Nel panorama scientifico contemporaneo, emerge con crescente forza la necessità di un punto di vista unitario che possa guidare la ricerca, sia teorica che pratica. Questa esigenza nasce da un diffuso senso di smarrimento, alimentato dalla frammentazione del sapere e dall'incessante specializzazione delle discipline. Tale specializzazione rischia di far perdere il senso umano della ricerca scientifica e delle sue applicazioni concrete. Il profondo distacco tra il "mondo delle scienze" e il "mondo della vita", denunciato già nel 1937 da Edmund Husserl, non solo persiste, ma si è addirittura accentuato, creando una distanza critica tra la scienza e la vita reale che mette in discussione l'esistenza umana stessa.
Le manifestazioni di questa crisi sono evidenti: lo sfruttamento sregolato dell'ambiente naturale, con fenomeni quali il riscaldamento globale e la manipolazione genetica guidata da interessi economici, la rapida diffusione delle nuove tecnologie e l'emergere di scenari post-umani e trans-umani che generano profonda inquietudine nell'umanità. Di fronte a queste sfide, diventa urgente ripensare le scienze. Non si tratta di unificare le discipline in un'unica entità monolitica, ma piuttosto di riconoscerne e promuoverne l'unità attraverso una reciproca relazionalità, che consenta un dialogo fecondo pur nel rispetto della loro specifica autonomia.
Questo volume si inserisce in questa prospettiva, proponendo un progetto di paradigma relazionale come interfaccia tra le scienze. Il termine "paradigma" qui non va inteso come una mera metodologia tra le tante, né come un riferimento a un'epistemologia di stampo kuhniano contrapposta al falsificazionismo popperiano. Si configura, invece, come una visione complessiva del "fare scienza". Non si tratta di un paradigma specifico per una singola disciplina, ma di un' "interfaccia" concettuale, che abbraccia dimensioni ontologiche, epistemologiche e metodologiche. Questo framework è progettato per facilitare un dialogo proficuo tra le discipline, offrendo una comprensione della realtà più illuminata rispetto ad altri paradigmi.

Per avviare questa esplorazione, il volume prende in considerazione le scienze teologiche, filosofiche e sociali. La scelta è motivata da una presupposizione condivisa: "all'inizio (della realtà, di ogni realtà) c'è la relazione". Questo assunto, pur necessitando di scrutinio scientifico, esplicativo, comprendente ed empirico, implica un riferimento imprescindibile all'ambiente metafisico della ricerca. Con "ambiente metafisico" si intende quel dominio della conoscenza che si colloca tra la sociologia e le altre discipline scientifiche storicamente elaborate dall'uomo. In ultima analisi, si fa riferimento al fatto che il senso ultimo della vita umana e della conoscenza scientifica che su di essa si interroga, affonda le sue radici in un discorso sulla matrice teologica della società.
Domande fondamentali come "Cos'è la società?", "In cosa consiste una famiglia?" e "Qual è il fondamento più profondo della relazione sociale?" trascendono l'approccio della sola sociologia, coinvolgendo l'antropologia, la teologia e, in definitiva, l'ontologia. Il punto cruciale è che l'oggetto di studio - il fenomeno sociale visto dalle diverse discipline - non può essere artificialmente sezionato. Nella sua unità reale, esso rimanda relazionalmente ai vari aspetti del suo essere. Lo studio della sociologia, partendo dal dato fenomenologico, ha così portato a riconoscere l'importanza fondamentale della "matrice teologica della società" nella ricerca di risposte a tali domande profonde.
Con "matrice teologica" si intende quel complesso simbolico che rivela dove una cultura, o una società, colloca "Dio", ovvero dove si trovano e quali siano le realtà ultime dell'esistenza. Ogni matrice teologica determina il tipo di cultura prevalente in una società e, contestualmente, il tipo di ontologia sociale a cui le varie scienze che operano in essa fanno riferimento. È a questo livello che si manifesta il primo e più fondamentale spartiacque tra i modi di concepire la realtà. Attualmente, la divisione più netta avviene tra il realismo (critico, non ingenuo né positivista) e il costruttivismo (nelle sue varie forme). La loro divergenza risiede proprio nel modo di intendere la relazione.
Per il realismo, la relazione è una realtà concreta con una sua struttura ordinativa, soggetta a cambiamenti che hanno precise conseguenze causali. La relazione emerge nell'esistenza, portando con sé una certa contingenza ma anche una sua necessità intrinseca. Per il costruttivismo, invece, la relazione è una realtà "virtuale", fatta di pura contingenza, priva di necessità e causalità precisa. Essa emerge processualmente, rimanendo sempre aperta a ogni possibilità, potendo "essere sempre altrimenti".
