva prossimità distruggerebbe ogni sentimento estetico, rendendo l'aria psichica "irrespirabile". Piuttosto, si tratta di introdurre una bordatura significante attorno al vortice del reale.

L'esempio delle scatole di fiammiferi nella casa di Jacques Prévert, osservate da Lacan durante la Seconda Guerra Mondiale, illustra come dall'oggetto si possa estrarre la Cosa, o come la Cosa sussista già nell'oggetto. L'oggetto, sganciato dalla sua funzione d'uso, rivela la Cosa di cui è indice, ma al di là di sé stesso.

Mele di Paul Cézanne

Le mele di Cézanne sono un altro paradigma fondamentale. Non sono una semplice copia naturalistica, ma imitano gli oggetti per estrarne un senso nuovo, inaudito, irrappresentabile. L'opera d'arte imita per rivelare l'illusione di fondo della rappresentazione stessa. La tecnica di Cézanne, spingendosi a cogliere la realtà dell'oggetto, ne svela l'illusione, sottraendolo alla datità del mondo e rinnovandone la dignità.

Bottiglie di Giorgio Morandi

Analogamente, le bottiglie di Giorgio Morandi realizzano questa "elevazione dell'oggetto alla dignità della Cosa". Morandi non si limita a una mimesi dell'oggetto reale; il suo oggetto, elevato, preserva un mistero assoluto. L'enunciazione soggettiva prevale sugli enunciati visibili. Morandi utilizza l'oggetto per bordare il vuoto della Cosa, evocandola continuamente come sua matrice invisibile. La sua figurazione mantiene un rapporto essenziale con il non-figurabile, con l'evanescenza dello sfondo. Morandi è il pittore del silenzio di Das Ding, animando un oggetto che non racchiude il vuoto, ma lo organizza in un'altra forma, poiché solo in un'altra Cosa la Cosa può apparire. L'oggetto morandiano resta in bilico tra l'oggetto e la Cosa, tra il figurabile e l'informe, domando il vortice della Cosa attraverso un equilibrio formale che evita sia la caduta nell'astratto sia la regressione in un inverosimile al di qua del linguaggio. Il vuoto che circonda le sue bottiglie non è un vuoto assente, ma un vuoto che parla.

La Seconda Estetica: L'Arte come Incontro con il Reale

La seconda estetica lacaniana, legata al Seminario XI, "I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi", pone l'accento sull'arte come incontro con il reale. Qui, l'interesse si sposta dalla dimensione del "vuoto" alla dimensione del "reale" in senso più stretto, inteso come ciò che resiste alla simbolizzazione e all'immaginario.

Gli Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane

Il quadro "Gli Ambasciatori" di Hans Holbein il Giovane è un esempio emblematico utilizzato da Lacan. L'analisi di quest'opera permette a Lacan di interrogarsi sulla natura della pittura, sulla funzione dello sguardo e sul rapporto complesso che si instaura tra l'osservatore e l'opera. L'opera pittorica ci fa ritrovare un nostro luogo, ma ci turba e ci estranea, facendoci sentire "a casa" pur in un contesto non definibile immediatamente.

In questa prospettiva, l'arte non è semplice esibizione del reale, ma un modo di confrontarsi con esso, con quella "faglia" che l'inconscio rivela. L'arte testimonia di una mancanza strutturale, di un "altro versante" rispetto all'amor cortese, che si realizza nel rapporto tra sublimazione e opera d'arte. L'arte, pur essendo prodotta dall'inconscio e dalla pulsione, è "addomesticata" dalla creazione, incanalata in un'invenzione.

La psicoanalisi e il Surrealismo, nati all'inizio del XX secolo, condividono un interesse per l'inconscio e la scrittura automatica. Sebbene Freud declinasse l'invito di Breton a diventare il nume tutelare del movimento, riconoscendo la sua lontananza dall'arte, Lacan, al contrario, frequentò gli ambienti surrealisti parigini, stringendo amicizia con artisti come Salvador Dalí. Dalí, con il suo "metodo paranoico-critico", teorizzava un'estetica debitrice verso la psicoanalisi, basata sull'interpretazione irrazionale del delirio. La tesi di dottorato di Lacan del 1932, "Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità", attesta il suo interesse precoce per queste tematiche.