Questa interpretazione dei dati fenomenologici si collega alla dimensione filosofica, richiamando un'ontologia relazionale di stampo realista, specificamente un realismo critico, analitico e relazionale. Il valore di questa prospettiva si apprezza pienamente dal versante antropologico: si è convinti che solo questo tipo di ontologia conduca a una concezione umanistica della società. Partendo dalla concezione dell'essere umano come "essere-in-relazione", intrinsecamente relazionale, essa illumina fenomeni sociali come la famiglia, l'educazione e il lavoro, intesi come realtà propriamente umane.
La filosofia mantiene la sua autonomia come riflessione sulla realtà e sapere umano alla ricerca dei principi razionali ultimi, condivisi da tutte le scienze. Allo stesso modo, le scienze sociali possiedono la loro autonomia teorica e metodologica, accentuata dalla necessità di verifica empirica. Tuttavia, affinché queste discipline possano dialogare proficuamente, è necessaria un'interfaccia che le connetta in modo significativo. Tale interfaccia deve essere un "luogo abitato da entrambe", caratterizzato da libertà, correlatività e autentica reciprocità, non da un rapporto a senso unico.
Per meglio visualizzare il paradigma relazionale, si può schematizzare in questo modo: l'ontologia, che funge da referente per le varie discipline, è relazionale in quanto dialoga con una matrice teologica della società, anch'essa relazionale. Questo consente di sostenere la relazionalità tra i diversi saperi attraverso i loro scambi, comunicazioni e dialoghi, che avvengono mediante il confronto tra i loro modi di conoscere una stessa realtà (le diverse epistemologie). Ogni disciplina ha la sua epistemologia, ma queste non sono separate o incompatibili, poiché comunicano rifacendosi all'ontologia relazionale, dove la relazionalità scaturisce dalla realtà stessa studiata. Analogamente, per studiare medicina è necessario ricorrere alla biologia, alla chimica e alla fisica, poiché l'oggetto stesso rimanda a tutte queste dimensioni.

Immaginiamo sociologi, filosofi (in particolare antropologi) e teologi che dialogano per conoscere insieme la realtà sociale. Ciascuno rappresenta una colonna di un tempio greco; tutte queste colonne culminano e sono unite dall'architrave costituita dall'ontologia relazionale. Quest'ultima emerge dall'immanenza dello stesso oggetto studiato e si rivela come il pensiero della relazione (nella realtà) che rende possibile la relazione stessa (tra studiosi). Il tutto culmina nel timpano rappresentato dalla matrice teologica della società. Ogni colonna parte dal fenomeno: per la sociologia, l'osservazione anche empirica della società; per la filosofia, l'osservazione della dimensione antropologica generale; per la teologia, la storia della salvezza. All'interno di ciascuno di questi ambiti emerge una concezione dell'identità relazionale, come è avvenuto nella sociologia per comprendere la famiglia e la relazione sociale, nell'antropologia per ricercare la pienezza dell'essere umano, e nella teologia attraverso la riflessione trinitaria.
Definire il paradigma relazionale come "interfaccia" non è equivalente ad affermare che sia "interdisciplinare" o "transdisciplinare". L'interdisciplinarità si riferisce a ciò che è comune a varie discipline o può essere messo in comune sovrapponendo i loro confini. L'interfaccia, invece, è un paradigma a sé stante. Sebbene consenta a ogni disciplina di andare oltre sé stessa (potenzialmente trans-disciplinare), è molto di più: è un sapere orientativo e ordinativo su come le diverse discipline possono relazionarsi tra loro.
Nei saggi pubblicati in questo volume, il lettore troverà esposto come le tre discipline indicate attualizzino questo paradigma, utilizzandolo come framework concettuale per raggiungere conoscenze altrimenti inaccessibili e per sviluppare applicazioni pratiche innovative. La Parte I affronta i problemi ontologici ed epistemologici fondamentali. La Parte II indica alcune piste di ricerca innovative. La Parte III presenta riflessioni applicative su realtà umane come la famiglia e l'educazione. Potenzialmente, il paradigma è applicabile a qualsiasi realtà umana e sociale.
Nonostante ogni disciplina possieda un proprio linguaggio e, nelle condizioni culturali attuali, manchi un logos comune, è possibile, osservando assieme una realtà specifica, riconoscere le relazioni tra le diverse prospettive attraverso una triangolazione sull'oggetto di studio. Questa triangolazione serve a identificare quel comune framework concettuale che rende sinergiche le diverse discipline quando parlano di una realtà concreta. Infatti, poiché la relazione è al principio, attraverso la relazione insita nella realtà studiata e vissuta dagli studiosi nella condivisione reciproca e fiduciosa dei propri risultati, si può ricostruire un linguaggio comune che permetta il dialogo.
La verifica dell'efficacia dell'approccio proposto sarà, dunque, a posteriori. La riflessione scientifica in diversi ambiti ha validità solo nell'esprimere una relazione alla realtà. La premessa fondamentale di questo lavoro intellettuale è che ciascuna disciplina riconosca in partenza che il proprio sguardo non è esaustivo della realtà, ma ne coglie solo un aspetto di verità. Per la teologia, questo si riconduce all'apofatismo, ovvero all'idea che l'essere eccede le capacità espressive umane. La ricerca speculativa non può "com-prendere" pienamente, ma può solo evitare scorciatoie che riducano il mistero a un'unica formulazione. Anche il dogma, in questa visione, ha valore di allusione.
Per la filosofia, la consapevolezza del proprio limite si manifesta nel comprendere che "sapere è sapere di non sapere". Lo stesso vale per le scienze sociali e umane: pur fornendo conoscenze fattuali imprescindibili, riconoscono che le loro spiegazioni dei fenomeni riguardano solo il "pro-fanum", ciò che sta di fronte al fanum, il luogo delle "cose sacre" della vita, come la dignità umana. Tutte le scienze devono riconoscere che la loro indagine sulla realtà è incompleta, limitata e soggetta a teoremi di incompletezza che richiedono riferimenti a un "oltre", a una dimensione che rinvia al di là di esse stesse.
Partire da questo framework può creare le condizioni per un dialogo profondo e creativo tra le diverse discipline, al fine di illuminare la realtà della vita umana e sociale nel presente e nel futuro. Gli autori auspicano che questo testo possa contribuire ad avviare un programma di ricerche focalizzato sul ruolo del paradigma relazionale nel promuovere una società civile e politica capace di perseguire una "vita buona" (eudaimonia) e una "buona società" (good society). Essi sono convinti che il paradigma relazionale sia il più adatto ad affrontare questa tematica, poiché valorizza maggiormente la "vita personale e sociale come relazione".
Questa espressione pone l'accento sulle relazioni intersoggettive e organizzative come fonte, luogo e attivazione di sfere sociali (dalla famiglia alla scuola, dall'impresa alle fondazioni, dai media al mondo delle associazioni civili) che vivificano una società giusta e solidale. Nel cuore di queste relazioni, la religione gioca un ruolo essenziale, fornendo il senso trascendente dell'agire e dell'essere-in-relazione, e offrendo al contempo la matrice culturale più appropriata per configurare le varie sfere sociali secondo un progetto di autentica crescita dell'uomo e della sua dimensione sociale. Lo scopo ultimo è promuovere un programma di ricerche, teoriche ed empiriche, capace di generare applicazioni pratiche a sostegno degli attori sociali.
Ontologia analitica e teorie della persona - lezione 1
Il tema di un convegno potrebbe essere: "Se e come la nozione di relazione, sviluppata nella ricerca ontologica, teologica e relativa alla soggettività, debba essere impiegata nell'ambito disciplinare della filosofia analitica della religione". Le domande che emergono sono molteplici: come formulare un'ontologia relazionale? Se esistono diverse tipologie di relazioni (spaziale, causale, affettiva, sociale…), è indispensabile definire che tipo di relazioni esistono e in che senso siano "reali". Fino a che punto la relazione modifica gli elementi relazionati (relata)? Quali sono le relazioni necessarie? La distinzione tra relazioni esterne e interne è difendibile?
Seguendo Russell, si potrebbe considerare l'idealismo come la tesi che tutte le relazioni siano interne, e l'empirismo come la tesi che almeno alcune relazioni siano esterne e irriducibili alle sole proprietà delle sostanze. Tuttavia, è possibile concepire l'intima connessione di tutte le cose senza ricadere in una concezione monista o panteista? Oppure queste sono le forme ultime della realtà, al di là dell'apparente ipostatizzazione degli oggetti? Se le relazioni sono ontologicamente primarie e tutto è inter-relazione, esiste una distinzione reale tra gli enti? Quali problematiche circa la dipendenza ontologica, l'identità relativa e la vaghezza sono sollevate dall'ontologia relazionale?
Le acquisizioni più innovative nel campo della fisica sembrano invocare un ripensamento della nostra ontologia, spingendo verso una "relazionalità intrinseca". In che misura la fisica solleva interrogativi per la teoria della relazione? Gli oggetti emergono dalle relazioni? Ciò significa che le relazioni sono ontologicamente primarie? Quante e quali sostanze primitive esistono? I quark sono "immateriali"? Cosa rimane del realismo ontologico in un'ontologia relazionale? Come vengono ripensati i criteri d'identità e come si può costruire un'ontologia sulla nozione spesso fuggevole di "evento"? Gli elettroni sono quasi-oggetti e quasi-sortali? L'ontologia relazionale implica una forma di relatività ontologica? Che tipo di dipendenza ontologica è alla base delle particelle elementari?