Per Lacan, l'arte permette lo sviluppo della teoria psicoanalitica, caratterizzandosi per "una certa modalità di organizzazione attorno al vuoto". L'oggetto "a", definito da Lacan come un oggetto "colorato di vuoto", è ciò che "solletica Das Ding dall'interno". L'opera d'arte, ogni produzione artistica, affonda le sue ragioni nell'inconscio, è il prodotto della pulsione che fa il suo giro attorno a questo enigmatico oggetto posizionato nel vuoto. Questo vuoto e questo oggetto riguardano il "parlessere", l'essere che si sostiene sulla pagina bianca dell'origine, sul non sapere del sesso e sull'indicibile della morte.

L'arte, attraverso la sublimazione, interroga il rapporto con l'oggetto "a" e con il godimento. Mentre Freud riconosceva all'opera d'arte un "pregio speciale", Lacan sottolinea come questo pregio derivi da un rapporto privilegiato con il godimento. La pulsione, inibita nella meta, fa il giro attorno all'oggetto "a", ma viene "addomesticata" dalla creazione.

La Terza Estetica: L'Arte come Singolarità della Lettera

La terza estetica, meno definita ma implicita nell'insegnamento di Lacan, riguarda la singolarità della lettera che "annienta l'universale". Questa prospettiva si lega alla nozione di "lituraterre", un termine che fonde "litura" (lettura) e "terre" (terra), indicando un'operazione sulla lettera che va oltre il semplice significato.

Questa dimensione dell'arte si manifesta nella sua capacità di produrre un effetto unico, irripetibile, che sfugge alle generalizzazioni e alle categorizzazioni. L'arte, in quanto singolarità, interroga il fondamento stesso del linguaggio e della conoscenza. Si tratta di un'estetica che, secondo l'interpretazione di Massimo Recalcati, può unificare le altre due prospettive, ponendo l'accento sull'incontro con il reale e sulla necessità di dargli forma attraverso il linguaggio.

Opera di Cy Twombly

Il ruolo della forma nell'arte è centrale. La forma non è più un mero involucro che fissa un contenuto preesistente, ma diventa "motore dell'opera", attività e potenza che lotta contro l'informe e circoscrive il vuoto. Questa lotta non consiste nella soppressione della potenza antagonista, ma nel mantenimento di una tensione dialettica.

L'arte, in questa prospettiva, non mira alla coincidenza tra oggetto e Cosa, poiché ciò condurrebbe a una mera esibizione del reale, a una ricerca del pieno e dell'indiviso. Al contrario, l'arte è caratterizzata dalla non-coincidenza, dalla distanza che permette di accostarsi al reale senza esserne travolti.

Sublimazione, Godimento e il Vuoto

Il concetto di sublimazione è centrale in tutte e tre le estetiche lacaniane. La sublimazione non è rimozione o idealizzazione, ma metamorfosi e invenzione. Essa permette di tracciare la traiettoria della pulsione come rotazione attorno a un vuoto. "In ogni forma di sublimazione, il vuoto sarà determinativo".

Il vuoto, in questo senso, non è un'assenza, ma un "troppo pieno", un eccesso ingovernabile. L'opera d'arte è un oggetto diviso, il cui statuto ontologico è determinato dalla pluralità dei registri: immaginario, simbolico e reale. Gli oggetti messi in opera dall'arte sono "oggetti elevati alla dignità della Cosa", oggetti che, pur mantenendo una forma, rimandano a un mistero irriducibile.

Questa elevazione non è un movimento verticale verso l'alto, ma un movimento orizzontale di trasformazione, una metamorfosi dell'oggetto causata dalla sua identità paradossale con Das Ding. Questo movimento si esprime nel lavoro del simbolico e dell'immaginario, registri che elaborano il reale, lottando contro di esso come un'eccedenza interna.

L'arte, dunque, per Lacan, si situa sul versante del "godimento" e del "vuoto". È una pratica che borda l'abisso del reale, offrendo una forma, una velatura, una circoscrizione a ciò che altrimenti sarebbe inaffrontabile. L'estetica lacaniana non è una teoria dell'arte, ma un modo di pensare l'arte come un dispositivo fondamentale per comprendere la struttura del soggetto, la sua relazione con il desiderio, il godimento e, soprattutto, con quella "Cosa" enigmatica e ineludibile che è il reale.

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