Nel campo delle cosmologie e delle teo-filosofie, come pensare Dio, il mondo e la loro relazione? Se la relazione non è un aspetto accidentale di un ente, ogni realtà si caratterizzerebbe per una capacità di autorelazione e di relazionarsi con enti esterni. Vi è, dunque, una stretta analogia tra la struttura del reale e l'essenza trinitaria di Dio? Fino a che punto si può spingere questa analogia? La Trinità, intesa come sovraessenzialità in cui essere e relazione coincidono, è una necessità speculativa filosofica prima ancora che teologica? Che prospettive apre, per il teismo, questa "concordanza"? E per la scienza fisica? Se essa ipotizza una natura relazionale delle particelle elementari, cessa di essere "scienza pura", sconfinando nella filosofia e nella teologia?
Altre religioni o sistemi di pensiero non occidentali cosa possono dire a riguardo? Possono aiutarci a incamminarci verso un'ontologia relazionale, magari rinunciando al nostro approccio analitico? Fino a che punto e con quali figure di pensiero innovative? Abbiamo argomenti cogenti per affermare - sola rationem - la realtà delle relazioni in Dio? Come pensarle filosoficamente?
Riguardo ai soggetti, cosa significa che il soggetto esiste solo in relazione? L'essere umano è un essere in relazione attraverso il linguaggio e il corpo. La vita stessa sembra essere un concetto intrinsecamente relazionale, non solo perché implica un principio vitale in rapporto a un corpo materiale, ma perché l'organismo emerge come un tutto dalla relazione delle sue parti. Qual è, dunque, il rapporto tra natura e cultura, tra individuo e società, tra sussistenza e relazioni d'origine? In che senso la sessualità e la corporeità sono realtà umane relazionali per eccellenza? Il soggetto sussiste davvero solo nell'estroversione e nella dinamica Io-tu? In che modo filosofia e teologia si influenzano reciprocamente e fino a che punto è possibile spingere i rimandi analogici?
Spunti conclusivi indicano che l'argomentazione ontologica e metafisica sul divino, sulla realtà fisica e sull'umano può condurre a considerare l'inadeguatezza del nostro linguaggio. Una riflessione su quest'ultimo, punto nevralgico di tutte le discussioni analitiche su Dio, si impone: come può l'apofatismo essere integrato nella filosofia analitica della religione? Quali sono i livelli minimi che permettono a un teismo di essere razionale, coerente e rilevante?
Numerose sono le domande che affollano la nostra contemporaneità. Perché si è sviluppata un'indagine sulla Trinità nella filosofia analitica della religione? Nasce per difendere un dogma e la sua rilevanza razionale, o risponde a esigenze metafisiche più profonde? Quale altra definizione metafisica di Dio e della sua essenza è possibile elaborare in chiave trinitaria? Le nuove ipotesi scientifiche (dalla quantistica, alla relatività, alle stringhe) possono fornire indicazioni per formulare un'ontologia relazionale, capace non solo di rendere conto del reale, ma di armonizzare tale spiegazione con il Principio che ne è il fondamento in un sistema teistico?
Se nemmeno la struttura fondamentale degli enti creati è interamente conoscibile, vi è spazio per un'ontologia negativa? L'ontologia relazionale pone enormi interrogativi, e forse ciò che si percepisce come necessario è un'operazione di sintesi, critica ma capace di delineare in modo ordinato gli sviluppi di questo campo d'indagine, i suoi rapporti con altre discipline, in primis la Filosofia Analitica della Religione, in perenne relazione con le elaborazioni metafisico-ontologiche sulla realtà e sul divino.
Non da ultima, la domanda da porsi è se abbiamo davvero bisogno di una nuova ontologia. Le istituzioni del sapere - scuola, burocrazia, media, piattaforme digitali - si sono trasformate in dispositivi di anestesia. La partecipazione è stata sostituita da un voyeurismo cognitivo, da un culto della descrizione che sterilizza il vivere. Siamo diventati archivisti del reale, non suoi testimoni. E quando il reale smette di essere abitato, diventa amministrabile. Il dominio dell'epistemologia sull'ontologia produce individui che credono di sapere ma non comprendono, che parlano di libertà ma non la esercitano. Le conseguenze di questo ritorno sono enormi. E quando un popolo perde il linguaggio dell'essere, diventa governabile senza accorgersene.
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